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Quando andai ad Auschwitz

memoriaNon avevo ancora compiuto 16 anni. Era il luglio del 1999. Quando partii per la Polonia, per Cracovia, per uno scambio culturale promosso da un’associazione di Bari, non immaginavo assolutamente che avrei vissuto una esperienza tanto forte quanto indimenticabile, per l’orrore che avrei visto. Quando arrivammo ad Oswiecim (il paesino polacco distante circa 60 km da Cracovia che ospita il Museo nato dai resti del campo di concentramento), anche noi in treno, mi stupì subito che, a distanza di decenni, molte parole erano ancora espresse sia in polacco sia in tedesco. Auschwitz in tedesco, Oswiecim in polacco. Una volta oltrepassato il paradossale cancello d’ingresso, fummo accolti da una guida che, con linguaggio particolarmente sereno ma severo, volle subito ricordare a noi giovanissimi visitatori che eravamo in un museo ma che soprattutto eravamo liberi di interrompere l’esplorazione in qualsiasi momento, se turbati da ciò che avremmo osservato. Trovai la forza e il coraggio di completare la passeggiata, ma ricordo che rimasi in silenzio per moltissime ore, che non mangiai per un giorno e mezzo, che quando tornai a casa piansi moltissimo. Oggi, a distanza di alcuni anni, ricordo ancora con sgomento le vetrate con tutte le divise numerate consunte e accatastate, quelle con le scarpe o gli oggetti personali, da un lato; o i grandi casolari dove dormivano, i muri – dove venivano fucilati gli ebrei – ancora anneriti dalla polvere da sparo, i forni crematori che ti trasferivano la percezione e i brividi di respirare ancora l’odore di morte, dall’altro lato. E nonostante abbia letto dei libri, ascoltato diverse testimonianze, visto dei film, esaltato ogni anno la Giornata della Memoria, non riesco a non chiedermi ogni volta come sia potuto accadere che la follia di un solo uomo o di pochissime persone, assemblate in un’oligarchia del male, abbia prodotto un genocidio di tale portata. Oltre sei milioni di morti. E miliardi di sogni, di speranze, di desideri. Uno sterminio dettato dall’intolleranza verso coloro che erano considerati di rango inferiore e non degni di attraversare quel medesimo tempo della storia. Da cristiano mi sono sempre chiesto, senza aver mai ottenuto o trovato un’esaustiva e plausibile risposta, perché Dio abbia permesso tutto questo. Perché abbia acconsentito al sacrificio, soprattutto, di tanti bambini. Per punire l’Uomo per il suo egoismo? Per la sua superbia e delirante bramosia di potere? Per la sua incapacità ad essere promotore e protagonista di un tempo scandito da un amore pacifico, reciproco, solidale tra tutte le genti? Davvero, e senza voler entrare nei pur legittimi storicismi o ideologismi che ci hanno accompagnato in questi decenni con certe polemiche (come quelle promosse dai negazionisti) mai sopite del tutto, non riesco ancora a darmi risposta.  E l’unica, forse piccola, verità che mi risuona prepotentemente in testa, che scuote la mia coscienza, ogni qual volta penso a quanta disumanità lo stesso uomo è stato capace di creare vigliaccamente e follemente, è che tutti noi probabilmente “non siamo stati (e non siamo) abbastanza vivi, se qualcuno è morto (e muore ancora nei quotidiani e dimenticati genocidi che si consumano nel mondo)”. Ed è per questo ancora più necessario, indispensabile, urgente, fondamentale, vivere l’esperienza della Memoria, custodirla per saperla trasferire. E praticare con fierezza e dignità, nel nostro quotidiano, la nobilissima arte e dote morale della Resistenza. Ora e sempre.

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Per la Giornata della Memoria

Don Paolo Farinella, sul suo blog del Fatto Quotidiano, usa queste mirabilissime parole. Che emozionano profondamente.

«Caro professore, sono un sopravvissuto di un campo di concentramento. I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti; bambini uccisi con  veleno da medici ben formati; lattanti uccisi da infermiere provette; donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiore e università. Diffido – quindi – dall’educazione. La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti. La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani».

(Fonte: Anniek Cojean, Les mémoires de la Shoah, in Le Monde del 29 aprile 1995).

Giornata della memoria. Colombo: "la Shoah, un delitto tutto italiano"

“La domanda è se un “Giorno della Memoria” serve; se non è un meccanismo di ripetizione, che evoca un evento, ma esenta dal partecipare in prima persona. Basta l’automatismo della data, un minimo di rispettosa citazione per aver compiuto un dovere. Se quel dovere non c’era, più o meno, tutto andava avanti come prima: buoni, cattivi, un’immensa zona grigia. Quel che è stato è stato e ci pensa la storia che, comunque, in momenti diversi viene riscritta. So che la domanda “serve un Giorno della Memoria?” è inutile, perché gettata nel vuoto. Ma ho voluto ripeterla perché sono il proponente e autore di quella legge. E perché la domanda viene proposta davvero. E non solo da persone irritate che hanno voglia di ricordare altre cose. Ma anche — con profonda buona fede — da persone che temono che un’iniziativa, buona quanto si vuole, sia però o sbagliata o inutile.”

Così scrive l’onorevole Furio Colombo per il quale il “Giorno della Memoria” ha rappresentato il principale impegno quando era deputato dell’Ulivo nella tredicesima legislatura (maggioranza centrosinistra e governi Prodi, D’Alema e Amato) Camera e Senato hanno votato la prima legge italiana per l’istituzione di un Giorno della Memoria.
Unica legge approvata all’unanimità ha come punto di riferimento la Shoah, insieme al ricordo di tutti coloro che hanno pagato con la vita la loro coraggiosa opposizione politica o la loro presunta diversità.

Che significato doveva avere istituire questa giornata?
Interrompere il cerchio secondo cui la Shoah era parte della guerra e dentro la guerra. Un capitolo della cattiveria dei tedeschi quindi. Dal canto loro film, bibliografia e il lungo silenzio dei supersiti e dei sopravvissuti ci aveva persuaso che si trattasse di un delitto tedesco.
C’era chi diceva che i tedeschi si erano comportati male, per alcuni era stata una grande ingiustizia per altri un orrendo progetto nei confronti degli Ebrei. L’idea insomma era che fosse stato un delitto commesso da altri. Nella mia prima proposta (caduta per il cambio della data) ho subìto un violento fuoco di sbarramento da parte di Forza Italia e da molta An ma anche sussurri e grida di una parte della sinistra che temeva la glorificazione a favore di Israele.

Perché in Italia?
Allora l’obiezione principale alla quale ho dovuto fare fronte era che anche nei gulag sovietici erano stati compiuti delitti così come nelle foibe. Mi suggerivano quindi di promuovere una giornata per ricordare tutte le vittime assieme. A questa corrente di pensiero ho sempre risposto che stavo parlando, piuttosto, di un delitto tutto italiano perché le leggi nei confronti degli Ebrei, nella loro formulazione, sono state persino più gravi di quelle tedesche. Di certo sono state diverse le modalità operative nell’applicarle ma l’ Italia è stata complice dello sterminio perché di fatto si privavano i cittadini ebrei-italiani (in contrasto con lo statuto Albertino allora in vigore) di qualsiasi diritto civile umano e giuridico.
Istituire un “Giorno della Memoria” ha significato illuminare un delitto tutto italiano perpetrato in pieno ventesimo secolo interrompendo la malformazione e l’illusione che si trattasse solo di una immane cattiveria tedesca.

Ha ancora senso celebrare un “Giorno della Memoria”?
Ha certamente senso a giudicare dalla scarsità di informazioni e l’incapacità delle scuole di insegnare ciò che è accaduto. Ha senso anche perché siamo stati testimoni del negazionismo di laici e religiosi impegnati nel tentativo di fingere che tutto quanto non fosse accaduto. Un tentativo sempre in agguato.

Dal suo punto di vista esiste una connessione tra quello che è accaduto con le leggi razziali e ciò che potrebbe accadere nel nostro Paese rispetto ai fatti di razzismo e xenofobia?
Molto prima di ciò che chiamiamo Olocausto Paesi come Francia, Germania e gli stessi Stati Uniti sono stati percorsi da piccoli episodi di antisemitismo che hanno più o meno attraversato tutto il mondo occidentale anche se l’ideologia politica li ha cristallizzati solo in Germania e in Italia. Prima era un brulicare di episodi definiti “non così gravi”. Ma in realtà erano segni premonitori del successivo sterminio; le leggi razziali non avvengono di colpo ma gradualmente e attraverso il peggioramento della condizione dell’ umanità.
Il pericolo è sempre in agguato perché fatti erroneamente considerati sporadici vengono sottoposti ad una politicizzazione che nasconde l’esplosione dell’evento stesso.

Spesso si considera l’Italia un Paese senza Memoria. Che peso ha in questo l’informazione?
Per una volta cambierei il capo di imputazione nel senso che l’informazione per sua natura si nutre di attualità e non di memoria. Ma la vera colpa del sistema dell’informazione è che se avvengono tre gravi fatti razziali è come se fossero isolati. Viene accreditata l’idea che sia solo colpa di balordi e che non sussista alcun legame tra quanto è accaduto. Ogni volta l’informazione è come se ricominciasse da capo. I fatti di Rosarno oggi sembrano ormai lontanissimi e se accadessero situazioni simili potremmo contare, forse, al massimo su di un inciso tipo “come accaduto a Rosarno”.
Ecco quindi personalmente all’ informazione in particolare quella televisiva rimprovero l’assoluta mancanza di sistematicità. La mancanza di memoria invece è una grave colpa della scuola italiana.

Giornata della memoria. Colombo: “la Shoah, un delitto tutto italiano”, Elisabetta Reguitti per Articolo 21

I nemici della memoria

Chi è stato a rubare l’insegna di Auschwitz, recando offesa alla memoria degli ebrei e a chi è impegnato a tutelarla? Da dove vengono? Che intenzioni hanno, qual è il loro progetto? Questo incidente criminale riverbera la sua immagine in tutto il mondo e suscita stupore, shock e rabbia.

Cosa avevano in mente i ladri quando hanno rimosso l’iscrizione che centinaia di migliaia di vittime, arrivate nel campo, vedevano ogni giorno, ogni sera? Cosa immaginavano di poter fare? Di venderla in televisione per enormi somme di denaro? Di tenerla incorniciata a casa loro? Quale idea perversa può aver motivato un simile abominio?

In questa nostra era di confusione e sfiducia, la Verità è sempre in prima linea, al fronte, e i suoi nemici sono i nemici della Memoria. Dunque, quel Luogo è d’importanza e significato speciale, perché si basa su entrambi quei valori costitutivi, Verità e Memoria. Chiunque voglia cancellare il passato ha naturalmente interesse a rimuovere quella scritta, che è parte così visibile del Passato della Memoria.

In un certo senso, si può esprimere sorpresa per il fatto che non si sia mai tentato prima di compiere quanto è accaduto oggi. È così facile distruggere, è così facile rubare, eppure, grazie al cielo, persino quelli che sono i nostro nemici non avevano osato, fino ad oggi, di intraprendere un simile furto.

In virtù di ciò che è avvenuto all’interno di quell’incommensurabile cimitero di cenere, Auschwitz deve restare un monumento intoccabile al dolore, allo strazio e alla morte di più di un milione di ebrei e altre minoranze. Benché protetto a livello internazionale dalla rabbia e dalla pietà che suscita in centinaia di migliaia di visitatori provenienti da tutto il mondo, il campo necessita ovviamente di maggior sicurezza.

Devono provvedervi le autorità polacche ai massimi livelli. Tutto ciò che si trova entro le recinzioni di filo spinato deve restare immutabile e intatto per generazioni e generazioni. Quanto ai ladri, verranno senza dubbio interrogati a lungo da personale specializzato, psichiatri inclusi. Siamo tutti ansiosi di conoscere ogni aspetto della loro personalità, del loro carattere, del loro passato. E di conoscerne l’appartenenza ideologica.

Hanno agito da soli? Appartengono a gruppi neonazisti? Volevano dimostrare qualcosa entrando in possesso dell’insegna, e se sì, che cosa? “Arbeit macht frei” era, ed è ancora, massima espressione di cinismo, inganno e brutalità. Dietro quel cancello il lavoro non portava libertà. Agli ebrei e agli altri portava fatica, umiliazione, fame e morte. Dentro tutto equivaleva alla morte. È questo che il ladro voleva cancellare?

I nemici della memoria, Elie Wiesel, La Repubblica

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