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Idv, si chiude il sipario

“L’Italia dei Valori è morta”. Ad affermarlo, con sgomento e perentorietà, è lo stesso Antonio Di Pietro, in questa intervista. Decisiva, per lui, quella rilasciata a Report, da cui emerge una gestione allegra delle finanze del partito e con i fondi pubblici, in parte, impiegati per acquistare immobili. Le reazioni sono state veementi. Massimo Donadi, Capogruppo alla Camera e importantissimo dirigente nazionale, ha dichiarato di essere pronto a lasciare l’Idv (per andare nel Pd?), per divergenze non più riassorbibili. Pancho Pardi e Antonio Borghesi, altri due parlamentari con incarichi dirigenziali, rivelano apertamente, rilanciando il tema della questione morale sollevata da tempo da De Magistris, l’urgenza di avere un leader diverso da Di Pietro. Al quale non resta che il sostegno di Travaglio. Ma è, a quanto pare, e fino a prova contraria, la cosiddetta base che chiede al padre-padrone del partito di fare il passo indietro. Queste i fatti. Alcune opinioni, ora. E’ indubbio che il partito si stia sbriciolando e in questa faida tra correnti non ci è dato sapere chi la spunterà. Perché, sebbene ci siano dei militanti davvero onesti, capaci ed appassionati, molti dei quali sono da me stati conosciuti e apprezzati in questi anni – mi riferisco all’Idv Puglia – e per i quali l’impegno politico deve avere una finalizzazione etica e pratica, la stragrande maggioranza degli aderenti, a tutti i livelli, a prescindere dalla fazione di appartenenza, è schierata a salvaguardia della propria poltrona o per bramosia di essa. C’è poco da girarci intorno. E non possiamo più continuare a tollerare quel velo di ipocrisia che maschera ed occulta la realtà. Ci sono deputati, nient’altro che servi nelle mani del leader a cui hanno affidato il proprio futuro politico, che sono terrorizzati dall’idea che Idv resti fuori dal Parlamento alle prossime elezioni Politiche e che si muovono come serpenti a sonagli. Non hanno capito che il loro tempo è finito. E che devono tornare al loro lavoro originario, se ne hanno uno. Gli italiani non sopportano più i parassiti e gli sciacalli. Può sembrare una visione utopista ed eccessivamente romantica, la mia. Ma la politica, lo dico da tempo e lo ripeterò fino allo sfinimento, a prescindere da cosa deciderò di fare “da grande”, deve tornare ad essere interpretata con passione e generosità. Con atteggiamenti umili e leali. Dove le differenze siano esaltate e non negate. Per creare un benessere tangibile e disponibile. Vero.

Fino ad aprile del 2011 IDV era un partito in crescita in tutti i sondaggi. Poi la caduta di Berlusconi e la folle deriva estremista e senza prospettive contro il nuovo governo Monti ha via via isolato il partito. “Monti e’ peggio di Berlusconi” ha avuto la saggezza di dire IDV. Nessun governo degli ultimi venti anni ha invece saputo prendere cosi tanti provvedimenti strutturali come Monti. Dopo tanti tentativi il numero di Province e’ stato tagliato – tanto per citarne uno. Politicamente la linea seguita dall IDV e’ stata un vero suicidio. Ha tagliato i ponti con PD e Sel; non si e’ accorta che tanto era in arrivo un uragano populista ben piu’ credibile di Di Pietro e costituito da M5S e Grillo! IDV e’ totalmente isolata e non ha un programma politico. E’ un partito inutile. Ma sotto la cenere covavano i mali strutturali del partito: verticismo assoluto, familiari piazzati nelle posizioni elettive, numerosi personaggi impresentabili in posizioni di rilievo, uso disinvolto dei soldi del finanziamento pubblico. Non c’e’ partito se non c’e’ confronto interno. Ma basta guardare la composizione degli organi di governo di IDV per capire come sia fatta di quasi tutti yes-man e yes-women. Si chiude il sipario. (Sandro Trento)

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Dopo i ballottaggi, ci sarà una “rivoluzione politica”?

Così commentavo, a caldo, sul mio profilo Facebook. “Il Pd è considerato da molti italiani il meno peggio. Dove, quindi, si scontrava con il centrodestra o la Lega, impresentabili, ha vinto. Dove si scontrava con qualcos’altro di alternativo (sinistra più estrema, M5S, lista civica), ha perso. Ribadiamo un concetto che sta diventando nauseante: questa classe dirigente ha fallito. Se ne deve andare a casa. E’ la fine. Hanno fatto il loro tempo. Mostrassero un minimo di decenza e di responsabilità”. Perché è accaduto, come scrive Alessandro, che a Genova ha vinto Marco Doria, indipendente sostenuto da Sel, che aveva battuto nelle primarie i due nomi del Pd, a cominciare dal sindaco uscente Marta Vincenzi. A Palermo ha vinto Leoluca Orlando dell’Italia dei Valori (il “Tosi dei Valori” come è stato ribattezzato essendo il movimento dipietrista quasi scomparso come la Lega, anche se nessuno lo dice, a favore dell’astensionismo o dei grillini) che farà il sindaco per la quarta volta, dopo che non aveva partecipato alle primarie vinte da Ferrandelli contro Rita Borsellino che lui sosteneva. A Parma, contro l’attuale Presidente della Provincia Bertazzoli, ha vinto, contro tutti i pronostici, il candidato sindaco del Movimento 5 Stelle, Federico Pizzarotti. Per il resto, vince il Pd praticamente da tutte le parti. Quasi, perché in Puglia e in alcune località del Mezzogiorno, il Pdl resiste e riduce i danni. Quindi, ora, per il centrosinistra va tutto bene? Si può festeggiare e cantar già vittoria per le politiche del prossimo anno? Neanche per idea. Sarebbe un errore imperdonabile. Perché i dati di ieri ci dicono una miriade di cose importantissime, nonostante, ancora una volta, il Pd, a cominciare dai suoi vertici Bersani, Letta (“L’analisi del voto su Parma deve tenere conto del fatto che non si tratta di una città qualunque, ma un capoluogo dove ha sempre vinto il centrodestra, mentre il centrosinistra è sempre stato all’opposizione. Vuol dire che l’elettorato del centrodestra ha preferito il candidato grillino ed è una scelta che deve far riflettere non solo noi ma soprattutto il centrodestra che non è andato nemmeno al ballottaggio”) e Bindi (“Io rispetto sempre gli elettori per cui auguro al sindaco di Parma di fare benissimo, ma se il centrodestra va a votare per Grillo qui c’è la confusione massima. Nessuno mi dica che questo è il cambiamento”), non abbia capito niente di quel che sta avvenendo nel Paese. Il primo partito in Italia è oggi quello dell’astensionismo, con oltre il 45% dei consensi. Che il Pd, in moltissime località soprattutto del centronord, ha vinto perché il Pdl e la Lega si sono massacrate con le loro stesse mani e, quindi, i loro elettori si sono divisi tra, appunto, l’astensionismo e il voto di protesta/proposta alternativa del Movimento 5 Stelle. Ma il Pd, per essere oggettivi, si conferma primo partito nel Paese perché mediante le primarie – non dimentichiamocelo – ha consegnato all’elettorato un nuovo blocco di amministratori giovani, per bene e competenti (fino a prova contraria) che hanno vinto con merito e con percentuali onorevoli. Per quanto attiene, pertanto, la “questione settentrionale”, condividendo questa analisi, risulta chiaro che occorrerebbe avviare o riprendere subito il percorso della concertazione e il dialogo con chi i territori li vive tutti i giorni, con i cittadini. Con tutti i portatori di interesse. Per colmare quanto prima e al meglio i vuoti lasciati dal non-voto. Le Politiche del 2013 non sono poi cosi lontane. E se non si fa un lavoro di qualità, come è successo in passato, puntando prima di tutto su una diversa classe dirigente, che sappia comunicare davvero e sappia trasferire una coerente visione del futuro, poi si perde. Brutalmente. Perché ha ragione chi, come Michele Ainis, sostiene che debbano andare “via i leader con la loro corte dei miracoli, via i gruppi dirigenti, via i parlamentari con cinque legislature sul groppone, via i funzionari stipendiati. Gli elettori non si ribellano ai partiti, bensì agli uomini di partito. Perché hanno trasformato la politica in una professione fin troppo redditizia. Perché in questi ultimi vent’anni hanno governato a turno, col risultato di sbatterci sul lastrico. E infine perché stanno sempre lì, inchiodati alla loro poltrona di broccato. Nella seconda Repubblica sono cambiate più volte le sigle dei partiti, ma le facce no, quelle sono rimaste sempre uguali”. Per questo, pure per questo, il Movimento 5 Stelle è letteralmente esploso. Come, poi, ha scritto Massimo Giannini “con il fallimento del Terzo Polo di Casini e senza una seria riforma della legge elettorale, a Bersani non può sfuggire che di qui al 2013 non ci sono vie d’uscita: può solo riproporre un caravanserraglio simil-unionista, insieme a Vendola e a Di Pietro. Una non-soluzione che forse serve a vincere ma non a governare, e che gli italiani hanno già testato con esiti disastrosi nel 2006. Sfiancati da un quasi ventennio di Forza Italia, gli elettori ora chiedono con forza un’”altra Italia””. Il voto in Puglia, invece, è qui ottimamente riassunto. E, quindi, gira e rigira il problema è sempre lo stesso. Facce nuove, giovani, trasparenti. Altre, diverse. Per proiettarci con fiducia e rinnovata speranza verso la Prossima Italia. Vivremo un’estate, credo, più bollente del solito. Ma, credo, non sarà soltanto colpa  del meteo..

Gli effetti del Fondo Salva Stati Europeo

Rischiano di essere devastanti. Quello che potrebbe succedere all’Italia e ai tanti Paesi dell’Unione Europea non ancora salvi dal pericolo rappresentato dal default finanziario, è spiegato in questa lettera. Scritta al leader Di Pietro e al candidato sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, da una dimissionaria dirigente regionale siciliana dell’Italia dei Valori, partito che dovrebbe evidenziare le incongruenze dell’esecutivo Monti, essendo all’opposizione, ma che in realtà tace sul machiavellico disegno.

Gli italiani hanno il diritto di sapere che Italia dei Valori sta appoggiando, soprattutto con il proprio silenzio, la proposta del governo Monti di trasferire 125 miliardi di euro (minimo) ad una organizzazione finanziaria intergovernativa, l’Esm, ambiguamente definita “fondo salva-stati”, che, fra immunità, esenzioni, condoni ed altri privilegi, si propone di concedere finanziamenti agli Stati in difficoltà in cambio della possibilità di potere imporre “rigorose condizionalità” da far gravare sulle spalle del popolo. Sapete benissimo che la ratifica del trattato Esm (non ancora in vigore) comporterà l’incremento delle politiche di austerity, ossia l’imposizione di ulteriori interventi “lacrime e sangue” che colpiranno soprattutto le fasce più deboli e che metteranno in crisi anche coloro che ancora oggi riescono ad arrivare a fine mese.  Chi si avvantaggerà dell’entrata in vigore dell’Esm? I poteri finanziari, in primis le banche. Lo Stato in difficoltà potrà usufruire dei piani di finanziamento concessi dal “fondo salva-stati“ soltanto se, oltre a cedere pezzi di sovranità riguardanti scelte di politica interna, si impegnerà a pagare un tasso di interesse il cui limite non è stato nemmeno definito nel trattato, e intanto le banche hanno ottenuto un trilione di euro dalla BCE all’1%. Poiché l’organizzazione intergovernativa si riserva la possibilità di attingere al mercato finanziario per potere a sua volta erogare il prestito allo Stato, chi garantisce che non saranno le stesse banche, o addirittura la criminalità organizzata a lucrare, mediante i finanziamenti dell’Esm, sul debito pubblico e ad incidere sulle decisioni politiche della nazione debitrice?

 

Lega ed Idv: le due facce dell’antipolitica italiana

Lo scandalo, l’ennesimo in questo Paese in cui la geografia politica sempre più sembra venga delineata dalle inchieste della magistratura, che ha coinvolto la Lega Nord di Umberto Bossi, impone alcune riflessioni. Non solo sul volutamente irrisolto problema del finanziamento (che chiamano rimborso elettorale) ai partiti o su cosa sono diventati oggi i partiti, ma anche sul livello culturale raggiunto dalla politica. Dalla cronaca emergono già alcuni aspetti desolanti o inquientanti – leggasi ricatto da parte dei principali indagati nei confronti dell’Umberto o inganni vari orditi negli anni sempre per logiche di potere – e non intendo ripetere cose dette altrove. La prima cosa da dire, quindi, sul tema dei finanziamenti pubblici è molto semplice e nient’affatto innovativa. I soldi, da sempre, regolano le relazioni ed interazioni politiche. Le inquinano. Le alterano. Giuda, del resto, non ha venduto per 30 denari Gesù, definito da Gorbaciov, il “più grande socialista di sempre”? E Tangentopoli non esplose sempre per “fatti” di soldi? E il Referendum proprio per l’abolizione dei finanziamenti pubblici ai partiti, per l’altissima partecipazione popolare, non espresse chiaramente l’idea degli italiani per una amministrazione della “cosa pubblica” più sobria e dignitosa? Dopo vent’anni o dopo due mila anni nulla o quasi pare sia cambiato in meglio. Hanno, allora, ragione quelli che dicono che la politica è il secondo mestiere più antico del mondo e che mai come oggi può fare “concorrenza sleale” al primo? Hanno ragione quelli che oggi preferiscono astenersi dal votare o dall’interessarsi di politica perché tanto sono “tutti uguali e tutti sono ladri”? Pur molto sconcertato ed indignato, non penso che far vincere la rassegnazione e l’indifferenza sia cosa buona, sia atteggiamento a lungo sostenibile. I problemi si risolvono pensando ad alternative forti e credibili. E’ il principio fisico che ad ogni azione corrisponde una reazione. In politica, a mio avviso, almeno fino ad oggi, molto spesso, la principale reazione che si palesa quando avvengono queste porcherie è, oltre allo sgomento, la rabbia. L’esa-sperazione, per dirla alla Hessel, come rifiuto della speranza: della speranza che qualcosa possa cambiare. Ma la speranza deve essere alimentata. Il cambiamento deve essere costruito. E’ una sfida difficilissima e avvincente, ma se rinunciamo ad osare e a rischiare, per il nostro avvenire, abbiamo già perso. E, con la nostra omertà e reticenza, diventiamo complici della devastazione sociale e morale del Paese. Consegnando alle future generazioni un Paese certamente peggiore di quello che stiamo vivendo o che abbiamo ricevuto in dote dai nostri genitori. La truffa dei rimborsi elettorali è, pertanto, prima di tutto, verbale. Il rimborso è la restituzione di quel che è stato speso. Oggi, invece, con questa dicitura ci si riferisce ai finanziamenti che erano stati tolti col Referendum, bellamente ignorato dalla politica della Prima e della Seconda Repubblica. Per mezzo dei quali ha potuto reiterare se stessa. I propri imbrogli. Con la colpevole accondiscendenza degli italiani che non hanno quasi mai esercitato il controllo di legalità e preteso che la trasparenza fosse un dovere morale e politico. Rodotà, lo scrive oggi, invita tutti ad avere un altro atteggiamento, più serio e corresponsabile.

E’ urgente una risposta immediata, anche nella forma di una disciplina transitoria, che blocchi definitivamente assurdità come il denaro a partiti inesistenti, ridimensioni radicalmente l’ammontare del finanziamento, imponga severissime regole di gestione e sanzioni penali adeguate. Un ceto politico con un minimo rispetto per se stesso, che aspiri ad una sopravvivenza rispettabile, o fa subito questo o è destinato ad essere giustamente sommerso dal discredito. E tuttavia anche questa mossa non basterebbe in assenza della nuova normativa sulla corruzione, oggi impantanata e per la quale il Governo non ha impiegato un grammo di quella energia spesa nella battaglia ideologica sull’articolo 18, pur sapendo che la corruzione è un vero freno agli investimenti e allo sviluppo.

In questo scenario assai preoccupante è normale che i partiti abbiano la fiducia soltanto del 4% degli italiani (ma continuando cosi tra poco si arriva a zero), come rivelano moltissime statistiche. I partiti non sono più luoghi di formazione – come avveniva nella Prima Repubblica – dove si alimentava la passione politica con lo studio e la comprensione dei fenomeni che attengono alla società contemporanea. Oggi i partiti, in teoria soggetti pubblici, sono gestiti come delle proprietà private. Oggi i partiti, di destra e di sinistra, a livello nazionale come pure a livello locale, sono comitati d’affari permanenti dove si perpetra arrogantemente la propaganda e il potere di pochi. Dei pacchettari di voti, di coloro i quali vivono nell’adulazione di se stessi e con il clientelismo elettorale espandono, con soddisfazione, il proprio modello di vita. Con la complicità, ancora una volta, degli italiani “brava gente” che pensano soltanto al proprio misero orticello salvo poi indignarsi quando viene toccata nella dignità del proprio portafoglio. I partiti, oggi, devono essere rivoluzionati culturalmente, prima di tutto. Devono diventare “centri di ascolto e di mediazione” se ambiscono a diventare nuovamente soggetti pubblici credibili ed autorevoli.

Per il linguaggio popolare utilizzato, che sottende ad un’ignoranza imbarazzante, ma anche per la propria “ragione sociale”, la Lega e l’Italia dei Valori sono movimenti molto simili. Sono due partiti di proprietà dove c’è uno che comanda e tutti gli altri ubbidiscono come schiavi, a cominciare dai parlamentari, anche perchè in caso contrario alla tornata elettorale successiva vanno a casa. Poi i soldi pubblici, ossia soldi nostri, in entrambi i casi sono stati investiti per scopi privati e non dichiarati ampiamente (lo ha evidenziato, alcune settimane fa, Gianluigi Nuzzi nella sua trasmissione televisiva “Gli Intoccabili”). L’Idv è tra i partiti più ricchi. Ha il bilancio in forte attivo. Ma soprattutto sono due partiti che alimentano il proprio consenso facendo della demagogia strisciante e subdola. Di Pietro, neanche fosse la reincarnazione di Mario Segni, lancia ormai referendum a giorni alterni. Perché ha a cuore gli italiani? Ci credo poco; più verosimilmente, ancora una volta, l’interesse è per i contributi pubblici che vengono erogati, generosamente, all’ente che propone un Referendum quando questo, una volta celebrato, raggiunge il quorum. E quale argomento, attualmente, meglio di quello dei finanziamenti pubblici può indurre gli italiani, logorati anche dalla crisi per cui sono stati chiesti ingenti sacrifici, ad andare a votare? Speculare sul dolore della gente è politica? Coinvolgere le persone, fomentandone la rabbia con linguaggi deplorevoli, parlando alla pancia e non alla testa o al cuore, è politica? Di Pietro questo fa. E questa non è politica. E’ antipolitica becera e squallida.

Di questa Lega e di questa Idv, l’Italia e la Prossima Italia non ne hanno bisogno.

P.s.: Bossi, intanto, si è dimesso.

Quel destrorso di Di Pietro

Il post di Pietro è vecchio ormai di qualche giorno, ma lo riprendo volentieri non solo per il comportamento del “proprietario” dell’Idv, ma per il tema ad esso collegato delle carceri a cui sono particolarmente legato. Perché è per me inammissibile che in un Paese civile e democratico possano esserci questi campi di concentramento e questi lager moderni dove chi ha sbagliato viene condannato ulteriormente ad una esistenza miserabile, senza alcuna carità, compassione e rispetto per i diritti umani. Non per niente su queste delicatissime sfere non poche volte è intervenuta l’Unione Europea e recentemente la Corte di Giustizia Europea ha sanzionato il nostro Paese per quel che avviene nei 206 penitenziari italiani. Dove sono stipati come topi oltre 68 mila persona, quando la capienza regolamentare è di 45 mila.

Da un partito di centrosinistra, pertanto, che si sciacqua la bocca affermando di voler essere paladino dei valori degli ultimi, degli invisibili e degli indifesi, bisogna aspettarsi di più. Bisogna pretendere coerenza e responsabilità. Qui, invece, ciò che appare è soltanto una inverosimile e immorale speculazione sul dolore, nonostante l’art. 27 Costituzione imponga la rieducazione di chi ha sbagliato affinchè sia restituito alla socialità “rinnovato nello spirito”, da parte di questi politicastri da strapazzo che pensano ad alimentare soltanto la loro egolatria e a rinvigorire le loro politiche clientelari. Ad ubbidire per preservare il loro consenso costruito sulla menzogna.

Qualche giorno fa, al Senato, la maggioranza che sostiene Monti ha votato il decreto salva – carceri che per quanto non sia misura salvifica e risolutrice dei mali, punta a dare immediatamente un minimissimo sollievo ai detenuti, in attesa chiaramente di tutti i provvedimenti strutturali, più organici e completi che possano rappresentare una soluzione ad un affannoso trauma che si trascina da tantissimi anni nel nostro Paese. L’Idv ha votato contro. Ecco spiegata la mia amarezza e il mio sfogo.

Una giornata da dimenticare

La giornata che ci siamo da pochissimo lasciati alle spalle, quella di giovedi 12 gennaio 2o12, sarà probabilmente ricordata a lungo dai cittadini che si interessano di politica.

Perchè oggi sono arrivati due responsi, su materie tra loro completamente diverse, che rischiano di incidere non poco sugli equilibri, già fragili, del nostro Paese.

A fare, nel primo caso, la parte dell’oracolo è stato il Plenum dei 15 magistrati della Consulta che, dopo un giorno e mezzo di camera di consiglio, hanno decretato che i due quesiti referendari – con i quali si puntava ad abolire il cosiddetto Porcellum, l’attuale legge elettorale che prevede la cooptazione e non l’elezione dei nostri parlamentari – sottoscritti in un tempo record da oltre un milione e duecento mila cittadini, non erano ammissibili. Questo il dispositivo pronunciato oggi. La sentenza sarà diffusa tra qualche settimana. Quello che oggi conta è che il Referendum non ci sarà. Immediate le repliche di tutti i protagonisti del Palazzo, i cui pronunciamenti sembrano essere dettati più dalla propaganda che dall’oggettività. Non significa questo che sia contento dell’esito, anzi.

Il commento più violento è giunto da Di Pietro che ha accusato i suoi ex colleghi magistrati di aver emesso un verdetto politico, con l’inammissibilità che sarebbe stata “suggerita” dal Presidente Napolitano. Trovo odiosissime e fastidiose le parole del leader dell’Idv, in pieno stile berlusconiano, perchè non si possono attaccare i magistrati o difenderli sulla base di quello che dicono e fanno, a giorni alterni in base alla convenienze. Si minano in questa maniera le Istituzioni, quelle che si dice di voler difendere con la propria azione politica. Ma le Istituzioni bisogna difenderle tutti i giorni, a prescindere da chi sono i protagonisti della Politica. Nè possono essere issate sull’altare della più squallida demagogia politica enfatizzata per miserabili ragioni elettorali.

Ma la notizia che ha generato, da quel che è stato possibile verificare monitorando i social network – ormai sempre più termomento dei cittadini che credono nel valore della partecipazione e dell’impegno attivo – un fortissimo malumore e disgusto verso la trasversale oligarchia che troneggia dal Parlamento, è quella relativa all’autorizzazione a procedere nei confronti del deputato campano Nicola Cosentino, indagato per concorso esterno in associazione camorristica. Nick ‘O Americano, infatti, con 309 voti a favore – decisivi i leghisti e i radicali – è stato “salvato” dal carcere. Quando in Commissione l’esito della votazione fu opposto. Senza entrare nel merito delle vicende per le quali il prossimo ex Coordinatore regionale del Pdl della Campania (ex perchè pare abbia annunciato le dimissioni da questo incarico) ha rischiato di raggiungere, idealmente, Totò Cuffaro – vicende che sono state ampiamente raccontate in questo blog nel tempo – le riflessioni politiche da fare sono diverse.

La prima: Bobo Maroni che puntava alla leadership della Lega, fortificato da un consenso territoriale sempre più ampio, ha scommesso molto sull’esito favorevole della votazione di oggi – sebbene la Lega fino a 2 mesi e mezzo fa era con il Pdl al governo del Paese – con l’intento di emanciparsi definitivamente dal ruolo di delfino di Bossi e di rilanciare elettoralmente il partito. Ma ha perso. Ha perso rovinosamente. Ne esce profondamente ridimensionato. Con la base leghista che potrebbe, conseguentemente, chiedere allo stesso Maroni di fare un passo indietro. Come rabbiosa è stata la reazione, soprattutto da parte dei potenziali elettori di centrosinistra, verso i Radicali, colpevoli anche loro di aver votato la “fiducia” a colui che è ritenuto dalla pubblica accusa il “referente nazionale dei casalesi”, contribuendo, pertanto, all’alienazione dell’idea che la legge debba essere uguale per tutti. A dire il vero, però, non sono pochi coloro che, già da tempo e a prescindere dalla giornata di oggi, ritengono che questa classe dirigente non faccia pienamente e fino in fondo il suo dovere, lavorare per il benessere collettivo, privilegiando esclusivamente se stessi.

Potrebbe essere, infine, per gli osservatori più distratti una grossa sorpresa, ma scopriremmo, invece, analizzando lucidamente le questioni, che il grande protagonista di oggi, colui che può cantar vittoria, è stato Berlusconi. Si, proprio Silvio. Di nuovo.

Lui, in fondo, non se ne è mai andato..

P.s.: Alessandro Gilioli proprio sull’eufemistico “pressing” di Silvio..

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