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Le Istituzioni nazionali sono corrotte?

L’Italia è al 72esimo posto nella classifica diffusa dall’associazione non governativa Transparency International che ogni anno misura l’Icm: l’indice corruzione mondiale. Questo dato che ci colloca tra i peggiori in Europa, non stupisce, probabilmente, più nessuno essendo quasi quotidiani gli scandali o gli appelli – inascoltati – ad operare con forza e coraggio in direzione opposta, per la legalità e il ripristino dell’etica pubblica. Come pure cadono molto spesso, dolentemente, nel vuoto gli spunti propositivi di riflessione, per il varo di nuove politiche di contrasto, promossi da magistrati specializzati nel settore come Davigo. Al tema della corruzione, in questo blog, ho già dedicato diversi post, proprio perché la ritengo una odiosissima e perniciosa piaga sociale. Tanto più si diffonde tanto più gli italiani vivono male. Quando questo passaggio, nella sua semplicità, sarà compreso dalla stragrande maggioranza degli italiani che oggi, spesso, la giustificano o la legittimano a causa di altre piaghe sociali, allora, in quello stesso momento, si inizierà in questo Paese a contrastare efficamente e per davvero questo cancro della nostra democrazia. Di seguito il mio articolo per Cercasi un Fine.

L’87% degli italiani ritiene la corruzione uno dei più seri problemi del Paese, in crescita del 4% negli ultimi due anni; il 95% pensa che vi sia corruzione nelle Istituzioni nazionali e oltre il 90% in quelle regionali e locali; il 75% ritiene inefficaci gli sforzi compiuti dal Governo. Questi dati, allarmanti per il loro impatto sociale, sono stati diffusi dallo storico studioso del fenomeno Alberto Vannucci, sulla base del rapporto di Eurobarometro. Ma per un’analisi ancor più precisa e completa, forse, occorre aggiungere qualche altra informazione, per inquadrare ancora meglio questa patologia endemica del nostro sistema politico-amministrativo: la corruzione costa annualmente 60 miliardi di euro e pesa per circa 10 miliardi all’anno in termini di Pil. Dodici italiani su cento, ossia qualcosa come quattro milioni e mezzo di cittadini, si sono visti chiedere, almeno una volta nella vita, una tangente. E c’è poco da stare allegri. Come rivela, infatti, uno studio predisposto lo scorso anno dalla Commissione Europea, la corruzione si annida principalmente negli uffici pubblici, con l’edilizia, in particolare, che rappresenta il settore maggiormente aggredito dal fenomeno.

Il nostro sguardo, perciò, non può non ampliarsi anche alla burocrazia e alla sua inefficienza da un lato (con un danno stimato in 17 miliardi di euro), al clientelismo e al conflitto di interessi dall’altro. La Corte dei Conti, lo scorso anno, ha ricordato che su 33 Grandi Opere, nel triennio 2007-2010, si è passati da una spesa prevista di 574 milioni di euro a una spesa effettiva di 834 milioni di euro, con un aggravio del 45% di risorse pubbliche, drenate esclusivamente per “oliare la macchina”.  Prima ancora di eco-mafie, si dovrebbe, forse, parlare di corruzione ambientale: insieme al comparto dell’edilizia, l’altro grande microcosmo avvelenato dalla corruzione è quello della gestione dei rifiuti e delle bonifiche.

Davanti a questa eclissi morale e culturale di tutta la nostra classe dirigente che, da decenni e in modo oggettivamente trasversale, oltre che a tutti i livelli, con atteggiamenti via via sempre più spudorati e non esemplari, ha geneticamente modificato l’italica antropologia, approfittando della nostra tendenza alla pigrizia e all’indifferenza, sarebbe necessaria e non più procrastinabile una presa di coscienza collettiva. Non una rivoluzione, ma una ribellione. “Io mi ri-bello. Rivoglio il bello”, dovrebbe diventare l’imperativo categorico con cui spronarci per esigere un cambiamento in cui la legalità non sia più evocata, come spesso succede soltanto nel corso di alcuni retorici convegni, ma praticata. Frequentata, ogni giorno. Con un di più di responsabilità. Individuale e collettiva. Il fiorire di una nuova consapevolezza civica ci spingerebbe, credo, immediatamente a remare per una nuova direzione, per un lido in cui la regola sia la proposta, non la protesta.

Provo, pertanto, ad elencare una serie di proposte che una legge autorevole e rigorosa – ben diversa da quella confezionata ultimamente dal Ministro alla Giustizia Severino – dovrebbe prevedere. Prima di tutto dovrebbe esserci nuovamente il reato di falso in bilancio; poi, sulla scia della convenzione europea del ’99 mai pienamente recepita dal nostro Paese, dovrebbero considerarsi l’auto-riciclaggio, la corruzione tra privati e le cosiddette interferenze illecite negli affari privati. Bisognerebbe riformare il sistema sanzionatorio con l’innalzamento delle pene minime con la possibilità che sia risarcito il danno arrecato fino a quattro volte, confiscando il bene nei casi più gravi. Bisognerebbe rivisitare l’istituto dei rimborsi pubblici o privati ai partiti e alle fondazioni, rendendo tutte le transazioni trasparenti mediante le nuove tecnologie. Introdurre un’anagrafe tributaria e patrimoniale degli eletti e dei principali dirigenti pubblici, a tutti i livelli. E soprattutto operare negli appalti: potrebbe essere vantaggioso pubblicare sul sito internet dell’ente pubblico le white lists dei privati per conoscere la composizione delle compagnie societarie, con il casellario giudiziario di titolari e soci, l’elenco dei fornitori e dei subappaltatori, i bilanci dell’ultimo anno di attività.

Probabilmente, anche con questi accorgimenti, ove presenti, il male della corruzione non sarebbe sconfitto. Certamente limitato. Ma il primo cambiamento non può che partire da noi. Dalla nostra voglia prepotente e genuina di un cambiamento reale e leale. Per non dover dare ancora ragione, a distanza di decenni, al giornalista e scrittore Corrado Alvaro che sentenziava: “La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile”.

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“Il potere è un narcotico”

Oggi la parola “potere”, forse ancor più della parola “politica”, non gode di ottima salute. La spiegazione è nella cronaca ormai quotidiana che racconta di scandali su scandali in cui sono coinvolti, a tutte le latitudini e in moltissime Istituzioni, gli eletti, quelli che dovrebbero essere i “nostri dipendenti”, dei cittadini. Esercitando le loro funzioni nel nome dell’interesse pubblico e collettivo. Il potere, anche il più piccolo, nelle mani di un animo incapace di gestirlo virtuosamente diventa il manganello per aggredire chi, senza potere, cerca di tenere su, alta, la testa. Il potere, anche il più piccolo, nelle mani di un animo contaminato dall’opportunismo e dal trasformismo, si trasforma nel grimaldello con cui aprire la cassaforte dell’etica pubblica. In moltissimi seminari, pur interessanti, ai quali ho avuto il privilegio di partecipare, raramente si è parlato di potere. Non posso, perciò, non apprezzare l’iniziativa – di cui riporto questo breve stralcio video – promossa congiuntamente dalle Associazioni “Cercasi un Fine” e “Timeo” che hanno aperto, venerdi scorso a Noicattaro, il secondo anno della scuola di formazione politica dedicata al tema delle autonomie locali, con questa lectio raffinatissima di Don Rocco D’Ambrosio. “Il potere oggi è visto negativamente, legittimamente, perché non è impiegato per fare del Bene; bisogna dare, pertanto, una finalizzazione etica e pratica al potere”. E questa rivoluzione, possibile, che deve partire dalle parole, coinvolge tutti, non soltanto i più giovani. Ma loro, i giovani di oggi, in particolare, devono impegnarsi e non spaventarsi, non temere il potere. Per questo è indispensabile investire prepotentemente nell’educazione e nella formazione. “Il potere è una belva, ti aggredisce. Per questo bisogna imparare a domarlo”. Per fare, appunto, del bene. Per una redistribuzione coerente, mediante la condivisione, del diritto alla cittadinanza. In caso contrario il potere prende il sopravvento, ci annulla, ci schiavizza e, come un narcotico, ci addormenta. Anzi, ci rincoglionisce.

Le carceri italiane: discariche dei rifiutati?

A metà novembre, quando la discussione sugli istituti penitenziari non riempiva le pagine dei giornali come sta accadendo attualmente, pur essendo cronica e storica l’emergenza umanitaria che caratterizza questi non-luoghi, ho scritto le seguenti riflessioni per il periodico politico e culturale “Cercasi un Fine”, dal nome dell’omonima associazione che opera nell’ambito della formazione civica nella Provincia di Bari.

“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Umanità e Rieducazione. Sono queste le pietre miliari, consegnateci dal secondo comma dell’art. 27 della nostra Costituzione, sulle quali si sarebbe dovuto edificare il Sistema Penitenziario del nostro Paese. La verità è, purtroppo, un’altra. Ossia quella di uno Stato che, negli ultimi decenni, sempre più, si è plasmato come un Giano bifronte: da un lato la rappresentazione fittizia del nostro Tempo in cui si sono celebrati il culto dell’individualismo e la teorizzazione dell’estetica; dall’altro, l’occultamento, rigoroso e scrupoloso, di tutte quelle realtà “infernali”, come le carceri italiane, col precipuo fine di evitare l’assunzione di consapevolezza da parte di chi è “fuori” rispetto a ciò che accade “dentro”. Perché, per le numerose “anime perse”, non bastano, evidentemente, secondo la vigente e rozza morale pubblica, le condanne rilasciate dai magistrati: è necessaria l’indifferenza assoluta per chi ha nuociuto alla Società.

I detenuti, forse, non sono una categoria che ispira simpatia, ma anche loro, come tutti gli esseri umani, hanno diritto ad un trattamento dignitoso. Il Consiglio d’Europa e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, infatti, proprio per l’affollamento carcerario che ci vede agli ultimi posti in Europa, sono intervenuti più volte per censurare lo stato di detenzione nelle carceri italiane. Il primo ha previsto degli standard minimi da rispettare, dai quali l’Italia appare ancora lontanissima; la seconda ha già condannato più volte l’Italia per violazione dei diritti umani.

Analizziamo, ora, pertanto, i dati che ci raccontano il degrado in cui versano i nostri sistemi penitenziari. Per questa disamina ci riferiremo all’annuale rapporto sulle condizioni di detenzione presentato dall’Associazione Antigone. I 206 istituti penitenziari hanno una capienza regolamentare di 45.817 persone, ma, al 30 settembre 2011 (tutte le statistiche che sono state riportate nel dossier e a cui noi facciamo riferimento sono rispetto a questa data), sono rinchiuse 67.428 persone, 21.611 in più rispetto alla soglia minima. Le donne presenti sono 2.877, gli stranieri 24.401. I detenuti in attesa di primo giudizio, cioè quelli che sono sottoposti all’istituto della custodia cautelare, sono 14.639; dei 37.376 detenuti con condanna definitiva al 30 giugno 2011 il 26,9% ha un residuo pena fino ad un anno, il 61,5% fino a tre anni; 32.991 sono le persone ristrette per reati contro il patrimonio, 28.092 per reati previsti dalla legge sulle droghe, 6.438 per associazione di stampo mafioso, 1.149 per reati legati alla prostituzione; le persone in misura alternativa erano 18.391, di cui 9.449 in affidamento in prova ai servizi sciali, 887 in Semilibertà e 8.055 in detenzione domiciliare.

Oltre 28 mila persone rinchiuse a causa della “legge sulle droghe”, ossia la Fini – Giovanardi, a causa della quale – dice Patrizio Gonnella, Presidente di Antigone – “entrano in carcere persone pericolose soltanto verso se stesse. Il 37 per cento di chi è in galera ha violato questa legge. La media europea è del 15-18 per cento. Se si aggiunge la ex Cirielli sulla recidiva, i piccoli spacciatori ricevono pene più severe senza la possibilità di misure alternative”.

Ecco il vero nocciolo di tutta la questione: le misure alternative, come documentano i numeri, sono scarsamente concesse. Solo 9500 persone, infatti, sono affidate ai servizi sociali e messe nella condizione di essere “rieducate alla socialità e alla società”. Sicuramente una concausa sarà la mancanza di fondi e di risorse strutturali per poter implementare questa possibilità, ma, temiamo, manchi, a volte, proprio quell’Umanità, di cui parla la nostra Costituzione, da parte di chi opera in questi delicatissimi ambiti. E umanità fa rima, d’altronde, con carità. Senza carità – si legge nel Vangelo – “non siamo niente”. E nullità siamo, forse, diventati. Come giudicare, altrimenti, la quasi assoluta indifferenza rispetto agli oltre 160 decessi dall’inizio dell’anno, di cui 59 per suicidio? E rispetto ai circa 100 suicidi di agenti penitenziari dal 2000 ad oggi proprio per l’impossibilità di lavorare dignitosamente? E della quasi e sola compassione con cui sono state affrontate le vicende dei pestaggi, da parte di agenti “infedeli”, che negli ultimi anni e settimane hanno comportato la morte di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi e Cristian De Cupis?

Umanità fa rima, poi, con Dignità. Quella che viene negata a chi convive con altre sei persone in spazi che sarebbero idonei per la metà di loro. Il Piano Carceri, più volte annunciato dall’ultimo governo “dimissionato”, è rimasto sulla carta. Questo prevederebbe un aumento di posti letto per circa mille unità (in esubero, però, ci sono quasi 22 mila persone!) quando ci sarebbe, preventivamente, da riqualificare le centinaia di carceri fantasma, ossia tutti quegli istituti che negli ultimi vent’anni sono stati costruiti (spesso ultimati), a volte anche arredati e vigilati, rimasti inutilizzati o sotto utilizzati o, peggio, in totale d’abbandono.

Anche in Puglia. Dove tra la Provincia di Bari e quella di Foggia diverse sono le strutture che rientrano in questa “speciale classifica di spreco e di abbandono”, senza trascurare l’indice di affollamento che è il più alto in Italia: 183%. Umanità fa rima, infine, pure con Libertà. E, come scrisse Cesare Beccaria, “non vi è libertà ogni qualvolta le leggi permettono che, in alcuni eventi, l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa”.

La bellezza dell’Impegno

Le ultime Amministrative e, ancor più, il successo dei Referendum hanno rappresentato uno spartiacque decisivo tra l’Italia di ieri e quella di domani: hanno fornito, infatti, all’opinione pubblica mondiale, un’immagine del Paese che la stragrande maggioranza della vigente classe dirigente non immaginava potesse manifestarsi ai loro occhi cosi nitidamente, venendo, pertanto, interiorizzata in modo dicotomico rispetto a tutti quei cittadini che hanno contribuito, con entusiasmo ed impegno, ad ottenere quei risultati.

Ecco la parola magica: Impegno. È questo uno degli ingredienti necessari per spiegare l’incantesimo che sta abbracciando il nostro Paese. Ed è la piccozza ideale per rompere il muro di reticenza e di indifferenza che è stato edificato, da “questa” politica e da “questo” sistema dell’informazione, nell’ultimo ventennio per impedire ai ventenni, tanto degli anni ’90 quanto a quelli di oggi, di andare oltre l’idea che per essere felici o raggiungere i propri obiettivi bastasse apparire o, peggio, vendere il proprio corpo e la propria anima.

Nel libro “Indignatevi”, l’ex partigiano francese Stephane Hessel cosi scrive: “L’indifferenza è il peggiore di tutti gli atteggiamenti.. Comportandoci in questo modo, perdiamo una delle componenti essenziali dell’umano. Una delle sue qualità indispensabili: la capacità di indignarsi e l’impegno che ne consegue”. E oggi, principalmente, non sono i Giovani i “partigiani del Terzo Millennio” che con la loro passione civica e la loro “Resistenza” non stanno facendo sprofondare il Paese nella palude dell’immoralità?

A questi delicati quesiti, presupponendo che non ci si possa limitare alla sola “indignazione”, risponde Pietro Ingrao: “C’è un deficit dichiarato di rappresentanza. Penso soprattutto ai giovani, alle lotte degli studenti e dei ricercatori delle università. Possono apparire parziali le questioni che sollevano, mentre, in realtà, alludono a problemi generali, di enorme portata, che evocano nuove forme di comunità politica. La politica può rinascere, trovare un’espansione nuova se esprime le esigenze di un vissuto personale socialmente determinato. In ogni modo, quei movimenti rivelano il punto di crisi a cui è pervenuto il rapporto tra le istituzioni politiche e le domande che agitano la società”.

E, dice Alfredo Reichlin, avere una visione di società non significa avere una visione di partito, e viceversa? Oggi la Politica, cosa assai diversa dalla propaganda con cui ci avvelenano quotidianamente, a reti unificate, piduisti, vecchi e nuovi, bancarottieri o collusi con la mafia, deve, urgentemente ed assolutamente, essere autorevole, credibile, trasparente, partecipata. Se la cooperazione e la condivisione, parole oggi assai familiari per tutti quei giovani che “dimorano e maturano” sulla Rete, non diventeranno principi pronti a radicarsi sul “territorio”, i tantissimi che oggi si impegnano per cambiare in meglio questo Paese continueranno ad essere percepiti come “una riserva indiana” che potrà solo spaventare la gerontocratica ed immeritevole oligarchia che oggi ci disonora nel mondo, drogata dai suoi privilegi e dalla facoltà, che cerca di reiterare continuamente, di barattare i nostri diritti con il suo benessere.

Su Lavoce.info, lo scorso 7 giugno è stato pubblicato il rapporto annuale dell’Istat che fotografa, impietosamente, il divario che sussiste tra le regioni del Nord che presentano livelli di benessere o inclusione sociale analoghi a quelli della Svezia e le regioni del Sud nelle quali, invece, si rischia di avere uno scenario di povertà o esclusione prossimi a quelli della Romania. Il sociologo Alessandro Rosina, sempre su Lavoce.info, sottolinea come “i paesi in cui si dà più spazio e importanza all’innovazione sono anche quelli in cui i giovani sono maggiormente incentivati ad essere autonomi, pienamente attivi e protagonisti nel mercato del lavoro.

E sono anche i paesi che crescono di più”. Si desume, quindi, che il cambiamento agognato non può essere subito dalle più giovani generazioni, ma dalle stesse deve essere indotto prima e condotto poi. Ci dobbiamo credere. Avere fiducia e speranza. E a tutti quelli che volutamente rifiutano la speranza, che esa-sperano, che potrebbero preferire l’esercizio della violenza, con mitezza ed umiltà di cuore, rispondiamo con un sorriso e con parole di buon senso.

Queste riflessioni sono state pubblicate sul numero nr. 63 del periodico – diretto da Don Rocco d’Ambrosio – “Cercasi un Fine”, che è anche una Scuola di Formazione Politica.

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