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Un popolo che accetta il voto di scambio non ha dignità

“La sola cosa che l’Europa deve temere, oggi, è la paura che i tribunali elettorali suscitano nei governanti, nei partiti classici, in chiunque difenda lo status quo pensando che ogni sentiero che si biforca e tenta il nuovo sia una temibile devianza”. Così scrive, il nove maggio scorso, Barbara Spinelli, nel commentare il voto francese che ha consegnato il Paese ad Hollande e quello greco dove l’instabilità politica fortissima rischia di far tornare tra qualche settimana la nazione ellenica al voto, non essendo stato, ad oggi, ancora possibile formare un nuovo governo che regga con forza e determinazione questa lunga e difficile fase di transizione. Su questa linea, infatti, la Spinelli scrive che “le urne dicono questo: il bisogno di Europa, di una politica che salvi il continente dal naufragio della disperazione sociale e di una guerra di tutti contro tutti. Il continuo accenno alla Grecia come spauracchio – e capro espiatorio – agitato dai nostri governi a ogni piè sospinto, non è altro che ritorno al vecchio bellicoso equilibrio di potenze nazionali, tra Stati egemoni e Stati protettorati”. Ed è anche in questo clima di xenofobia, di antipolitica, di esasperata austerità, di mancanza di futuro, che può essere letto il voto italiano. Ci aiuta nell’analisi Massimo Gramellini, il quale rileva, in particolare, come il “boom” del Movimento 5 Stelle sia stato agevolato da una gerontocratica partitocrazia che non è stata capace di riformare se stessa e che, pertanto, i cittadini hanno espresso il cosiddetto voto di protesta non contro la politica, verso cui hanno dimostrato di avere interesse, soprattutto verso i temi connessi all’ambiente e all’uso virtuoso delle nuove tecnologie, ma contro questi partiti. Scrive: “non si può certo dire che non fosse stata avvertita. I cittadini stremati dalla crisi hanno chiesto per mesi alla partitocrazia di autoriformarsi. Si sarebbero accontentati di qualche gesto emblematico. Un taglio al finanziamento pubblico, la riduzione dei parlamentari, l’abolizione delle Province. Soprattutto la limitazione dei mandati, unico serio antidoto alla nascita di una Casta inamovibile e lontana dalla realtà”. Ma queste elezioni, inoltre, ci dicono altro. Sono state le prime, almeno formalmente, senza Berlusconi e segnate dalle strategie adottate da Monti in questi ultimi mesi. Da Nord a Sud passando per il Centro, il Pdl – il partito “personale” del sultano di Arcore – è quasi sparito. Come fa notare Ilvo Diamanti, in un’analisi piuttosto lucida, “ha dimezzato il suo peso elettorale: è passato dal 30% al 14% (media delle medie). Governava in 95 Comuni (maggiori), insieme alla Lega. Al primo turno ne ha perduti 45 (inclusi quelli in cui è escluso dal ballottaggio)”. Sono state le ultime, probabilmente, anche per Bossi e la “sua” Lega che, eccetto Verona e Cittadella, ha subito un forte ma non fortissimo calo. E che, nel 3% dei casi, ha consegnato suoi elettori proprio a Grillo, forte di un linguaggio altamente xenofobo basato sull’idea che non debbano prendere la cittadinanza italiana (ne ho già parlato diffusamente qui di questa grande stupidità) coloro che nascono in Italia o vi risiedono legalmente ed onestamente da molti anni. Tema che non crediamo sia convinto pienamente da tutte le “stelline” che si agitano nel firmamento delle comunità locali. Il Pd, che non riesce a capitalizzare il crollo del centrodestra, subisce, nelle “aree rosse”, il peso dell’astensione. Per mascherare la miseria della politica ci vorrebbe, pertanto, più politica. Anzi, più Politica. Più umanità, più dignità, più coraggio, più capacità di parlare a cuore aperto, più visione del futuro. Quella che molti definiscono come “rivoluzione culturale e morale”, però, a dire il vero, non è affatto aiutata dalle notizie che arrivano da molte località italiane dove si è votato. E dove il voto, pare, sia stato pesantemente inquinato. A Catanzaro, ai danni del bravo Salvatore Scalzo e a favore del quale il Pd chiede l’intervento urgente della Commissione Antimafia. Nella mia Puglia, a Gioia del Colle. Ma anche a Taranto dove la denuncia arriva dal leader dei Verdi, Angelo Bonelli. Con criticità consistenti che mi ero permesso già di evidenziare nella riflessione che avevo scritto per gli amici di Giù al Sud, qualche giorno fa. Una politica che non interviene con convinzione per arginare il fenomeno del clientelismo elettorale impregnato di cultura mafiosa, e del voto di scambio, non è politica. È propaganda. È antipolitica, nel vero senso della parola. Ed è questo il cancro che gli italiani devono curare e debellare. Mettendoci la faccia ed impegnandosi di persona, personalmente. Da subito. Perché cosi proprio non si può andare più avanti.

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A Bari è allarme corruzione?

“La Bari migliore deve dire basta al clientelismo e alla corruzione dilagante”. Il mio secondo post per Giù al Sud.

E’ il 1991 quando un incendio, doloso e mafioso, distrugge il novecentesco Teatro Petruzzelli di Bari. A bruciare non è solo un teatro, ma un simbolo. L’unico che permetteva alla Bari degli anni ’80 e ’90 di percepirsi fieramente europea ed internazionale. La prassi, infatti, era quella di considerare la città uno dei tanti sobborghi di un meridione in cui la criminalità organizzata aveva il potere indisturbato sul territorio e in cui si legittimava con l’uso quasi quotidiano delle armi. Nel silenzio o nella complicità della politica e della classe dirigente cittadina. Ci sono voluti 17 anni per rivedere il Teatro riaperto, durante i quali, però, decine sono stati i contenziosi legali (per non dire delle ingenti risorse pubbliche che sono state dilapidate) tra l’Amministrazione Comunale e i proprietari. Il Teatro Petruzzelli, quasi unico caso al mondo, pur avendo una funzione pubblica – o meglio tra le più pubbliche che ci sia: quella di “produrre e trasferire Cultura” – è di proprietà della Famiglia Messeni-Nemagna. Francesco Rutelli, quando era Ministro dei Beni Culturali nell’esecutivo Prodi, provò la strada dell’esproprio, legittimo in nome del carattere pubblico del Bene, ma il tentativo si rivelò vano perché la “trama giuridica” fu organizzata, politicamente, male e realizzata peggio. In base ad un Protocollo d’intesa che fu siglato tra le parti si raggiunse un compromesso. La nascente Fondazione – nel cui Consiglio di Amministrazione siedono rappresentanti o delegati del Governo, della Regione, della Provincia, del Comune, oltre a dei soci privati – si impegnava a versare un canone annuo di circa 500 mila euro alla Famiglia per la gestione dell’immobile. Il Presidente della Fondazione è il Sindaco di Bari, Michele Emiliano. Non l’Assessore alla Cultura, come dovrebbe essere, per la ragione che questa figura politica, a Bari, non esiste. Non serve, dice il sindaco. Come se, poi, tutta la “cultura cittadina” fosse solo quella del Petruzzelli. Per gestire simili attività ci vuole competenza e disponibilità di tempo. Non ci si può improvvisare per l’intento di soddisfare la propria egolatria. Si rischia, in buonafede e fino a prova contraria, di fare danni. Ed oggi la paralisi è sotto gli occhi di tutti. Deficit di bilancio di oltre otto milioni di euro, i posti di lavoro degli orchestrali sono precari e non c’è una visione nitida del futuro.

La politica, trasversalmente parlando, risponde con il linguaggio e gli atteggiamenti a cui ha abituato gli sgomenti cittadini: mediocrità, retorica, incapacità di assumersi lealmente le proprie responsabilità. Gli organi inquirenti e il commissario straordinario valuteranno eventuali illegalità, ma oggi – stante le notizie di cronaca – sembra emergere un sistema clientelare assai pervicace che, con la complicità dei sindacati (o meglio del solo sindacato sotto la cui bandiera tutti gli orchestrali rivendicano i loro diritti), ha permesso a pochi amministratori pubblici irresponsabili di gestire un bene pubblico di tale valenza come una proprietà privata. La poca trasparenza amministrativa è, purtroppo, anche il distintivo dell’inchiesta sulle opere pubbliche realizzate in città per conto del Comune per la quale sono finiti agli arresti domiciliari un Consigliere regionale del Partito Democratico e il fratello con cui gestiscono una delle più importanti imprese edilizie del territorio, e alcuni dirigenti comunali e regionali tra cui il responsabile dell’ufficio urbanistica. Uno dei capi d’accusa più importanti è la corruzione. La magistratura accerterà eventuali responsabilità, negligenze o omissioni. Ma, ancora una volta, desolantemente, ad emergere è un sistema politico – affaristico – culturale che lascia basiti.

La famiglia di costruttori finita sotto la lente di ingrandimento che in questi anni si è aggiudicata una pluralità di appalti pubblici milionari da realizzare con lo strumento del project financing, per anni è stata ritenuta politicamente contigua a Michele Emiliano, il quale – una volta riconfermato Sindaco – ha nominato suo Assessore una delle rampolle della famiglia suddetta. La qualità del suo operato centra poco. Lo chiamano conflitto di interessi. Che vale sempre, non solo quando può essere sbandierato per danneggiare gli avversari politici. La coerenza avrebbe voluto che questa decisione, per opportunità politica, non fosse presa. Per la cronaca – e la cosa potrebbe far pensare che sia in atto una guerra politica mediante gli strumenti della magistratura – la stessa assessora, un paio di mesi fa, per ragioni mai veramente chiarite, si è dimessa. Tra gli indagati, inoltre, figurano non solo molti tecnici in qualità di dirigenti comunali o regionali, ma anche il progettista di alcune di queste opere pubbliche incriminate. Ne consegue, pertanto, una riflessione. Il “vero” potere (occulto?) di un Comune è nei suoi Uffici Tecnici. E’ quello dei dirigenti con le cui firme anche il quartiere più degradato sottoposto a riqualificazione urbanistica può diventare attrattivo socialmente ed economicamente. E’ dove si annida la corruzione.

Alcune domande, perciò, sono doverose. Cosa si sta aspettando ancora per varare una legge sulla corruzione che preveda regole ferree per gli appalti? Perché non obbligare, anche a fronte di possibili bonus fiscali o economici da erogare, i Comuni e le Regioni a dotarsi di provvedimenti basati sulla trasparenza e digitalizzazione amministrativa con l’intento di conoscere, per le opere pubbliche più importanti giudicate tali per importo o per destinazione d’uso, non solo se le imprese (e i progettisti incaricati) sono sempre le stesse ma anche l’effettivo work in progress dei cantieri? Perché non prevedere ciclicamente la formazione obbligatoria di tutti i tecnici comunali o accordi con la Finanza per accertamenti frequenti e casuali?

Il clientelismo dei magistrati

E’ il male più pericoloso che si è manifestato tra le toghe e all’interno delle correnti che le stesse frequentano. Di questo problema serio ne ha parlato, in questo post per il Fatto Quotidiano, l’ex magistrato Bruno Tinti, suggendo anche una via d’uscita che non faccia perdere autorevolezza e credibilità a tutto il sistema, proprio ora che è in crisi dopo un ventennio in cui il potere giudiziario è stato bombardato quotidianamente dal potere esecutivo, con l’intento di minarne l’efficacia e l’indipendenza.

Come se ne può uscire? Non con una nuova legge; che poi dovrebbe essere una legge costituzionale perché le modalità di scelta (elezione) dei componenti del Csm sono previste appunto dalla Costituzione. Chiunque capisce che, se i partiti avessero l’opportunità di por mano a una riforma del Csm, si darebbe un addio all’indipendenza della Magistratura. Ne approfitterebbero subito per costruire un sistema che affiderebbe alla politica il controllo sui giudici, sulla loro carriera, sui loro stipendi e sulla loro – vera o presunta – responsabilità disciplinare. Sicché, non c’è dubbio, i giudici devono mettersi una mano sulla coscienza e “riformarsi” da soli. Con un accordo tra i giudici tutti, i non correntizzati, i semplici associati alle Correnti, i correntocrati pentiti, per gestire l’elezione del Csm con un by pass che impedisca alle Correnti di imporre i suoi candidati. Il sorteggio, il sistema più semplice e meno inquinabile che si possa immaginare.

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