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Contro la corruzione, ci metto la faccia..

Ho aderito ufficialmente alla campagna contro la corruzione, “Riparte il Futuro“, promossa da Libera e da Gruppo Abele, con l’intento di arrivare all’approvazione definitiva di una legge – oggi approvata dalla Camera (qui il commento di Don Ciotti) – orientata a sanzionare duramente il voto di scambio e la corruzione (tema sul quale ho molto scritto su questo piccolo blog).

La corruzione, secondo alcune stime, vale oggi nel nostro Paese 60 miliardi di euro circa.

Bisogna contrastarla, pertanto, non soltanto per un fatto meramente ma fondamentalmente economico, ma anche per un fatto etico e perché attraverso un contrasto efficace la politica può risarcire i cittadini per la sua inefficienza cronica restituendo, contestualmente, un pò di fiducia nelle Istituzioni.

io ho firmato

Don Ciotti: “Don Gallo ha vissuto per gli ultimi”

“E’ vero che il male urla forte, ma la speranza urla ancora più forte”. Anche con queste parole, Don Luigi Ciotti ha salutato Don Andrea Gallo. Un intervento, quello del responsabile di Libera, molto sincero ed emozionante.

Io, invece, qualche giorno fa, ho salutato con le seguenti parole questo sacerdote e uomo straordinario, dall’umanità e autenticità rarissime. Una persona che ha fatto della lotta alla povertà una delle ragioni principali del suo impegno civile. Sempre partigiano dei diritti. Sempre a tutela degli ultimi, degli invisibili, dei rifiutati da questa nostra società cosi edonista ed egoista. Cinisca e spietata.

“Don Gallo grazie di tutto. Col cuore in mano. Per l’amore universale che hai sempre testimoniato verso gli ultimi e i senza diritti. Non hai fatto mai delle differenze sociali un elemento di discriminazione, ma un elemento di inclusione sociale. Testimone esemplare di Cristo. Non ti dimenticheremo”.

La prima parte dell’intervento di Don Ciotti.

La seconda parte.

Dubbi sul presunto attentatore di Brindisi

Giovanni Vantaggiato, il presunto autore dell’attentato (che alcuni giornalisti e Bruno Vespa hanno già processato e condannato) di Brindisi del 19 maggio scorso (il mio racconto di quella giornata) in cui morì la sedicenne Melissa Bassi, oggi pomeriggio, nell’interrogatorio di convalida del suo arresto davanti al Gip del Tribunale di Lecce, avrebbe ribadito di aver fatto tutto da solo aggiungendo qualcosa sul movente e dando una motivazione più plausibile del «ce l’ho con il mondo intero» dichiarato mercoledì scorso, quando è stato fermato. Ora, a prescindere dalle dichiarazioni di sorta, e senza voler fare la parte dell’esperto di mafia o di complotti (che non sono, pur avendo letto abbastanza negli ultimi anni), a me restano moltissimi dubbi che proverò ad elencare sinteticamente, fermo restando che vorrei essere presto smentito per le mie tesi.

Possibile che un piccolo imprenditore/benzinaio esperto di elettronica e di esplosivi da solo prepari tre bombole (che proprio leggerissime non sono, suppongo) e sempre da solo poi le trasporti sul luogo dell’attentato “soltanto” per una vendetta personale o perché “ce l’ha con il mondo intero”? Non in un giorno qualunque, ma proprio nel giorno in cui è previsto a Brindisi il passaggio della carovana antimafia dell’associazione Libera di Don Luigi Ciotti? Ed è sempre un caso che siano colpiti alcuni simboli come una Scuola, una Donna e una Giovane, che nel Mezzogiorno rappresentano quasi esclusivamente gli unici presidi di educazione alla legalità e all’ impegno civile contro ogni forma di illegalità? E non è quantomeno strano che l’attentatore che pare volesse colpire il Tribunale, sempre per la sua vendetta personale contro la “malagiustizia”, poi si accanisca contro la scuola dedicata a Francesca Morvillo-Falcone? E, infine, non è inquietante che contestualmente all’interrogatorio di giovedi il Capo della Polizia, dott. Manganelli, dichiari che “la mafia non è oggi in condizione di porsi in contrasto con lo Stato”, dopo il tentativo del neosindaco Consales, all’Infedele di Gad Lerner di qualche settimana fa, di provare a convincere non si sa chi che la mafia a Brindisi non c’è e che queste stragi nella sua città non possono avvenire?

Chi conosce il presunto attentatore ha dichiarato, con grande cautela, che le sue reticenze e i suoi silenzi potrebbero servire per coprire qualcuno. Il complice o il mandante. E queste possibilità, infatti, non sono affatto escluse dal Procuratore della Repubblica di Lecce e Capo della Dda salentina, Cataldo Motta, bravissimo magistrato che conosce perfettamente il suo mestiere, il quale, del resto, ancora non ha chiuso le indagini e non ha commentato in alcun modo le uscite tanto di Manganelli quanto del Primo Cittadino. E non mi stupirei affatto, perciò, se fosse effetivamente cosi, se si scoprisse dietro questa tristissima vicenda un ennesimo depistaggio di Stato, essendo la Storia d’Italia densissima di depistaggi e di sabotaggi, spesso co-organizzati da componenti infedeli delle Istituzioni che, mediante precisi simboli e segnali, comunicano con quegli apparati anche della politica, con l’intento da un lato di generare paura nell’opinione pubblica dall’altro di preparare il terreno a quella che sarebbe la “Terza Repubblica”.

Era un giorno come gli altri, sabato..

A Brindisi, come a Bari, come in tutta Italia. Poi è successo qualcosa di inspiegabile. Un qualcosa che ancora oggi non ha un nome preciso – nè voglio aggiungermi alla lunga schiera di opinionisti che blaterano retoricamente senza comunicare nulla, se non tutta la loro stupidità – ma il cui effetto non sarà facilmente dimenticato. Melissa Bassi, una ragazzina di 16 anni di Mesagne, è stata uccisa – è stato detto in questi giorni – dall’esplosione di alcune bombole di gpl. All’ingresso della sua scuola, l’istituto femminile “Francesca Morvillo – Falcone”. Sabato pomeriggio, gonfio di dolore e di stupore, con Leo e suo fratello, sono andato a Brindisi, per partecipare alla manifestazione spontanea che era stata velocemente convocata e che ha visto presenti migliaia di cittadini provenienti da tutta la Puglia, soprattutto giovani e giovanissime. Quello che segue è il mio racconto, scritto ieri mattina per Giù al Sud, una volta recuperata in parte la lucidità smarrita.

Non si può morire andando a scuola. Non dovrebbe avvenire questo, in un Paese “normale”. Ma l’Italia ha smesso di essere un Paese normale, da tempo. O forse mai lo è stato davvero. Chi è stato ad uccidere Melissa e a ferire altre nove persone sabato mattina all’ingresso dell’Istituto femminile “Francesca Laura Morvillo – Falcone”? Chi è Stato? È questo il rabbioso interrogativo che ha dipinto il volto delle migliaia di persone che hanno affollato Piazza Vittoria per esprimere solidarietà alle famiglie delle vittime o semplicemente per gridare tutto il proprio sdegno. Brindisi è una città “liquida” da anni. E non perché ci sia il mare. Perché ci sono un mare di contraddizioni che la rendono un luogo difficile da amare, spesso pure per gli stessi brindisini. La città, infatti – potrò sbagliare – ma sembra la Corleone degli anni ’70. Il puzzo della mafia – che per alcuni continua a non esistere – ha avvelenato l’aria, ha corroso i polmoni, ha confuso e ottenebrato le menti di intere generazioni che sono oggi diventate classe dirigente di un non-luogo dove vige imperante il potere dell’anti-parola. Del silenzio. Dell’omertà. Dell’indifferenza. La parola usata, piuttosto, come arma per intimidire chi in questi anni ha reagito, come i ragazzi eccezionali della cooperativa di Torchiarolo “Libera Terra” (i cui terreni sono stati incendiati più volte negli ultimi anni) operante in uno dei beni confiscati alla Sacra Corona Unita dove la parola diventa ogni giorno un seme di speranza con il sogno di raccogliere il frutto del cambiamento. Parole che diventano, però, sempre più spesso, lance pronte a trafiggere i sogni innocenti di quei giovani adolescenti del cui presente e futuro non ci interessiamo a sufficienza. Saette scagliate – come ha ricordato dal palco il “partigiano della legalità” Don Luigi Ciotti – da una classe politica e dirigente locale e nazionale che non sa più far emozionare perché ha bandito il senso di responsabilità e il senso del dovere dal proprio vademecum comportamentale. Che non è credibile, che non è foriera del buon esempio, che si è spogliata della moralità, che non ha coraggio. “Coraggio”: che parola meravigliosa. Cor-agium. Agire col cuore. In quanti oggi operano lealmente col cuore, issandosi arbitrariamente sul piedistallo della buona politica? Sono anni che a tutte le latitudini si violenta l’arte della politica parlando alla pancia e alla testa delle persone, come se fossimo non individui, ma clienti di un megastore da appagare con una miriade di illusioni. Ci si sta svegliando, temo, da questa Utopia nel modo peggiore. Con una voglia, oggi meno secretata che mai, di violenza. Sta esacerbando l’intolleranza verso chi profetizza un avvenire che non lo riguarda. Il passo dalle illusioni alle delusioni è assai breve. Dopo la delusione c’è la rabbia. C’è l’odio. Proprio quei “sentimenti” che con preoccupazione sincera ho percepito negli sguardi, soprattutto giovani, dei ragazzi e ragazze scesi in piazza e giunti in poche ore da tutta la Puglia. Occhi e sguardi, compreso il mio, che hanno versato lacrime dolorose. Tante. Per una famiglia che ha perso l’unica figlia che aveva, con una brutalità incredibile. Per un Paese che, giorno dopo giorno, sempre più, uccide se stesso. Un Paese dove pullulano i caini e i giuda. Da sempre. Un Paese che sa unirsi nelle sue sconfitte. Quando si oltrepassa la soglia dell’umanità. Quando viene crocifissa la dignità degli innocenti. È un Paese, il nostro, sfigurato, avendo sciolto nell’acido dell’illegalità il dono della democrazia. E dell’uguaglianza. Al mondo che ci irride mostriamo nient’altro che una maschera. Incapaci di svelare i segreti e i misteri che da decenni tengono l’Italia sotto ricatto. Incapaci di pretendere verità e giustizia. È un Paese sorto sul sangue dei giusti. È un Paese che non è Stato. Chi è Stato? Siamo Noi. Siamo stati anche noi meridionali, prima ancora di noi italiani, ad uccidere la piccola Melissa. Perché non siamo stati abbastanza vivi in tutti questi anni. Perché fino ad oggi non siamo stati artefici del nostro destino. Lo abbiamo delegato prima a quella che chiamiamo Repubblica e poi a quella che chiamiamo Mafia. Ma, da queste parti, talvolta, sono le due facce della stessa medaglia. Non siamo mai stati capaci di costruire un futuro improntato al rispetto di se stessi e degli altri, basato sulla cultura della prossimità e della solidarietà, della legalità e della responsabilità. Individuale e collettiva. E’ stata la mafia? E’ stato un atto terroristico? E’ stato il gesto isolato di un folle? Saperlo, oggi, cambierebbe qualcosa? Forse cambierebbe per il Ministro Cancellieri che, da quanto si apprende dagli organi di stampa, ritiene che la vicenda possa essere risolta con 200 poliziotti e investigatori in più, come se fosse soltanto un problema di ordine pubblico. Forse cambierebbe per quel giornalismo pietoso e vergognoso che vive di sensazionalismi e di spettacolarizzazioni del dolore, spingendo i lettori ad essere il pubblico di un teatrino del grottesco dove non si rappresentano le verità, ma le opinioni di sciacalli che puntano a non far emergere i giusti quadri conoscitivi della nostra realtà sociale cosi complessa. Il problema, pertanto, è, per me ma posso sbagliare, ancora una volta culturale e politico. Colpire, nel Sud, una scuola ha un significato preciso. Colpire, nel Sud, un giovane ha un significato preciso. Colpire, nel Sud, una donna, soprattutto, ha un significato preciso. Le donne, le giovani donne meridionali, in particolare, in questi ultimi anni, spesso iniziando proprio dai percorsi di educazione alla legalità avviatisi in tantissime scuole, rappresentano e simboleggiano perfettamente il cambiamento ineludibile e necessario che sta investendo quel Mezzogiorno che vuole crescere, che vuole correre verso il futuro consapevole dei propri talenti, che vorrebbe raccontarsi in modo diverso per poter scrivere un’altra Storia. Un meridione che vorrebbe diventare, con merito, la locomotiva della Prossima Italia. Trasparente ed onesto. Appassionato ed entusiasta. Dove il terrore collettivo creato ad arte non si insinui nell’anima di chi vorrebbe essere un costruttore di pace e non un portatore di guerra e di odio. Chiunque voi siate e qualunque sia la ragione di questo attentato alla nostra speranza, non ci fermerete. Trasformeremo in energia positiva e propositiva tutto questo immenso dolore e questo senso profondissimo di smarrimento. Imparando a governare meglio i nostri istinti e le nostre pulsioni. Tipiche di chi ha conosciuto la morte. Ma tipiche di chi dalle ceneri sa e vuole risorgere. Per noi stessi, per le nostre comunità. Per il nostro Paese. L’Italia. Con la speranza che diventi finalmente Stato.

La mafia perde e perderà perchè è una merda

Si è svolta a Genova, nello scorso fine settimana, la XVII Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie, promossa congiuntamente da Libera e da Avviso Pubblico. Una grandissima manifestazione, dai mille significati, come ho provato a raccontare in questo articolo. E’ sempre sorprendente la dignità dei familiari delle vittime che chiedono di ottenere verità e giustizia per i loro cari, spesso scomparsi senza una validissima motivazione. Non sbraitano, non urlano, non offendono, non denigrano. Parlano ed ascoltano, con umiltà ed educazione. Il dolore, paradossalmente, addolcisce anche gli animi più severi. La nostra classe dirigente, quella politica in particolare, dovrebbe imparare questa lezione di civiltà e saperla praticare con moralità. Nel ventennale delle Stragi di Stato, nel trentennale dell’omicidio di Pio La Torre, a pochi mesi dal ritrovamento del cadavere di Placido Rizzotto, ci si sarebbe aspettati un messaggio diverso dalla politica. A pochi giorni, inoltre, dalla notizia che la Commissione Europea sta predisponendo una direttiva europea che agevoli sequestri e confische. Mentre il Parlamento Europeo ha approvato il progetto di una Commissione Parlamentare Antimafia Comunitaria. Invece la risposta della politica politicienne è stata, come era lecito aspettarsi, delle peggiori: indifferenza assoluta. Forse, alla fine, è stato meglio cosi. Perchè quando il Parlamento, specchio del Paese, è culturalmente mafioso e moralmente assoggettato al vizio della corruzione e del malaffare, avere suoi illustrissimi rappresentanti in un corteo simile, emblema invero di un’Italia che non si arrende e non si rassegna, avrebbe portato a rovinare una bellissima giornata di festa. Perchè quando la memoria diventa un dono, si fa testimonianza e si realizza compiutamente anche attraverso lo sguardo di quei familiari che portano lo stesso nome dei loro cari trucidati, il dolore lascia spazio alla speranza. Alla fiducia che attraverso il buon esempio si alimenti una diversa consapevolezza e convinzione che soltanto se siamo noi stessi, per primi, frutti di legalità il nostro Paese non sarà in futuro più avvelenato.

La zona grigia è il vero problema. La forza della mafia non sta nella mafia, è fuori, è in quella zona grigia costituita da segmenti della politica, del mondo delle professioni e dell’imprenditoria. Oggi siamo qui per dire che la mafia perde e che noi vinciamo. Qui c’è una parte d’Italia che vuole dire da che parte sta. Vogliamo meno parole e più fatti da parte di tutti. 

C’era una volta il poker

L’avidità. Ecco cosa muove, credo, banditescamente, colori i quali in questi ultimi anni si sono arricchiti – e continuano a farlo – svuotando i portafogli dei tanti ragazzi per bene, e a tratti inconsapevoli, che si sono lasciati sedurre da quello che oggi si chiama Texas Hold’em. E quando sul tavolo da gioco non hai più fiches, ma affari da 76 miliardi di euro, ossia numeri da multinazionale che non conosce la crisi, ma che anzi può contare su migliaia di “impiegati” regolari in tutto il Paese, c’è molto poco da aggiungere, ma moltissimo da fare, per sottrarre alle mafie un appetibile mercato sul quale, se si agisse in ritardo – a meno che non sia già tardi -, visto anche i clan che già si sono avventati come pantere sulle loro prede, avrebbero vita assai facile.
Don Luigi, infatti, con la sua proverbiale chiarezza ma determinazione, dice:
«Libera – ha detto Don Luigi Ciotti – vuole sollecitare, senza evocare scenari di proibizionismo e colpevolizzare nessuno, una risposta da parte di tutte le istituzioni e del governo». Un appello alla assunzione di responsabilità rivolto anche «a chi gestisce in maniera legale» le attività di gioco. «C’è – ha sottolineato Ciotti – un rischio dipendenza crescente anche in virtù di un marketing avvolgente. Lo slogan “più giochi per tutti” è una cosa inquietante».
 

Un settore che fattura 76,1 miliardi l’anno: la portata di quattro manovre finanziarie, una cifra due volte superiore a quanto le famiglie spendono per la salute e, addirittura, otto volte di più di quando viene investito per l’istruzione. Poi c’è il capitolo dipendenza: i giocatori patologici dichiarano di giocare oltre tre volte alla settimana, per più di tre ore alla settimana e di spendere ogni mese dai 600 euro in su, con i due terzi di costoro che sfondano i 1.200 euro al mese. Inoltre abbiamo: 41 i clan che si spartiscono la torta del mercato illegale del gioco d’azzardo; 800 mila persone dipendenti da gioco d’azzardo e quasi due milioni di giocatori a rischio; 10 le Procure della Repubblica con le Direzioni Distrettuali Antimafia che nell’ultimo anno hanno effettuati indagini; 22 le città dove nel 2010 sono stati effettuate indagini e operazioni delle Forze di Polizia con arresti e sequestri direttamente riferibili alla criminalità organizzata; 3.746 i videogiochi irregolari sequestrati nel 2010, alla media di 312 al mese; 120.000 addetti che lavorano nel settore e muove gli affari di 5.000 aziende; tre volte alla settimana la media di gioco per i giocatori patologici, più di tre ore alla settimana.

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