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Brindisi Capitale dell’Antimafia

La Scuola di Formazione Politica “Antonino Caponnetto” di cui sono tra i soci fondatori e di cui mi onoro di far parte, anche come referente della Provincia di Bari, ieri sera, presso il Teatro Verdi di Brindisi, con uno splendido concerto sinfonico realizzato dall’Orchestra Giovanile del Conservatorio di Lecce, ha inaugurato la rassegna Brindisi Capitale dell’Antimafia. Tre settimane di appuntamenti fitti, uno meglio dell’altro, fino al prossimo 20 ottobre. Ecco il programma di Brindisi Capitale dell’Antimafia. Di  seguito, invece, il commento a caldo che ho condiviso con chi non ha partecipato o è geograficamente distante.

Ieri sera, a Brindisi, grande serata. Da incorniciare. Anche se, in questo caso, l’opera d’arte che abbiamo avuto il privilegio di ammirare è stato il Concerto – qui l’esecuzione del Danubio Blu di Strauss – dell’orchestra giovanile del Conservatorio di Lecce. A dimostrazione di come nel nostro mezzogiorno, spesso vituperato in ragione di perniciosi luoghi comuni oltre i propri cronici vizi e difetti, ci siano molti talenti e di come sarebbe virtuoso valorizzarli. Brindisi Capitale dell’Antimafia si preannuncia, quindi, come una grande rassegna. Le ho chiamate, nel mio piccolo, sperando di non aver impiegato un termine poco appropriato, le “Olimpiadi dei Diritti”: ogni giorno, infatti, osservando il fittissimo programma, ci sarà una occasione propizia per ascoltare, per pensare, per capire, per crescere. Giovani e diversamente giovani. Il diritto a un futuro diverso, per noi e le prossime generazioni, non si può, sapete bene, solo evocare, ma occorre costruirlo giorno per giorno, con tenacia e passione, con umiltà e determinazione. In ogni ganglio della nostra società. Da tempo, a Brindisi, questo lavoro lo si sta facendo nel migliore dei modi, nonostante alcune oggettive difficoltà di carattere sociale-culturale-politico. Giunga, pertanto ed infine, ancor più vigoroso il mio ringraziamento a Nando, a Sandro e a tutti gli altri amici di Brindisi, “partigiani della Costituzione” della Scuola Caponnetto, per cosa hanno realizzato e per il loro spirito che per noi più giovani non può che essere di esempio. Oggi, poi, che gli esempi e le persone esemplari, purtroppo, scarseggiano. Perché manca il coraggio, la capacità di agire col cuore, disinteressatamente. Brindisi Capitale dell’Antimafia. Per noi e per l’Italia. Per ricominciare a sognare. In musica, e non solo.

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La mafia pugliese è (pure) piromane

Nuovo, ennesimo, atto intimidatorio contro la Cooperativa di Libera Terre di Puglia che agisce nel brindisino sui beni confiscati alla Sacra Corona Unita. Questi infami non fermeranno la nostra voglia di libertà, di legalità e di giustizia sociale. Un caro e saldo abbraccio di pace ad Alessandro, il responsabile della suddetta cooperativa sociale.

I terreni seminati a grano affidati alla cooperativa Libera Terra Puglia sono due: il primo di circa sei ettari e il secondo di circa quattro ettari. A prendere fuoco è stato il primo appezzamento, quello più grande, dove erano stati stimati non meno di 200 quintali di grano che doveva esser trebbiato tra qualche giorno per produrre i i taralli a marchio “Libera Terra”. Le fiamme non fermeranno il riscatto della legalità anche perché non si deve cedere alle eventuali intimidazioni di quanti credono con la violenza di seminare paura. A Mesagne da tempo è stata seminata la speranza e il raccolto continuerà a essere fruttuoso. Da tempo in questo territorio sono ben radicati gli anticorpi sociali pronti a rispondere sempre con attenzione e corresponsabilità a qualsiasi atto intimidatorio. Coltivare e produrre sui terreni confiscati ai mafiosi e creare lavoro libero dalle mafie rappresenta il più grande schiaffo alla criminalità organizzata e a chi la copre. Noi continueremo in quel territorio a coltivare la speranza, la freschezza di prospettive fondata su lavoro vero, tenace e concreto.

Dubbi sul presunto attentatore di Brindisi

Giovanni Vantaggiato, il presunto autore dell’attentato (che alcuni giornalisti e Bruno Vespa hanno già processato e condannato) di Brindisi del 19 maggio scorso (il mio racconto di quella giornata) in cui morì la sedicenne Melissa Bassi, oggi pomeriggio, nell’interrogatorio di convalida del suo arresto davanti al Gip del Tribunale di Lecce, avrebbe ribadito di aver fatto tutto da solo aggiungendo qualcosa sul movente e dando una motivazione più plausibile del «ce l’ho con il mondo intero» dichiarato mercoledì scorso, quando è stato fermato. Ora, a prescindere dalle dichiarazioni di sorta, e senza voler fare la parte dell’esperto di mafia o di complotti (che non sono, pur avendo letto abbastanza negli ultimi anni), a me restano moltissimi dubbi che proverò ad elencare sinteticamente, fermo restando che vorrei essere presto smentito per le mie tesi.

Possibile che un piccolo imprenditore/benzinaio esperto di elettronica e di esplosivi da solo prepari tre bombole (che proprio leggerissime non sono, suppongo) e sempre da solo poi le trasporti sul luogo dell’attentato “soltanto” per una vendetta personale o perché “ce l’ha con il mondo intero”? Non in un giorno qualunque, ma proprio nel giorno in cui è previsto a Brindisi il passaggio della carovana antimafia dell’associazione Libera di Don Luigi Ciotti? Ed è sempre un caso che siano colpiti alcuni simboli come una Scuola, una Donna e una Giovane, che nel Mezzogiorno rappresentano quasi esclusivamente gli unici presidi di educazione alla legalità e all’ impegno civile contro ogni forma di illegalità? E non è quantomeno strano che l’attentatore che pare volesse colpire il Tribunale, sempre per la sua vendetta personale contro la “malagiustizia”, poi si accanisca contro la scuola dedicata a Francesca Morvillo-Falcone? E, infine, non è inquietante che contestualmente all’interrogatorio di giovedi il Capo della Polizia, dott. Manganelli, dichiari che “la mafia non è oggi in condizione di porsi in contrasto con lo Stato”, dopo il tentativo del neosindaco Consales, all’Infedele di Gad Lerner di qualche settimana fa, di provare a convincere non si sa chi che la mafia a Brindisi non c’è e che queste stragi nella sua città non possono avvenire?

Chi conosce il presunto attentatore ha dichiarato, con grande cautela, che le sue reticenze e i suoi silenzi potrebbero servire per coprire qualcuno. Il complice o il mandante. E queste possibilità, infatti, non sono affatto escluse dal Procuratore della Repubblica di Lecce e Capo della Dda salentina, Cataldo Motta, bravissimo magistrato che conosce perfettamente il suo mestiere, il quale, del resto, ancora non ha chiuso le indagini e non ha commentato in alcun modo le uscite tanto di Manganelli quanto del Primo Cittadino. E non mi stupirei affatto, perciò, se fosse effetivamente cosi, se si scoprisse dietro questa tristissima vicenda un ennesimo depistaggio di Stato, essendo la Storia d’Italia densissima di depistaggi e di sabotaggi, spesso co-organizzati da componenti infedeli delle Istituzioni che, mediante precisi simboli e segnali, comunicano con quegli apparati anche della politica, con l’intento da un lato di generare paura nell’opinione pubblica dall’altro di preparare il terreno a quella che sarebbe la “Terza Repubblica”.

Era un giorno come gli altri, sabato..

A Brindisi, come a Bari, come in tutta Italia. Poi è successo qualcosa di inspiegabile. Un qualcosa che ancora oggi non ha un nome preciso – nè voglio aggiungermi alla lunga schiera di opinionisti che blaterano retoricamente senza comunicare nulla, se non tutta la loro stupidità – ma il cui effetto non sarà facilmente dimenticato. Melissa Bassi, una ragazzina di 16 anni di Mesagne, è stata uccisa – è stato detto in questi giorni – dall’esplosione di alcune bombole di gpl. All’ingresso della sua scuola, l’istituto femminile “Francesca Morvillo – Falcone”. Sabato pomeriggio, gonfio di dolore e di stupore, con Leo e suo fratello, sono andato a Brindisi, per partecipare alla manifestazione spontanea che era stata velocemente convocata e che ha visto presenti migliaia di cittadini provenienti da tutta la Puglia, soprattutto giovani e giovanissime. Quello che segue è il mio racconto, scritto ieri mattina per Giù al Sud, una volta recuperata in parte la lucidità smarrita.

Non si può morire andando a scuola. Non dovrebbe avvenire questo, in un Paese “normale”. Ma l’Italia ha smesso di essere un Paese normale, da tempo. O forse mai lo è stato davvero. Chi è stato ad uccidere Melissa e a ferire altre nove persone sabato mattina all’ingresso dell’Istituto femminile “Francesca Laura Morvillo – Falcone”? Chi è Stato? È questo il rabbioso interrogativo che ha dipinto il volto delle migliaia di persone che hanno affollato Piazza Vittoria per esprimere solidarietà alle famiglie delle vittime o semplicemente per gridare tutto il proprio sdegno. Brindisi è una città “liquida” da anni. E non perché ci sia il mare. Perché ci sono un mare di contraddizioni che la rendono un luogo difficile da amare, spesso pure per gli stessi brindisini. La città, infatti – potrò sbagliare – ma sembra la Corleone degli anni ’70. Il puzzo della mafia – che per alcuni continua a non esistere – ha avvelenato l’aria, ha corroso i polmoni, ha confuso e ottenebrato le menti di intere generazioni che sono oggi diventate classe dirigente di un non-luogo dove vige imperante il potere dell’anti-parola. Del silenzio. Dell’omertà. Dell’indifferenza. La parola usata, piuttosto, come arma per intimidire chi in questi anni ha reagito, come i ragazzi eccezionali della cooperativa di Torchiarolo “Libera Terra” (i cui terreni sono stati incendiati più volte negli ultimi anni) operante in uno dei beni confiscati alla Sacra Corona Unita dove la parola diventa ogni giorno un seme di speranza con il sogno di raccogliere il frutto del cambiamento. Parole che diventano, però, sempre più spesso, lance pronte a trafiggere i sogni innocenti di quei giovani adolescenti del cui presente e futuro non ci interessiamo a sufficienza. Saette scagliate – come ha ricordato dal palco il “partigiano della legalità” Don Luigi Ciotti – da una classe politica e dirigente locale e nazionale che non sa più far emozionare perché ha bandito il senso di responsabilità e il senso del dovere dal proprio vademecum comportamentale. Che non è credibile, che non è foriera del buon esempio, che si è spogliata della moralità, che non ha coraggio. “Coraggio”: che parola meravigliosa. Cor-agium. Agire col cuore. In quanti oggi operano lealmente col cuore, issandosi arbitrariamente sul piedistallo della buona politica? Sono anni che a tutte le latitudini si violenta l’arte della politica parlando alla pancia e alla testa delle persone, come se fossimo non individui, ma clienti di un megastore da appagare con una miriade di illusioni. Ci si sta svegliando, temo, da questa Utopia nel modo peggiore. Con una voglia, oggi meno secretata che mai, di violenza. Sta esacerbando l’intolleranza verso chi profetizza un avvenire che non lo riguarda. Il passo dalle illusioni alle delusioni è assai breve. Dopo la delusione c’è la rabbia. C’è l’odio. Proprio quei “sentimenti” che con preoccupazione sincera ho percepito negli sguardi, soprattutto giovani, dei ragazzi e ragazze scesi in piazza e giunti in poche ore da tutta la Puglia. Occhi e sguardi, compreso il mio, che hanno versato lacrime dolorose. Tante. Per una famiglia che ha perso l’unica figlia che aveva, con una brutalità incredibile. Per un Paese che, giorno dopo giorno, sempre più, uccide se stesso. Un Paese dove pullulano i caini e i giuda. Da sempre. Un Paese che sa unirsi nelle sue sconfitte. Quando si oltrepassa la soglia dell’umanità. Quando viene crocifissa la dignità degli innocenti. È un Paese, il nostro, sfigurato, avendo sciolto nell’acido dell’illegalità il dono della democrazia. E dell’uguaglianza. Al mondo che ci irride mostriamo nient’altro che una maschera. Incapaci di svelare i segreti e i misteri che da decenni tengono l’Italia sotto ricatto. Incapaci di pretendere verità e giustizia. È un Paese sorto sul sangue dei giusti. È un Paese che non è Stato. Chi è Stato? Siamo Noi. Siamo stati anche noi meridionali, prima ancora di noi italiani, ad uccidere la piccola Melissa. Perché non siamo stati abbastanza vivi in tutti questi anni. Perché fino ad oggi non siamo stati artefici del nostro destino. Lo abbiamo delegato prima a quella che chiamiamo Repubblica e poi a quella che chiamiamo Mafia. Ma, da queste parti, talvolta, sono le due facce della stessa medaglia. Non siamo mai stati capaci di costruire un futuro improntato al rispetto di se stessi e degli altri, basato sulla cultura della prossimità e della solidarietà, della legalità e della responsabilità. Individuale e collettiva. E’ stata la mafia? E’ stato un atto terroristico? E’ stato il gesto isolato di un folle? Saperlo, oggi, cambierebbe qualcosa? Forse cambierebbe per il Ministro Cancellieri che, da quanto si apprende dagli organi di stampa, ritiene che la vicenda possa essere risolta con 200 poliziotti e investigatori in più, come se fosse soltanto un problema di ordine pubblico. Forse cambierebbe per quel giornalismo pietoso e vergognoso che vive di sensazionalismi e di spettacolarizzazioni del dolore, spingendo i lettori ad essere il pubblico di un teatrino del grottesco dove non si rappresentano le verità, ma le opinioni di sciacalli che puntano a non far emergere i giusti quadri conoscitivi della nostra realtà sociale cosi complessa. Il problema, pertanto, è, per me ma posso sbagliare, ancora una volta culturale e politico. Colpire, nel Sud, una scuola ha un significato preciso. Colpire, nel Sud, un giovane ha un significato preciso. Colpire, nel Sud, una donna, soprattutto, ha un significato preciso. Le donne, le giovani donne meridionali, in particolare, in questi ultimi anni, spesso iniziando proprio dai percorsi di educazione alla legalità avviatisi in tantissime scuole, rappresentano e simboleggiano perfettamente il cambiamento ineludibile e necessario che sta investendo quel Mezzogiorno che vuole crescere, che vuole correre verso il futuro consapevole dei propri talenti, che vorrebbe raccontarsi in modo diverso per poter scrivere un’altra Storia. Un meridione che vorrebbe diventare, con merito, la locomotiva della Prossima Italia. Trasparente ed onesto. Appassionato ed entusiasta. Dove il terrore collettivo creato ad arte non si insinui nell’anima di chi vorrebbe essere un costruttore di pace e non un portatore di guerra e di odio. Chiunque voi siate e qualunque sia la ragione di questo attentato alla nostra speranza, non ci fermerete. Trasformeremo in energia positiva e propositiva tutto questo immenso dolore e questo senso profondissimo di smarrimento. Imparando a governare meglio i nostri istinti e le nostre pulsioni. Tipiche di chi ha conosciuto la morte. Ma tipiche di chi dalle ceneri sa e vuole risorgere. Per noi stessi, per le nostre comunità. Per il nostro Paese. L’Italia. Con la speranza che diventi finalmente Stato.

Il carbone di Enel causa una morte prematura al giorno

E’ questo il dato agghiacciante diffuso da Greenpeace, sulla base di una serie di rilevazioni condotte in tutta Italia, dopo lo studio commissionato ad un ente di ricerca indipendente olandese. Come rivela, poi, Cianciullo nel suo blog, particolarmente critica è la situazione di Brindisi.

Il carbone di Enel causa una morte prematura al giorno in Italia e fa danni per 1,8 miliardi di euro l’anno. Secondo lo studio, gli impianti a carbone di Enel hanno provocato 366 morti premature nel 2009, che potrebbero diventare 500 all’anno se l’azienda metterà in atto il suo piano di espansione con le centrali di Porto Tolle e Rossano Calabro.

La centrale termoelettrica dell’Enel di Brindisi Sud, nel solo 2009, ha prodotto danni sanitari, economici e ambientali stimabili tra i 536 e i 707 milioni di euro. Enel è il principale produttore di elettricità con il carbone in Italia: genera circa il 70% dell’elettricità realizzata con questa fonte.

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