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L’Aquila non esiste!

A tre anni dal terremoto, L’Aquila è ancora un non-luogo” è il mio nuovo post per Ediltecnico. Ne avevo già scritto, alcuni giorni fa, qui.

Del resto il modello della New Town, sorta a non pochi chilometri di distanza dal nucleo urbano originario, può essere percepito come esperimento sociale, sulla base della riorganizzazione degli spazi vitali e quotidiani. Parafrasando Italo Calvino e la sua “città ideale” si potrebbe dire che “L’Aquila 2” simboleggia l’ideale della “città perfetta”: ordinata, disciplinata e controllata dove nulla si può muovere senza autorizzazione o senza essere visto. Si crea, cosi, un nuovo modello di socialità, non spontaneo, poco autonomo, dove viene ridotto drasticamente quel diritto alla città, spesso sottovalutato, da cui invece si dovrebbe ripartire, per far tornare a volare L’Aquila. E spingere i cittadini oggi emigrati a tornarvi e a farla rivivere grazie al talento di ciascuno. Perché il diritto alla città “non si esaurisce nella libertà individuale di accedere alle risorse urbane, ma è il diritto di cambiare noi stessi cambiando la città”, perché costruendo la città costruiamo noi stessi.

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A 3 anni dal terremoto

Il terzo anniversario del terremoto che ha distrutto e cancellato L’Aquila – era il 6 aprile 2009 – ha consentito a una moltitudine di intellettuali, più presunti che veri, di lanciarsi in analisi essenzialmente sociologiche su cosa simboleggi oggi la città svuotata. Non essendo un sociologo né un intellettuale né uno che pensa di avere sempre il pensiero giusto sui fenomeni del nostro tempo, qualsiasi sia la loro natura, ma solo un cittadino che cerca di farsi un’ idea, nel bene o nel male, anche attraverso le cose che legge, penso che sull’Aquila ci sia moltissimo da raccontare: partendo dallo stupro alla democrazia che si è consumato finendo con la gravità dell’avidità di quella che poi abbiamo imparato a chiamare “cricca”, attraversando il dolore dei tanti cittadini vittime della sciagura che sono stati moralmente ingannati e poi abbandonati. Ora, però, vorrei evidenziare ciò che di interessante, per me, emerge da questo post sociologico-urbanistico.

I modelli di città che si delineano all’Aquila dopo il terremoto, sia il campo recintato e sorvegliato che “L’Aquila 2″, simboleggiano l’ideale della “città perfetta”: ordinata, disciplinata e controllata. Città in cui nulla si può muovere senza autorizzazione o senza essere visto, sorvegliato. Il ruolo della “città perfetta” è assegnato in particolar modo all’Aquila 2. La scelta del Governo e della Protezione Civile di svuotare e recintare il vecchio centro e di realizzare una “new town” in un luogo anonimo in periferia, non è affatto casuale, oppure dettata dalla mera “emergenza”. A distanza di 3 anni e alla luce delle inchieste giudiziarie nonché dei miliardi pubblici stanziati per la realizzazione di tutto ciò, tali scelte non appaiono affatto casuali. Quel terremoto sembra essere stato “sfruttato” per realizzare e sperimentare molto altro: ovvero nuovi modelli di socialità. Perché lo spazio in cui viviamo ci definisce e modella le nostre relazioni sociali. “La scelta della città che vogliamo non può essere separata da quella di un certo tipo di legami sociali, di rapporti con l’ambiente naturale, di stili di vita, di tecnologie e di valori estetici”, afferma David Harvey, rivendicando un inedito, quanto trascurato, “diritto alla città”. Significa che il diritto alla città “non si esaurisce nella libertà individuale di accedere alle risorse urbane, ma è il diritto di cambiare noi stessi cambiando la città”, perché costruendo la città costruiamo noi stessi.

La loggia Cosentino

In origine fu la P2 di Licio Gelli, quell’associazione di massoni che puntava a destabilizzare lo Stato italiano, ribaltandone l’ordine democratico. Nella famosa lista, composta da 962 affiliati e rinvenuta nel marzo dell’81, oltre a Berlusconi e a Cicchitto, figuravano anche magistrati, forze dell’ordine, banchieri, imprenditori e giornalisti: insomma la classe dirigente di allora che, non totalmente, fu spazzata via con “Mani Pulite” e altre inchieste. Sebbene la Commissione Parlamentare presieduta da Tina Anselmi avesse già descritto benissimo il fenomeno occulto.

Dopo più di 28 anni, a luglio 2010, si viene a sapere di un incontro per lo meno particolare: intorno ad un tavolo, infatti, sono accomodati Denis Verdini, il vero legame con la cricca dei costruttori; Marcello Dell’Utri, indicato come uomo di “Cosa Nostra” e già condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa; il faccendiere Flavio Carboni, influentissimo per i suoi trascorsi proprio nella P2 e per il suo potere occulto alimentatosi nei sottoboschi del Palazzo; esponenti del “fu” governo berlusconiano e della magistratura; infine due signori campani, poco propensi a finire sui giornali: Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino.

Perchè queste persone, dai profili tanto diversi, si incontravano? Per organizzare una rimpatriata tra mafiosi o massoni? Da quanto si apprese l’obiettivo era quello di proteggere “Cesare” – “l’Imperatore di Arcore” – dai suoi guai giudiziari, nella fattispecie provare a influenzare i giudici della Corte Costituzionale che dovevano pronunciarsi sulla legittimità del Lodo Alfano. Lombardi e Martino, entrambi campani, nonchè amici e sponsor politici di Cosentino, a quell’incontro lo rappresentano totalmente, come se ci fosse proprio lui. Lo scenario, quindi, è di quelli agghiaccianti: “magistrati misti a personaggi che, direttamente o indirettamente, evocano comunque all’osservatore l’ombra, nell’ordine, della Cricca, di Cosa Nostra, della P2 e dei Casalesi”.

Come ha scritto Nando dalla Chiesa, in questo post del suo blog, abbiamo

“di qua gli ambienti più contigui alla sfera illegale del Paese. Di là una pletora di magistrati distaccati ai ministeri, consiglieri di Stato, magistrati Tar, che amministrano i poteri di governo assai più dei sottosegretari e di quasi tutti i ministri, unica eccezione quelli che possono incidere sulle loro carriere. Questi due mondi si incrociano di frequente, non tutti con tutti, si capisce”.

Ed essendo, oggi, questo “potere sempre meno occulto”  – basato sulla disponibilità a farsi ricattare e corrompere dei colletti bianchi da parte delle “multinazionali del malaffare” – più forte del potere dello Stato, ecco che il referente Cosentino, pure per i segreti che potrebbe detenere, è stato salvato dal carcere.

Ma in galera, probabilmente, è finita la dignità della politica e della classe dirigente di questo Paese che per l’ennesima volta ha mostrato tutta la sua incapacità e la sua immoralità.

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