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Lo stesso mandante per Aldo e Peppino?

Questa domanda mi tormenta, a dire il vero, da anni (ne ho scritto anche qui e qui). E, probabilmente, resterà una domanda che non riceverà risposta alcuna, non essendoci niente, ad oggi, che possa indurre i curiosi a fare considerazioni diverse, a cominciare da pronunciamenti definitivi della magistratura. Giusto, quindi, sottolineare questo aspetto, in apertura, ma è altrettanto legittimo, però, partire da alcuni fatti certi per elaborare alcune considerazioni. Esercitando scrupolosamente il dubbio.

Il 9 maggio 1978 è uno dei giorni più infelici della Storia di questo Paese. Vengono assassinati Aldo Moro e Peppino Impastato. Uno a Roma, l’altro a Cinisi. Uno dalle Brigate Rosse – secondo la vulgata dominante – l’altro da Cosa Nostra. Il primo sarebbe stato rapito ed ucciso per il suo disegno “eversivo” di superare le consolidate divisioni politiche tra democristiani (divisi in varie correnti) e comunisti (divisi in varie correnti) per dare finalmente una stabilità e una governabilità al Paese, lacerato già allora da politicismi inauditi e da veti dettati più dall’opportunismo di salvaguardare uno status quo che dall’opportunità coraggiosa di cambiare il Paese; il secondo, invece, fu fatto esplodere, nel vero senso della parola, per la sua capacità ritenuta insopportabile di sbeffeggiare, con ironia e spontaneità, il superboss Gaetano “Tano Seduto” Badalamenti.

Ora, lo dico subito, anche a rischio di essere preso per uno che farnetica, io alle coincidenze non ci credo. Non posso crederci perché la Storia di questo Paese è anche una Storia criminale (come ha pure scritto Roberto Scarpinato ne “Il Ritorno del Principe”). Sin dalla sua origine. Fondata sul mistero e sull’occulto. Basterebbe ricordare l’inchiesta a fine Ottocento del filantropo meridionalista Leopoldo Franchetti o il primo eccellente e misterioso delitto di mafia con vittima Notarbartolo.

La Democrazia Cristiana è sempre stata il braccio politico del Vaticano. Il Papa Paolo VI era – parole sue – molto vicino per sensibilità e cultura ad Aldo Moro. Pur cristiano praticante, Aldo Moro aveva, verso la politica, un approccio laico, pragmatico, risolutivo. Aveva capito che l’unica possibilità per cambiare e riformare radicalmente il Paese, accettando qualche compromesso, era  quella di stringere un’alleanza con i comunisti di Berlinguer, il quale, pur muovendo da una cultura antitetica, condivise enormemente, da persona politicamente saggia, l’approccio dello statista democristiano. I comunisti erano, però, i nemici pubblici principali per gli americani e per la Curia (e con un flash mi torna in mente pure quel Pio La Torre, segretario comunista siciliano ucciso dalla mafia, sempre in quegli anni). Se fossero andati al Governo del Paese sarebbe stata una sciagura. Sarebbe stata scritta un’altra storia. E forse, oggi, avremmo un altro Paese. Con il rapimento di Moro e la sua successiva eliminazione, il disegno fu stracciato.

Gli esecutori materiali furono rintracciati nei brigatisti. Dopo alcuni anni, soprattutto con Giancarlo Caselli e il Generale Dalla Chiesa, il terrorismo fu sconfitto. Con la dimostrazione, quindi, che se appoggio politico c’era stato, con la fine di questa stagione dolorosa, era venuto meno. Usati ed abbandonati. Almeno ufficialmente, fino ad oggi e fino a prova contraria, nessuno ha sollevato il dubbio che possa esserci stato anche un coinvolgimento, seppur indiretto, di Cosa Nostra.

In quegli anni, tuttavia, non possiamo dimenticare lo strapotere eversivo della Loggia di Rinascita Democratica P2. E’ fatto, ormai, storicamente comprovato che erano suoi illustri componenti il plenipotenziario della Dc, Giulio Andreotti, il cardinale Marcinkus che  gestiva lo Ior e il primo superboss di Cosa Nostra Stefano Bontate. Bontate era siciliano. E la Sicilia non era solo un feudo politico della Dc. Era un feudo di Andreotti.

Ma Bontate non era l’unico “capo”. L’altro superboss di Cosa Nostra era Tano Badalamenti. Colui che nel 2002 fu condannato all’ergastolo per l’omicidio di Peppino Impastato. Il pentito Buscetta (che si fidava soltanto di Giovanni Falcone), in uno degli interrogatori a cui fu sottoposto, parlando dell’omicidio del giornalista Pecorelli, rivelò di un avvenuto incontro a Roma tra il boss e Andreotti, chiamato, affettuosamente, “zio” dai picciotti. Non è mai stato provato. E per il delitto Pecorelli, Andreotti fu assolto. Con la strage rimasta senza mandante.

Come è rimasta sostanzialmente impunita e avvolta nel mistero, ancora una volta con la figura di Andreotti sullo sfondo, la Strage di Via Carini del 3 settembre 1982, quando fu ucciso il Generale dei Carabinieri e Prefetto di Palermo Dalla Chiesa, avvenuta secondo una ritualità – hanno sempre dichiarato negli anni gli studiosi e gli esperti – non tipicamente mafiosa. Venendo colpita, per esempio, anche la moglie Manuela Setti Carraro. Una sorta di “femminicidio” ante-litteram, potremmo definirlo oggi. Ma dopo oltre tre decenni, purtroppo, la Verità sembra ancora lontana.

Da quel 9 maggio 1978 sono trascorsi 35 anni. L’Italia è oggi un Paese culturalmente ed eticamente fallito. Le diverse organizzazioni criminali hanno inquinato tutti i gangli della nostra società. Non si può più parlare di infiltrazione mafiosa. Dovremmo, semmai, parlare di infiltrazione politica. Le mafie sono dentro le Istituzioni. La mafiosità, intesa come cultura dell’Anti-Stato, permea la quotidianità. E’ diventata la nostra cultura, senza accorgercene. Perché noi non ci accorgiamo più di niente. Non ci indigniamo più davanti agli scandali. Li accettiamo, li tolleriamo e proseguiamo come se non fossero, ciascuno di essi, una coltellata alla nostra dignità e moralità.

E niente cambierà se non inizieremo ad assumerci la nostra quotidiana e doverosa parte di corresponsabilità. E ad agire di più, parlando di meno, con coraggio. Con passione. Con umiltà. Ricordando l’esemplarità, non soltanto in giornate commemorative come questa, di figure come il democristiano Aldo Moro e il comunista Peppino Impastato. Tanto diverse quanto simili. Abbattute, forse, se non dagli stessi mandanti politici e morali, certamente dallo stesso Potere criminale ed occulto, composto anche da servitori infedeli dello Stato. Due facce di una stessa medaglia. Quella di un’Italia che ha perso l’opportunità di cambiare la sua Storia e di consegnare alle future generazioni un Paese dove sia bello vivere nel rispetto delle regole e nel rispetto reciproco.

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Nessun dispiacere per un mafioso

E’ morto Giulio Andreotti. Il divo Giulio, nella cui gobba – disse Grillo una volta – “si nasconde la scatola nera della Prima e della Seconda Repubblica”, fino alla primavera del 1980, ossia quando interviene la prescrizione pur in presenza di fatti accertati, è da considerare a tutti gli effetti un mafioso. Poi, evidentemente, sempre rispetto alle sentenze definitive della magistratura, ha smesso di esserlo. Un mafioso, quindi, elevato dall’allora Presidente della Repubblica Franscesco Cossiga a Senatore a vita, dopo essere stato 7 volte Presidente del Consiglio e 18 volte Ministro. Andreotti era già sulla scena politica nel 1955 quando ci fu la prima strage mafiosa di Portella della Ginestra. E’ stato quello che più di tutti ha ostracizzato Aldo Moro e il suo tentativo di cambiare l’Italia, con Berlinguer. E’ stato, da politico vaticanista quasi per definizione, con il cardinale Marcinkus e il primo vero boss di Cosa Nostra Stefano Bontate, uno dei fari della Loggia P2. La sua figura è stata ottenebrata ulteriormente con la strage del 3 settembre del 1982 quando fu assassinato il Prefetto di Palermo, il Generale Dalla Chiesa. E ancora dubbi furono sollevati quando avvenne l’omicidio del Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, essendo stato l’indiscusso leader del gotha siciliano della Democrazia Cristiana composto negli anni ’80 e ’90 da una galassia di spregiudicati uomini in carriera riconducibili sia ai cugini Salvo sia a Salvo Lima. Poi tutti giustiziati dalla mafia. Si potrebbero scrivere un’infinità di cose. Ma, sinceramente, non ne ho voglia. E’ stata una persona che ha fatto, politicamente parlando, molto male all’Italia. E mi auguro possa emergere un giorno dai suoi archivi tutta la verità sui periodi più bui e sui misteri più indicibili della nostra Repubblica. Ma, oggi, è giusto che cali il sipario e si faccia silenzio. Non per rispetto. Non può essercene per un mafioso amico di Totò Riina. Ma perché non c’è più niente da dire. Un silenzio di pietà per la nostra decenza.

L’oscenità del Potere del Vaticano

L’ultima puntata de “Gli Intoccabili”, soprattutto per la parte conclusiva dedicata alla corruzione morale che sta attraversando con veemenza i corridoi del Vaticano, mi ha lasciato una certa inquietudine. Non bisogna essere ferventi cristiani, infatti, per essere preoccupati per le notizie che ci raccontano dell’attuale regressione morale che ha investito il clero. Lo Stato del Vaticano, per quanto estero e per quanto vincolato all’Italia dai Patti Lateranensi che non sono mai stati rispettati integralmente da ambo le parti, non è uno Stato come gli altri. Piaccia o non piaccia, anche psicologicamente, “i fatti della Curia” hanno sempre avuto una certa presa sui cittadini fedeli al cristianesimo come pure una certa influenza sulle italiche vicende. La puntata e le rivelazioni delle ultime settimane mi hanno fatto tornare in mente una serie di dubbi e di interrogativi che mi accompagnano da qualche anno, da quando con l’associazione di cui faccio parte, la Scuola di Formazione Politica “Antonino Caponnetto”, ho invitato a Bari per alcuni convegni dedicati ai temi della legalità, illustri testimoni del nostro tempo come Antonio Ingroia, Gioacchino Genchi, Salvatore Borsellino. E spesso, avendo letto moltissimi libri in questi anni ed essendo un ragazzo curioso che attraverso la storia del suo Paese cerca di comprendere meglio come mai le mafie non siano mai state debellate – e a causa delle quali oggi l’Italia non è proprio un bel posto –  nei nostri discorsi è finito lo Ior, la Banca Vaticana, per essere stato il luogo nel quale sono confluiti gli interessi di una certa mafia, di una certa massoneria, di una certa politica, di una certa economia, a partire dagli anni ’70 – ’80. Storie, tra loro interconnesse dal sangue, di un Paese che non ha quasi mai conosciuto la verità.

Il seguente pensiero, lo sottolineo a scanso di equivoci, è un mio pensiero che dagli illustri interlocutori non è mai stato confutato e supportato in alcuna maniera. E poggia su alcuni fatti storici accertati che mai sono stati smentiti. E su altri che dovranno necessariamente essere valutati. Ma intanto sono proposti per invitare alla discussione e alla riflessione.

Faccio una premessa storica. In Sicilia, dopo la seconda guerra mondiale, i primi picciotti, sostenuti dagli americani che temevano una possibile ascesa politica dei comunisti, si organizzarono elettoralmente iniziando a sostenere in modo stabile la Democrazia Cristiana. Che infatti sull’isola ha sempre avuto una fertilissima tradizione. E un consenso notevole. E’ degli anni ’50 la strage di Portella della Ginestra, una delle prime stragi mafiose, dove i sindacalisti a difesa dei contadini, come Placido Rizzotto, vennero trucidati violentamente, per aver osato alzare la testa contro certi soprusi per difendere i diritti dei lavoratori. In quegli anni era (già) Ministro dell’Interno un giovanissimo Giulio Andreotti. Il quale in poco tempo divenne il plenipotenziario del partito “amico della Chiesa” e non pochi erano i suoi fedelissimi in Sicilia. Organizzati, dagli anni ’70, in una corrente (quelle attuali, in confronto, sono spifferi!) poichè iniziavano a farsi largo le tesi politiche anche di altri esponenti politici, su tutti Aldo Moro. Sono gli anni del Terrorismo. Sono gli anni della P2. Sono gli anni del superpotere mafioso di Cosa Nostra. Il cui capo è Stefano Bontate. Si scoprirà, poi, che questi era iscritto alla loggia massonica P2.  Un mafioso massone. Inquietante. Alla P2 pare che fosse iscritto pure il cardinale Marcinkus, storico presidente dello Ior.

Il triangolo perverso, pertanto, sembra essere questo: membri di una certa Dc, membri di una certa Cosa Nostra e membri di un certo Vaticano iscritti alla massoneria e con l’interesse di affidare allo Ior i propri capitali, essendo questo un istituto invalicabile e coperto da segreti inespugnabili, trattandosi, peraltro, di uno Stato estero. Nel giro di pochi anni furono uccisi Aldo Moro (a causa del “Compromesso Storico”?), Pio La Torre e il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Non sono state stragi “normali”, ossia per gli esecutori storicamente riconosciuti, ma per i mandanti politici che non si sono mai scoperti e per come esse sono maturate. Per la valenza che hanno avuto. Il Principe, ossia il potere della classe dirigente, che era sovrapposto in non pochi casi al trasversale potere criminale, da queste efferatezze ne è uscito potenziato.  Non voglio, però, ora approfondire questioni pur importanti e delicatissime riguardanti il connubio tra la politica e le mafie, sulle quali potrò anche tornarci con un altro post – nel ventennale delle stragi del 1992 – ma soffermarmi sul Vaticano. Sulla Santa Sede che non deve essere confusa con la Chiesa.

La Chiesa siamo noi tutti. La Chiesa sono le persone umili, pulite e spontanee che si ritrovano nelle parrocchie per testimoniare e difendere la propria fede. La Chiesa è Don Lorenzo Milani, è Don Primo Mazzolari, è Don Pino Puglisi, è Don Peppe Diana, è Don Tonino Bello, è Don Andrea Gallo, è Don Paolo Farinella, e i tanti che ora non ricordo ma che esistono. Il Vaticano è un’altra cosa. La Curia è l’organo politico – decisionale che non ha nulla da invidiare al peggior organo politico parlamentare. E’ di questo che voglio parlare.  Ed è di questo che si dovrebbe parlare. Diffusamente. Enormemente. Con serietà, onestà e competenza. Non inventando tesi o facendo supposizioni istintive. Il nostro Paese, sin dalla sua nascita, ha potuto contare essenzialmente su due pilastri storici che mai sono venuti meno: il Vaticano e le Mafie.

Le storie richiamate in questo post e in generale quelle di cui è possibile venire a conoscenza da non pochi e ben scritti volumi (penso a quello scritto ottimamente da Saverio Lodato e da Roberto Scarpinato, il “Ritorno del Principe”) documentano, con grandissimo realismo, sulla base di oggettive convergenze, come queste due realtà non solo si siano parlate nel corso dei decenni, ma come spesso abbiano intrattenuto rapporti mediante rispettivi componenti, per una questione di potere. Maledettissimo potere. Influenzando vicendevolmente e piegando più agevolmente, con la complicità di corrotti ed infedeli amministratori, l’ordine democratico repubblicano. E’ l”oscenità del potere. L’ob-scenum: il fuori dalla scena. Quella a cui assistono gli italiani sarebbe, perciò, una grandissima messa in scena, una rappresentazione fittizia, finta e menzogniera con protagonisti un manipolo di servi e di furbi. Il vero potere, quello che ha ucciso, forse,  i migliori italiani che il Paese abbia mai avuto, e che continua a muovere le pedine a piacimento e sulla base delle convenienze, è osceno. Non si vede. Ma c’è. Mai, fino ad oggi, per esempio, documenti curiali sono stati consegnati ai giornalisti affinchè fossero pubblicati con il preciso intento di denunciare la corruzione morale e il demonio che vive in certi porporati e nelle più alte sfere della Santa Sede. Qualcuno, probabilmente, se certe denunce dovessero proseguire o dovessero salire di livello, potrebbe iniziare ad avere paura. Ma ormai il dato è tratto. Non si può tornare indietro. Il vaso di pandora è stato scoperchiato. Che Dio aiuti la Chiesa. Che Dio ci aiuti.

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