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Acqua, bugia “europea” e porcata italiana

La cosa più sconvolgente di questa storia della privatizzazione dell’acqua, che nessun giornale o canale radiotv dice, è il continuo richiamo alla necessità che l’Italia “si adegui” all’Europa.

“L’Europa lo vuole!”, dicono, e fanno passare per verità assoluta una solenne bugia.
Proprio come il famigerato “Dio lo vuole!” dei crociati.

Il decreto-legge Ronchi approvato (con l’ennesimo voto di fiducia) anche dalla Camera dei deputati il 19 novembre 2009, all’articolo 15, ribadisce proprio questo concetto, e cioè che è necessario privatizzare il servizio idrico “per adeguarsi alle direttive europee”.

Peccato che nessuno si prenda la briga di andare a controllare e che un po’ tutti – per abitudine, per pigrizia, per inettitudine o malcelato interesse – diano per scontata una “verità” che non esiste, e che quindi è una bugia.

Quanti parlamentari, quante persone hanno letto – per dire dell’esempio più famoso – il Trattato di Lisbona? Non più di una decina, forse. Ecco, più o meno tanti sono gli individui che hanno letto queste benedette direttive europee a cui l’Italia dovrebbe adeguarsi privatizzando i servizi idrici.
La verità è che si è votato (in Parlamento) e si sta accettando (nel Paese) qualcosa che non esiste, perché le due direttive europee in questione (92/50/CEE e 93/38/CEE) si limitano a chiedere che vi sia concorrenza per i servizi pubblici nazionali e locali, ma escludono da logiche di mercato proprio il servizio idrico.

L’Unione europea non si è mai sognata di chiedere a nessun Paese membro di privatizzare l’acqua e i servizi idrici. Almeno non attraverso il proprio Parlamento e i propri atti ufficiali. Al contrario: la cosiddetta “direttiva Bolkestein” tiene fuori dalla libera circolazione dei servizi proprio il servizio idrico e affida ai singoli Stati membri il compito di stabilire quali siano i servizi “a interesse economico” e quali quelli “intrinsecamente non a scopo di lucro”.

Per questi ultimi, ogni singolo Stato può sancire il divieto totale di apertura al mercato .

A tre anni di distanza dall’emanazione di quella direttiva, però, l’Italia resta uno dei pochi Paesi a non aver ancora scelto quali servizi inserire tra quelli “a interesse economico” e quali considerare “non a scopo di lucro”. E sta procedendo allegramente, e voracemente, verso la privatizzazione di tutti i servizi. Tutto in mano ai privati, dunque, e, solo in via eccezionale, in mano pubblica. Questa è la linea. Del governo in carica e di tanti suoi sodali dell’opposizione.

Questa storia della privatizzazione dell’acqua è tutta nostra, tutta italiana, e l’Europa c’entra poco o niente. In Italia si sta facendo, in nome dell’Europa, ciò che l’Europa non ci ha chiesto di fare. Fantastico. Le lobbies economiche non potrebbero avere partner più fedele e solerte. Come fedeli e solerti furono, nel marzo 2006, al quarto Forum mondiale dell’acqua di Città del Messico, i membri della Commissione europea.
Nonostante il Parlamento europeo avesse definito l’acqua un diritto dell’umanità e non un semplice bene economico, i commissari europei ignorarono completamente la risoluzione del Parlamento europeo e tornarono a definire l’acqua un bene economico.

Non solo. Quando i parlamentari di Strasburgo chiesero conto della loro condotta, i commissari risposero di aver agito su mandato del Consiglio dei ministri della Ue , che in maggioranza erano favorevoli alla liberalizzazione dell’acqua. E così – questa è una di quelle “magie” europee a cui bisognerebbe rimediare prima che sia troppo tardi – un organo eletto dai popoli degli Stati membri, il Parlamento, è stato surclassato e messo alla berlina da un manipolo di signori nominati dai singoli governi.

L’Italia però ha qualcosa in più. L’Italia ha le facce di bronzo. Del governo e della cosiddetta opposizione. Capaci di votare tutti insieme appassionatamente – come hanno fatto Pd, Pdl, Udc e Lega Nord – a favore dell’emendamento presentato dalla coppia Filippo Bubbico- Giovanni Procacci (senatori del Pd).

L’emendamento dice che l’acqua, come risorsa, resta pubblica, ma la gestione dev’essere privata. Esattamente ciò che voleva il governo. Tanto è vero che il senatore Gasparri e il ministro Ronchi hanno elogiato e applaudito il duo Bubbico-Procacci, che si è poi vantato di aver scongiurato con il proprio emendamento la privatizzazione dell’acqua.

Non l’hanno bevuta, è il caso di dirlo, non solo i parlamentari Idv, che hanno votato contro, ma anche tre senatori del Pd – Luigi Zanda, Francesca Marinaro e Paolo Nerozzi – che non hanno votato.

Nel frattempo, mentre sta maturando l’idea di un referendum abrogativo, alcune Regioni hanno preannunciato ricorsi alla Corte Costituzionale contro il decreto-legge Ronchi. Tra queste, anche la Puglia, che ha l’acquedotto più grande d’Europa.

Nel 1999, il governo presieduto da Massimo D’Alema voleva vendere l’acquedotto pugliese all’Enel per 3.100 miliardi di lire, ma l’affare saltò anche per l’opposizione del “governatore” pugliese Raffaele Fitto, attuale ministro per gli Affari regionali.
Oggi, il “governatore” Nichi Vendola, all’improvviso, sotto elezioni e con addosso la voglia matta di ricandidarsi alla guida della Puglia, riscopre l’importanza dell’acqua pubblica.
Peccato che Vendola si svegli solo ora, dopo aver cacciato in malo modo dalla presidenza dell’Aqp Riccardo Petrella, membro del comitato internazionale per il Contratto mondiale sull’acqua, e averlo sostituito con l’ennesimo dirigente politicamente lottizzato.

E dopo aver fatto il sordo con chi gli chiedeva di muoversi per proporre una legge regionale che scongiurasse il rischio di lucrare sull’acqua. Ora, probabilmente, vuol far credere che lui, almeno sull’acqua – non dico la Sanità, ma l’acqua -, è diverso da Ronchi, Gasparri, Bubbico e Procacci.
Ah, be’… Sì, be’…

Acqua, bugia “europea” e porcata italiana, Carlo Vulpio, dal suo Blog

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Carlo Vulpio: “Nei giornali sempre meno libertà”


Lo scorso 10 dicembre, quasi in anteprima rispetto ai vari Gomez, Giulietti e Micromega (basta confrontare le date) con la riflessione ” Carlo Vulpio “imbavagliato” “, ho divulgato la notizia in base alla quale il direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, aveva sollevato l’ottimo Carlo Vulpio dall’incarico di continuare ad occuparsi di tutte quelle vicende collegate alla “peste giudiziaria” scoppiata a seguito delle inchieste del dott. De Magistris, avendo fatto il giornalista, come è lecito che sia, nomi e cognomi, a prescindere da chi siano questi nomi e questi cognomi.

Aspettarsi una puntata speciale di Porta a Porta o di Matrix su questa vicenda, che ha dell’increscioso, sarebbe come credere di poter domani vincere al superenalotto un miliardo di euro, visto anche lo spessore morale e culturale dei rispettivi conduttori di queste porcate, che chiamiamo programmi televisivi.

Nel frattanto che il viscido della prima rete pubblica, da noi pagata con il nostro canone, continua a presentare libri (editi dalla Mondadori, di proprietà di Berlusconi), con il suo omologo di Raiset sempre pronto ad ospitare persone eccezionali come lo scrittore Moccia, l’attore Scamarcio o il critico Sgarbi (insomma quanto di meglio l’italia di oggi possa offrire..) succede che Carlo Vulpio, il cui libro Roba Nostra è stato cosi un successo che a breve uscirà una seconda edizione aggiornata con nuovi contenuti, attraverso il suo nuovo sito, ci fa sapere che non solo moltissimi giornalisti (non tutti) hanno ignorato questo “scacco matto” alla libertà d’informazione ma che anche l’organo deputato a tutelare la professionalità dei giornalisti, quale il Comitato di Redazione, si è bellamente disinteressato di questa vicenda, come peraltro si può leggere in questa riflessione firmata dal medesimo giornalista.

E nell’anniversario di Libera Informazione, l’Osservatorio sull’informazione per la legalità e contro le mafie di Libera, chi è sensibile a certi temi, non avrebbe potuto chiedere di più e di meglio..

Un bel bavaglio e una predeterminata censura!!

Proprio degli ottimi regali di Natale per noi italiani.. proprio per essere buoni e restare ottimisti..

Carlo Vulpio: “Nei giornali sempre meno libertà” (Audio)

Carlo Vulpio "imbavagliato"

Dopo aver parlato ieri della P2, di Licio Gelli, del Piano di Rinascita Democratica che prevedeva anche il “controllo dell’Informazione”, di come questo sia stato attuato pressochè completamente, dopo circa 30 anni, da un politico “brutto, vecchio e pallido” (visto che la “carineria imperiale” impone che l’epiteto “bello giovane e abbronzato” spetti ad uno solo), parlare oggi di come certi diktat vengano eseguiti magistralmente da alcuni direttori di giornali (ops.. schiavi, ops.. mercenari..) è pressochè un obbligo morale al quale non intendo sottrarmi.

Carlo Vulpio è quel giornalista del Corriere della Sera, autore del libro “Roba Nostra”, che segue dall’inizio, quindi, da un paio d’anni circa, la vicenda “De Magistris”.

Anche se dovrei dire, più correttamente, che seguiva..

Si perchè, come mi ha segnalato un amico, il direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, ha sollevato il giornalista Carlo Vulpio dall’incarico di occuparsi della vicenda Why Not.

Paolo Mieli, per chi non lo conoscesse, è quel signore che viene spesso invitato nella trasmissione Ballarò (e naturalmente anche dall'”insetto velenoso” che si agita sul primo “stelo pubblico”) in veste di “saggio”, si collega dal suo studio con alle spalle una libreria piena di volumi (non ho mai capito se i libri messi come sfondo hanno la funzione di certificare, agli occhi di chi osserva, che ci si trova di fronte ad un uomo di cultura) e dice cose che mediamente può dire chiunque abbia letto i principali quotidiani del giorno.

Un altro fatto inconfutabile è che il Corriere della Sera è il giornale controllato dall’ABI e da Confindustria e che Paolo Mieli è “l’espressione del salotto buono del Corriere della Sera”.

Ciò è talmente vero che, navigando sul sito del Corriere, è facile scoprire che non esiste una mail del direttore tramite la quale poter interloquire con lo stesso. Sembra che il direttore del Corriere della Sera ritenga di non dover rispondere ai suoi lettori ma solo ai suoi azionisti di maggioranza. Dirigere un giornale che non prevede uno strumento di interazione con i lettori è un pò come tenere un concerto rock in uno stadio deserto.
Ce la si canta e ce la si suona, come si suol dire.

Se si clicca sulla bustina gialla (piccola piccola) posta in alto a destra della home page del sito oppure sulla parolina “scrivi” (sempre piccola piccola) posta in basso a destra della stessa pagina (che danno la misura di quanta importanza venga data alla comunicazione con i lettori) si viene rimandati in quello che è stato chiamato “mail center” dove le uniche informazioni che si possono richiedere sono quelle riguardanti gli abbonamenti, gli arretrati, e i gadget (cd, libri etc.) che vengono venduti insieme con il giornale.

In sostanza le uniche comunicazioni che si possono instaurare con il giornale sono di natura commerciale, oppure si può sempre scrivere una lettera alle “grandi firme” del giornale o alle varie rubriche di personaggi famosi (da Veronesi a Severgnini, da Romano a Luzzato Fegiz, alla Sotis e così via) sperando in una risposta e contribuendo a dare un senso alla loro presenza sul giornale, visto che il Corriere è finanziato dallo Stato (cioè da noi).

Andando per esclusione non ci resta che scrivere all’unico indirizzo disponibile, la rubrica “Lettere” di Sergio Romano, per esprimere la nostra indignazione di “azionisti per forza” del Corriere. Vediamo se avranno il coraggio di rispondere.

Per chi non trovasse le parole suggerisco sempre un breve testo:

Gentile dott. Romano,

la presente per esprimere la mia personale indignazione circa la decisione del direttore del suo giornale, Paolo Mieli, (che tra l’altro non prevede di dover rispondere ai suoi elettori-azionisti visto che non pubblicizza il proprio indirizzo mail sul sito del quotidiano e che il Corriere usufruisce ogni anno di finanziamenti statali per 23 milioni di euro) di sollevare il giornalista Carlo Vulpio dall’incarico di occuparsi dell’inchiesta Why Not e del caso De Magistris. Ritengo, il provvedimento preso, di una gravità estrema in un Paese che continua a definirsi libero e democratico. Credo che prima ancora di permettersi, quando viene invitato nelle trasmissioni televisive, di salire sul pulpito per recitare la predica contro la casta della politica, il direttore Mieli debba decidere di dare un minimo di coerenza al senso del proprio predicare e del proprio agire. Da oggi sicuramente ha perso un lettore che non ritrova più questo senso e con esso, ai suoi occhi, anche la credibilità.

Cordiali saluti,

nome e cognome

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