Archivi delle etichette: Casta

E’ un cantiere aperto da sempre

E’ l’Italia. Piera Matteucci ci racconta una storia di ordinaria follia, di sprechi inauditi, di opere progettate e non realizzate, di opere avviate e mai concluse, di opere terminate e poi abbandonate all’attenzione dei vandali. Centinaia di milioni di euro buttati nel cesso o regalati alle varie mafie o cricche che in questa palude sguazzano felici come rane. E, cosi, l’Italia non diventerà mai un “principe azzurro”.

Annunci

I tempi (lunghi) del Parlamento

Gran parte dell’attività è dedicata alla verifica di provvedimenti dell’esecutivo: 87 testi approvati su 102. In aula da 9 a 16 ore a settimana.

Le leggi? Come tutti sanno si fanno in Parlamento. Ma per cercare chi le firma, cioè chi le propone, biso­gna, quasi nove volte su dieci, bussare al portone di Palazzo Chigi. Loro, i parla­mentari, possono vantare solo rari «suc­cessi autonomi», appena 15 leggi su 102. Come la creazione della commissione Antimafia e quella sul «ciclo dei rifiuti». Due organismi importanti. Ma anche la valorizzazione dell’Abbazia della Santis­sima Trinità di Cava de’ Tirreni e la candi­datura dell’Italia come Paese ospitante del campionato mondiale di rugby. «Grandi» e «piccole» leggi, tra le poche che sono frutto dell’esclusivo lavoro dei parlamentari dall’inizio dell’attuale legi­slatura (28 aprile 2008) fino allo scorso agosto. Perché presentate direttamente da deputati e senatori. E il resto? La gran­de maggioranza, gli altri 87 testi approva­ti in via definitiva dal Parlamento, sono decreti e disegni di legge di iniziativa del Governo. Che quindi fa la parte del leo­ne nell’attività legislativa italiana.

L’iniziativa governativa
È il primo dato, quello che più colpi­sce, nella non facile analisi del lavoro svolto finora dal Parlamento eletto alle ultime politiche, nell’aprile del 2008. Il nostro, si sa, è un sistema parlamentare. E quindi Camera e Senato dovrebbero es­sere i principali attori legislativi. Eppure – ed è un fenomeno riscontrabile non solo con questo governo (Berlusconi), ma anche, come tendenza, con gli ultimi esecutivi che lo hanno preceduto – capi­ta che l’attività di deputati e senatori sia in gran parte consacrata alla verifica, al controllo e all’eventuale modifica di ini­ziative assunte dal Consiglio dei mini­stri. Ciò non vuol dire che il Parlamento non lavori per «confezionare» le stesse leggi di iniziativa governativa. Anzi: ap­pena un testo viene depositato alla Ca­mera o al Senato inizia la battaglia per cercare di modificarlo, almeno nelle par­ti più sensibili, come è ad esempio avve­nuto per il decreto sicurezza. Ma il dato complessivo, 102 leggi promulgate, di cui 87 di iniziativa governativa e appena 15 di iniziativa parlamentare, cioè scrit­te da deputati o senatori, dà bene l’idea di come la «mente» non solo politica, ma anche legislativa, abiti molto più a Palazzo Chigi che a Montecitorio o a Pa­lazzo Madama.

Le leggi «dei parlamentari»
Tanto per scendere nei dettagli, oltre alle leggi già citate, i parlamentari sono riusciti a fare approvare i seguenti prov­vedimenti: l’arruolamento dei congiun­ti di appartenenti alle Forze armate vitti­me del dovere, la ratifica della Conven­zione Onu contro la corruzione, l’adesio­ne al Trattato sulla cooperazione tran­sfrontaliera, l’istituzione della giornata nazionale contro la pedofilia e la pedo­pornografia, la disciplina per lo svolgi­mento del referendum sulla legge eletto­rale, lo sbarramento del 4 per cento alle europee, l’ammissione al voto domicilia­re degli elettori gravemente infermi, il passaggio di alcuni Comuni dalle Mar­che all’Emilia Romagna, l’istituzione del premio «Arca dell’Arte», la modifica del­la Commissione infanzia e la proroga delle missioni internazionali. Mentre il governo si è dedicato, certamente, an­che a «piccoli» provvedimenti (basta pensare ai tantissimi, che riguardano re­altà locali, contenuti nei decreti cosid­detti omnibus), ma soprattutto a leggi di impianto generale come, appunto, il pacchetto sicurezza, il federalismo fisca­le (a cui mancano però i decreti attuati­vi), la riforma della scuola o lo scudo fi­scale che dovrebbe essere approvato og­gi, in via definitiva, alla Camera. Oppure a interventi sensibili come il lodo Alfa­no (l’immunità per le più alte cariche dello Stato) che ha fatto scatenare la bat­taglia tra maggioranza e opposizione. Se invece si prendono in considerazio­ne i testi presentati, ma non ancora ap­provati, alla Camera e al Senato, allora le cifre si ribaltano: su 4385 disegni di leg­ge ben 4200 vengono da deputati e sena­tori e solo 150 dal governo. Che vuol di­re una cosa importante: le proposte par­lamentari per lo più si arenano nelle sab­bie legislative. Per tanti motivi, tra cui anche il superamento da parte di altri ddl, ma soprattutto per la priorità che il calendario parlamentare assegna ai prov­vedimenti considerati più importanti dal governo in carica.

Il lavoro nelle Camere
Ma quanto lavorano i parlamentari? Se lo sono chiesto, proprio in questi gior­ni, con una punta polemica, sia l’ex presi­dente della Camera, Pier Ferdinando Ca­sini («Il Parlamento lavora sempre me­no ») ed Enrico Letta rispetto alla ridotta attività di Montecitorio dopo la pausa estiva. Impossibile quantificare il lavoro realmente svolto nei loro uffici privati al Senato o alla Camera. Come è arduo fare una media di quello consumato nelle commissioni, di cui, per forza di cose, si può avere solo un dato complessivo (quelle permanenti di Montecitorio han­no totalizzato finora 4788 sedute per un impegno di 2595 ore e 15 minuti). Un da­to che invece si può conoscere è quello relativo al lavoro in aula. Facendo la me­dia (comprensiva anche dei giorni di ri­poso) viene fuori che un deputato lavora al massimo 16,52 ore a settimana men­tre il collega senatore 9 ore e mezza. Mentre partecipa a 3,04 sedute a settima­na contro le 3,7 di Palazzo Madama. È be­ne però precisare che si tratta del «massi­mo » di lavoro che ogni parlamentare ha effettuato in questo primo scorcio di legi­slatura, perché, come tutti sanno (e co­me appare evidente dai resoconti parla­mentari ormai anche via tv), le assenze in aula sono molto consistenti. In totale, da fine aprile del 2008 all’agosto del 2009 alla Camera si sono svolte 212 sedu­te per una durata complessiva di 1152 ore e 39 minuti e al Senato 258 sedute per 672 ore e 57 minuti.

La settimana tipo
Questa la settimana tipo del parlamen­tare: arrivo a Roma (per chi ha residenza altrove) il lunedì, solo per i pochi che partecipano alla discussione generale di una legge o, normalmente, il martedì mattina, aula dal martedì al giovedì, poi si riprende la settimana successiva. Per­ché solo raramente si lavora il venerdì e rarissimamente il sabato e la domenica. Quasi sempre, anche alla Camera, nono­stante il presidente Gianfranco Fini ab­bia proposto una mini-riforma organiz­zativa che prevede la «settimana lunga» (da lunedì a venerdì) per concentrare in sette giorni al mese la pausa che permet­te a deputati e senatori di essere presenti nei collegi in cui si è stati eletti. Le vacan­ze sono fissate in genere dall’inizio di agosto a metà settembre e nel periodo natalizio.

Il confronto con la Francia
Così solo in Italia? Se si getta uno sguardo ai «cugini» francesi che hanno ugualmente un sistema bicamerale e con numeri simili (577 deputati all’As­semblea nazionale contro i 630 della no­stra Camera e 343 senatori contro i no­stri 315), si scopre che le cose non van­no in modo tanto diverse. Risalendo al­l’anno legislativo che va dal primo otto­bre 2007 al 30 settembre 2008, l’ultimo di cui si hanno dati ufficiali, si scopre che su 103 leggi approvate ben 89 sono «projets de loi», cioè di iniziativa gover­nativa, mentre solo 14 sono «proposi­tions de loi», di iniziativa parlamentare. Con un ritmo di lavoro leggermente più alto rispetto a Montecitorio, prendendo in considerazione l’Assemblea naziona­le: 246 sedute con una media di 4,7 a settimana e 919,50 ore con una media di 17,7 ore a settimana.

I tempi (lunghi) del Parlamento, Paolo Foschi e Roberto Zuccolini, Il Corriere della Sera

La Casta dei Giornali

Prendendo spunto da un libro del giornalista Beppe Lopez, “La Casta dei Giornali” e da alcune recenti dichiarazioni rilasciate, nella scorsa puntata di Annozero, dai giornalisti del Corriere della Sera, Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, autori del bestseller “La Casta – Cosi i politici sono diventati intoccabili”, vorrei tracciare oggi qualche breve riflessione sul tema dell’editoria e in modo particolare su quella sovvenzionata dallo stato.

Oggi, infatti, non so quanti sappiano che il finanziamento pubblico ai giornali costa al cittadino italiano quasi un miliardo di euro all’anno.

E che questi fondi sono erogati in base a quanto stabilito da una legge promulgata nel 2001 dal nostro Parlamento in base alla quale possono ricevere finanziamenti non soltanto i Giornali di “partito”, ma a pioggia praticamente tutti quelli che ne fanno richiesta. Infatti se da un lato è possibile riscontrare la presenza di giornali veri per partiti veri, giornali veri per partiti falsi (per esempio quelli che non siedono più in Parlamento come i Verdi, o addirittura quelli che non esistono proprio più come la Margherita), giornali falsi per partiti veri e giornali falsi per partiti falsi; dall’altro lato ricevono l’obolo sia quotidiani che potrebbero sostenersi anche senza tali compensi visto il numero di vendite giornaliere denunciate sia, ancor più scandaloso, periodici destinati ad una esigua utenza visto il carattere dei loro contenuti specifici e di settore, come per esempio quelli riservati agli esperti o agli amanti delle barche, dei cavalli, ecc..

Faccio qualche esempio, attingendo i dati da questo file (di cui suggerisco la visione anche solo per curiosità..) da me inserito tempo nel Meetup de I Grilli Attivi di Bari dei quali facevo parte allorquando si organizzò il secondo Vday, tra i quali inserisco anche alcune testate assolutamente ignote, di cui non conosco i proprietari o le finalità, ma che nonostante queste incognite percepiscono assegni “pesanti”..

Europa“, giornale della “fu Margherita”, 3.138.526,10 €
Liberazione“, (quello diretto da Sansonetti, ospite fisso da Vespa), 3.718.490,08 €
La Padania“, il giornale della Lega Nord, 4.028.363,80 €
Il Secolo d’Italia“, il giornale di Alleanza Nazionale, in teoria scomparsa con l’annessione al Pdl, 3.098.741,40 €
L’Unità“, prima giornale dei Ds e ora del Pd, 6.817.231,05 €
Il Foglio“, la testata gestita da “Platinette con la barba” (G.Ferrara), 3.511.906,92 €
Libero“, il paper organizzato dall’altro ospite fisso di Vespa, Feltri, 3.511.906,92 €
Avvenire“, 5.990.900,04 €
Il Manifesto”, 4.441.529,33 €
Primorski Dnevnik“, 2.969.627,17 €
Ottopagine“, 1.026.327,12 €

e cosi via con tantissimi altre voci, moltissime delle quali anche fantasiose nella nomenclatura ma chiarissime nella truffa aggravata ai danni dello stato compiacente e corroso nelle sue fondamenta.

Andando sul sito del Governo, poi, è anche possibile rintracciare altri documenti nei quali si attesta pure come siano sovvenzionate le radio e una miriade di altre fesserie, sempre con fondi pubblici, che congiuntamente ai cosiddetti privilegi della “casta”, ammontabili annualmente a miliardi di euro (comprendendo quindi anche stipendi ed indennità varie), personalmente, mi fanno ancor più indignare dei sacrifici che vengono chiesti a milioni di famiglie italiane che non sanno come sbarcare il lunario, trasversalmente, da questi pusillanimi e balordi anchorman della politica vigente, una politica – business, nella quale non rappresentano ormai più nessuno se non gli industriali e i banchieri loro benefattori e sponsor a cui unicamente rispondono del loro operato moralmente deprecabile.

La soluzione a tutto questo, però, c’è e si chiama Internet.

Che non si comprino, quindi, più i giornalacci nei quali operano questi schiavi dell’Informazione, che questa sia a noi somministrata automaticamente e naturalmente secondo il libero arbitrio di ciascuno di noi, secondo la criticità che sappiamo sviluppare con coscienza e dignità, attraverso la miriade di poli informativi sbocciati sulla Rete, che propugna di essere libera e scevra da queste menzogne issate a modello di verità, e che chi vuole davvero questi quotidiani se li paghi, senza dover obbligare lo Stato, attraverso metodi mafiosi, a dover pagare anche per “Platinette con la barba” o qualche altro miserabile suo simile..

Sempre più Casta


Riporto un articolo, “La cura spagnola, i partiti si autotagliano“, dal Corriere, degli ottimi Rizzo e Stella, autori del bestseller “La Casta”.

Diciassette milioni di euro. Cioè 34 miliardi di lire. Davanti all’incalzare della crisi internazionale, in Spagna hanno deciso una cura dimagrante che noi ce la sogniamo. Partendo, col taglio citato, dai finanziamenti ai partiti. Prova provata che i nostri cugini iberici non sono più svelti solo nel fare treni ad alta velocità, porti e autostrade. Eppure, i soldi pubblici stanziati a sostegno delle forze politiche spagnole erano già prima nettamente più scarsi rispetto a quelli italiani. Nel 2009 erano previsti 136 milioni contro i nostri 295. Meno della metà. La riduzione a 119 milioni varata nella legge di bilancio accentua il divario. Confermato nel rapporto pro-capite: per mantenere i partiti ogni cittadino castigliano, andaluso o galiziano dovrà sborsare l’anno prossimo 2,58 euro. Ogni lombardo, pugliese o molisano 4 euro e 91 cent.

Una sproporzione abissale. Dovuta anche a quella leggina sulla legislatura monca che inutilmente i dipietristi hanno tentato l’altro ieri di cambiare con un emendamento che almeno dimezzasse le elargizioni. Leggina che per tutto il 2009, il 2010 e il 2011 continuerà a corrispondere ai partiti (oltre ai finanziamenti per la legislatura corrente) anche i soldi dovuti per quella precedente, infartuata e defunta con la caduta del governo Prodi, come se dovesse arrivare alla normale scadenza del 2011. Di più: continueranno a intascare quattrini pure i partiti che il voto popolare, a torto o a ragione, ha messo fuori dal Parlamento. Due esempi? Rifondazione comunista incasserà ancora 20 milioni circa in tre anni, l’Udeur di Mastella 2,7. E altri soldi, per questa legislatura, finiranno nelle casse di quelle formazioni che avevano presentato una lista alle elezioni di aprile e, senza superare lo sbarramento elettorale, avevano comunque ottenuto la magica soglia che consentiva comunque di accedere ai rimborsi: l’1%. Come La Destra di Francesco Storace che, orfana di Daniela Santanché, avrà circa 5,5 milioni in cinque anni o la sinistra arcobaleno che nel quinquennio ne avrà 7 e mezzo.

Ma il confronto fra i costi della politica in Spagna e in Italia è sconfortante su tutti i fronti. A parte la differenza tra i bilanci del Quirinale e della Casa Reale spagnola, di cui abbiamo già dato conto l’altro ieri nella risposta alla lettera del segretario generale della Presidenza Donato Marra, spicca l’abisso tra i parlamenti. Anche la Spagna ha, come noi, un parlamento bicamerale (Cortes Generales) sia pure con un mandato di quattro invece che cinque anni. Anche lì ci sono una Camera (il Congreso de los Diputados) e un Senato. Ma le somiglianze si esauriscono qui. Il «Senado» madrileno, composto da 264 membri, costa agli spagnoli 60,5 milioni di euro, Palazzo Madama (dove siedono 315 rappresentanti eletti volta per volta più i senatori a vita che ora sono sei, per un totale di 321) pesa sulla tasche degli italiani per 570,6 milioni. Il che significa che ogni senatore costa ai cittadini spagnoli 229 mila euro e a noi un milione e 775 mila: quasi otto volte di più. Il rapporto, del resto, è più o meno lo stesso alla Camera. Il «Congreso de los Diputados», con 350 eletti, ha un bilancio di 98,4 milioni, Montecitorio (con 630 onorevoli) ne ha uno oltre dieci volte più alto: un miliardo e 27 milioni.

Morale: ogni deputato spagnolo costa complessivamente alla collettività, tutto compreso, dagli affitti allo stipendio dei commessi, dalle segreterie alle spese di rappresentanza, 281 mila euro e ogni italiano un milione e 630 mila. Sentiamo già le obiezioni: sono paesi diversi, storie diverse, tradizioni diverse… Giusto. Anche costi diversi. L’indennità dei parlamentari spagnoli è identica per tutti: 3.020,79 euro al mese. Cifra alla quale vanno sommati 1.762,18 euro mensili per i deputati con residenza fuori da Madrid ridotti a 841,12 per gli eletti nella capitale. Complessivamente, quindi, un onorevole «peon» (che non sia presidente dell’assemblea, vicepresidente o a capo di una commissione), ha diritto a 4.783 euro al mese: lordi. A un collega italiano spetta una indennità di 11.703 euro lordi al mese più 4.003 euro di diaria più 4.190 euro per il «portaborse» (se vuole prenderne uno e pagarlo, sennò può mettersi il denaro in tasca) per un totale di 19.896 euro lordi al mese: netti sono 13.709,69 euro. Più 3.098 euro l’anno per le spese telefoniche. Più, oltre a una «tessera» di libera circolazione autostradale, marittima, ferroviaria ed aerea su tutto il territorio nazionale, un rimborso fino a 3.995 euro per raggiungere l’aeroporto più vicino.

Il sito internet del Congresso spagnolo precisa invece che lì i deputati hanno diritto, per i trasporti, ai seguenti benefit: una carta (come da noi) di libera circolazione su tutto il territorio nazionale e un rimborso chilometrico di 0,25 euro a chilometro nel caso di uso di auto privata e dietro precisa giustificazione. E se non hanno la macchina o comunque preferiscono non usarla? Dal maggio 2006 hanno una tessera di abbonamento al servizio taxi valida fino a un massimo di 250 euro al mese. Quanto ai gruppi parlamentari, il confronto è non meno imbarazzante: 9 milioni e mezzo di euro al congresso madrileno, 34 alla Camera romana. Ma è tutto l’insieme ad essere nei «Palacios» più virtuoso. Lo stipendio di Luis Zapatero è di 91.982 euro lordi annuali in dodici mensilità. Cifra che, sommando l’indennità parlamentare, lo porterebbe ad avere 149.377 euro ma per consuetudine il premier spagnolo (al quale spetta la casa e la totale copertura delle spese di servizio) rinuncia. Carte alla mano, il premier italiano, nonostante la riduzione del 30% disposta da Romano Prodi per gli stipendi dei componenti di governo, arriva a guadagnare, indennità e benefit parlamentari compresi, 324.854 euro lordi l’anno. Né la differenza è meno sensibile per i ministri.

Si dirà: sono paragoni da prendere con le molle. E’ vero. Ma, con una ricchezza nazionale pro-capite identica (26.100 euro l’anno) nei due paesi, non può non spiccare la distanza perfino tra gli emolumenti che spettano a chi sta ai vertici di alcune istituzioni parallele ai palazzi delle politica. Solo un paio di esempi: a Madrid i presidenti del Tribunal Supremo (la nostra Cassazione) e del Tribunal Constitucional (paragonabile alla nostra Consulta) hanno uno stipendio lordo annuo di 146.342,58 euro. I loro omologhi italiani ne ricevono rispettivamente, sempre al lordo, 274mila e 444mila. Quanto al Tribunal de Cuentas, la Corte dei conti spagnola, costerà nel 2009 60 milioni di euro: vale a dire un quinto della nostra, che l’anno prossimo peserà sui cittadini per 281 milioni. Consoliamoci: fino a quest’anno ne costava venti di più.

Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: