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Io So.. E quindi non dimentico..

Il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, il 3 settembre del 1982, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente della scorta Domenico Russo, viene barbaramente ucciso da alcuni boss e sicari della già potentissima organizzazione criminale siciliana, meglio nota con il termine di “Cosa Nostra”.

Nell’82 non ero ancora nato, ma di quegli anni cosi intensi e cosi struggenti, cosi desolanti e cosi ignobili per il nostro Paese, ho imparato a conoscerne gioie e soprattutto dolori, leggendo, negli anni, tantissimi articoli, notizie, appunti, cercando di colmare quel “vuoto storico” che non so se sarò mai in grado di realizzare pienamente.

Pensando ieri alla giornata di oggi e a cosa avrei mai potuto scrivere per ricordare degnamente un uomo straordinario come il Generale, un precursore moderno di quella che sarebbe diventata la “vera antimafia sociale” (oggi sabotata deplorevolmente da quella istituzionalizzata e politicizzata a causa dei meschini interessi che si nascondono nel silenzio e in certe complicità..), con il mio cuore che era fagocitato da emozioni e timori non volendo che mie semplici ed umili riflessioni avessero il contorno della banalità e della pateticità.

E, alla fine, avendo da circa un anno l’incredibile e straordinario onore, oltre che piacere, di conoscere personalmente il Prof. Nando dalla Chiesa, con il quale condivido l’esperienza della Scuola di Formazione Politica Antonino Caponnetto, lui come Presidente e io come semplice Socio, penso che non ci possa essere modo migliore per ricordare un uomo dalla purezza umana esemplare oltre che inemulabile rigore morale, anche alla luce di quali siano oggi i modelli culturali e morali a cui la società nostrana tende ad ispirarsi bastardamente, come il Generale Dalla Chiesa che condividere con Voi tutti alcuni frammenti e stralci che Nando ha inserito nello scritto “Delitto imperfetto. Il generale, la mafia, la società italiana” (Editori Riuniti)

Se è vero che esiste un potere – disse ai primi di maggio, in occasione della festa dei Maestri del lavoro – questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle leggi; non possiamo oltre delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti. Potere può essere un sostantivo nel nostro vocabolario ma è anche un verbo (…). Potere; l’ho sentito questo verbo. Ebbene io l’ho colto e lo voglio sottolineare in tutte le sue espressioni o almeno quelle che così estemporaneamente mi vengono in mente: poter convivere, poter essere sereni, poter guardare in faccia l’interlocutore senza abbassare gli occhi, poter ridere, poter parlare, poter sentire, poter guardare in viso i nostri figli e i figli dei nostri figli senza avere la sensazione di doversi rimproverare qualcosa, poter guardare ai giovani per trasmettere loro una vita fatta di sacrifici, di rinuncia, ma di pulizia, poter sentirci tutti uniti in una convivenza, in una società che è fatta, è fatta di tante belle cose, ma soprattutto del lavoro, del lavoro di tanti, operai, impiegati, dirigenti, che qui oggi (…) rappresentano gli angoli più remoti di questa Sicilia, che vuole essere buona, che vuole essere sana, che vuole essere difesa, vuole progredire, non può restare vittima di chi prevarica, di chi attraverso il potere lucra. E occorre che tutti, gomito a gomito, ci sentiamo uniti, perché anche chi è animato da entusiasmo, anche chi crede, come crede colui che in questo momento vi sta parlando, ha bisogno di essere sostenuto, di essere aiutato, di sentire di vivere in mezzo a chi crede perché, tutti credendo, possiamo raggiungere la meta che auspichiamo: la tranquillità, la serenità“.

Rivolgendosi poi al giovanissimo Nando che evidentemente gli chiedeva le ragioni per un Impegno cosi accentuato e rigoroso (per uno Stato che si sarebbe rivelato oltre che ingrato anche responsabile della sua fine..), andando anche oltre l’ineusaribile Senso del Dovere e Senso dello Stato che soltanto i Giusti sentono di possedere e di poter trasferire con il medesimo amore con cui loro lo vivono, disse, con la dolcezza di una carezza e con l’affetto tipico di un Padre:

Nando, ci sono cose che non si fanno per coraggio. Si fanno per potere continuare a guardare serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei propri figli. C’è troppa gente onesta, tanta gente qualunque, che ha fiducia in me. Non posso deluderla.

Il Procuratore Capo di Torino, Giancarlo Caselli, all’epoca magistrato a Palermo, ricorda l’intervista che il Generale rilasciò a Giorgio Bocca, poco prima di morire, rimasta famosa per l’assoluta lungimiranza dei contenuti, ovviamente, suo malgrado, ancora attualissimi:

“Ho capito una cosa molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi caramente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati”. In altre parole, se i diritti fondamentali dei cittadini non sono soddisfatti, i mafiosi li intercettano e li trasformano in favori che elargiscono per rafforzare il loro potere. Così la mafia vince sempre. E i mafiosi ne sono ben consapevoli. Lo ha spiegato con cinica brutalità – in un colloquio con un magistrato di Palermo – il boss Pietro Aglieri: “Vede, dottore, quando voi venite nelle nostre (sic) scuole a parlare di legalità e giustizia, i nostri (sic) ragazzi vi ascoltano e vi seguono. Ma quando questi ragazzi diventano maggiorenni e cercano un lavoro, una casa, assistenza economica e sanitaria, a chi trovano? A voi o a noi?”

Il Procuratore Capo Caselli, insieme all’ottimo Procuratore Aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato, che ha curato il processo proprio contro l’omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, non si stanca, da anni, di ripetere che certe Verità sono custodite gelosamente (sarebbe ormai il caso quasi di pretenderle) dal Senatore a Vita Giulio Andreotti (probabilmente ricompensato con tale onorificenza proprio per la sua fedele ed imperitura, ad oggi, omertà e mai sbiadita connivenza, come da sentenza) che era l’indiscusso leader della Democrazia Cristiana in Sicilia proprio in quegli anni bui e tremendissimi nei quali la piaga del Terrorismo (in tutta italia, proprio con l’aiuto e l’opera instancabile e fondamentale del Generale Dalla Chiesa) era stata da poco rimarginata e dove, appunto in Sicilia, ci si stava preparando ad altre “stagioni della tensione” che sfocieranno in altri delittuosi omicidi come quelli di Pio La Torre, Rocco Chinnici e poi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino..

Dice ancora Nando, parlando del padre :

Sono stato da Andreotti e quando gli ho detto tutto quello che so dei suoi in Sicilia è sbiancato in faccia“.

Tra i “suoi in Sicilia” il già citato sindaco Nello Martellucci, il segretario regionale Rosario Nicoletti, il Presidente della Regione Mario D’Acquisto. Nonché Salvo Lima e Vito Ciancimino, entrambi, già allora, ospiti fissi degli atti della Commissione Antimafia, nonostante il primo continuasse ad essere l’uomo più potente della parte occidentale dell’isola e il secondo rivestisse la carica di responsabile democristiano per gli enti locali di Palermo.

E che cosa si potrebbe pensare, oggi, di quando il Presidente del Consiglio Spadolini si rivolse a lui, al figlio dell’assassinato, e dopo aver definito la lotta alla mafia una lotta contro i “poteri invisibili” ammonì: E’ ingiusto criminalizzare interi partiti e intere correnti di partito; è ingiusto e grave, abbandonarsi a impostazioni manichee, è pericoloso, oltre che ingiusto, abbandonare i confini ed i metodi della lotta politica anche aspra per aprire “questioni morali”, che, se non rigorosamente provate e se artificiosamente generalizzate, possono solo determinare pregiudizi e sospetti tra le forze politiche tali da impedire di colpire i veri responsabili“??

Oggi, 3 settembre 2009, dopo 27 anni di menzogne e di falsità, oltre che di colpevoli silenzi, nel corso dei quali noi cittadini siamo stati inconsapevolmente complici di questa efferatezza con la nostra indifferenza e mancata voglia di accertare la Verità, continuiamo ad assistere impotenti senza alcuna reazione, nè di orgoglio nè di dignità, davanti non tanto al “discutibile” Presidente del Senato Schifani (noto per essere stato in affari da giovane con il boss mafioso di Villabate Nino Mandalà), quanto piuttosto alle dichiarazioni di oggi del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che parla di un “sacrificio che deve restare vivo nella memoria di tutti imponendo una nuova vigilanza contro le persistenti forme di infiltrazione della criminalità organizzata” che reputo sconcertanti e altamente ipocrite perchè rivelano l’ennesima pugnalata ad un servitore dello Stato, uno dei tantissimi che è caduto negli ultimi 18 anni, del quale ogni giorno, eccetto gli anniversari, ci si dimentica e della cui memoria e dignità si fa sfregio ed oltraggio con condotte non tollerabili per la pubblica decenza e la pubblica opinione, per esempio continuando ad accettare che ci siano parlamentari condannati in via definitiva, anche per mafia, in Parlamento.

Ecco, finché i cittadini, invece dello Stato, troveranno soprattutto i mafiosi, finché saranno costretti a essere sostanzialmente i loro sudditi, la guerra alla mafia non sarà vinta e la qualità della nostra democrazia volgerà sempre al ribasso. Si allontanerà ancora l’obiettivo scolpito nella nostra Costituzione, di realizzare una “democrazia emancipante”, nella quale il compiuto riconoscimento dei diritti di libertà è integrato dalla solenne affermazione del principio di uguaglianza in senso sostanziale, assunto non come semplice aspirazione o obiettivo, ma come dato normativo fondamentale. (Giancarlo Caselli)

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Bocca della verità

Meno male che c’è Giorgio Bocca, ultimo grande vecchio del giornalismo italiano, che a quasi novant’anni ha avuto il coraggio di scrivere sull’ultimo numero dell’Espresso ciò che tutti sanno, ma nessuno osa dire: e cioè che anche insigni esponenti dell’Arma dei Carabinieri hanno avuto (e probabilmente hanno ancora) una parte importante nella connivenza-convivenza fra Stato e mafia.

Bocca non ha scritto, naturalmente, ciò che qualche furbastro tenta di attribuirgli per squalificare il suo pensiero: e cioè che “i Carabinieri”, nel senso di tutti e di sempre, hanno convissuto e convivono con Cosa Nostra. Ha scritto invece che: il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l’illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L’essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso. Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l’assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell’ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice: è l’ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale… Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri ‘nei secoli fedeli’ si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la ‘onorata società’… Una ragione del ‘comportamento speciale’ della più efficiente polizia italiana verso la mafia c’è ed è evidente: i Carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia”.
Apriti cielo: una raffica di Gasparri, Cicchitto, Latorre, Minniti, La Russa, Casini, Maroni – insomma tutti i partiti tranne Leoluca Orlando (Idv) – ha investito il grande giornalista. Casini ha osato persino dargli dell’”infame”: lui, il leader del partito di Totò Cuffaro, con una densità di imputati di mafia che nemmeno a Corleone. Anche i soliti impuniti del Giornale berlusconiano, tradizionali protettori dell’ala deviata dell’Arma, hanno sparato a palle incatenate contro Bocca.

Il gioco è semplice e spudorato: far dire a Bocca che tutti i carabinieri sono mafiosi. Il che, oltrechè una palese falsità, è anche una sciocchezza e un sintomo di ignoranza storica: nel 1982, poco prima di morire nei suoi 100 giorni a Palermo, il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (promosso superprefetto senza poteri dal governo dell’epoca) chiamò proprio Bocca per dettargli la sua ultima intervista-testamento sulla mafia. Da grande giornalista e storico antimafia, Bocca sa benissimo che Cosa Nostra ha eliminato nella sua storia anche 33 carabinieri, oltre a centinaia fra magistrati, giornalisti, poliziotti, sindacalisti, politici, cittadini comuni. Ma sa anche che erano carabinieri coloro che inscenarono la pantomima dell’omicidio di Salvatore Giuliano per coprire i mandanti di Portella della Ginestra; che sono carabinieri il generale Mori e il colonnello De Donno che trattavano con il mafioso Vito Ciancimino durante le stragi del 1992 e che, secondo Ciancimino jr., ricevettero il celebre “papello” di Totò Riina, ma si guardarono bene dal denunciare alla magistratura quell’estorsione mafiosa allo Stato; che erano carabinieri gli ufficiali filmati per ultimi in via d’Amelio mentre portavano via la borsa di Paolo Borsellino appena assassinato, borsa contenente (secondo la vedova del giudice) la famosa “agenda rossa” scomparsa; erano carabinieri gli uomini del Ros che arrestarono Riina il 15 gennaio ’93, ma “dimenticarono” di perquisirne il covo, lasciandolo svuotare con tutte le sue carte compromettenti dai mafiosi rimasti a piede libero e ingannando la Procura di Palermo; che sono carabinieri il generale Mori e il colonnello Obinu, imputati a Palermo per favoreggiamento alla mafia con l’accusa di aver lasciato scappare Provenzano nel 1995; che sono carabinieri il generale Ganzer (nientemeno che comandante del Ros) e alcuni suoi uomini imputati a Milano per traffico di droga; e che sono ancora carabinieri quelli che nel 2005 perquisirono la casa di Ciancimino jr., ma si scordarono di aprire la sua cassaforte, in cui secondo il padrone di casa era all’epoca custodito il papello di Riina; e potremmo andare avanti ancora.

Su queste vicende gravissime, i vertici dell’Arma sono rimasti “nei secoli silenti”: mai una parola, mai un provvedimento per censurare certe condotte indecenti e per allontanarne o almeno sospenderne i responsabili (l’assoluzione di Mori per il covo di Riina, per esempio, parla di pesanti responsabilità disciplinari, rimaste ovviamente impunite). Silenzio di tomba, copertura totale (esattamente come fa la Polizia di Stato con i torturatori e i picchiatori del G8 di Genova 2001, vedi Diaz e Bolzaneto).Invece, rompendo una lunga tradizione di silenzio stampa, il comando generale dell’Arma ha deciso di replicare a Bocca con un comunicato del generale Leonardo Gallitelli che “respinge con fermezza e con indignazione” le “ingiustificate e infamanti accuse che si risolvono nella delegittimazione dell’operato di fedeli servitori dello Stato”. Il generale fa il furbo, scrivendo che Bocca “sorprendentemente accosta Dalla Chiesa a figure come Totò Riina e Massimo Ciancimino, entrambi arrestati dai Carabinieri”.

Già, peccato che quegli stessi carabinieri del Ros (Mori e De Donno) stessero trattando col mafioso Riina tramite il mafioso Ciancimino, come hanno essi stessi ammesso dinanzi alla magistratura, ma solo quando non potevano più negarlo (ne aveva parlato Giovanni Brusca, persino lui più pronto di loro a raccontare la verità). Profittando dell’improvvisa loquacità del Comando Generale, sarebbe interessante sapere se i vertici dell’Arma erano informati di quella trattativa; e chi l’aveva autorizzata; e perché uomini in divisa negoziavano con noti mafiosi mentre Falcone, Borsellino e gli uomini delle scorte saltavano in aria a Capaci e in via d’Amelio; e perché sono ancora al loro posto, anzi hanno fatto carriera. Finchè il generale Gallitelli o chi per lui non risponderà a queste domande, è meglio che lasci in pace Giorgio Bocca. Anche perché ciò che il grande giornalista ha scritto sull’Espresso è ampiamente confermato dalle sentenze definitive sulla strage di via d’Amelio: per esempio quella emessa il 18 marzo 2002 dalla Corte d’assise d’appello di Caltanissetta nel processo Borsellino-bis, confermata dalla Cassazione il 3 luglio 2003, a carico dei mandanti diretti (ma non di quelli occulti, esterni a Cosa Nostra).

Chi volesse darci un’occhiata, trova le sentenze sul sito della rivista Antimafia 2000 e su quello di Salvatore Borsellino (19luglio1992.org). Al capitolo V (pagina 732 e seguenti), i giudici esaminano la possibile convergenza di interessi palesi e occulti nella strage, individuando tre moventi che portarono all’accelerazione della fase esecutiva dell’omicidio Borsellino. Questi:1) L’intervista rilasciata il 21 maggio 1992 da Borsellino ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, in cui si parla del riciclaggio del denaro mafioso al Nord e di un’indagine ancora aperta sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e lo “stalliere di Arcore” Vittorio Mangano, “testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia per il traffico di eroina”. “Non è detto – scrivono i giudici di appello a pagina 756 – che i contenuti di quell’intervista non siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno non ne abbia informato Salvatore Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze, visto che, come abbiamo detto in precedenza, questa Corte ritiene, come Brusca e non come Cancemi, che il Riina possa aver tenuto presente nel decidere la strage gli interessi di persone che intendeva ‘garantire per ora e per il futuro, senza per questo eseguire un loro ordine o prendere formali accordi o intese o dover mantenere promesse’…”.2) “La seconda ‘anomalia’ o ‘patologia’ che spiega l’anticipazione della strage – aggiunge la Corte a pagina 758 – attiene alla vicenda della ‘trattativa’ con Cosa nostra di cui ha parlato Giovanni Brusca.

Le indicazioni che offre il Brusca sono illuminanti. Per Brusca, Borsellino muore il 19 luglio 1992 per la trattativa che era stata avviata fra i boss corleonesi e pezzi delle istituzioni. Il magistrato era venuto a conoscenza della trattativa e si era rifiutato di assecondarla e di starsene zitto. Nel giro di pochi giorni dall’avvio della trattativa Borsellino viene massacrato”. E’ la trattativa di Mori e De Donno con i vertici di Cosa Nostra tramite Ciancimino: “Non disponiamo di riscontri al se, come e quando Borsellino abbia saputo della trattativa che era stata avviata. Che la trattativa vi sia stata è stato confermato dal generale Mori e dal capitano De Donno. E che Riina legasse la strage eseguita e quelle pianificate dopo Capaci a questa trattativa ci è dichiarato a chiare lettere da Brusca… L’ufficiale (Giuseppe De Donno) precisava che l’obiettivo ultimo era di arrivare ad una collaborazione formale del Ciancimino ma che la proposta iniziale era stata di farsi tramite, per conto dei carabinieri, di una presa di contatto con gli esponenti dell’organizzazione mafiosa per un dialogo finalizzato all’immediata cessazione della strategia stragista (…).

In tutti i casi, questa vicenda rappresenta un fattore che ha interferito con i processi decisionali della strage. Al di là delle buone intenzioni dei carabinieri che vi hanno preso parte, chi decise la strage dovette porsi il problema del significato da attribuire a quella mossa di rappresentanti dello Stato; il significato che vi venne attribuito, nella complessa partita che si era avviata, fu che il gioco al rialzo poteva essere pagante” (pagine 765-766). In parole povere: anziché fermare le stragi, la trattativa del Ros le incentivò e le moltiplicò. Infatti, dopo Capaci, vi fu subito via d’Amelio e, visto che i due alti ufficiali dell’Arma continuavano a trattare, venne pianificata la strategia terroristica del 1993 (che sfociò nelle bombe di Roma, Milano e Firenze fra il maggio e il luglio del 1993).3) “La terza chiave interpretativa dell’‘anomalia’ e ‘patologia’ nella tempistica della strage si aggancia alla proposta (da parte del governo dell’epoca, ndr) di Paolo Borsellino quale candidato al posto di Procuratore nazionale antimafia dopo la morte di Giovanni Falcone” (pagina 767). Ce n’è abbastanza per dare ragione a Giorgio Bocca e torto ai suoi infami detrattori. E per dimostrare ancora una volta, semmai ve ne fosse bisogno, che non è più questione di destra o di sinistra.
Oggi la scelta è fra il partito della menzogna, dell’impunità e dell’oblio, e quello della verità, della giustizia e della memoria.

Bocca della verità, di Marco Travaglio, Antefatto

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