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Dopo i ballottaggi, ci sarà una “rivoluzione politica”?

Così commentavo, a caldo, sul mio profilo Facebook. “Il Pd è considerato da molti italiani il meno peggio. Dove, quindi, si scontrava con il centrodestra o la Lega, impresentabili, ha vinto. Dove si scontrava con qualcos’altro di alternativo (sinistra più estrema, M5S, lista civica), ha perso. Ribadiamo un concetto che sta diventando nauseante: questa classe dirigente ha fallito. Se ne deve andare a casa. E’ la fine. Hanno fatto il loro tempo. Mostrassero un minimo di decenza e di responsabilità”. Perché è accaduto, come scrive Alessandro, che a Genova ha vinto Marco Doria, indipendente sostenuto da Sel, che aveva battuto nelle primarie i due nomi del Pd, a cominciare dal sindaco uscente Marta Vincenzi. A Palermo ha vinto Leoluca Orlando dell’Italia dei Valori (il “Tosi dei Valori” come è stato ribattezzato essendo il movimento dipietrista quasi scomparso come la Lega, anche se nessuno lo dice, a favore dell’astensionismo o dei grillini) che farà il sindaco per la quarta volta, dopo che non aveva partecipato alle primarie vinte da Ferrandelli contro Rita Borsellino che lui sosteneva. A Parma, contro l’attuale Presidente della Provincia Bertazzoli, ha vinto, contro tutti i pronostici, il candidato sindaco del Movimento 5 Stelle, Federico Pizzarotti. Per il resto, vince il Pd praticamente da tutte le parti. Quasi, perché in Puglia e in alcune località del Mezzogiorno, il Pdl resiste e riduce i danni. Quindi, ora, per il centrosinistra va tutto bene? Si può festeggiare e cantar già vittoria per le politiche del prossimo anno? Neanche per idea. Sarebbe un errore imperdonabile. Perché i dati di ieri ci dicono una miriade di cose importantissime, nonostante, ancora una volta, il Pd, a cominciare dai suoi vertici Bersani, Letta (“L’analisi del voto su Parma deve tenere conto del fatto che non si tratta di una città qualunque, ma un capoluogo dove ha sempre vinto il centrodestra, mentre il centrosinistra è sempre stato all’opposizione. Vuol dire che l’elettorato del centrodestra ha preferito il candidato grillino ed è una scelta che deve far riflettere non solo noi ma soprattutto il centrodestra che non è andato nemmeno al ballottaggio”) e Bindi (“Io rispetto sempre gli elettori per cui auguro al sindaco di Parma di fare benissimo, ma se il centrodestra va a votare per Grillo qui c’è la confusione massima. Nessuno mi dica che questo è il cambiamento”), non abbia capito niente di quel che sta avvenendo nel Paese. Il primo partito in Italia è oggi quello dell’astensionismo, con oltre il 45% dei consensi. Che il Pd, in moltissime località soprattutto del centronord, ha vinto perché il Pdl e la Lega si sono massacrate con le loro stesse mani e, quindi, i loro elettori si sono divisi tra, appunto, l’astensionismo e il voto di protesta/proposta alternativa del Movimento 5 Stelle. Ma il Pd, per essere oggettivi, si conferma primo partito nel Paese perché mediante le primarie – non dimentichiamocelo – ha consegnato all’elettorato un nuovo blocco di amministratori giovani, per bene e competenti (fino a prova contraria) che hanno vinto con merito e con percentuali onorevoli. Per quanto attiene, pertanto, la “questione settentrionale”, condividendo questa analisi, risulta chiaro che occorrerebbe avviare o riprendere subito il percorso della concertazione e il dialogo con chi i territori li vive tutti i giorni, con i cittadini. Con tutti i portatori di interesse. Per colmare quanto prima e al meglio i vuoti lasciati dal non-voto. Le Politiche del 2013 non sono poi cosi lontane. E se non si fa un lavoro di qualità, come è successo in passato, puntando prima di tutto su una diversa classe dirigente, che sappia comunicare davvero e sappia trasferire una coerente visione del futuro, poi si perde. Brutalmente. Perché ha ragione chi, come Michele Ainis, sostiene che debbano andare “via i leader con la loro corte dei miracoli, via i gruppi dirigenti, via i parlamentari con cinque legislature sul groppone, via i funzionari stipendiati. Gli elettori non si ribellano ai partiti, bensì agli uomini di partito. Perché hanno trasformato la politica in una professione fin troppo redditizia. Perché in questi ultimi vent’anni hanno governato a turno, col risultato di sbatterci sul lastrico. E infine perché stanno sempre lì, inchiodati alla loro poltrona di broccato. Nella seconda Repubblica sono cambiate più volte le sigle dei partiti, ma le facce no, quelle sono rimaste sempre uguali”. Per questo, pure per questo, il Movimento 5 Stelle è letteralmente esploso. Come, poi, ha scritto Massimo Giannini “con il fallimento del Terzo Polo di Casini e senza una seria riforma della legge elettorale, a Bersani non può sfuggire che di qui al 2013 non ci sono vie d’uscita: può solo riproporre un caravanserraglio simil-unionista, insieme a Vendola e a Di Pietro. Una non-soluzione che forse serve a vincere ma non a governare, e che gli italiani hanno già testato con esiti disastrosi nel 2006. Sfiancati da un quasi ventennio di Forza Italia, gli elettori ora chiedono con forza un’”altra Italia””. Il voto in Puglia, invece, è qui ottimamente riassunto. E, quindi, gira e rigira il problema è sempre lo stesso. Facce nuove, giovani, trasparenti. Altre, diverse. Per proiettarci con fiducia e rinnovata speranza verso la Prossima Italia. Vivremo un’estate, credo, più bollente del solito. Ma, credo, non sarà soltanto colpa  del meteo..

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La corruzione è il “nemico pubblico” numero uno

Il prolungato ostruzionismo parlamentare del Pdl nella Commissione della Camera in cui si sta discutendo il disegno di legge contro la corruzione – ieri, intanto, a maggioranza è passato l’emendamento del Pd per l’innalzamento consistente delle pene – con la conseguente intimidazione di stampo “criminale” da parte di Angelino Alfano che ha ammesso come l’esecutivo Monti potrebbe perdere l’appoggio del suo partito se questo intero provvedimento diventasse una legge dello Stato, oltre ad evidenziare una volta di più quanta indisponibilità ci sia nell’accogliere il valore della legalità, mi ha sollecitato un approfondimento sul tema della corruzione. E in questo, perciò, mi è stata assai utile la lettura di questo articolo, per la Voce.info, di Alberto Vannucci, esperto pluridecennale del tema, che ho avuto il piacere di ascoltare dal vivo e di persona a marzo scorso quando ho partecipato all’assise nazionale contro la corruzione che si è svolta a Canossa.

Simile in questo ai “crimini senza vittime”, la corruzione si fonda di regola su un “patto di ferro” tra corrotti e corruttori, dal quale entrambi ricavano benefici – a danno della collettività – e che nessuno dei partecipanti ha interesse a denunciare. Le vicende di corruzione sistemica rivelano una rete di accordi sotterranei tra una pluralità di attori pubblici e privati, entro la quale obbligazioni reciproche e impegni assunti sono regolati da vere e proprie “norme non scritte”, della cui applicazione si fanno carico “garanti” specializzati, diversi a seconda dei centri di spesa interessati (boss politici, alti burocrati, faccendieri, imprenditori, mafiosi). Una visione d’insieme dell’ultimo rapporto di Eurobarometro conferma in prospettiva comparata l’allarme per la situazione italiana: l’87 per cento dei cittadini italiani ritiene la corruzione un serio problema nel proprio paese, in crescita del 4 per cento rispetto a 2 anni prima (la media europea è del 74 per cento); il 95 per cento degli italiani ritiene che vi sia corruzione nelle proprie istituzioni nazionali (in crescita del 6 per cento rispetto a 2 anni prima), il 92 per cento in quelle regionali e locali (la media europea è, rispettivamente, del 79 e 75 per cento); il 12 per cento degli italiani si è visto chiedere una tangente nei dodici mesi precedenti (la media europea è dell’8 per cento); il 75 per cento degli italiani ritiene che gli sforzi del governo per combattere la corruzione siano stati inefficaci (la media europea è del 68 per cento).

Qui ci vuole una rivoluzione, pacifica e politica

Alfano, Bersani e Casini, il triumvirato della vergogna, con la nuova riforma elettorale – l’ultima bozza discussa è assolutamente indecente – puntano a rinsaldare sé stessi e le loro oligarchie di potere consunte. I Cittadini hanno, ormai, un unico dovere morale: fare una rivoluzione pacifica e politica, di quelle che in Italia mai si sono viste. ABC vogliono continuare ad avvelenarci con il loro vocabolario novecentesco tramite il quale non comunicano più niente, non avendo alcuna visione sul futuro da poter trasferire? La rivoluzione che partendo da noi si dovrebbe configurare come una rivelazione, parta dal linguaggio. Da un nuovo glossario. Da parole semplici, ma chiare, nette, rigorose. E’ il momento di cambiare passo. Perché di tempo ne abbiamo perso tutti tantissimo. E cosi non si può più andare avanti.

Quello che non hanno capito i nostri sempiterni leader è che di fronte a quello che sta accadendo, ci vuole una rivoluzione. Sì, proprio una rivoluzione. Di fronte al crollo di questa Italia, non si può traccheggiare. Non ci si può abbandonare al politicismo. Non si può discutere come se il mondo si riducesse a tre palazzi romani e a due segreterie di partito. No, non si può. Non solo è sbagliato, è quasi immorale. Perché l’Italia può e deve essere meglio di così. E di fronte a quello che abbiamo visto negli ultimi vent’anni, bisogna esagerare. Dall’altra parte. Sognare qualcosa di nuovo, la notte, e, durante il giorno, saperlo spiegare con parole chiare. La rivoluzione, ci vuole. Una rivoluzione che riguardi prima di tutto noi stessi. E poi ci vuole una rivoluzione della politica. Che tolga argomenti alla famosa anti-politica (che si sono inventati i cattivi-politici), che si rivolga agli astensionisti sempre più numerosi. Due mandati possono bastare, si può rinunciare alla pensione, si può ridurre del 20-30% lo stipendio senza che accada nulla. Si può immaginare che chi spreca e sperpera, in un momento del genere soprattutto, torni a fare il proprio lavoro, se ce l’ha, o ne cerchi uno, se ha sempre vissuto di politica. Ho detto lavoro, non un consorzio o un ente pubblico. Tutto quello che è successo in questi ultimi vent’anni, è sbagliato. Abbiamo buttato via tempo e denaro. Abbiamo perso un miliardo di occasioni. Cambiare il sistema elettorale è uno strumento, cambiare la politica e la società sono i nostri obiettivi. (Pippo Civati)

Tra beauty contest e riforma dei partiti

In questa ultima settimana il dibattito politico è molto arroventato. Come sempre, verrebbe da dire. Ma si percepisce una certa tensione tra i protagonisti, gli inquilini del “Palazzo”, desumibile dalle loro dichiarazioni e dai loro propositi di riformare il sistema politico. Vedi prima la discussione sulla legge elettorale, proseguita poi con il tentativo di porre sul tavolo del confronto la legge contro la corruzione, fino ad arrivare ad oggi dove l’oggetto è il finanziamento pubblico ai partiti, chiamati impropriamente rimborsi elettorali. Non dimenticando quale e quanta intolleranza sociale rischia di alimentarsi nei confronti dell’esecutivo a causa dell’aumento spropositato di tasse a fronte di una visione che non sembra affatto equa. In questo scenario, moralmente e culturalmente desolante, sono alquanto avvilenti e vacue sia la discussione sulla Lega e sulla sua reale capacità di “fare pulizia” estromettendo quelli che avrebbero utilizzato impropriamente fondi pubblici, sia quella relativa alla decisione del Ministro allo Sviluppo Economico, Corrado Passera, di predisporre un’asta pubblica per le frequenze che stavano per essere regalate dal predecessore Romani a Mediaset, sia quella dedicata ai gonfiatissimi finanziamenti pubblici che erano stati tagliati nel ’93 con un referendum inapplicato e tornati sul luogo del delito sotto un’altra dicitura, per quella che era, è e resterà una truffa aggravata nei confronti dei cittadini, perpetrata da tutti i partiti della Seconda Repubblica. Senza distinzione alcuna. Come chiamare se non ladri coloro che in questi 18 anni circa hanno speso, per le varie tornate elettorali, poco più di 564 milioni di euro, intascandone quasi quattro volte di più? E non si venga a dire che parlando in questo modo si alimenta il qualunquismo e l’antipolitica. O quello che una volta veniva spacciato per giustizialismo, quando in realtà non era e non sarebbe altro che un bisogno irrefrenabile di giustizia. Senza legalità ed etica pubblica una democrazia non ha ragion d’essere. Tutte le persone oneste intellettualmente sanno che all’interno di tutti i partiti, di destra e di sinistra, ci sono politici per bene che adempiono alle loro funzioni pubbliche con onore e senso di responsabilità, ma purtroppo loro non hanno impedito quello che oggi è sotto gli occhi di tutti. La fine della Seconda Repubblica. Come si può credere, perciò, che proprio da coloro che hanno screditato le Istituzioni e l’arte della Politica – leggasi il nuovo triumvirato della vergogna Alfano-Bersani-Casini, a nome dei partiti di cui sono segretari – con la propria omertà, reticenza, incapacità politica, possa giungere una riforma innovativa e intrisa di uguaglianza? Bisogna rinnovare urgentemente la classe dirigente di questo Paese, sulla sorta di parametri non solo anagrafici, ma anche di moralità specchiata e di competenza verificata. Prima che sia troppo tardi. Prima che scoppino reazioni sociali e tumulti dettati dalla rabbia e dall’intolleranza. E bisogna agire presto e bene, perché di tempo, temo, se ne è perso moltissimo. E gli italiani pretendono rispetto ed uguaglianza.

Dal Porcellum al Casinum

La nuova legge elettorale non c’è ancora, ma già fa discutere. Avevamo abbozzato un ragionamento dopo le Primarie di Palermo, sulla base dei tumulti politici che erano avvenuti durante tutta la campagna elettorale, con il sospetto principale che l’idea di un partito unico potesse migrare presto dal capoluogo siciliano a Roma. La Direzione Nazionale del Pd dei giorni scorsi non ha, onestamente, contribuito a far cambiare idea o ad avere un atteggiamento meno critico. Non c’è ancora un testo definitivo e naturalmente ciascun partito, più o meno demagogicamente, cerca di portare acqua al proprio mulino commentando la bozza preliminare predisposta dai tre leader della maggioranza che sostiene l’esecutivo Monti. Con polemiche molto forti sul web da parte di tanti cittadini, non solo quelli che hanno raccolto le firme per l’ultimo referendum, proprio su questa materia, cassato dalla Cassazione. Pippo commenta quel che sta avvenendo, citando Claudio Tito.

La paura di perdere le prossime elezioni. Sembra questo l’architrave su cui poggia l’accordo trovato dai tre partiti della maggioranza che sostiene il governo “tecnico”. Sull’idea che nessuna forza politica – a cominciare da Pdl, Pd e Udc – sia in grado di scommettere sul risultato delle prossime elezioni politiche. E lo dimostra l’idea di tornare a un sistema sostanzialmente proporzionale, cancellando il vincolo di coalizione e assegnando un premio che non determina la maggioranza.

Ma una congrua e valida riflessione su tutto quel che c’è e che non c’è, che ci sarebbe o che si potrebbe scatenare, la fa, ed io la condivido molto, su Prossima Italia, Paolo Cosseddu.

L’idea era quella di poter scegliere il candidato, non di passare da una lista bloccata lunga e una lista bloccata corta: il problema non è la lunghezza, ma il fatto che sia bloccata, evidentemente giova ripeterlo. Da liste bloccate, lunghe o corte, risulterà unParlamento di nominati, alcuni (molti) dei quali particolarmente indegni, né più né meno come quelli che sono stati protagonisti negativi di questa legislatura. Si è anche sentito ribattere che le preferenze sono un male, che generano clientele, ed è un’affermazione che ha purtroppo forti elementi di verità. Ma non si è detto in quale altro modo si dovrebbe restituire la famosa scelta ai famosi elettori. Scelta del candidato, del partito, della coalizione, e del candidato premier: sarebbero diritti democratici molto banali, e invece.

I baratti della Grosse Koalition all’italiana

Vedendo la contro-foto di Vasto, ossia quella scattata l’altra sera da Casini dopo l’incontro con il Premier Monti a cui hanno preso parte anche il Segretario del Pd, Bersani, e quello del Pdl, Angelino Alfano, chi un minimo studia i fenomeni politici italiani e quelle che sono le anomalie di una stagione che non ha ancora del tutto archiviato il berlusconismo si sta chiedendo forse da giorni se e cosa ci sia di occulto in quei sorrisi e in quella ritrovata convergenza. Massimo Giannini prova a spiegarcelo.

Si parla di correzioni al disegno di legge anti-corruzione, con l’introduzione di nuovi reati (corruzione privata, traffico d’influenza), ma accompagnata dalla soppressione di altri più gravi (concussione). Si ipotizzano opportune modifiche al disegno di legge sulla responsabilità civile dei magistrati, ma accompagnate dall’insensato rilancio della legge-bavaglio sulle intercettazioni. Segnali contraddittori, che fanno pensare. E ancora una volta fanno sospettare. Siamo di nuovo davanti a un Grande Ricatto, che presuppone un Grande Baratto? Il Cavaliere è pronto a rinunciare alla “vendetta” contro le toghe, in cambio di un’ultima norma su misura che lo salvi dal processo Ruby?

Anche in vacanza stai pagando Berlusconi


Quando si parla del conflitto d’interessi di Berlusconi, lo sbadiglio incombe: troppo se n’è detto e ripetuto, al punto che a molti pare una scatola vuota, uno slogan rituale che non si capisce più nemmeno cosa voglia dire.

Quindi se siete tra quelli annoiati dal tema – ad agosto, poi – lasciate perdere questo palloso e lungo post: continuate serenamente a pensare che la nostra sia una democrazia come le altre e continuate a versare inconsapevolmente il vostro obolo in euro a Berlusconi.

A beneficio degli altri, magari poco avvertiti in merito eppur curiosi: il conflitto d’interessi sta nella possibilità che un tizio, essendo allo stesso tempo potente imprenditore e leader politico, usi il suo potere economico per avere vantaggi politici (chiameremo questa eventualità CASO A) e nel contempo usi il suo potere politico per avere vantaggi economici (chiameremo questa eventualità CASO B).

Si tratta quindi di un vantaggio bidirezionale, sia rispetto ai concorrenti nell’agone politico (CASO A) sia rispetto ai concorrenti nella competizione economica (CASO B).

Alcuni esempi del CASO A

Inizia tutto nel ‘94: quando per costruire il suo partito e vincere le prime elezioni Berlusconi ha usato la rete sul territorio della sua concessionaria di pubblicità Publitalia, quindi ha utilizzato il suo patrimonio personale per aprire circoli e sedi o per distribuire kit e bandiere.

Dal ‘94 a oggi, è stato costante l’uso delle sue tivù e dei suoi giornali per farsi una propaganda serrata (per i più giovani: sì, ha iniziato nel ‘94 non solo con Fede ma con gli show elettorali di Mengacci, Vianello, Mike Bongiorno e altri).

Più di recente: pensate se volete all’organizzazione del congresso fondativo del Pdl, per il quale ha pagato di tasca sua l’albergo a tutti i delegati per assicurarsi la sala piena in ovazione costante.

Un esempio recentissimo? L’utilizzo del proprio patrimonio privato per far tacere alcuni testimoni che potevano nuocere alla sua immagine politica nella questione delle escort.

Nel novero del CASO A vengono solitamente elencate anche le cosiddette leggi ad personam, cioè quelle leggi (fatte approvare da Berlusconi) senza le quali il Berlusconi stesso avrebbe subito potenzialmente conseguenze di carattere penale che avrebbero nuociuto gravemente alla sua carriera di politico: tra le altre, la modifica alle legge sul falso in bilancio che ha permesso a Berlusconi di essere assolto in tre processi (All Iberian, Sme-Ariosto, bilanci Fininvest) mentre con la legge precedente sarebbe stato condannato; più di recente, il Lodo Schifani (le cinque più alte cariche dello Stato non possono più essere processate) che ha escluso Berlusconi dal processo Mills per il quale la sentenza di primo grado ha certificato l’avvenuta corruzione – sicché al momento è stato condannato il corrotto ma non il corruttore.

Ma ora esplode il CASO B

Meno enfasi ha avuto, nel corso degli anni, l’utilizzo (speculare al precedente) del potere politico per avere vantaggi economici a danno della concorrenza.

Essendo Berlusconi un imprenditore prevalentemente televisivo, i vantaggi economici sono stati sostanzialmente ottenuti con il decreto legge numero 352 del 2003, che ha prorogato l’occupazione da parte di Retequattro delle frequenze analogiche spettanti al canale Europa 7, e poi con la legge Gasparri, che ha “riordinato” il sistema radiotelevisivo a tutto vantaggio di Mediaset, infine con il raddoppio dell’Iva sulle pay tv, quindi sostanzialmente su Sky.

Bene: per quanto riguarda il CASO B è bene sapere che non è affatto finita, anzi: con il passaggio in corso al digitale terrestre siamo all’inizio di un uso che definirei “estremo” del potere politico di Berlusconi a favore della sua azienda e per distorcere la concorrenza.

La cosa è talmente gigantesca che oggi se n’è accorto perfino il sonnolento Corriere.

Quanti milioni di euro di soldi pubblici sono stati spesi e continuano a essere spesi per favorire (anzi: imporre) il passaggio al digitale terrestre (con gli incentivi sui decoder e le massicce campagne pubblicitarie) a dispetto del concorrente satellitare Sky (che tra l’altro rappresenta una tecnologia più avanzata)?

Quanti milioni di euro di soldi pubblici perderà la Rai (anche in termini di inserzioni) con la decisione voluta da Berlusconi di far uscire gradualmente la tivù di Stato dal pacchetto Sky?

Quanti soldi sta spendendo la Rai – quindi noi tutti che ne siamo involontariamente azionisti – per costruire insieme a Mediaset un’inutile piattaforma satellitare (Tivusat) che serve solo a togliere abbonati a Sky, quindi a rintuzzare il principale concorrente di Mediaset in termini di fatturati?

Altro che slogan, altro che scatola vuota: oggi il conflitto d’interessi è di una semplicità disarmante. E consiste nel far uscire dei soldi dalle nostre tasche di contribuenti e azionisti Rai per farle entrare in quelle dell’azionista di Mediaset.

Anche in vacanza stai pagando Berlusconi, Piovono Rane, Alessandro Gilioli, Espresso

La “messa alla prova”

Il Ministro della Giustizia Angelino Alfano, lo stesso a causa del quale si stanno raccogliendo in tutta Italia le firme contro il suo Lodo che prevede che le quattro più alte cariche dello Stato siano “più uguali” di tutti gli altri nostri concittadini, ne ha inventata un’altra per provare a svuotare le carceri, sempre più dei luoghi di tortura e di segregazione come dei lager nazisti piuttosto che dei luoghi dove scontare civilmente una pena per il reato commesso.

E si è inventato la “messa alla prova“.

Proviamo a capirne qualcosa in più attraverso la lettura della seguente riflessione dell’ormai ex magistrato Bruno Tinti, edita sulla sua rubrica “Toghe Rotte” per Chiarelettere.

Tra le tante cose che sono successe, parlerei dell’ultima in ordine di tempo: la nuova (in realtà vecchia) proposta di legge su sospensione del processo quando l’imputato chiede la “messa alla prova”. Perché nuova ma vecchia? Perché l’altro ieri l’ha proposta il Ministro Alfano; ma a maggio l’aveva proposta l’Italia dei Valori con un progetto di legge molto complesso che, alla fine, prevedeva proprio la stessa cosa con varianti minime e non significative. Che vuol dire “messa ala prova”? Vuol dire che l’imputato propone un programma (elaborato d’intesa con i servizi sociali) che ha come scopo quello di elidere o attenuare le conseguenze del reato.
Che succede in questi casi? Succede che il giudice valuta la serietà del programma e decide se accogliere la proposta. Se l’accoglie il processo si interrompe e, se la prova va bene, verrà emessa una sentenza di estinzione del reato. Se va male, il processo riprende e l’imputato sarà (se ritenuto colpevole) condannato.

Bisogna dire subito che il progetto Alfano non si conosce, non l’ha letto nessuno perché non è disponibile sui siti istituzionali e quelli che ne hanno parlato lo hanno conosciuto a seguito di qualche fuga di notizie (ci sono anche lì, per fortuna). Però il progetto dell’Italia dei Valori (Li Gotti) è reperibile sul sito del Senato e reca il numero 584; e, come ho detto, è sostanzialmente uguale. Come lo so? Beh, lo so. In ogni modo, se qualcuno vuole conoscere un po’ meglio questo progetto, può andarsi a leggere il progetto Li Gotti.
Dico subito che, a mio parere, non è un progetto da buttar via.
Intanto alla collettività serve sicuramente di più un imputato che si sbatte per risarcire il danno cagionato o comunque limitare i danni provocati piuttosto di un colpevole che va a farsi mantenere dallo Stato in un carcere. Anche al colpevole non delinquente per tendenza serve certamente di più un’esperienza di solidarietà con le sue vittime e di lavoro socialmente utile piuttosto che una reclusione in condizioni indegne di un Paese civile.
Per l’Amministrazione carceraria e per quella della Giustizia è un affare: la prima risparmia celle che non ha; e la seconda non fa un po’ di processi e guadagna un po’ di respiro. Così il carcere diventerà un po’ più vivibile per chi continuerà a starci; e i processi che dovranno comunque essere fatti saranno, anche se di poco, un po’ più celeri.

Tutto bene allora? Beh, sì, se pensiamo di vivere nel migliore dei mondi possibili. No, se ci rendiamo conto che queste belle idee poi vanno realizzate nel Paese dove viviamo.
Sicché bisognerà stare bene attenti. Per prima cosa bisognerà evitare che questa cosa diventi una comoda scappatoia per i ricchi. E’ ovvio che, se il programma di messa alla prova si ridurrà al risarcimento del danno, allora sarà l’ennesimo strumento di discriminazione sociale.
Quindi bisognerà riempire il programma con un impegno personale, con qualcosa che coinvolga direttamente chi lo propone, che lo assoggetti a concrete forme di attività nell’interesse delle parti offese e della società. Insomma il colpevole deve uscire diverso da questo programma; e anche la collettività deve beneficiare non tanto delle sue risorse economiche quanto del suo impegno, delle sue capacità personali, del suo tempo e della sua solidarietà. Insomma la messa alla prova dovrà servire a rieducare il colpevole e contemporaneamente a far ottenere alla società un arricchimento in beni e servizi.

Già messa così si capisce quali difficoltà si incontreranno per conseguire questo risultato.
Se il soggetto messo alla prova è un attempato amministratore delegato di una qualche banca o società; o un uomo politico di lungo corso che ha sempre e solo fatto il professionista della politica; insomma se è uno dei tipici esponenti della classe dirigente del nostro Paese; che cosa ci si dovrà inventare per uscire dal consueto circuito del risarcimento del danno? Che gli faremo fare a queste persone per coinvolgerle personalmente, concretamente, nel trattamento di messa alla prova? E, se si tratta di uno dei soliti emarginati, poveri cristi senza casa e senza lavoro, forse delinquenti per tendenza ma certo anche per necessità; come faremo ad essere sicuri che rispetteranno il programma proposto al giudice? Come faremo per evitare che questo nuovo istituto non diventi l’ennesima scappatoia: propongo la messa alla prova, me la concedono, sto lì un paio di giorni e poi me la squaglio; riprendetemi se siete capaci. E quale strumentalizzato accanimento ci sarà nei confronti dei giudici, seguendo il consueto copione, ogni volta che negheranno la messa alla prova all’esponente della classe dirigente e la concederanno al povero cristo? Quando il povero cristo approfitterà della possibilità offertagli per squagliarsela e il membro della classe dirigente tuonerà contro il giudice politicizzato che ha respinto sprezzante l’offerta di una congrua somma di danaro.
Perché il problema è sempre lo stesso: il giudice non ha la sfera di cristallo; non può sapere che cosa faranno queste persone che, in quel momento, davanti a lui, sono apparentemente disposte a tutto pur di evitare il processo. Magari sono sincere, magari no. Ma lui come fa a saperlo?

Alla fine penso che questo istituto sia una buona cosa per alcune categorie di imputati: professionisti, artigiani, incensurati cittadini comuni. Tutta questa gente potrà in effetti prestare la propria attività gratuitamente per qualche tempo e tutti se ne gioveranno.
Penso al medico che andrà a curare gli ospiti dei pubblici ricoveri; all’avvocato che presterà consulenza gratuita; all’artigiano che andrà a riparare tubature, mura e apparecchiature varie negli stabili pubblici, a cittadini incaricati di svolgere compiti di volontariato. Tutta gente che presumibilmente rispetterà il programma e che ne uscirà migliore di com’era quando ha cominciato. Resta il problema dei ricchi e potenti e degli emarginati. Ma in realtà è il solito problema di sempre e dovremo pure arrivare a risolverlo.

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