Archivi delle etichette: Disuguaglianza

Tra crisi e povertà: i dati su Bari e la Puglia

Ieri mattina, con grande piacere e gratitudine, ho moderato, in Sala Murat, il seminario promosso dalla Cooperativa Sociale Caps e dall’Osservatorio Nazionale sul Disagio e la Solidarietà nelle Stazioni (Onds) dal titolo “Salute Senza Dimora”. Nell’articolo seguente la cronaca della manifestazione. Mi ha colpito molto non solo l’umiltà, ma anche la tenacia con cui tutti i soggetti sociali coinvolti hanno affrontato il tema della qualità della vita degli homeless in ragione di un sempre più profondo disagio sociale che richiama prepotentemente ciascuno di noi alla nostra corresponsabilità e che “noi benestanti”, tuttavia, non sempre vogliamo esaminare nella sua interezza non volendo abbassare lo sguardo e osservare il mondo (dal basso verso l’alto) dal punto di vista di queste persone sofferenti.

Bisogna credere ed investire nell’integrazione socio-sanitaria e nella cooperazione interistituzionali tra soggetti che possiedono una pluralità di sensibilità e competenze, perché è soltanto potenziando e valorizzando questi modelli anche culturali che possiamo provare a restituire dignità a queste persone “invisibili”. E’ fondamentale assicurare il diritto ad un alloggio che possa rappresentare anche psicologicamente un punto di riferimento per soggetti che denotano disturbi psichici e il diritto ad una sanità solidale per non ampliare il dramma dell’esclusione sociale. Un Paese e una città possono dirsi davvero giusti e nei quali il principio dell’uguaglianza è difeso con coerenza quando nessuno resta indietro; quando nessuno viene escluso dai processi democratici e sociali di una comunità che non può permettersi più di voltarsi dall’altro lato.

Alcuni dei dati diffusi ieri dal Presidente dell’Onds, e che si trovano nell’articolo seguente, mi hanno fatto tornare  in mente, infine, il Rapporto Puglia in Cifre 2012, curato da Ipres e del quale ho scritto per la Gazzetta dell’Economia, proprio per i preoccupanti dati relativi alle dinamiche sociali ed economiche della nostra regione.

Sarebbe lecito, pertanto, attendersi risposte più rigorose da parte dei soggetti politici e istituzionali preposti, ma in assenza dei quali dobbiamo registrare ed elogiare l’impegno crescente – come conferma anche l’Istat – delle cooperative e delle realtà sociali del Terzo Settore: è nel loro lavoro quotidiano ed invisibile, per gli invisibili, che può leggersi l’Italia migliore. L’Italia che reagisce e che non vuole sprofondare.

La povertà aumenta e la città si attrezza

Annunci

L’intolleranza violenta degli italiani

Mostrata, nei giorni scorsi, attraverso una pluralità di modalità (con i leghisti sempre in primo piano per la loro raffinatissima dialettica), nei confronti del Neoministro dell’Integrazione Cecile Kyenge (qui nella sua prima intervista da ministra) è assolutamente indecente. Inaccettabile. Sono una esigua minoranza, si dirà. Sarà cosi, ma la stragrande maggioranza che tollera questo modus comportandi ed essendi si rende complice e correo di questo scempio etico, culturale e sociale.

In Italia i cittadini di origine straniera, poco meno di 6 milioni, la stragrande maggioranza dei quali fa – proprio nel Nord, culla di questi umori primordiali e primitivi – tutti quei lavori che gli italiani da anni hanno smesso di voler fare, in nome di una presunta superiorità morale, sono una risorsa. Sono un valore aggiunto. Prima lo capiamo e meglio sarà.

Perché i delinquenti non sono per definizione, come sottolinea esasperantemente da anni una parte politica ponendo la questione dell’immigrazione soltanto da un punto di vista della sicurezza e dell’ordine pubblico, i cittadini stranieri. Con la criminalizzazione di una condizione ontologica. I criminali ci sono sia italiani sia stranieri. E chi sbaglia deve pagare. A supporto di questa banalità, peraltro, ci sono tutta una pluralità di dati e di statistiche che rivelano con chiarezza quanto grave sia, in realtà, lo spread culturale degli italiani verso gli omologhi cittadini degli altri Paesi europei che affrontano il problema da un punto di vista della coesione sociale e dell’integrazione, con l’intento di riconoscere il valore sociale (che è anche un valore economico) delle comunità straniere che si radicano nelle nostre città.

E il ritardo, lo vediamo ogni giorno sfogliando i quotidiani, si manifesta anche con un linguaggio subdolo e poco rispettoso della diversità. In America, infatti, si stanno ponendo seriamente il problema. Lo stesso Ministro Kyenge, a cui va tutta la mia solidarietà per gli attacchi oltraggiosi e violenti subiti in queste prime settimane, lo ha evidenziato:

La fatica di trovare le parole giuste e corrette per dire le cose che succedono è un segno del ritardo culturale. E tra i compiti di un ministero dell’Integrazione c’è anche quello di  impegnarsi per colmare questo ritardo.

P.s. Mi sono già occupato, come si può vedere dalla colonna delle categorie sul lato sinistro del blog, in tante altre occasioni di integrazione e cittadinanza. A questo proposito, sullo Ius Soli, segnalo questa interessante riflessione, tratta da Lavoce.info.

“Festa dei lavoratori”? No, festa dell’ipocrisia!

Perdonatemi. Ma non riesco oggi a fare gli “auguri” a chi ha un lavoro. O a chi è costretto, per sopravvivere, ad accettare il “lavoro nero“. O ad esprimere una mera solidarietà a chi il lavoro lo ha perso o non lo trova. Pochi o tanti che siano. No.

Il lavoro, inteso come diritto costituzionale (è addirittura il primo, anche se ce lo dimentichiamo spesso), dovrebbe essere la pietra angolare su (e con) cui costruire una società coesa e solidale. Lo strumento mediante il quale ci emancipiamo dalle nostre varie povertà e con dignità diventiamo cittadini. Il lavoro è lo specchio che riflette quel che siamo, come individui e come popolo.

L’Italia, però, è oggi un Paese depresso ed esa-sperato – nel senso che rifiuta anche la speranza – ed è soprattutto un paese diviso su tutto, essendo stati per 20 anni drogati da un’intolleranza strisciante riconoscendo nel prossimo, tanto più se straniero, un nemico da abbattere (o da criminalizzare), un concorrente a priori sleale dal cui successo derivava la nostra insoddisfazione. Questo modello è fallito. Ha portato dolore su dolore. E tanto altro rischia di produrne, con gesti tanto ingiustificati quanto comprensibili nella rabbia indotta da una prolungata inattività. Che ci trasforma in oggetti, inutili.

Una vera “festa dei lavoratori” deve essere prima di tutto una festa di resistenza: questa si avrà solo, per davvero, e avrà un senso soprattutto, quando gli italiani – in ragione di una nuova consapevolezza – capiranno (spero) che loro per primi devono cambiare mentalità e che solo insieme, uniti e coesi, questo Paese può rifondarsi. (Puntando enormemente sull’innovazione scientifica, tecnologica e culturale). E far tornare il Lavoro un diritto per tutti e non un privilegio per pochi. La stella più luminosa per un futuro radioso.

Lotta alla povertà, male l’Italia

Lotta alla povertà, italia fanalino

Alta tensione a Loseto. E non solo per l’elettrodotto

E’ stato pubblicato ieri, su Epolis, il reportage (che riporto integralmente) – con richiamo, per la prima volta, in prima pagina, e anticipato in questo post con video di qualche giorno fa – dedicato a Loseto, periferia sud di Bari. Ciò che si evince dalla lettura non è la storia dell’ennesimo quartiere degradato e abbandonato, ma di una frazione viva, grazie all’umanità delle sue persone, che però contesta, legittimamente, l’indifferenza e l’ineticità con cui si rapportano a loro gli Amministratori della città. I problemi descritti: l’elettrodotto da cui potrebbero scaturire leucemie e tumori; l’assenza di una scuola media con l’elementare che cade quasi a pezzi; la metropolitana leggera ancora non terminata (con i lavori, in questo caso, che saranno avviati entro dicembre, grazie all’impegno di Guglielmo Minervini) con un tornante pericoloso a cui guardare con preoccupazione; la penuria di servizi socio-sanitari-ricreativi alla persona.

La gerontocrazia impone l’emigrazione

Ieri La Stampa lo aveva ben raccontato: abbiamo la classe dirigente più vecchia d’Europa. Età media, considerando politici banchieri professori universitari manager e dirigenti d’azienda, 60 anni. Decisamente troppi se pensiamo che Zapatero in Spagna è diventato Primo Ministro, per la prima volta, a 39 anni. O che il Ministro dell’Economia e delle Finanze della Svezia non ha neanche 40 anni. O, ancora, che a 35 anni, in Germania, si può essere già da qualche anno manager di importanti istituti di credito o di aziende. Fino a qualche anno fa, inoltre, coloro che emigravano lo facevano principalmente per destinazioni comunque europee – ora si scelgono anche gli altri continenti – per città dove si riteneva che il merito fosse riconosciuto e che conseguentemente poi il lavoro desse delle giuste gratificazioni. Oggi, invece, si tende ad emigrare perché in Italia è diventata insostenibile ed esasperante la corruzione e la cultura mafiosa che si è insinuata in moltissimi gangli della società proprio perché lo Stato ha fallito completamente nella sua vocazione e nella sua missione di creare delle opportunità per molti e di saper offrire una visione di futuro accettabile e dignitosa. I giovani che vanno via dal Paese hanno perso la speranza, ma non accettano la rassegnazione. Non contemplano la possibilità di dismettere se stessi dal mondo presente. Vedere tanta gente formata a spese nostre e di qualità che appena mette piedi fuori dal Paese viene valorizzata, pur gradualmente a volte, ma viene valorizzata, è avvilente. E genera ancora più rabbia se poi aprendo un webquotidiano o un cartaceo troviamo storie vergognose come quelle della “Famiglia Bossi”. Perché, giusto ribadirlo, il problema non è soltanto anagrafico, ma culturale. Se ci fossero “anziani” degni di stima e carismatici a tal punto da essere percepiti come esempi, l’attesa di veder un giorno premiati i propri sforzi potrebbe essere leggermente meno pesante. L’esempio, infatti, fortifica ed ha un valore pedagogico non indifferente. Invece no. Abbiamo questa nauseante gerontocrazia arroccata su se stessa e sulle proprie novecentesche ideologie consunte che non punta che a rinnovare lo status quo, come se le postazioni di responsabilità raggiunte fossero, spesso e volentieri, una proprietà privata e che quindi nel migliore dei casi debbano essere ereditate dai figli. Il Ministro Profumo ha più volte, recentemente, espresso la sua ferma volontà di avviare progetti innovativi che spingano le migliori risorse italiane presenti all’estero a tornare nel Paese, essendo necessarie per la costruzione di un nuovo modello sociale ed economico. A questi buoni propositi, però, ad oggi, non sono seguiti fatti ed azioni concrete e mirate. Bisognerebbe ripartire da una cultura della responsabilità. Diffusa e condivisa.

Don Tonino, mi manchi tanto!

Il 20 aprile 1993 moriva a Molfetta Don Tonino Bello. Un prete ed un uomo straordinario che non ho mai avuto il piacere di ascoltare dal vivo e di incontrare fisicamente, ma che ho imparato a conoscere e ad amare attraverso il racconto di chi lo ha incrociato nel proprio destino, e mediante le sue parole. Ha fatto del Vangelo il suo pane quotidiano, lo ha praticato quotidianamente con una coerenza mirabile, ostentando un’ umanità e una prossimità rare. Il prossimo o l’Altro era per lui uno specchio nel quale bisognava riflettersi, per poter lealmente e gioiosamente esaltare quella “convivialità delle differenze” per cui ciascuno poi può diventare “un’arca di pace e non un arco di guerra”. A questo proposito, è notissimo il suo impegno a favore dei migranti e degli ultimi. In particolare colpì profondamente per la sua tenacia all’inizio degli anni ’90 quando la Puglia fu invasa dagli albanesi. Lui predicò il valore dell’accoglienza. Il dono dell’incontro. Da vivere senza pregiudizi di sorta. Oggi il suo esempio, la sua bontà, la sua umanità, il suo carisma, sarebbero utilissimi in questa società logorata dagli egoismi e dagli individualismi, sfibrata da una carestia valoriale e di moralità in ragione della quale l’Altro è quasi criminalizzato per definizione e nessuno sa parlare con sincerità al cuore delle persone. Non alla testa o alla pancia. Al cuore. E questo si traduce, per la mia generazioni e per quelle ancora più giovani, in una mancanza di speranza e di fiducia verso il futuro. La nostra catarsi sociale può avvenire, senza perdersi d’animo, anche facendo tesoro dei suoi insegnamenti e restituendo dignità all’umanità che costituisce la nostra quotidianità.

Voglio ringraziarti, Signore, per il dono della vita. Ho letto da qualche parte che gli uomini sono angeli con un’ala soltanto: possono volare solo rimanendo abbracciati. A volte, nei momenti di confidenza, oso pensare, Signore, che anche Tu abbia un’ala soltanto; l’altra la tieni nascosta, forse per farmi capire che Tu non vuoi volare senza di me: per questo mi hai dato la vita, perché io fossi tuo compagno di volo. Insegnami, allora, a librarmi con Te, perché vivere non è trascinare la vita, non è strapparla, non è rosicchiarla, vivere è abbandonarsi come un gabbiano all’ebbrezza del vento. Vivere è assaporare l’avventura della libertà. Vivere è stendere l’ala, l’unica ala, con la fiducia  di chi sa di avere nel volo un partner grande come Te. Ma non basta saper volare con Te, Signore. Tu mi hai dato il compito di abbracciare anche il fratello e aiutarlo a volare. Ti chiedo perdono, perciò, per tutte le ali che non ho aiutato a distendersi.

In campo contro la povertà

La lettura di questo report sull’ultimo studio della Banca d’Italia, dedicato alla crescente disuguaglianza economica e sociale presente nel Paese, non può che generare amare riflessioni. “Il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede oltre il 40 per cento dell’intero ammontare di ricchezza netta“. Si evidenzia, in particolare, che gli adulti e gli anziani stanno meglio dei più giovani. Con la loro personale ricchezza costituita dal patrimonio accumulato più che dal reddito. Ci vorrebbe, perciò, una tassazione sui patrimoni affinchè la forbice tra chi sta meglio e chi sta peggio sia ridotta, cosi da ridimensionare drasticamente le disuguaglianze. Si suggerisce, pertanto, di mitigare questi effetti assai nocivi sul tessuto sociale che rischiano di creare strappi via via sempre più violenti, con più diritti e opportunità.

Per esempio la scuola pubblica, “erogando un servizio a tutti, tende a ridurre la disuguaglianza tra i cittadini in termini di conoscenze e di abilità, presupposto di una quota rilevante di quella in termini di ricchezza”. Ma anche politiche per adeguare il livello dei servizi pubblici del Mezzogiorno al resto del Paese. Infine la disuguaglianza che caratterizza i giovani: “Non può che essere affrontata sul terreno da cui trae origine, cioè con interventi sul mercato del lavoro e sul welfare”.

Questa lettura mi ha fatto tornare in mente questa recente intervista a Vandana Shiva, la quale, partendo da una riflessione globale, sempre rispetto al tema della povertà che lei collega personalmente – ed io condivido questa sua analisi – anche alla devastante crisi ambientale ed energetica in atto, dedica un pensiero anche al nostro Paese. Facendoci capire, ancora meglio, e qualora non fosse già chiaro a tutti, quanto l’attuale governo sia, nonostante pochissime eccezioni, impegnato a fare gli interessi dei mondi da cui provengono.

L’economia globale non ha spazio per i giovani che cercano un lavoro e un futuro. La globalizzazione ha portato e porterà alla chiusura di molti centri di produzione. Tutto questo è dovuto ad un sistema ingiusto che sfrutta in modo non equo le risorse. Ora c’è chi utilizza la crisi finanziaria per limitare le possibilità di crescita per la popolazione. In Italia, ad esempio, le nuove tasse sugli immobili e sulle terra, porterà ad una crisi. Per molte persone che vivono in campagna i costi diventeranno insostenibili. Per questo agricoltori e giovani dovrebbero occupare la terra e dare vita a forme di resistenza contro queste tasse ingiuste. La crisi economica non finirà presto. In pratica la crisi è utilizzata per mettere in una situazione ancora più difficile la situazione economica della popolazione, salvando invece coloro che l’hanno creata: le banche e le istituzioni finanziarie.

Puntate precedenti:

La povertà energetica dell’Italia

Con l’agricoltura si può uscire dalla povertà

La povertà energetica dell’Italia

In queste ultime settimane, anche a causa delle nuove proteste da parte dei cittadini della Val di Susa che non vorrebbero vedersi devastati i propri territori in ragione della Tav, si è tornato a parlare di “Grandi Opere”. E di come, sempre più spesso, ad esse siano connesse anche le dinamiche energetiche del nostro Paese. Notoriamente sprovvisto sia di un Piano Energetico Nazionale sia di adeguate ed evolute infrastrutture che riducano la nostra dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento necessario. Queste carenze strutturali rischiano di predeterminare condizioni di fuel poverty, di povertà energetica. E di come sia, tuttavia, possibile contrastarla efficacemente.

Per di più nella maggior parte dei casi si verifica che le persone con redditi bassi vivono in edifici con un isolamento termico inadeguato, cosa che acuisce la situazione di povertà energetica. Il patrimonio edilizio è un comparto fortemente energivoro, assorbe in Italia il 36% del consumo energetico complessivo. L’Italia è al primo posto in Europa per quanto riguarda le emissioni di CO2 imputabili agli usi energetici nel comparto abitativo. In Inghilterra il Green Deal prevede interventi di risparmio energetico su centinaia di migliaia di abitazioni private e pubbliche. Prendiamo i miliardi di Euro stanziati per la TAV e quelli impegnati per comperare aerei F35 da guerra e mettiamoli nel primo Fondo Nazionale a sostegno del Green Deal Italiano.

Cittadinanza e Uguaglianza

Qualche giorno fa, Carlo Galli elaborò una bella riflessione sul tema della Cittadinanza, con una pluralità di premesse storiche da non sottovalutare:

Un altro rischio sovrasta la cittadinanza moderna. L’attuale crisi dello Stato sociale è di fatto crisi della cittadinanza: la frammentazione della società, la marginalità, la precarietà, sono infatti espulsioni dalla sfera pubblica; la cittadinanza non è più appartenenza ma si rovescia in rancore, in frustrazione; e, ancora una volta, in esclusione. Nasce così un’assurda società post-moderna, in cui la diversità culturale è disuguaglianza civile e politica; una società che non fa convivere le differenze ma le stratifica, le gerarchizza. Ritorna, insomma, la difficoltà della cittadinanza, secondo una modalità che sembrava superata; non si tratta più del suo cattivo esercizio, ma di uno sbarramento all’accesso. L’argomento che allargando i casi di acquisizione della cittadinanza tramite lo ius soli si snaturerebbe l’identità italiana è del tutto erroneo: non c’è in Costituzione alcun accenno a una necessaria base naturale o culturale della repubblica, che è fondata solo sul lavoro e sui principi della democrazia. La cittadinanza esige non uniformità né omogeneità, ma uguaglianza e pari dignità.

La Costituzione, la nostra “bibbia civile”, quindi, nel nome della cittadinanza, non divide i popoli, ma tende ad unirli. Pur nella difesa e nella valorizzazione delle differenze sociali e culturali, dobbiamo declinare il tema della Cittadinanza insieme al tema dell’Uguaglianza. Oggi, purtroppo, questo non avviene non solo perchè la Costituzione è stuprata o difesa a giorni alterni a seconda delle convenienze istantanee dei partiti di destra, di centro e di sinistra che non hanno una visione del futuro perchè, forse, sono terrorizzati dall’idea che nel futuro prossimo del nostro Paese non ci sia più posto alcuno per loro; ma anche perchè sull’uguaglianza si stanno costruendo castelli di sabbia che, per definizione, sono destinati a crollare al primo soffio di vento. Si pretende, per esempio, che la legge sia uguale per tutti, ma poi moltissimi cittadini piegano le regole egoisticamente e furbescamente perchè ritengono lo Stato un parassita che vive sulle spalle degli onesti e quindi bisogna difendersi in una qualche maniera. L’idea che tale condotta individuale riverberi come un’onda gli endemici effetti negativi su tutta la comunità non è accarezzata. Lo stesso ragionamento si può, forse, fare per i migranti. Gli italiani e i cittadini stranieri, culturalmente nazionalizzati e naturalizzati, dividono gli immigrati in due categorie: “quelli che servono e quelli che non servono”, neanche si parlasse di animali. Se io ho una badante, una babysitter, una collaboratrice domestica il cui lavoro mi consente di fare quello che in passato non sono stato in grado di fare, di vivere in sostanza meglio la mia quotidianità, sono pronto a difenderne i diritti. Appena esco dal portone di casa, però, ed incontro il ragazzo che vende le rose o gli ombrelli o incrocio lo sguardo di quelli che vendono nei nostri viali le borse griffate – taroccate, ecco allora che siamo attraversati da pensieri vagamente razzisti o di pietà. “Ma perchè non se ne tornano a casa?”. Sensazioni che poi diventano di astio, di paura o proprio di intolleranza, come la cronaca spesso ci racconta, quando apprendiamo dagli organi di informazione di eventi delittuosi commessi da cittadini non italiani. I cui fatti, poi, non vengono minimamente approfonditi o meglio compresi. Ci accontentiamo delle briciole avvelenate. Dei titoli. Degli spot. Come possiamo, pertanto, garantire un’uguaglianza di diritti se non siamo in grado di testimoniare un’uguaglianza di dignità?

Vladimiro Polchi scrive:

“Lavorano di più, guadagnano di meno. Sono i giovani d’origine straniera che vivono in Italia. Rispetto ai coetanei italiani, sono più attivi nel mercato del lavoro, meno disoccupati, hanno contratti più stabili, lavorano più vicino a casa, ma hanno uno stipendio più basso, svolgono un lavoro non adatto al proprio titolo di studi e lavorano di più in orari disagiati. A tracciare l’identikit del giovane (15-30 anni) lavoratore straniero è l’ultimo studio della Fondazione Leone Moressa”. Nonostante la maggior parte di essi non superi la licenza media, quasi il 36% è sottoinquadrato, ossia possiede un titolo di studio più elevato rispetto a quello prevalentemente richiesto dal mercato. Per quel che riguarda i dipendenti la quasi totalità degli stranieri ricopre professioni operaie (83,2%) e appena il 10,2% da impiegato.

Dal lavoro, perciò, bisognerebbe ripartire. Diritto del lavoro sul quale è fondata la nostra Costituzione. Pari dignità e pari possibilità. Oggi il lavoro manca sia per gli italiani sia per gli stranieri, ma è anche vero che i secondi fanno i lavori che i primi non vogliono più fare; che i secondi spesso sono impiegati in ambiti per i quali il loro titolo di studio non conta niente e adempiono a mansioni, spessissimo, da operaio o da manovale, raramente da impiegato. Ancora poche le imprese “legali” dove il titolare è uno straniero. Come pochi sono ancora gli italiani che si scagliano contro la Bossi – Fini che impone ai migranti di rinnovare periodicamente il permesso di soggiorno collegato ad un lavoro poichè senza essi si finisce in clandestinità. Ed oggi l’aberrazione politica – normativa vuole che la clandestinità sia un reato, nonostante la Corte di Giustizia Europea lo abbia profondamente limitato e circoscritto.

Il prossimo primo marzo, pertanto, per il terzo anno consecutivo, gli immigrati scenderanno in piazza, mi auguro accompagnati da tanti italiani, non solo per denunciare l’attuale stasi normativa che ancora non attribuisce la cittadinanza a chi nasce in italia da genitori presenti sul nostro territorio da almeno 5 anni, ma anche per salvaguardare quel principio di giustizia sociale e di dignità individuale che strutture carcerarie come i Cie ed i Cara limitano drasticamente. Anche a Bari, forse, si farà qualcosa.

P.s. – Puntate precedenti:

Come Pesaro

La cittadinanza per Grillo

Olive e pomodori

Nel Cara di Bari

Gli stranieri sono una risorsa

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: