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“Il paesaggio e l’ambiente sono come il sole e le stelle”

Nonostante il parere favorevole di Legambiente ed Inu, il modificato Ddl Catania sul consumo di suolo – di cui mi occupo diffusamente da tempo – non mi convince ancora. E certamente non per un mero radicalismo, ma proprio perché credo che occorra difendere, davvero, le nostre radici. Il nostro suolo. La nostra identità. Ne ho scritto qui.

In Italia ogni giorno si cementificano 100 ettari di suolo libero. Negli ultimi 40 anni sono stati sigillati circa 5 milioni di ettari. Le aree coltivate sono passate da 18 milioni di ettari a poco meno di 13. Dal 1956 al 2012 il territorio nazionale edificato è aumentato del 166%. Secondo l’Ispra, le traumatiche alterazioni subite dal suolo hanno prodotto almeno 5 miliardi di euro di danni negli ultimi 7 anni. “Il paesaggio, l’ambiente, il patrimonio culturale sono – conclude Settis – come il sole e le stelle: illuminano e condizionano la nostra vita, corpo e anima. Perciò hanno un ruolo cosi alto nella Costituzione dove incarnano l’idea che ne è il cuore: il bene comune e l’utilità sociale, sovraordinati al profitto privato”.

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Grazie Maggioli

Anche se non sembra, faccio fatica, ancora, a distanza di anni, a parlare di me, a raccontarmi, a lasciarmi andare, come si suol dire. Ma ci sono delle volte in cui mi viene leggermente più facile ed è quando sento il dovere di ringraziare, con semplicità e autenticità, chi in me sta dimostrando di crederci e mi rispetta. Rispetto è una parola meravigliosa perché riconduce, per quanto mi riguarda, alla lealtà che dovrebbe scandire i rapporti personali, e non solo quelli professionali, ma oggi, purtroppo, non assistiamo sempre a queste interazioni pulite. I giovani che si affacciano, con speranza ma anche con preoccupazione, sul mondo del lavoro, precario ormai quasi per definizione, sanno bene, oggi, di dover idealmente indossare ogni giorno una corazza per meglio fronteggiare e difendersi dalla valanga di fango rappresentata dalla meschinità, dalla mediocrità e dall’invidia di chi potrebbe non tollerare la nostra affermazione dovuta soltanto al nostro talento, pur minimo. Soprattutto se l’ambito di impiego, provvisorio o no che sia, potrebbe non essere quello sognato o quel che effettivamente diventerà il “mestiere quotidiano”. Dal 13 marzo, con la pubblicazione di un articolo sull’abusivismo edilizio in questa sede richiamato, collaboro con Ediltecnico.it, il quotidiano tecnico online della Maggioli Editore, autorevolissima casa editrice nazionale che produce volumi per i professionisti dell’edilizia, dell’architettura e dell’urbanistica. Non ho scritto, purtroppo, come quantità, per come avrei desiderato, essendo impegnato ancora con lo studio o in altre attività sociali, ma in non poche occasioni ho avuto modo di sentire questa fiducia nei miei mezzi, il sentirmi incoraggiato ad approfondire alcuni temi invece di altri, a migliorarmi con e nello studio di quei temi che mi appassionano o di cui avverto l’importanza. Non sono mai stato pagato, per esempio, dagli editori di Go-Bari, il web quotidiano della mia città con cui ho collaborato per quasi un anno e per i quali ho prodotto quasi 150 articoli. Essere sfruttati ed umiliati è la regola. Alcuni lo accettano. Altri no. E non ci sarà mai nessun Ordine dei Giornalisti o sezione territoriale di Assostampa che interverrà a difesa di giovani come me, fanno tutti parte di uno stesso sistema che dovrebbe essere abbattuto e ricostruito con una altra e più alta moralità. Non solo per questo, pertanto, ma proprio per il rispetto e la stima che sento nei miei riguardi, sperando di non deluderli, ringrazio la Maggioli Editore e Federica (la ragazza straordinaria della redazione con cui mi sono sempre interfacciato in tutti questi mesi). E i libri in foto, per me, non sono, perciò, semplici libri. Sono il frutto, per la prima volta, del mio (piccolo, ma orgoglioso) lavoro. Grazie!

PugliArch lancia la sfida alla Biennale di Venezia

Ne scrivo qui.

La cultura è veloce, l’architettura è lenta: se il processo creativo è per sua natura aperto all’infinito universo delle possibilità, compito dell’architetto è di introdurvi il concetto di limite. (David Chipperfield)

Il cohousing è di moda in Europa. E in Italia?

E’ uscito oggi il mio nuovo articolo su Ediltecnico, dedicato all’housing sociale e al co-housing, ossia quella pratica ancora poco diffusa nel nostro Paese che prevede la condivisione, tra tutti gli abitanti dell’edificio, degli spazi comuni o addirittura dei servizi, senza rinunciare alla qualità, risparmiando sui costi, guadagnandoci sulla socializzazione, che per me non ha prezzo.

Carlo Ratti, architetto e professore al Mit di Boston, guru delle “città intelligenti”, in una recente intervista, ha dichiarato: “Se la popolazione non cresce e gli standard abitativi non cambiano, perché costruire nuove case? In un periodo di crisi la superficie delle abitazioni tende a ridursi. Espandere le città è l’errore più grave che si possa fare: significa svuotare gli spazi che già ci sono e condurli alla rovina. È finita l’epoca delle nuove costruzioni”. Queste parole confermano, ancora una volta, quanto sarebbe socialmente utile per il nostro Paese dotarsi di un Piano Nazionale di Rigenerazione Urbana che contempli, contestualmente, un Programma sull’Housing Sociale o sul Co-housing. La crisi economica e finanziaria da un lato, e la percezione che gli assetti sociali siano sottoposti ad una profonda mutazione ed evoluzione dall’altro, hanno spinto una piccolissima parte di italiani ad accogliere il modello della “residenza condivisa”. Questa pratica, che nel Nord Europa è diffusa da decenni e che inizia a manifestarsi anche nelle nostre regioni settentrionali, prevede – con la possibilità che si agevolino processi di socializzazione – la condivisione degli spazi condominiali adibiti a giardino, a terrazza, a salone multiuso, ma anche a laboratori artigianali, a palestre o biblioteche. Vengono poi, sempre più spesso, condivisi anche i servizi: dal car sharing alla banca del tempo (ore di lavoro messe a disposizione dagli abitanti per lavori di idraulica, sartoria o baby sitting). Questi nuovi modelli di residenza condivisa, per la loro flessibilità ma anche per la loro economicità, sono particolarmente apprezzati dai giovani che sognano di metter su famiglia o dai separati. Si stimano risparmi medi annui per abitante del 10-15%, grazie alla condivisione degli spazi comuni e all’ autoproduzione energetica da fonti rinnovabili. E arriviamo alle note dolenti. Per ora il cohousing è frutto di iniziative private e non è legalmente codificato nell’ordinamento italiano, nonostante diverse associazioni si stiano impegnando da tempo per ricevere un riconoscimento da parte delle amministrazioni pubbliche. In particolare, l‘associazione E-Cohousing di Roma – anche per fermare il fenomeno del consumo di suolo e della cementificazione selvaggia che sta devastando il nostro Paese, propone di destinare al cohousing una parte dell’ingente patrimonio militare da dismettere o già dismesso, a prezzi agevolati. E sulla stessa lunghezza d’onda si colloca l’Assessore all’Urbanistica del Comune di Milano che ha attivato un gruppo di lavoro con l’intento di valutare l’opportunità di emulare sul proprio territorio, in modo organico ed organizzato, questa esperienza, partendo dall’assioma che debba integrarsi in progetti di rigenerazione urbana e di riqualificazione funzionale dei siti degradati. Il cohousing, pertanto, può diventare realisticamente una soluzione agevole e alla portata di (quasi) tutte le tasche. Bisogna crederci, bisogna investirci. Perché solo cosi potrà essere riscoperta la bellezza di quell’esperienza che si chiama condivisione.

La Cittadella della Giustizia di Bari

Su Ediltecnico.it il mio nuovo post dedicato all’affannoso problema extralocale della Cittadella della Giustizia di Bari che ha ormai radici profonde, essendosi avviata la discussione nel 2003.

Il commissario prefettizio Giuseppe Albenzio, nominato dopo che il Consiglio di Stato ha spogliato il Comune di Bari della sua potestà pianificatoria e della sua facoltà decisionale – e proprio in sostituzione del Consiglio Comunale – ha adottato la variante urbanistica che consente la realizzazione, presso il Tondo di Carbonara (“adiacente” allo stadio San Nicola di Renzo Piano), della Cittadella della Giustizia  (da circa tre milioni di metri cubi di cemento), progettata a partire dagli anni duemila dall’impresa parmense Pizzarotti. L’ultima parola spetta ad Angela Barbanente, Assessore regionale all’Urbanistica, orientata, però, a bocciare la suddetta variante, che trasforma suoli originariamente agricoli in edificabili, poiché oggi la Regione sta puntando principalmente sulla rigenerazione urbana.

Il nuovo catasto “ce lo chiede l’Europa”

Rivoluzione in arrivo per i professionisti del settore. Finalmente, e fino a prova contraria, una buona notizia. Uno strumento utile ed evoluto per snellire procedure ed operazioni, per semplificare e qualificare meglio il lavoro tecnico.

L’Aquila non esiste!

A tre anni dal terremoto, L’Aquila è ancora un non-luogo” è il mio nuovo post per Ediltecnico. Ne avevo già scritto, alcuni giorni fa, qui.

Del resto il modello della New Town, sorta a non pochi chilometri di distanza dal nucleo urbano originario, può essere percepito come esperimento sociale, sulla base della riorganizzazione degli spazi vitali e quotidiani. Parafrasando Italo Calvino e la sua “città ideale” si potrebbe dire che “L’Aquila 2” simboleggia l’ideale della “città perfetta”: ordinata, disciplinata e controllata dove nulla si può muovere senza autorizzazione o senza essere visto. Si crea, cosi, un nuovo modello di socialità, non spontaneo, poco autonomo, dove viene ridotto drasticamente quel diritto alla città, spesso sottovalutato, da cui invece si dovrebbe ripartire, per far tornare a volare L’Aquila. E spingere i cittadini oggi emigrati a tornarvi e a farla rivivere grazie al talento di ciascuno. Perché il diritto alla città “non si esaurisce nella libertà individuale di accedere alle risorse urbane, ma è il diritto di cambiare noi stessi cambiando la città”, perché costruendo la città costruiamo noi stessi.

Una legge per la Riqualificazione urbana

E’ quella che vorrebbe predisporre il governo dei tecnici, per superare  i numerosi e pesanti conflitti fra norme nazionali e regionali che in passato hanno di fatto paralizzato il “piano casa” del Governo Berlusconi. Chiaramente un commento definitivo potremo avanzarlo quando conosceremo il testo del provvedimento che sarà sottoposto a votazione, ma non possiamo, fino a prova contraria, non applaudire questo tentativo di semplificazione normativa e di chiarezza politica, che indubbi vantaggi potrebbe provocare anche da un punto di vista occupazionale.

Klimahouse in Puglia

Da Bolzano a Bari. Klimahouse approda per la prima volta nella Regione italiana più “amica dell’ambiente”. A dare il via alla manifestazione, presso la Cittadella della Scienza – dove fino a sabato si susseguiranno convegni e seminari per professionisti, operatori del mercato ma anche semplici cittadini – il convegno “Risparmio energetico e sostenibilità ambientale nel sistema edificio-impianto”. Racconto qui la giornata vissuta sotto la bandiera dell’efficienza energetica sperando che davvero i tecnici e gli operatori pugliesi suddivisi tra le centinaia di imprese, oltre ai cittadini, acquisiscano quella consapevolezza necessaria per solarizzare e trasformare la Puglia sulla scia della sostenibilità, prima di tutto progettuale e poi civica. Di questo evento, infine, e della sua strategica valenza, ne ho parlato anche qui.

L’assenza di un Piano Energetico Nazionale, infatti, ha legittimato la burocrazia pugliese, per il fine di diventare la regione italiana con la più alta produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, a desertificare i suoi territori e quasi a sacrificare il settore dell’agricoltura. Moltissimi territori fertili del Gargano e del Salento sono stati coperti rispettivamente da parchi eolici e da parchi fotovoltaici, estesi per decine e centinaia di ettari, da multinazionali straniere che in Puglia hanno potuto investire per l’enorme flessibilità della “giurisprudenza energetica ed ambientale” pugliese. Le puntuali inchieste giudiziarie da cui emergerebbero infiltrazioni mafiose dietro alcune società attive nel fotovoltaico (soprattutto nel salentino e nel brindisino) e una crescente consapevolezza civica sul fenomeno del consumo del suolo, hanno spinto l’amministrazione regionale a rivedere le proprie politiche energetiche e a puntare tutto sulla localizzazione degli impianti, di taglia minore, sulle coperture di tutti gli enti pubblici e sulle pensiline.

L’Italia è fondata sull’abusivismo edilizio?

Inizia, col seguente articolo, la mia collaborazione con Ediltecnico.it, il quotidiano tecnico per i professionisti dell’edilizia e dell’urbanistica curato dall’autorevolissima Maggioli Editore.

Quanti sono gli immobili nel nostro Paese? Quanti, in particolare, gli alloggi? Quanti, tra questi, sono quelli costruiti, nel corso dei decenni, non in conformità alle leggi vigenti? Nonostante ci siano diverse stime – chi dice due milioni, chi dice nove milioni – nessuno può rispondere con precisione a questi quesiti perché mai nel nostro Paese è stato censito tutto il patrimonio urbanistico esistente. Mai i Piani Regolatori Generali (oggi Pug) hanno previsto una simile ricognizione prima della loro approvazione definitiva. Mai i Piani Regolatori Generali sono stati predisposti per elevare prioritariamente la qualità della vita dei cittadini. Il loro benessere. Perché, raramente, la Città è stata considerata un Bene Comune.

Perché, da sempre, l’edilizia – l’ambito grazie al quale i partiti politici, a tutti i livelli, superano i rispettivi ideologismi per compattarsi nell’ideologia e nell’idolatria del capitale – è stata percepita come l’attività umana a più sicura redditività, con la casa considerata il Bene su cui far investire con fiducia i propri risparmi. Lo sa bene pure la criminalità organizzata che da decenni sta investendo nell’edilizia centinaia di milioni di euro accumulati in modo illecito. Questo non avviene più soltanto in Campania, in Sicilia, in Calabria o in Puglia – le regioni del Mezzogiorno dove l’egemonia criminale per alcuni è diventata una tale normalità per cui non ci si scandalizza più – ma anche nel Lazio, nell’Emilia-Romagna, in Lombardia, come non poche inchieste giudiziarie stanno da anni testimoniando.

Si è sempre costruito in Italia, pertanto, perché bisognava farlo nel nome del progresso. Bisognava farlo perché contribuiva a creare occupazione. Nonostante gli allarmi e i suggerimenti dei geologi, si è costruito ovunque, nei posti più impensabili: nei letti dei fiumi, proprio sotto montagne o vulcani, in zone ad alta sismicità, in aree protette o vincolate. Lo si è potuto fare con la complicità di pubblici amministratori ignoranti e disonesti. Con l’omertà e la reticenza di chi doveva controllare e non ha controllato. Perché in questo paese, chi sbaglia, non paga mai.

Negli ultimi quindici anni centinaia sono stati i morti e migliaia i feriti o i dispersi avutisi a causa del dissesto idrogeologico; con danni di diverse decine di miliardi di euro. Con territori cancellati e identità violate. Con patrimoni storici e naturali alienati definitivamente. E che resteranno cosi per chissà quanto tempo visto che, nonostante le promesse politiche, attualmente non ci sono fondi disponibili per ripristinare i luoghi devastati dalla natura. L’uomo che si autodistrugge per il suo egoismo e la sua cupidigia. Un Paese dove la cultura della prevenzione è quasi del tutto assente. Un Paese dove l’etica pubblica, l’etica della responsabilità, la legalità intesa non solo come mero rispetto delle regole ma anche come rispetto delle dignità individuali, scarseggiano. Questo siamo oggi, nonostante rarissime eccezioni e notevolissimi virtuosismi.

La Regione Puglia, la mia regione, per provare, perciò, a mitigare la patologia dell’abusivismo edilizio, su spinta di Angela Barbanente, Assessore Regionale all’Urbanistica, sta predisponendo una legge regionale, il cui disegno è già stato approvato unanimemente dalla commissione consiliare competente, in materia di prevenzione e repressione dell’abusivismo edilizio. È un’iniziativa importante che non ha precedenti in Italia, che ha visto e sta vedendo la collaborazione sia delle associazioni di tutela ambientale sia di alcune Procure della Repubblica. E che si inserisce in un processo normativo di primissimo piano con l’ente che già dispone, da anni, di provvedimenti volti a favorire sia “l’Abitare sostenibile” (Legge Regionale nr. 13/2008) sia la “Rigenerazione urbana (Legge Regionale nr. 21/2008). Nonché di un sistema cartografico sempre più aggiornato e sempre più multimediale, resosi indispensabile per la configurazione orografica e paesaggistica di una Puglia che presenta territori estremamente eterogenei.

Le premesse, pertanto, per cambiare finalmente e definitivamente il paradigma tecnico intorno al quale diverse generazioni di professionisti e pubblici amministratori hanno costruito i propri avvenire, spesso violando le regole, ci sono. Ma le domande a cui si vorrebbe dare risposta esaustiva restano, ad oggi, le stesse di sempre. Quali sanzioni si devono applicare, per esempio, ai responsabili degli uffici tecnici comunali che non assolvono pienamente alle loro funzioni? A chi, insomma, dovrebbe controllare e non controlla i processi edilizi che stanno rendendo le nostre città luoghi invivibili? Perché la Regione non prevede la possibilità di fermare i processi edilizi in quei Comuni che non demoliscono prima tutti i manufatti accertati come abusivi?

Perché, soprattutto, la Regione (o le Regioni) – accogliendo l’appello del Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio – non prevedono l’obbligo per i Comuni di censire tutto il patrimonio edilizio esistente (gli alloggi vuoti, sfitti o inutilizzati sono sicuramente migliaia in tutte le città medio-grandi) nell’ottica di riqualificarlo e di rigenerarlo anche da un punto di vista energetico-bioclimatico? Perché le Regioni, infine, non si impegnano nel contrastare realmente la pratica del consumo di suolo investendo prepotentemente nella prevenzione del dissesto idrogeologico, con la possibilità che questa rivoluzione (che sarebbe anche culturale) produrrebbe nuovi posti di lavoro?

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