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God bless America

God bless America

In tutti gli Stati Uniti, dopo la strage di bambini nella scuola elementare del piccolo paesino americano del Connecticut, non si parla di altro: della possibilità di ridurre drasticamente la vendita di armi. Per il regista Michael Moore, autore di Bowling for Columbine, “il modo migliore per onorare quei bambini morti è chiedere un rigido controllo sulle armi e un’assistenza psichiatrica gratuita”. Di un team davvero bravo di psichiatri ne avrebbe bisogno, forse, Larry Pratt, direttore esecutivo di Gun Owners of America, che ha contrattaccato sostenendo che più armi avrebbero impedito il massacro. “Leggi federali e statali insieme”, ha spiegato, “fanno in modo che nessun maestro, nessun amministratore, nessun adulto della scuola di Newtown avesse una pistola. Questa tragedia indica l’urgenza di eliminare il divieto di armi nelle aree educative”. Ci auguriamo, caldamente, perciò, che il manager non debba piangere un giorno la morte di un proprio familiare o amico a causa della follia di una persona instabile. Il mondo non può continuare ad essere un arco di guerra, ma deve diventare necessariamente un’arca di pace. Dobbiamo lavorare per la pace, tutti. Non abbiamo altre scelte.

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Quanto vale la vita di un bambino, Barack?

Sono sconvolto. Negli Stati Uniti del riconfermato Presidente  – e Nobel per la Pace – Barack Obama, ieri, in una scuola elementare di un paesino del Connecticut a 130 km da New York, un ragazzo di circa vent’anni ha fatto una strage di bambini. Ne ha uccisi venti. Più altri sei tra docenti, preside e psicologo. Tra le vittime anche i propri genitori. In attesa di conoscere i motivi di questa ennesima follia americana, non essendo la prima volta che si verificano questi massacri dolorosi e inspiegabili, la domanda, retorica e universale allo stesso tempo già formulata miliardi di volte, è: quanti altri bambini e in generale quante altre persone innocenti devono morire inutilmente nel Paese più potente del mondo che pensa di poter “esportare la democrazia” laddove manchi? E’ democratico un Paese dove sono reiterati questi inumani atti terroristici? E’ degno di autorevolezza un Paese in cui tutto il Congresso e la stessa Casa Bianca, praticamente da sempre, a prescindere dal nome del suo inquilino, sono sotto il ricatto delle lobby delle armi? E’ civile una Nazione in cui è più facile, per chiunque, comprare un fucile che una canna da pesca? Quanto vale, negli Usa, la vita di un bambino? Barack, sai dircelo, quanto vale? Vale zero, oggi? O ha il prezzo di una pallottola? La vita di un bambino deve avere un valore inestimabile. I nostri Paesi, da tempo, non sono a misura di bambini. Se sapessimo guardare la realtà con il loro sguardo, con la loro ingenuità e la loro freschezza, con la loro semplicità ed innocenza, saremmo molto meno patetici, ridicoli, bastardi. E faremmo tutto il possibile, e anche l’impossibile, per evitare queste tragedie che non appartengono solo alla comunità americana, ma a tutti quelli che nel mondo sognano un mondo migliore. Oggi il dream americano ha lasciato spazio al peggior incubo che, però, si sta vivendo ad occhi aperti. Occhi tristi e gonfi di lacrime di dolore.

Barack, come on!

“Cambiamento. Vi dirò cosa intendo per cambiamento. Per me la Scuola è l’economia. La Scuola è il futuro dell’economia. Per questo assumerò nei prossimi anni 100 mila insegnanti ed investirò in ricerca ed innovazione”. (Barack Obama, discorso in Ohio)

Democrazia feudale

Questa settimana ricorrono due anniversari importanti: il crollo delle torri gemelle e quello della Lehman Brothers. Fiumi d’inchiostro sono stati spesi per interpretarli, ma forse è ora di smettere di guardare al passato per capire quali sono state le cause. Proviamo invece ad analizzare il presente e il futuro. Chi ha guadagnato da queste tragedie? La risposta è sconcertante: uno stato democratico ha perseguito gli interessi di un’oligarchia di privilegiati, i feudatari della globalizzazione, che detengono il potere economico-finanziario e controllano l’informazione.

In difesa della democrazia feudale statunitense George W. Bush, dopo aver dichiarato la guerra al terrorismo, ha inaugurato la politica della paura. La minaccia di Osama bin Laden è stata ingigantita per giustificare una serie d’interventi armati che non servivano a sradicare la malerba del terrorismo, ma a rilanciare l’egemonia statunitense. A dirigere queste grandi manovre era il vicepresidente Dick Cheney, che lavorava per conto delle lobby petrolifere e militari, e i falchi della destra repubblicana, il nocciolo duro della moderna democrazia feudale. Sono loro i pochi eletti che pagano le costosissime campagne elettorali e che decidono chi entra ed esce dalla Casa Bianca.

Gli esperti, quelli veri, si sono accorti subito che la guerra al terrorismo non aveva nulla a che vedere con gli attentati. La questione delle fonti di finanziamento dei gruppi armati islamici è finita presto nel dimenticatoio. I 150 milioni di dollari congelati dall’11 settembre a oggi sono una cifra irrisoria, e sono soprattutto una frazione infinitesimale di quanto è stato speso per riuscire a racimolarli. Ma l’obiettivo era un altro: fare gli interessi delle lobby vicine all’amministrazione e rilanciare l’America come unica superpotenza.

È bastato poco a raggiungerlo: il prezzo del petrolio è salito alle stelle fino a quota 150 dollari al barile, quasi dieci volte i 18 dollari che costava alla vigilia dell’11 settembre. E le multinazionali del petrolio nordamericane, che l’oro nero non solo lo producono ma lo raffinano e lo commerciano per conto dei produttori arabi, hanno registrato enormi profitti. Anche l’industria della guerra, privatizzata dai predecessori di Bush, va a gonfie vele. Dai contractor – i nuovi mercenari – ai fornitori di armi, uniformi e razioni per le truppe, chiunque avesse un piede nell’arte della guerra ha trovato in Iraq e Afghanistan una vera cuccagna.

I neoconservatori hanno imposto la loro visione del mondo a tutti, anche contro la volontà delle Nazioni Unite. L’Iraq è stato invaso con una coalizione di amici di Bush, non con il consenso dell’Onu.

A tenere alta la paura del terrorismo islamico in casa ci ha pensato la fiorente industria della paura, formata da uno stuolo di professori, diplomatici, intellettuali, giornalisti, ex poliziotti, militari e mercenari diventati improvvisamente tutti “esperti di terrorismo”. Ecco i servi dei feudatari democratici, volti ormai noti che vediamo scorrere sui nostri televisori notte e giorno. Nessuno mette in dubbio le loro parole.

E veniamo al crollo della Lehman Brothers, che appena un anno fa faceva presagire una valanga di fallimenti nelle alte sfere della finanza mondiale. Non è successo niente di tutto questo. Gran parte delle grandi banche americane, con in testa Goldman Sachs, e di quelle internazionali hanno ottenuto profitti da capogiro nel secondo trimestre del 2009. E i bonus per i dirigenti sono stati da record. Naturalmente questo “miracolo” è frutto dei nostri risparmi distribuiti dalle banche centrali.

Una in particolare, la Federal reserve è stata molto generosa: nel settembre 2008 si è battuta contro il congresso americano finché non ha ottenuto un piano di salvataggio per le banche da 700 miliardi di dollari. E guarda caso tra i vincitori della crisi del credito c’è proprio la Federal reserve, un’organizzazione privata e a scopo di lucro, che ha incassato 14 miliardi di dollari di interessi negli ultimi due anni sui soldi dati in prestito agli istituti di credito in difficoltà. E tutti questi bigliettoni verdi non sono finiti nelle casse del tesoro, ma sono e saranno distribuiti come dividendi tra i suoi soci.

Anche i feudi dell’alta finanza hanno il loro peso nell’elezione dei presidenti americani. E Barack Obama lo sa bene. Infatti ha proposto di aumentare i poteri della Fed, ha confermato alla sua guida Ben Bernanke e ha richiamato alla guida dell’economia i falchi della deregulation clintoniana.

Questa lettura dei due crolli ci spinge a pensare che le loro cause siano molto più serie e radicate della follia religiosa di un branco di esaltati arabi o dell’incontrollabile avidità di giovani banchieri rampanti. Né la voglia di tornare a vivere come faceva Maometto né il desiderio di comprarsi una Ferrari bastano a produrre crisi politiche ed economiche come queste. A monte, ahimè, c’è il logoramento delle democrazie moderne e lo spostamento progressivo verso forme di governo premoderne.

Democrazia feudale, Loretta Napoleoni, Micromega

Esiste un "Obama" in Europa..??

Dalla Gran Bretagna, alla Francia, alla Germania, all’Italia si sta scatenando un’estenuante ricerca di un “Obama europeo”, di una leadership che scompagini i vecchi apparati dei partiti di centrosinistra e che rinnovi strategie, tattiche e modi di operare, pensare e parlare. Ricerca al momento vana! In Gran Bretagna, un deputato laburista di colore inglese ha criticato il proprio partito perché non lascerebbe spazio alle minoranze etniche e generazionali per arrivare nei posti di comando, anche se il Labour party è il più rappresentativo rispetto ai conservatori. Il suo “lamento politico” comunque ha già alzato un polverone tra i laburisti, guidati dal “grigio” Gordon Brown, 57 anni, premier con scarso appeal nell’opinione pubblica.
In Francia, i maggiori giornali ( tra i quali spicca Liberation) stanno pubblicando inchieste sul tema, ma sconsolatamente concludono che all’orizzonte non si intravedono nuovi Obama, nonostante la multietnicità della società francese. E intanto la Segolene Royal, 55 anni, già sconfitta da Nicolas Sarkozy, 53 anni, nella battaglia per l’Eliseo, è in testa nelle mozioni per il prossimo congresso del Partito socialista e se la deve vedere nella corsa alla presidenza con altri ultracinquantenni come la Martine Aubry, 58 anni, sindaco di Lille ( e figlia dello storico ex- presidente della UE Jacques Delors), e il sindaco di Parigi Bertrand Delanoe, 58 anni. Ma almeno i francesi hanno stilato un Manifesto bipartisan “per l’uguaglianza reale”, con cui si denuncia la complicata realta’ francese, dalla vita in periferia all’accesso alle università, fino alla visibilita’ delle minoranze nelle sedi istituzionali e, piu’ in generale, nella classe dirigente. Il Manifesto e’ anche un appello a trarre la lezione dal successo di Obama, “in contrasto crudele con i ritardi della societa’ francese”. Un interessante e stimolante programma politico-culturale che ha trovato il pieno sostegno della “premiere dame” Carla Bruni, 41 anni (qualche osservatore d’oltralpe ritiene che dietro a tutto ciò ci sia la “mano invisibile” dello stesso presidente Sarkozy), la quale si è anche tolto lo sfizio di dare una lezione di “bon ton” al nostro Berlusconi in merito alle sue cabarettistiche esternazioni razzistiche su “Obama abbronzato”. In Germania, al momento, sembra già profilarsi un candidato al “Premio speciale per l’Obama europeo”: il forte partito dei Verdi ha infatti scelto come nuovo Co-presidente un eurodeputato di origine turca, ma nato in Germania, Cem Ozdemir, 42 anni. Un primo inizio stimolante, ma la strada per le nuove leadership della sinistra europea è tutta in salita! Anche in Italia ci si interroga su chi potrebbe essere il nuovo “Obama” della politica nostrana. Ma da noi più che inglobare le diversità etniche, culturali e generazionali, si creano muri insormontabili e, tranne qualche eccezione, ai posti di comando nei partiti e nelle istituzioni restano abbarbicati personaggi che potremmo richiamare all’epoca della “Vecchia Prima Repubblica”, anche se con età differenti, che vanno dai 40 ai 70 anni. Da noi, poi, nessuno emigrante, tranne qualche sparuto esempio, può ambire ad entrare in Parlamento, vista anche la legge antistorica e discriminatoria che non permette ancora di considerare a tutti gli effetti italiani gli oltre 650 mila figli di emigranti nati nel nostro paese. Una discriminazione assurda, antistorica, che richiama alla memoria la “legge salica”, che un tempo non permetteva alle figlie primogenite dei regnanti italiani, e non solo, di diventare regine.
Nell’era della globalizzazione, della costante crescita dell’uso delle nuove tecnologiche che hanno contribuito fortemente anche all’elezione di Obama a presidente degli USA, in Italia si vive ancora ai tempi della “proto-storia”, con la scelta dei gruppi dirigenti fatta da strette cerchie oligarchiche sia in politica (dove il sistema delle primarie non è stato ancora accettato del tutto né codificato), sia nel mondo imprenditoriale, sia nei settori nei quali dovrebbero contare solo i curriculum (università, centri di ricerca, ecc.). Qualche acuto osservatore, come Ilvo Diamanti e Tito Boeri, sostiene che neppure la generazione del Sessantotto è riuscita ad imporre nuovi sistemi di selezione né di rappresentanza. Non è così! La generazione del Sessantotto, tranne qualche sparuta eccezione, è stata tenuta lontana dalle “stanze del potere”. Certo, esistevano fino agli inizi degli anni Novanta, i partiti di massa (essenzialmente PCI e DC), oltre ai tre sindacati confederali, che al proprio interno selezionavano le nuove classi dirigenti. Ma il “peccato originale” di essere stati protagonisti del Sessantotto e dintorni ha sempre bloccato le “carriere politiche” di quegli esponenti, sottoposti a veri e propri “esami del sangue”.
Va poi ricordato il clima politico del dopo-Sessantotto, con le stragi di stato, il terrorismo e la potente forza occulta della massoneria segreta, che a tutt’oggi conserva un potere di indirizzo e di discriminazione non indifferenti in molti settori della vita pubblica, istituzionale e lavorativa.
E così si è formato un “tappo” generazionale e culturale, che poteva essere in grado di modificare proprio questo sistema arcaico e autoreferenziale, che di fatto sta precipitando in una degenerazione il sistema politico-economico-sociale del nostro paese.
E nemmeno gli imprenditori sono immuni da questa malattia. Nonostante il ricambio lento, ma più numeroso, dei vertici aziendali e imprenditoriali, la Confindustria e i suoi associati preferiscono cooptare le nuove leve tra i figli, i nipoti e gli apparentati, più che aprire le porte delle loro stanze del potere a giovani energie estranee al “familismo aziendale” (Emma Marcegaglia, 43 anni, e Federica Guidi, 39 anni, sono “figlie di…”, allevate e coccolate nelle aziende dei loro padri e cresciute nelle organizzazioni sindacali giovanili confindustriali).
L’unica anomalia di selezione viene dalla destra berlusconiana e leghista, ovvero dai due “raggruppamenti politici”, sorti sulle ceneri della vecchia partitocrazia della “Prima Repubblica”. La prima sceglie i suoi dirigenti per cooptazione e selezione aziendale, integrandone ai vertici di Forza Italia, ora PDL, alcuni esponenti che provengono dalle frange più estremistiche e anti-PCI del Sessantotto (ironia della storia!). Nella Lega esiste una specie di selezione di stampo sovietico, con la scelta dei leader locali più estremisti, spesso scarsamente “acculturati” ma sicuramente esperti trascinatori demagoghi. Ecco, allora, che i politici del centrosinistra di casa nostra volgono lo sguardo all’estero, innamorandosi di volta in volta di qualche nuovo leader emeregente: ieri Clinton e Blair, oggi Zapatero ed Obama. Uno sport provinciale in cui purtroppo eccelliamo da sempre! Si spera sempre che ad ogni sorgere di nuovi movimenti, da quelli pacifisti nei primi anni Duemila, agli attuali degli studenti universitari (che richiamano molto al primo Sessantotto!) si possa trarre nuova linfa per rinnovare i partiti della disastrata sinistra, riformista e radicale che sia. Speriamo che stavolta qualcosa si smuova! Ma non sarà facile, perché in realtà non esistono sistemi di selezione né è terminata la cronica malattia di cooptare i più fedeli, i replicanti, o di fare spazio ad espressioni neo-corporative del tipo: i giovani, le donne, gli imprenditori, gli intellettuali, i conduttori TV, gli sportivi, e chi ne ha più ne metta.
Tramontate le scuole di partito e del sindacato, strappati i rapporti di interconnessione tra vertici nazionali e locali con le “realtà sociali” e locali, dalle quali un tempo si sfornavano dirigenti espressione di lotte o di movimenti e associazioni spontanee, la sinistra tutta deve attrezzarsi a ricercare le nuove leve con tecniche anche sperimentali. Intanto, facendo ricerche sui siti informativi dei tanti movimenti spontanei e autonomi dai partiti, ma anche sui public network, come Facebook o My space, dove si trovano blog e siti autogestiti e dove soprattutto le nuove generazioni “si parlano e mostrano” al pubblica le loro idee. Poi ci sono le ricerche sul territorio, all’interno di lotte specifiche e magari lontane dalle grandi emergenze nazionali: le battaglie dei ragazzi contro le tante mafie, i gruppi impegnati nel volontariato a favore degli emarginati ( che siano clochard, nomadi, extracomunitari, drogati, ecc..), i giovani delle Università in rivolta, i delegati sindacali di base nelle realtà lavorative, da quelle precarie come i call-center e altri servizi, a quelle più “storiche” (le fabbriche metalmeccaniche, ma anche nel commercio e nell’agricoltura). Finora, invece, la sinistra tutta si è basata ancora sulla scelta di chi si avvicinava alle loro organizzazioni, magari durante le campagne elettorali o le primarie, fino a proporre esempi disastrosi come stage o scuole estive sul tipo dei Master americani. Appunto “americanate”! Trasparenza, meritocrazia, dirittto uguale per tutti alla scuola pubblica, compresa l’Università, lotta alle baronie, erano alla base dei movimenti studenteschi del Sessantotto alle origini, come lo sono ora con questa “Onda”. Facciamo in modo che da questa occasione storica ne derivi una nuova classe dirigente.

Chi l’ha visto? Alla ricerca dell’Obama in Europa, Gianni Rossi, Articolo 21

Offesi e insultati..

Purtroppo ogni giorno siamo costretti ad assistere avviliti, neanche dovessimo espiare chissà quale colpa per questa imperitura tortura morale alla quale è sottoposta la nostra dignità, alle vergognose e pessime figure che, per conto e per voce del nostro attuale Premier, l’Italia sta facendo all’estero e la cui credibilità, onorabilità e reputazione istituzionale si affievolisce giorno dopo giorno.

Di ritorno dalle mie vacanze estive da Stoccolma, ebbi il piacere di condividere in questo blog, nonostante l’amarezza dovuta alle esclamazioni usate, quale fosse una delle immagini che maggiormente mi aveva colpito tra le tante usate dalle persone con le quali ebbi modo di confrontarmi: “L’Italia oggi è il giardino nel quale caca Berlusconi!

Ci restai malissimo, perchè l’Italia è anche mia ma non potetti, oggettivamente ed onestamente, controbattere di fronte a questa pallida ma incontrovertibile verità.

Da allora sono passati pochi mesi e il copione è sempre lo stesso, con questo millantatore e acclarato buffone che vive della “politica – spettacolo – cabaret” dove lui fa la parte del leader o meglio del capocomico.

Se di Gasparri e della sua infirmità morale abbiamo parlato a sufficienza e oggettivamente non c’è molto altro da aggiungere, sul nostro Premier delle cui “chiacchiere da bar” faremmo volentieri a meno e delle quali siamo tutti o quasi esausti, con sacrificio immane, abbiamo sempre qualcosa da aggiungere.

L’ultima perla di saggezza, riportata da quasi tutti i giornali italiani, con difficoltà per quelli allineati al Suo pensiero, riferendosi ancora a Barack Obama, durante una visita a Mosca, è la seguente: “Barack Obama è bello, giovane e abbronzato“. Commentando poi l’ondata polemica che si è alzata a seguito di questa sua esclamazione, ha aggiunto che «Era una carineria. Se scendono in campo gli imbecilli [cioè tutti quelli che fanno notare le sue idiozie] allora è finita».

Ora non voglio entrare nel merito della polemica e dire se la ritengo una semplice gaffe o una ennesima caduta di stile che rivela un imperante e strisciante razzismo o qualsiasi altra cosa, e senza voler fare obbligatoriamente l’avvocato del diavolo, ma soltanto la persona che non si lascia condizionare dalle dicerie vacue dette da quelli “della sinistra”, mi permetto di far presente che Obama ha vinto non solo con idee kennedyane rigenerate e contestualizzate alla Società di oggi, ma stravolgendo quell’idea di psicopolitica con la quale stiamo sprofondando nel baratro della recessione economica tutta poggiata su termini quali “paura”, “fallimento” e simili (che ovviamente creano ansia ed allarmismo), puntando invece con convinzione e coraggio su parole magiche come “cambiamento”, “fiducia”, “speranza”.

In italia, gli omologhi democratici veltroni rutelli finocchiaro e company non avendo l’elasticità mentale, il rigore morale e lo spessore culturale per provare ad invertire le cose, non capiscono una cosa basilare, semplice. Se restassero in silenzio per alcuni mesi, senza enfatizzare e senza rintuzzare avidamente ogni singola “boiata” proveniente dal “principale esponente del partito a noi avverso”, loro non vincerebbero. Stravincerebbero. Come Obama.

Invece parlano.

E non fanno che alimentare il gioco del piduista e del presunto corruttore, non fanno che contribuire a picconare con la loro collettiva ed empia condotta sulla credibilità e sull’onorabilità all’estero del nostro Paese.

Perchè in fondo “L’Italia oggi è il giardino nel quale caca Berlusconi!”

E a tutti sta bene cosi!

Parola agli esperti..

Mi sarei quasi stupito se a seguito della vittoria straordinaria di Barack Obama i nostri politicastri da strapazzo avessero mantenuto il silenzio.

Infatti non è stato cosi.

E si sono sprecate le fesserie, le frasi di circostanza, i complimenti ipocriti e retorici che ci si scambia ad alti livelli istituzionali e quanto di più meschino ci possa essere.

Sarebbe facile, ora, ironizzare sulle frasi del Premier (“Potrò dargli qualche consiglio vista la mia anzianità” [ma chi li vuole?] e altre amenità che solo “un tarocco” del genere può pensare), ma attraverso la seguente riflessione, tratta dall’Espresso, dal Blog di Alessandro Giglioli, mi concentro su quanto detto da Maurizio Gasparri, capogruppo al Senato del Pdl, secondo il quale, con la vittoria di Obama, “Al Qaeda ora forse è più contenta“.


“Mi rendo conto: occuparsi di Gasparri dopo quattro giorni passati a parlare di Obama è un po’ come dover correre improvvisamente in bagno con l’intestino dolorante durante la prima notte con la nuova fidanzata. Quindi chiedo scusa per il brusco salto. Tuttavia tocca far notare che Lawrence Wright, vincitore del premio Pulitzer con il libro su Al Qaeda “The Looming Tower” – insomma uno che di terrorismo islamico capisce giusto un filo più di Gasparri – ha detto, tu guarda, che Bin Laden avrebbe preferito McCain.”

Nothing is impossible




Grazie.
Semplicemente Grazie.

Grazie perchè ci ricordi quanto sia profumata e meravigliosa la Democrazia.
Grazie perchè ci insegni che niente è impossibile quando si posseggono valori e virtù preziose.
Grazie perchè ci illumini con il tuo coraggio e la tua tenacia.
Grazie perchè sarai il cambiamento che abbiamo sempre sognato di poter vedere e vivere.

I have a dream..

«I have a dream: that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: “We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal”»

«Ho un sogno: che un giorno questa nazione si sollevi e viva pienamente il vero significato del suo credo: “Riteniamo queste verità di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali”»

Martin Luther King quando donò al mondo queste parole nel 1963 non poteva immaginare che dopo 45 anni, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, un uomo di colore sarebbe stato tremendamente vicino a diventarne il Presidente.

E in questo messaggio, personalmente, ritrovo non solo quello che è stato il messaggio principale che Barack ha voluto trasferire in questi 21 mesi di campagna elettorale nei quali ha dimostrato quanto, più di altri, sia l’erede politico di Robert Kennedy.

Ossia di un uomo che faceva dei Diritti, della Pace, della Solidarietà, dell’Uguaglianza, della Giustizia il suo credo e il suo vangelo e che in nome di essi è stato ucciso perchè troppo ostile al modello di sviluppo americano che alcune multinazionali volevano imporre attraverso la loro morbosa e intollerante egemonia economica.

Un uomo che è entrato nel cuore della gente non perchè fosse migliore (probabilmente lo era) ma perchè era semplicemente diverso, diverso da tutti quelli che si volevano riconoscere in una omologazione di massa, diverso da quelli che idolatravano il Pil degli Stati Uniti ritenendolo soltanto un parametro finanziario e non un indice della vita da rinvigorire con la felicità, con la speranza di un domani migliore e più a misura d’uomo per tutti.

Barack, per molti, ha ereditato non solo queste caratteristiche e queste virtù ma le ha contestualizzate alla Società di oggi, una società che per quanto sia multirazziale è anche vergognosamente razzista, ostile a chi è Diverso, dove la diversità non è vista come una risorsa da valorizzare e da cui cogliere degli insegnamenti ma come una piaga da estirpare e da debellare.

Una Società, quella americana, che funge da cartina tornasole perchè racchiude gli spettri e i colori che poi divampano nelle società di tutto il mondo.
Una Società che se avrà il coraggio e la voglia di cambiare aiuterà lo stesso Mondo a cambiare e a rigenersarsi, a investire su se stesso, a progredire nello sviluppo umano e sociale piuttosto che in quello economico e finanziario non più sostenibile da nessun punto di vista e tollerato soltanto da quei multimilionari evasori che gestiscono spregiudicate lobby e poteri politici.

Obama è il cambiamento, è la speranza che si lasci la strada intrapresa che porta al fallimento e si inizi a percorrere con ottimismo e fiducia quella di una nuova stagione nella quale non ci siano più Guerre, che non si muoia in alcune parti del mondo ancora per una dissenteria o perchè manca acqua potabile o perchè si vive con meno di 2 dollari al giorno, che il Bene comune sia quello che tutti ricercano e verso cui tendono i nostri rappresentanti con onestà e lealtà, che si perdano tutte le cattive abitudini di questi ultimi decenni investendo energie positive in nuovi modelli di vita non impregnati soltanto sulla filosofia della crescita e dello sviluppo che poi producono crisi economiche impressionanti.

Non so ancora se Obama vincerà o se alla fine i venti milioni di indecisi sposteranno l’ago della bilancia sul suo rivale Mc Cain, ma mi auguro solo che non si ripetano i brogli mafiosi, avvenuti in Florida, che hanno portato all’elezione George Bush 8 anni fa poi denunciati anche nel film di Michael Moore Fahrenheit 9/11.
Perchè qui, se fossi americano, esorterei tutti a riflettere sul fatto che non si tratta di scegliere soltanto tra un democratico e un repubblicano, ma si tratta di scegliere quale futuro vorremmo per noi e per i nostri figli e per quelli che con noi consumano la quotidianità.

E mi auguro, infine, che una eventuale affermazione del senatore dell’Illinois Barack Obama (arrivato alla soglia della Casa Bianca dopo regolari e democratiche primarie nelle quali ha stravinto, cosa che noi sfigati fighetti italiani ci possiamo solo sognare dalla nostra posizione “pecorina”..) porti un “terremoto politico” anche dalle nostre parti..

Nel frattempo di scoprire domani come si sveglierà il mondo e quali pagine cominceranno ad essere scritte, non mi resta che incrociare le dita e gridare con speranza fiducia ed entusiasmo

Come on Barack..

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