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La crisi di regime e l’assalto alla Costituzione

È bene chiamare le cose con il loro nome: stiamo vivendo una crisi di regime. Dalla quale si esce con una rifondazione della Repubblica secondo una lettura dinamica dei principi della Costituzione o, al contrario, abbandonando quei principi, con una rottura che porta, appunto, a un mutamento di regime. Negli ultimi tempi, infatti, si sono moltiplicate le dichiarazioni di chi esplicitamente sostiene la necessità di mutare i fondamenti della Costituzione, a cominciare dal suo articolo 1. Non bisogna sottovalutare questi atteggiamenti, considerandoli esuberanze personali: si commetterebbe lo stesso errore fatto quando si è derubricato il linguaggio razzista di molti politici a folklore.

Ma vi sono anche prese di posizioni apparentemente più moderate, che prospettano aggiramenti dei principi costituzionali che possono rivelarsi ancor più insidiosi degli attacchi diretti. Molti continuano a dire che la prima parte della Costituzione non si tocca, che principi e diritti fondamentali non sono in discussione. Ma la Costituzione affida la garanzia dei diritti alla libera valutazione del Parlamento e al controllo di una magistratura indipendente. Nel momento in cui la voce del Parlamento viene spenta (lo abbiamo visto con il processo breve) e si prospettano radicali riforme costituzionali della magistratura, ecco che l´apparenza è quella di un rispetto della prima parte della Costituzione, la sostanza è quella di una sua erosione. La riforma costituzionale è già in atto, nel modo più inquietante.

Parlando di modifiche costituzionali, bisogna partire da alcuni punti fermi. Il primo dei quali riguarda il fatto che la Costituzione non è tutta “disponibile” per qualsiasi scorreria di interessati riformatori. Nel 1988 la Corte costituzionale lo ha detto esplicitamente: «La Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali», perché «appartengono all´essenza dei valori sui quali si fonda la Costituzione». Siamo di fronte all´indecidibile, a un limite che non può essere superato «neanche dalla maggioranza e neanche dall´unanimità dei consociati». Una considerazione, questa, da tenere ben presente in un tempo in cui l´appello alla maggioranza viene continuamente adoperato per legittimare qualsiasi iniziativa. E si deve aggiungere che tutto questo trova il suo fondamento profondo nell´articolo 139 della Costituzione, dove si stabilisce che «la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale». Questo non vuol solo dire, banalmente, che non si ammette il ritorno ad un regime monarchico. Poiché la forma repubblicana del nostro Stato risulta dall´insieme dei principi contenuti nella Costituzione, tutto quel che altera questo quadro porta con sé una violazione radicale della Costituzione, e un conseguente passaggio da regime politico ad un altro.

Intraprendendo un cammino di riforma in un clima culturale e politico degradato com´è quello attuale, bisogna anzitutto individuare gli ambiti legittimi di una eventuale revisione. Gli studiosi sottolineano proprio questa necessità, ricordando ad esempio che la riforma del Parlamento non può trasformare la nostra Repubblica da parlamentare in presidenziale o negare l´effettiva rappresentatività della democrazia italiana (lo ha fatto Gianni Ferrara). Allo stesso modo, e più radicalmente, non si può mettere in discussione «il valore del lavoro come base della Repubblica democratica» (sono parole del Presidente della Repubblica), perché questa non è una affermazione a sé stante, ma individua un principio sul quale s´innesta una tutela forte della persona, per quanto riguarda la sua «esistenza libera e dignitosa» (articolo 36) e l´inviolabilità della sicurezza, della libertà e della dignità umana. Queste sono parole dell´articolo 41, che in questi fondamentali principi individua un limite all´iniziativa economica privata, limite da tempo ritenuto inaccettabile da una critica che vuole sovvertire la gerarchia costituzionale, mettendo mercato e concorrenza al posto del lavoro. Ma proprio le drammatiche vicende di Rosarno dovrebbero dimostrare la straordinaria attualità della linea indicata da quell´articolo. Infatti siamo di fronte a una impressionante storia di sfruttamento e di negazione dell´umano, che conferma la necessità di mantenere, e eventualmente di rafforzare, il principio che fa prevalere sulle ragioni del mercato il rispetto della persona del lavoratore, della sua libertà, dignità, sicurezza.

Continue, poi, sono le prese di posizione che, alterando la gerarchia costituzionale, negano il fondamentale principio di eguaglianza. Di nuovo la questione degli immigrati è un buon terreno di verifica. Molti giudici hanno sollevato la questione di legittimità delle nuove norme sull´immigrazione clandestina. Reagendo a questa iniziativa, si è sostenuto che, qualora la Corte le dichiarasse incostituzionali, si avrebbe una sorte di estinzione della Repubblica italiana come Stato, poiché essa perderebbe una prerogativa fondante della statualità, cioè il diritto di regolare quel che avviene sul proprio territorio. Questo atteggiamento è rappresentativo della revisione “strisciante” della Costituzione. Ricordiamo, allora, che il Presidente della Repubblica, in una lettera a Maroni e Alfano nello stesso giorno in cui emanava la legge sulla sicurezza, esprimeva «perplessità e preoccupazione» per alcune norme di «dubbia coerenza con i principi dell´ordinamento», riferendosi specificamente anche alle norme sull´immigrazione clandestina. Le eccezioni di costituzionalità avanzate dai magistrati riguardano la ragionevolezza di quelle norme e il loro rispetto del principio di eguaglianza. La cittadinanza, infatti, è ormai vista come l´insieme dei diritti che accompagnano la persona quale che sia il luogo del mondo in cui si trova, superando proprio le angustie del criterio della territorialità. Non si può ammettere quindi, che una repubblica democratica neghi il principio di eguaglianza e il rispetto dei diritti fondamentali in relazione al modo in cui si è entrati sul suo territorio.

Esplicite o striscianti, dunque, sono molte le mosse che incitano a revisioni costituzionali che incidono sui principi, fornendo così la testimonianza di un cambiamento di regime che si vuole imporre, o almeno secondare. Quanto, poi, al presunto invecchiamento d´una Costituzione votata sessant´anni fa, vorrei ricordare una recentissima sentenza del Conseil Constitutionnel francese, che ha dichiarato incostituzionale una legge per la sua scarsa comprensibilità (quante leggi italiane reggerebbero a un simile controllo?) richiamando gli articoli 4, 5, 6 e 16 della Dichiarazione dei diritti dell´uomo e del cittadino del 1789.

L´obbligo di una esplicita riflessione culturale e politica sugli intoccabili fondamenti costituzionali è oggi ancor più ineludibile perché siamo di fronte a quello che si può definire un vero “risveglio costituzionale”. Molti cittadini cercano e realizzano forme di organizzazione e di azione partendo appunto dalla Costituzione. Questo riconoscimento ci parla di vitalità della Costituzione, quella che ha nel sentire dei cittadini il suo più solido fondamento. Qui può radicarsi una vera opposizione al mutamento di regime. Vogliamo tenerne conto?

La crisi di regime e l’assalto alla Costituzione, Stefano Rodotà, Micromega

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Saviano: "I criminali se la caveranno a pagare è chi aspetta giustizia"

“Non si possono velocizzare i processi a discapito di chi sta attendendo giustizia. Adesso il messaggio è chiaro. Se in Italia qualcuno pensa di avere risposta dallo Stato, sa che spesso potrà non averla. E chi al contrario percorre strade trasversali alla legalità, quelle della criminalità organizzata e non solo, avrà la consapevolezza di potersela cavare. Che esistono le regole, ma che possono essere corrette”.

Roberto Saviano, che accadrà quando il processo breve diventerà legge col voto della Camera?
“Per capirlo bisogna ricorrere ad alcune immagini. Processo Spartacus, quello che nei giorni scorsi ha portato alla condanna all’ergastolo in Cassazione per 16 boss della vecchia guardia casalese: con questa legge il primo grado non sarebbe rientrato nei tempi. Sarebbe stato impossibile dimostrare che lo Stato persegue i reati, che è in grado, magari con lentezza, di condannare i colpevoli. Ancora, col processo breve giungeranno a prescrizione i maggiori processi in corso per incidenti sul lavoro. Processi che purtroppo necessitano di tempi lunghi per via delle perizie tecniche e a causa della lentezza della macchina giudiziaria. Per non parlare in ultimo della colpa medica. Tutte le persone che hanno subito interventi medici segnati da errori o terapie sbagliate vedranno cancellato il loro processo”.

I cittadini hanno diritto a tempi rapidi, è la tesi del governo.
“Ma perché i cittadini devono pagare due volte? Prima, attendendo tempi lunghissimi per il giudizio. Poi, durante il processo, vedendo cancellata la speranza di avere giustizia? Vero, bisogna velocizzare i processi. La lentezza della macchina giudiziaria italiana è scandalosa, ancor più per un paese che si definisce democratico. Prioritario e giusto velocizzarla. Ma rendendola più efficiente, mettendola in grado di funzionare. Non si può pensare di velocizzare a discapito di chi cerca giustizia”.

Obiezioni valide, se non si trattasse di una legge ad personam.
“Basterebbe poco per dimostrare che non si tratti di una norma che fa gli interessi di qualcuno. Dire: ecco, questa legge entrerà in vigore da domani, a partire dai nuovi processi, non ha valore retroattivo. Ma purtroppo così non è”.

Ritiene che tra i rischi vi sia quello della diffusione di un senso di impunità, una sorta di incentivo involontario alla criminalità organizzata?
“Il rischio c’è. La criminalità organizzata, e non solo, potrà pensare di cavarsela sempre. Che le regole ci sono ma modificabili”.

Il suo appello contro il processo breve, attraverso il nostro giornale e il sito, ha raccolto 500 mila firme. È stato tutto vano?
“Non è stato vano. Quelle centinaia di migliaia di persone sono lì a ricordare che quella non è una legge condivisa, che non va nella direzione della democrazia. Su questo, concordano molti elettori del centrodestra. Mi chiedo con che faccia, da domani, i rappresentanti del governo potranno guardare negli occhi chi chiede giustizia e non potrà più averne”.

Ormai la legge è in dirittura d’arrivo. In cosa spera?
“Spero ci sia ancora un margine perché rinsavisca chi crede ancora nello Stato. Se poi la legge sul processo breve verrà approvata anche dalla Camera, allora spero che venga rimandata in Parlamento”.

Da domani, lei inizierà un seminario alla Normale di Pisa. Sarà uno dei più giovani docenti.
“Il direttore della Normale, Salvatore Settis, mi ha offerto la possibilità di tenere un seminario e la cosa mi gratifica e mi entusiasma. Terrò un seminario su “metodo e analisi criminale”, applicata sia al genere letterario che ai metodi investigativi”.

Saviano in cattedra, per dire cosa?
“Nella prima lezione, cercherò di dimostrare come l’immigrazione nel Sud Italia stia diventando uno strumento di lotta alla mafia. Come, a partire dagli anni ’70, le grandi città meridionali si siano svuotate a causa dell’emigrazione e africani e immigrati abbiano coperto quei vuoti. Ma non riproducendo più il sistema criminale preesistente, anzi cercando di scardinarlo. Il caso Rosarno lo dimostra”.

E il suo obiettivo, al di là del messaggio?
“Fornire informazioni alle nuove generazioni. Sarà come servire ai ragazzi dei picconi, delle torce sui caschi. Spero così di costruire un metodo attraverso il quale aiutare a guardare con occhi diversi la realtà”.

Saviano: “I criminali se la caveranno a pagare è chi aspetta giustizia”, Intervista a Roberto Saviano sul “Processo Breve” di Carmelo Lopapa per Repubblica

Primo Marzo 2010 Sciopero degli stranieri


Il Blog Ufficiale dell’Evento.
Partecipate e fatevi Tutti portatori sani di una genuina e necessaria partecipazione di massa.

Ricordando Pippo Fava.

Dopo le Festività trascorse in serenità e nel relax, con i giorni di Capodanno spesi all’estero e lontano da questo Paese sempre più scellerato e disgraziato, torno oggi su questo mio Blog, riprendendone la gestione che mi auguro sia sempre proficua ed utile per quanti lo leggano, nel 26° Anniversario dalla tragica scomparsa di Giuseppe “Pippo” Fava.

Ed essendo tra i tantissimi giovani che non lo hanno conosciuto di persona, ma che ne hanno soltanto potuto lodare l’etica professionale e l’umanità attraverso le parole e i ricordi di quanti lo hanno conosciuto e lo hanno avuto come sincero amico, ecco che riporto sia il seguente ricordo del giornalista di Rainews24 Pino Finocchiaro per Articolo 21, sia la video-intervista fatta dal medesimo all’amico Riccardo Orioles che con Fava lavorò ai Siciliani.

Non disperdiamo la Memoria. Preserviamola. Coltiviamola ogni giorno. E’ un tesoro inestimabile.

5 gennaio 1984. E’ sera. Una pioggerellina battente moltiplica i riflessi dei lampioni sulla strada e sui cocci di vetro sparsi ovunque. Sono qui con inquirenti e colleghi accanto all’auto con i vetri infranti dai colpi sparati alla testa di Pippo Fava, mio direttore al Giornale del Sud, fondatore dei Siciliani, cronista, maestro di cronisti. Il corpo è stato portato in ospedale per impedire un’accurata perizia balistica coi limitati mezzi del tempo.

Ogni anno avverto lo stesso senso di freddo. Ogni anno le stesse domande senza risposta. Ma Pippo Fava, 26 anni dopo, è vivo in noi e in quei giovani che a quel tempo non erano ancora nati. Perché il 5 gennaio è un appuntamento con la memoria.

Appuntamento con la memoria. Ricordando Pippo Fava; di Pino Finocchiaro, Articolo 21

Odio e amore in politica


Silvio Berlusconi continua a cantare il refrain dell’odio che sarebbe stato seminato nei suoi confronti da alcuni settori dell’opposizione, da alcuni giornali, da alcuni opinionisti, da alcuni artisti.

Il primo a introdurre l’odio come categoria politica fu Pierluigi Battista dopo la grande manifestazione di piazza San Giovanni di qualche anno fa (quella organizzata da MicroMega e da Paolo Flores d’Arcais) che radunò un milione di persone contro una delle tante leggi “ad personam” volute dal premier per sfuggire ai processi che riguardano lui e i suoi sodali. Una manifestazione assolutamente pacifica dove non si respirava alcuna atmosfera d’odio, ma semplicemente si contestavano delle leggi che, violando il principio dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, relegava tutti gli altri a soggetti di serie B ledendo la loro dignità.

Casomai era proprio Battista con l’apparenza di scagliarsi, in un’importante trasmissione televisiva, contro l’odio ad alimentarlo. Ma il punto non è questo. L’odio è un sentimento, come l’amore , come la gelosia, e nessuno Stato, nemmeno il più totalitario, ha mai osato mettere le manette ai sentimenti. Le ha messe alle azioni, le ha messe alle opinioni, non ai sentimenti. Tanto più questo dovrebbe valere in una democrazia. Io ho il diritto di odiare chi mi pare e anche di manifestare questo mio sentimento. L’unico discrimine è la violenza. Io ho il diritto di odiare chi mi pare ma se torco anche un solo capello alla persona, o al gruppo di persone che detesto per me si devono aprire le porte della galera.

Voler mettere le manette all’odio, come pare si voglia fare introducendo il reato di “istigazione all’odio”, significa in realtà mettere le manette alla critica. Perché l’odio è una categoria psicologica di difficilissima e arbitraria definizione. Se io scrivo che il premier (si chiami Berlusconi o Pincopallo) è stato dichiarato corruttore di testimoni in giudizio da un Tribunale della Repubblica, istigo all’odio o riporto un fatto di cronaca? Se scrivo che in nessun altro paese democratico, e forse anche non democratico, un premier che si trovi in una simile situazione non potrebbe rimanere un giorno di più al suo posto (come fu per Collor de Mello in Brasile) istigo all’odio o esprimo una legittima opinione, giusta o sbagliata che sia?

Se scrivo che un premier, si chiami Berlusconi o Pincopallo, fa delle leggi “ad personam” o “ad personas” che ledono il principio di uguaglianza, istigo all’odio o denuncio una grave anomalia del sistema? Berlusconi raggiunge poi l’apice della spudoratezza quando, dopo l’inaccettabile aggressione che ha subito a Milano, dichiara: “Quanto è avvenuto deve avvisarci del fatto di come sia davvero pericoloso guardare agli altri con sentimenti che non siano di rispetto e di solidarietà. Quindi da quest’ultima esperienza dobbiamo essere ancora più convinti di quanto abbiamo praticato fino ad oggi e cioè che è giusto il nostro modo di considerare gli avversari come persone che la pensano in modo diverso, ma che hanno il diritto di dire tutto ciò che pensano. E che noi dobbiamo difenderli per far sì che lo possano dire e che non sono nemici o persone da combattere in ogni modo, ma persone da rispettare. Lo facciamo noi con gli altri, ci piacerebbe che lo facessero gli altri nei nostri confronti”.

Rispetto degli avversari? Chi da quindici anni bolla tutti coloro che non la pensano come lui o che non agiscono come lui vorrebbe, come “comunisti” con tutta la valenza negativa che questo termine ha assunto oggi e quindi appioppando loro tutti gli orrori del comunismo? Chi ha detto che i magistrati (quelli naturalmente che non si adeguano ai suoi desiderata) “sono dei pazzi antropologici”? Chi ha detto di Di Pietro, dopo aver tentato invano di farlo entrare nel suo primo governo, che “è un uomo che mi fa orrore”? Il diritto degli avversari di “dire tutto ciò che pensano”? Chi ha emesso l’“editto bulgaro” definendo “criminali” Luttazzi, Freccero e Travaglio, togliendo di mezzo i primi due e facendo additare, dai suoi mazzieri, Travaglio al ludibrio delle folle ed esponendo il giornalista che, a differenza sua, non è protetto da eserciti pubblici e privati, a pericolose ritorsioni?

Se vogliamo metterci sul piano dei Battista e dei Berlusconi se c’è qualcuno che ha seminato e semina odio in questo paese è proprio l’attuale premier. Un’ultima notazione. Berlusconi è convinto, credo sinceramente convinto, che chi non lo ama “mi odia e mi invidia”.
In termini psicoanalitici si potrebbe dire che “proietta la sua ombra”.

Odio e amore in politica, Massimo Fini, Antimafia Duemila

Libera Rete in Libero Stato

L’attacco alla rete da parte dell’esecutivo di destra inizia mesi fa, attraverso un tam tam mediatico televisivo/estivo sugli effetti collaterali di internet, ovviamente a suon di talk senza alcuna validità scientifica hanno sfilato psicologi che mettevano in guardia dall’internetdipendenza, ed è poi proseguito con l’allerta Alfaniana di ottobre sui gruppi che inneggiavano contro B. su facebook, fino ad arrivare ai vari pdl [progetti di legge, ndr] di Pecorella e Carlucci sull’equiparazione del web alle leggi sull’editoria, con il finale sul “livestreaming” di Romani, un’autorizzazione al Governo per ogni sito o blog che trasmetta video in diretta come se fosse una televisione commerciale.

Oggi il link delle strepitose menti del Governo di centrodestra è: Statuetta del Duomo –> facebook. E’ evidente che non conoscano non solo il concetto ipertestuale del link sul web, ma neanche il concetto della sua natura nella logica mentale. A fondamento della costruzione dei nostri pensieri infatti, tutti i concetti che maturiamo sono collegati tra loro da un ipertesto naturale mentale, dove le varie idee sono unite tra loro da link logici .
Ed è proprio la logica il vero bug del rapporto della politica, sia di destra che di parecchia opposizione, con il web. Come tutti i processi culturali il potere se non li comprende allora preferisce abbatterli, in questo caso tacciandoli di terrorismo e nefandezze varie, ed è così che sono nate le folli idee di mettere filtri al web di Maroni o le affermazioni del Consigliere Innocenzi dell’Agcom che, al seminario Bordoni affermava speranzoso l’auspicio che dall’estero arrivassero fondi per finanziare la rete. E chi, supponiamo noi, se non i soliti amici Berlusconiani dell’Egitto o della Dacia? Non è da sottovalutare poiché consegnare le dorsali web agli “ amici” per avere il controllo degli ip sarebbe mostruoso.

È di ieri l’ultima invettiva di Capezzone che si prodigava a descrivere l’esistenza di un microterrorismo fatto di video su Youtube . Purtroppo non può bastare una gradassa risata in faccia a codesti signori e per questo è lodevole e gradita l’iniziativa promossa da Guido Scorza Presidente dell’Istituto per le politiche dell’Innovazione nonché autorevole giurista in materia , che per il giorno 23 dicembre insieme ad altri illustri esperti della rete come Alessandro Gilioli e il moderno Pippo Civati del PD sta mobilitando il popolo della rete, come ad esempio gli audaci ragazzi del Popolo viola, per lanciare un urlo “ Libera rete in Libero Stato”!

Il manifesto che riassume le idee ed i principi ispiratori della manifestazione è questo:

Internet è una piazza libera. Una sterminata piazza in cui milioni di persone si parlano, si confrontano e crescono. Internet è la libertà: luogo aperto del futuro, della comunicazione orizzontale, della biodiversità culturale e dell’innovazione economica.
Noi non accettiamo che gli spazi di pluralismo e di libertà in Italia siano ristretti anziché allargati.
Non lo accettiamo perché crediamo che in una società libera l’apertura agli altri e alle opinioni di tutti sia un valore assoluto.
Non lo accettiamo perché siamo disposti a pagare per questo valore assoluto anche il prezzo delle opinioni più ripugnanti.
Non lo accettiamo perché un Paese governato da un tycoon della televisione ha più bisogno degli altri del contrappeso di una Rete libera e forte.
Non lo accettiamo perché Internet è un diritto umano.
Libera Rete in libero Stato.”

«Sono sempre stato uno strenuo sostenitore di Internet e dell’assoluta mancanza di censura». (Barack Obama, discorso agli universitari cinesi, Shanghai, 16 novembre 2009)

L’auspicio degli organizzatori, è che sia una manifestazione che non divida ma che, piuttosto, unisca nel segno della volontà di dimostrare che battersi per un uso libero e responsabile della Rete significa solo aver a cuore le sorti del futuro del nostro Paese e della nostra libertà. Articolo21 aderisce con convinzione, e parteciperà con una propria rappresentanza, perché come sempre ovunque c’è libertà noi ci saremo.

Appuntamento quindi 23 dicembre 2009 alle 17.30 a Piazza del Popolo per dar vita ad un sit-in pacifico nel corso del quale lanciare un messaggio tanto semplice quanto fondamentale, per il futuro di Internet in Italia e del nostro Paese:

LIBERA RETE IN LIBERO STATO

Libera Rete in Libero Stato, Tania Passa, Articolo 21

Fabrizio Cicchitto, l’ultrà di Silvio ferito

Altro che “abbassare i toni”.

Fabrizio Cicchitto suona la carica: «A condurre la campagna d’odio contro Silvio Berlusconi è un network composto dal gruppo editoriale Repubblica-L’Espresso, da quel mattinale delle procure che è il Fatto, da una trasmissione di Santoro e da un terrorista mediatico di nome Travaglio, oltre che da alcuni pubblici ministeri che hanno nelle mani alcuni processi, tra i più delicati sul terreno del rapporto mafia-politica e che vanno in tv a demonizzare Berlusconi».

Poi Cicchitto ha qualche parola buona anche per Antonio Di Pietro: «È un partito come l’Idv, con il suo leader Di Pietro, che in questi giorni sta evocando la violenza, come se volesse trasformare lo scontro politico in atto in guerra civile fredda, che coinvolge anche settori più giustizialisti del suo partito, caro onorevole Bersani». Dunque, conclude Cicchitto, «la mano di chi ha aggredito Berlusconi è stata armata da una spietata campagna di odio: ognuno si assuma la propria responsabilità. Ci auguriamo che questa aggressione e questo ferimento servano a qualcosa di più e che dal male venga qualcosa di bene». Come? «Da questa situazione si esce solo disinnescando con leggi funzionali quell’uso politico della giustizia, un cancro che ha distrutto la prima Repubblica e sta minando anche la seconda».

Ecco quindi il programma. Approfittare del gesto di uno squilibrato per attaccare la libera informazione (avete notato? Tutti i “mandanti” indicati da Cicchitto sono, se si esclude Di Pietro, non politici, ma giornali e giornalisti). E poi stravolgere la Costituzione, puntando diritto all’autonomia della magistratura da colpire a morte, per rendere la politica improcessabile.

Quanto tempo è passato da quando Cicchitto era un militante massimalista e movimentista del Partito socialista, lombardiano e antiamericano. Sentite che cosa scriveva negli anni Settanta, quando il “clima d’odio” c’era davvero e lo scontro politico era feroce. Nell’introduzione a un libro uscito nel 1975 (“Sid e partito americano”. Sottotitolo: “Il ruolo della Cia, dei servizi segreti e dei corpi separati nella strategia dell’eversione”, scritto da Marco Sassano ed edito da Marsilio), gli avversari politici li chiama, senza mezzi termini, “mostri”: «I mostri sono i servizi segreti, una struttura sempre più corposa e dinamica che interviene in modo continuo, massiccio, oppressivo sulla realtà politica e sociale». E ancora: «Nel 68-69 la contestazione del sistema ha fatto tremare l’ordine costituto e esso, a sua volta, ha cercato di recuperare in diversi modi, uno dei quali è stata l’organica attività terroristica, provocatoria, violenta di precisi settori dei corpi separati dello Stato». Infine: «I mostri fabbricano gli opposti estremismi: la pupilla del regime, la Rai tv, si occupa di amplificare la distorsione, obiettivizzandola; Sid e Rai tv, due realtà molto lontane eppure così vicine quando si tratta di sorreggere, nelle scelte drammatiche, il regime Dc». In questo scenario, anche le Br sono manovrate dallo Stato: infatti, «puntuali all’appuntamento, le Brigate rosse ricompaiono in ogni vigilia elettorale».

Poi Cicchitto si ravvede. Fulminato da Licio Gelli sulla via di villa Wanda, nel dicembre 1980 s’iscrive alla P2. A presentarlo al Venerabile è Fabrizio Trifone Trecca, che della loggia segreta è capo del “gruppo 17”, quello in cui sono inquadrati molti giornalisti (da Maurizio Costanzo a Gustavo Selva, da Roberto Ciuni a Giorgio Zicari) e che ha il controllo di fatto del Corriere della sera. Il “gruppo 17” ha il seguente organigramma: numero uno Trecca; numero due Franco Di Bella, che del Corriere è il direttore; numero tre un costruttore emergente, tal Silvio Berlusconi.

L’anno prima, Bettino Craxi aveva proposto la sua “grande riforma” costituzionale: cioè il passaggio dalla Repubblica parlamentare alla Repubblica presidenziale. E aveva ottenuto così l’appoggio degli uomini della P2, che individuano nell’ “anticomunista” Craxi l’uomo che può realizzare il Piano di rinascita democratica. Proprio nel 1979 Craxi incontra Gelli al Raphael. È l’autunno di quell’anno tumultuoso, e nel paese è in corso la tempesta dello scandalo Eni-Petromin (una complicata faccenda di petrolio arabo con annessa supertangente e connesso scontro feroce dentro il Psi tra Craxi e Claudio Signorile). Sullo scandalo si allungheranno prima le ombre della P2, poi il segreto di Stato.

Ma intanto anche Cicchitto capisce che, se non vuole restare ai margini di un processo ormai irreversibile, deve fare le sue scelte. Entra nella P2, tessera 2232. Quando le liste della loggia diventano pubbliche, lui ammette l’affiliazione e il vecchio Riccardo Lombardi lo schiaffeggia davanti a tutti. Poi fa qualche anno di purgatorio, finché Bettino lo recupera. Ma Mani pulite gli blocca la seconda carriera. La terza, la fa nelle schiere di Forza Italia. Alla grande. Il suo numero tre d’un tempo è diventato numero uno.

Fabrizio Cicchitto, l’ultrà di Silvio ferito, Gianni Barbacetto, Società Civile

La politica dell’odio

Dopo l´attacco contro Berlusconi si parla molto di amore e odio, del “clima di odio” che la sinistra e giornali come Repubblica avrebbero creato criticando Berlusconi e dell´amore che Berlusconi richiede al Paese e al suo popolo.

Ma il dissenso politico e il diritto di critica non sono questioni di amore ed odio.

Il Washington Post non era animato da odio per il presidente Richard Nixon quando fece l´inchiesta su Watergate. La proprietaria del giornale, Katherine Graham, aveva tanti amici tra i repubblicani dell´amministrazione e il presidente non accusò mai il Post di odio. Come il New York Times non odiava Bill Clinton quando fece i primi pezzi sull´affare “Whitewater,” che portò alla vicenda di Monica Lewinsky e che quasi gli costò la presidenza. Il dissenso e la critica – talvolta anche aspri – sono elementi fondamentali di una democrazia sana. La mancanza di critica all´amministrazione Bush – nel clima intimidatorio dopo l´undici settembre – ha contribuito forse in un modo decisivo alla guerra disastrosa in Iraq.

Ma porre il problema in termini di amore e odio – cioè in termini personalistici – è caratteristico della politica di Berlusconi. Il momento che mi colpì di più intervistando Berlusconi nel 1995 arrivò alla fine del nostro incontro quando, cercando di convincermi che non poteva neanche esistere il problema del conflitto d´interesse, disse: «So creare, so comandare, so farmi amare». Come se farsi amare – piuttosto che gestire l´economia o riformare il sistema pensionistico – fosse il più grande requisito di un uomo politico.
Il dissenso in Italia parla di Berlusconi perché è costretto a farlo. Berlusconi si è sempre posto al centro delle cose e parlare del Popolo della Libertà senza parlare di Berlusconi è semplicemente un non-senso.

Parliamo di Berlusconi perché da quando è entrato in politica nel 1994 l´Italia è diventata ingovernabile. Ingovernabile perché i massicci conflitti d´interesse presentati da Berlusconi – un monopolista della televisione privata che ora controlla il suo competitore principale, la televisione di Stato, un indagato di reati gravissimi che gestisce il sistema della giustizia – sono macigni sulla strada di ogni governo. Così il Paese ha vissuto colpi di spugna, lodi di tutti i tipi, leggi ad personam cucite su misura per evitare la galera a questo o quel collaboratore stretto del Cavaliere e possibili condanne allo stesso Berlusconi. Nel mezzo di questa crisi, il governo propone una legge per limitare la pubblicità alla televisione via satellite di Rupert Murdoch, il primo vero concorrente privato di Berlusconi. E subito siamo costretti a chiederci: è stata fatta per il bene del telespettatore o per il bene di Mediaset, l´azienda del premier?

E così è per tutto, o quasi: lo scudo fiscale, i condoni per l´evasione fiscale, la detrazione di tasse per le aziende, l´eliminazione delle tasse di successione. Le ultime proposte di legge del centrodestra – sempre retroattive – dimostrano che Berlusconi è pronto a smantellare tutto il sistema giudiziario italiano pur di salvare sé stesso. Abbiamo il governo di un uomo solo che si occupa esclusivamente della sua persona e delle sue aziende.
Siamo costretti a parlare di Berlusconi perché Berlusconi ha personalizzato la politica come mai era accaduto nel dopoguerra. I vecchi partiti come la Dc e il Pci, per esempio, rappresentavano delle idee e delle aree sociali del Paese, ma i loro leader erano decisamente meno importanti dei blocchi che rappresentavano: i cattolici da una parte, la classe operaia dall´altra. Berlusconi ha personalizzato la politica, presentandosi continuamente come l´unico capace di “salvare” il Paese dal pericolo del comunismo.

«Sono in politica perché il Bene prevalga sul Male», ha detto nel 2005: «Se la sinistra andasse al governo l´esito sarebbe questo: miseria, terrore, morte. Così come avviene ovunque governi il comunismo».
Berlusconi ha creato attorno a sé il culto della personalità, nel decimo anniversario della creazione di Forza Italia ha perfino detto che la sua “discesa in campo” era stata un atto suggerito dallo Spirito Santo. Il volto di Berlusconi è su ogni manifesto politico. Ha cambiato la legge elettorale in modo che deputati e senatori servano al piacere personale del premier. Il Parlamento è pieno di veline e amiche e amici, molti impiegati o avvocati di Berlusconi. Non contento, Berlusconi propone di far votare solo i capigruppo, riducendo il ruolo dei parlamentari a quello di puro ornamento.

Berlusconi ha cambiato il lessico della politica italiana, introducendo il linguaggio privato, quello del bar e della rissa in casa nella sfera pubblica. Ha dato dei «coglioni» agli elettori del centrosinistra, ha chiamato «stronzate» le parole del suo avversario politico, Romano Prodi, «criminoso» il giornalismo di Enzo Biagi, Marco Travaglio e Michele Santoro. I magistrati sono «matti» e «mentalmente disturbati». L´ex presidente della Repubblica Scalfaro è un «serpente» e un «traditore». Pensiamo allo spettacolo indecente in cui durante l´ultima legislatura, i senatori del Pdl, aizzati dall´attuale presidente del Senato Renato Schifani, hanno coperto di insulti e ingiurie il premio Nobel Rita Levi Montalcini per spingerla a dimettersi da senatore a vita e far cadere la maggioranza di governo. Sfido gli esponenti del centrodestra a trovare un singolo episodio in cui i principali leader del centrosinistra (Prodi, D´Alema, Veltroni) si siano lasciati andare a un linguaggio simile.

È stato Berlusconi ad invitare gli italiani dentro la sua vita privata: con i mille commenti sulla vita da “playboy” e le sue prestazioni sessuali («Se dormo per tre ore posso fare l´amore per altre tre»), sul suo matrimonio («Rasmussen è il primo ministro più bello dell´Europa. Penso di presentarlo a mia moglie»). E ci ha portati dentro il suo divorzio con le sue apparizioni a fianco di Noemi Letizia e le comparsate a “Porta a Porta”. Se si facesse il conto di chi negli ultimi quindici anni ha parlato di più sulle televisioni italiane scopriremo, credo, che gli italiani hanno dovuto ascoltare e vedere Berlusconi almeno dieci volte di più di qualsiasi altro politico. La verità è che Berlusconi ha trasformato un intero Paese in un grande reality: “Casa Berlusconi”.

Chi non lo gradisce ha il diritto di protestare.
Non è la politica dell´odio. È, semplicemente, la democrazia.

La politica dell’odio, Alexander Stille, La Repubblica

Da Leonardo Sciascia una lezione di civiltà.

“Noi non vogliamo che le forze dell’ordine – che veramente desideriamo siano tali senza dimostrare gratuitamente la forza, e portatrici di un ordine che nulla abbia a che fare con la violenza – vengano quotidianamente mandate allo sbaraglio; e personalmente ritengo che debbano essere messi a loro disposizione strumenti legislativi più adeguati al corso delle cose, ma senza mai venir meno ai princìpi costituzionali. Ma siamo molto preoccupati – e preoccupati anche per loro – che si voglia dar loro il precetto dell’emergenza e della guerra civile”.

Questo è un passo dell’interpellanza parlamentare di Leonardo Sciascia, nella seduta del 17 dicembre 1979. Riflettendo sulle tristi vicende degli ultimi anni, in Italia e non solo, da Bolzaneto ad Abu Grahib, da Federico Aldovrandi a Stefano Cucchi, dai CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) al sistema carcerario italiano in generale, sembra di assistere alla continua legittimazione di una violenza che, sotto le false spoglie della tutela dello Stato di diritto, altro non è che lo sfogo di una politica che male sa gestire le emergenze, ancora peggio proteggere i cittadini.

Eppure nella nostra Costituzione “E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà” (Art. 13) poiché “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” (Art. 2).

La realtà è ben diversa.
I fatti del G8 del 2001 e le torture delle carceri irachene sono fatti purtroppo noti. Visti e rivisti.
Ma nei CIE cosa accade? Per un periodo che può arrivare anche fino a sei mesi, l’immigrato, la cui unica colpa è quella di non possedere un documento, vive in spazi ristretti, senza alcuna privacy, ignorando quali siano i propri diritti. E potrebbe accadere molto altro, specie se, in nome della sicurezza, si criminalizzi un nemico non ben definito, oggi un clandestino, domani un tossicodipendente o un clochard. Azione? Reazione. Cerchi di reagire? Verrai punito.

“Il detenuto non si massacra in sezione. Si massacra sotto”. Carcere di Teramo, ottobre 2009. Morti sospette, suididi, episodi di maltrattamento. Mondi paralleli alla società civile?
La Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali, entrata in vigore nel nostro Paese il 26 ottobre 1955, all’art. 3, proibisce categoricamente qualsiasi forma di tortura ed i trattamenti disumani o degradanti, neanche in caso di lotta alla delinquenza o al terrorismo, verrebbe meno infatti il rispetto dell’integrità fisica dell’uomo: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o a trattamenti inumani o degradanti”.

Scarse sono le risorse destinate al sistema giustiza, ancora meno per quello penitenziario. Poca formazione, poca cultura, ma tante difficoltà. E le donne e gli uomini di Stato (cui si deve massimo rispetto e gratitudine) devono poter lavorare nella massima serenità, in condizioni ottimali.
“Voglio insomma dire che non di leggi speciali, di poteri più vasti e arbitrari, la polizia ha bisogno; ma di una buona istruzione, di un addestramento accurato, di una direzione intelligente, soprattutto. Leggi speciali e poteri più ampi fanno demagogia e sono, oltre che inutili, ovviamente pericolosi per noi cittadini e per la polizia stessa. Sono soltanto degli sfoghi che i cattivi governi offrono alle polizie incapaci e che finiscono con l’essere esercitati più sui cittadini incolpevoli che sui colpevoli”.
Leonardo Sciascia, 17 dicembre 1979.

Da Leonardo Sciascia una lezione di civiltà, Ylenia Di Matteo, Articolo 21

Una generazione precaria



Dai girotondi al No B. day, due strati diversi di cittadini: le condizioni materiali sono diverse, forse c’è speranza di durata.

Quando gli storici arriveranno a scrivere la storia dell’opposizione al regime Berlusconi, non c’è il minimo di dubbio che riserveranno un posto di rilievo alla manifestazione di oggi. Nata da nulla, cresciuta in modo del tutto anomalo rispetto alle classiche mobilitazioni partitiche della storia repubblicana, il No Berlusconi Day impone la considerazione di una serie di temi importanti.

Uno di questi è lo stato di salute della società civile e la comparazione di questa manifestazione con la sua sorella girotondina di sette anni fa, sempre in Piazza San Giovanni.
Un secondo tema riguarda i ceti medi italiani (più di 60% della popolazione), la loro stratificazione e potenzialità alla fine di un decennio di neo-liberismo puro, culminato in una gravissima crisi occupazionale. L’ultimo tema è il rapporto, finora sciagurato, tra società politica e società civile nella sinistra italiana.

Sul primo, colpisce subito l’entrata in scena di una nuova componente della società italiana. I giovani che si sono mobilitati oggi condividono molti dei valori dei girotondi ma sono diversi da loro. I girotondi, cresciuti culturalmente con il ’68 e occupati soprattutto nel settore pubblico godevano in gran parte di un lavoro stabile e avevano in media più di quarant’anni. Erano (è lo sono tuttora ) dei ceti medi riflessivi, nel senso che sono capaci di rivolgere uno sguardo critico nello stesso tempo all’evoluzione della modernità e alle proprie attività. Ma essi erano anche economicamente integrati. Lo stesso non si può dire dei giovani che si sono mobilitati oggi. Anche loro sono cittadini critici e attivi ma fanno parte della prima generazione, nella storia della repubblica, a subire in modo massiccio la mobilità sociale discendente.

Spesso possono vantarsi anche loro di un capitale culturale alto, ma di un capitale economico pressappoco inesistente. Non hanno lavoro, né prospettive di auto-realizzazione. La loro voce, quella di San Precario per intenderci, è un grido di angoscia ma anche, straordinariamente, di rispetto della legge e della Costituzione.

Il secondo punto: che potenzialità politica hanno questi due strati dei ceti medi, diversi tra di loro per età e reddito ma che oggi si trovano nella stessa piazza (e spesso sotto lo stesso tetto)? Per quanto riguarda i movimenti sociali in generale, troppo spesso si parla di fiumi carsici che scompaiano per anni per poi tornare improvvisamente in superficie. E’ una metafora troppo facile e consolatoria. I ceti medi “garantiti” hanno sempre la possibilità di “uscire” dalla sfera pubblica, di ritirarsi nel privato, di auto-congratularsi sul tentativo di cambiare le cose, finito male non per colpa loro. Si può dire la stessa cosa dell’altro ceto, più giovane e colorato di viola? E’ troppo presto dirlo. Ma per loro si gioca il futuro stesso. Sono più costretti a stare in trincea da un mercato del lavoro disastroso. Certamente, in un mondo del lavoro così atomizzato ci vuole una grande dose di creatività per poter restare insieme. L’abbiamo vista nella preparazione di questa manifestazione ma non sarà facile sostenere il momentum.

L’ultimo punto riguarda il rapporto con la politica. Si riuscirà questa volta ad evitare le sciagure del 2002-2003, quando i politici di sinistra giocavano, abbastanza cinicamente, a prendere tempo, cooptare qualcuno, ed aspettare che il movimento si sgonfiasse, come puntualmente si è verificato? Allora erano stati persi decine di migliaia di cittadini alla politica attiva. Nulla nel comportamento del leadership del Pd promette meglio, questa volta. E non è solo una questione di responsabilità politica. Qui bisogna ripensare le categorie stesse della politica, la connessione tra società civile e partiti, tra democrazia rappresentativa e quella partecipata. Ci vuole della teoria politica all’altezza del momento. Quella vecchia e gloriosa, propria della democrazia, va difesa a tutti i costi, ma ci vogliono anche strumenti nuovi che impediscano che la piazza rimanga piena ed impotente mentre il palazzo si lecca i baffi per l’ennesima volta.

Una generazione precaria, Paolo Ginsborg, Il Manifesto

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