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Dichiariamo guerra all’azzardo, anche a Bari

Da circa un anno e mezzo, ossia da quando è stato sdoganato pericolosamente, anche attraverso i nuovi mezzi digitali, il gioco d’azzardo (legittimato anche dallo Stato che ci guadagna attraverso i monopoli, senza poi esercitare rigorose funzioni di controllo capillare sul territorio), osservo l’evoluzione del fenomeno che si annida sempre più nelle pieghe della disperazione di coloro che, a prescindere dall’età, sfidano la fortuna per cercare di ricostruire una quotidianità flagellata dalla precarietà o dalla disoccupazione. Si gioca per soldi, altro che l’ipocrisia del passatempo o della mera curiosità. Si inizia, quasi sempre, dalla curiosità, certamente. Senza accorgersi, poi, che per entrare nella spirale, spesso della perversione inconsapevole, non ci vuole molto tempo. E non tutti quelli che praticano questo vizio sono ludopatici.

Anche se le statistiche eleborate ora dal Censis ora da altri istituti di monitoraggio dovrebbero imporre a tutti riflessioni più serie e mirate. Essendoci, purtroppo, il rischio elevato che dietro “il mondo dell’azzardo” (sale giochi di tutti i tipi, reali o virtuali che siano) si celino le organizzazioni criminali che hanno, da sempre, la necessità di reinvestire in attività legali o borderline i loro miliardi sporchi e nauseabondi. In questa sede, però, non intendo pubblicare gli esiti di un nuovo studio – come feci qui, tempo fa – ma evidenziare, semmai, i tentativi virtuosi elaborati dai sindaci dei Comuni di Reggio Emilia e di Genova, Delrio e Doria, per contrastare il fenomeno richiamato che nuoce gravemente alla salute della collettività e, in particolare, sull’integrità delle persone più giovani e fragili. Iniziative concrete che vanno ad aggiungersi a quelle già avanzate dall’organizzazione Avviso Pubblico, tra le quali, segnalo, il Manifesto dei Sindaci per la legalità contro il gioco d’azzardo.

Mi auguro, quindi, un’assunzione di corresponsabilità anche da parte del nostro comune, quello di Bari, affinché si attivi immediatamente, e finalmente, per arginare e debellare il fenomeno che nella nostra città sta mietendo molte vittime, non solo giovani, e che, probabilmente, è gestito dalla criminalità organizzata locale.

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Fermiamo il femminicidio!

Contro il femminicidio

“In memoria di tutte le donne morte per mano violenta di chi diceva di amarle. Perchè le loro storie non affondino nel silenzio ma risveglino coscienze e civiltà”.

A rileggere la cronaca di questi ultimi mesi c’è da sentirsi male. Tanti, decisamente troppi, sono stati gli omicidi, inspiegabili, di donne giovani e diversamente giovani. Donne che hanno pagato con la loro vita il prezzo per essere donne. Sono decenni – da ancora prima che scendesse politicamente in campo, nel 1994, colui che ha violentato la politica violentando l’iconografia della donna, trasformata in un oggetto di piacere – che in questo Paese si parla di “questione femminile”. Come se il problema fosse facilmente risolvibile unicamente con qualche diritto in più a favore del “gentil sesso” o come si suol dire con un riconoscimento autentico delle “pari opportunità”. Ammettendo pure che questi diritti o tutele siano concesse, credo che ci sia anche altro. Potrò chiaramente sbagliare, non avendo la presunzione di ritenermi un attentissimo conoscitore del mondo femminile, ma penso che la vera “questione” sia maschile. Anzi, dirò di più. Che sia maschile e femminile assieme. Gli uomini, si legge su alcune riviste molto di moda tra le parrucchiere, si dividono in tre categorie: quelli che ragionano con il principale organo maschile (il 70%), quelli che ragionano con la testa (il 20%) e quelli che ragionano con il cuore (il 10%). Ora non so cosa spinga certi uomini ad uccidere le loro compagne, spesso di una vita; quali meccanismi perversi si attivino nelle teste di queste persone, ma è indubbio che questi assassini (e per trasposizione penso anche alla tristissima storia di Lea Garofalo) debbano essere condannati pesantemente perché solo in Italia il fenomeno sta assumendo proporzioni cosi inaccettabili. Come è, onestamente, intollerabile che in questo Paese, in cui è imperante l’ipocrisia e la meschinità, ci sia ancora una classe dirigente gerontocratica e maschilista che non riconosca, semplicemente, il contributo che le donne danno e darebbero. Di grande qualità e quantità. Non intendo citare, perciò, il solito studio in cui si attesta la bravura delle donne nello studio o nelle professioni.  Riporto soltanto, per quanto possa valere, la mia piccola esperienza. In tutti questi anni di impegno sociale, le persone migliori che ho conosciuto e con cui ho provato a costruire qualcosa di bello sono state spesso ragazze e giovani donne. Davanti a tutte le anomalie italiane, però, ci si aspettarebbe che le donne – non soltanto in manifestazioni di piazza come “Se non ora, quando” – tra di loro fossero maggiormente solidali. Non per una finta reciprocità o per un mero sostegno di facciata. Perché il Paese si cambia anche dando il buon esempio e trasferendo nuovi modelli sociali, in cui abbia un ruolo importante la capacità di sintesi tra le diverse sensibilità. Ma questo, evidentemente, vale per tutti. Per gli uomini e per le donne. Ma quante volte, invece, capita nella politica o nei contesti professionali dove è esasperata la competitività tra i singoli che certe donne si accapiglierebbero se potessero? La speranza, ovviamente, non è solo che queste tragedie finiscano immediatamente, ma anche che possa fiorire una nuova cultura laica che si fondi sul rispetto reciproco e sulla pace tra le persone. Ne avremmo tutti davvero un gran bisogno.

“Stagione costituente”? No, costituzionale

Lo afferma, in questa lettera da leggere, Gustavo Zagrebelsky.

Chi è, infatti, il vero antipolitico? Non serve a nulla l’anatema. Serve solo la buona politica. Non bastano le parole, quelle parole che si possono pronunciare a basso costo; parole banali anch’esse, che non vogliono dire nulla perché non si potrebbe che essere d’accordo. Nella politica, che è il luogo delle scelte e delle responsabilità, dovrebbe valere la regola: tutte le parole che dicono ciò che non può che essere così, sono vietate. Non vogliono dire nulla riforme, moralità, rinnovamento, innovazione, merito, coesione, condivisione, giovani, generazioni future, ecc.: vuota retorica del nostro tempo che tanto più si gonfia di “valori”, tanto più è povera di contenuti. Chi mai direbbe d’essere contro queste belle cose? I cattivi costumi si combattono con buoni costumi. Le leggi servono a colpire le devianze, ma nulla possono quando la devianza s’è fatta normalità. Prima di cambiare le leggi, occorre cambiare se stessi e, per cambiare se stessi, non occorre alcuna legge. Per chiedere rinnovata fiducia, occorrono Atti di Contrizione, segni concreti di discontinuità, non “segnali”, come si dice per dissimulare l’inganno. Dove trovare l’ideale d’una società giusta, che meriti che si mettano da parte gli egoismi e i privilegi particolari, che ci renda possibile intravedere una società in cui noi, i nostri figli e i figli dei nostri figli, si possa vivere in libertà e in giustizia? È sorprendente che non si pensi che questo ideale, questo punto d’appoggio c’è, ed è la Costituzione. Altrettanto sorprendente è che non si dia significato all’entusiasmo che accoglie, tra i giovani soprattutto, ogni discorso sulla Costituzione, sul suo significato storico e sul valore politico e civile attuale. Non viene in mente a nessuno che il nostro Paese avrebbe bisogno, piuttosto, di una “Stagione Costituzionale” e che chi facesse sua questa parola d’ordine compirebbe un atto che metterebbe in moto fatti, a loro volta produttivi d’idee, anzi d’ideali?

Appello di Banca Etica al Governo

Per aiutare i piccoli azionisti penalizzati dalla cancellazione dell’esenzione dal bollo per gli investimenti sotto i mille euro. Di Banca Etica avevo già scritto qui.

Lo strapotere culturale delle banche

Sul numero di questa settimana di Gazzetta dell’Economia una mia intervista all’amico Massimo Melpignano, Vicepresidente per la Puglia di Adusbef – autorevolissima e storica Associazione dei Consumatori – al quale ho chiesto di bond, di anatocismo, di derivati, di corruzione. Tutti temi attualissimi e assai perniciosi negli effetti per centinaia di migliaia di persone che dalle banche sono state truffate avendo queste immesso una pluralità di prodotti finanziari tossici sul mercato. Leggetela tutta, ne vale, credo, la pena.

Dare credito per dare fiducia

La mia intervista a Teresa Masciopinto, Responsabile culturale dell’Area Sud di Banca Etica di Bari, uscita sull’edizione di questa settimana de La Gazzetta dell’Economia.

La settimana della Finanza Etica

Il Gruppo d’Iniziativa Territoriale dei soci di Banca Etica delle province di Bari e Brindisi hanno organizzato, da domani primo ottobre e fino al sette ottobre prossimo, presso il Fortino Sant’Antonio a Bari, la settimana della Finanza Etica. La finanza è la mano invisibile che regola le nostre vite. Da tempo si afferma che la politica dovrebbe controllare la “finanza”, che la legge dovrebbe regolamentare la finanza. Prima di agire, però, è necessario conoscere. Ecco il motivo di questa iniziativa all’insegna della buona economia che è sorretta da una buona finanza. Riflessioni sul lavoro e sull’impresa sotto l’egida della dignità e della libertà, ben rappresentate dalle fotografie di Letizia Battaglia, la “fotografa della mafia”. Perché finanza etica significa anche rifiuto dell’illegalità e dell’antistato, due categorie ben rappresentate dalla criminalità organizzata. Quando Banca Etica è nata, 13 annifa, molti pensavano che la finanza etica fosse un’utopia irrealizzabile. I numeri di questi annihanno dimostrato, invece, che una finanza al servizio del bene comune è possibile e sostenibile.Oggi Banca Etica a livello nazionale ha un capitale sociale di oltre 40 milioni di euro, conferito da 38 mila soci in tutto il Paese. Attualmente Banca Etica sta finanziando 6.650 progetti di economia civile e solidale per un importo complessivo di oltre 800 milioni di euro. In Puglia il capitale sociale conferito ammonta a € 1milione e 200 mila; i soci della Banca nella Regione sono 1.440. La raccolta della filiale di Bari è di circa 23 milioni €. Gli impieghi ammontano a 49 milioni di euro €.

 

Difendere il paesaggio è un dovere morale

A dirlo, in questa intervista, è Salvatore Settis, professore di storia dell’arte e dell’archeologia classica alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Mi ha colpito, in modo particolare, non solo il saldissimo legame tra etica ed estetica, ma anche l’idea che devastare e sventrare il paesaggio, con tutte le sue infinite peculiarità, sia un delitto gravissimo. Che sia, di fatto, un ecocidio.

Un degrado che, oltre a danneggiare il paesaggio, con cementificazioni, inquinamenti, veleni, incrementa un declino complessivo nelle regole del vivere comune, reso possibile da indifferenza, leggi contraddittorie, malcostume diffuso e monetizzazione di ogni valore. La tutela dell’ambiente è un principio costituzionale, scritto nella «superlegge» fondamentale della Repubblica, da cui tutte le altre leggi dipendono. Non ci sarebbe bisogno di altre leggi. Sarebbe importante che rispettassimo quelle esistenti. Nell’articolo 9 della Costituzione, sulla tutela del paesaggio, e nel 32, sul diritto alla salute dei cittadini, come singoli e come collettività, c’è tutto. Entrambi gli articoli appartengono ai «principi fondamentali» e tracciano un perimetro che può e deve diventare, contro l’inerzia degli ignavi, il baluardo di una strenua difesa del nostro ambiente e del nostro paesaggio. Prima che un dovere, in ossequio alla Costituzione, c’è un obbligo etico: è necessario recuperare il concetto di moralità, anche nel rispetto delle generazioni future. Distruggere il paesaggio è un delitto per cui è stata creata la nuova nozione di ecocidio. Negli Stati Uniti esiste il tribunale contro i crimini ambientali: il cittadino può agire contro le istituzioni se queste non rispettano l’ambiente. Gli americani hanno capito prima di noi che non si possono ignorare i crimini ambientali.

#liberiamobari

Lo dico con grandissima serenità, ma anche con risoluta fermezza. Bari, come mai nel passato – che pure è stato parecchio tortuoso, a voler ricordare gli anni ’80 e ’90 – rischia di precipitare in un baratro da cui risalire potrebbe poi essere molto complicato. Proprio ieri ci ragionavo, scrivendone per Giù al Sud, nel commentare sia le vicende del Teatro Petruzzelli sia il nuovo caso giudiziario sui parcheggi interrati e le altre opere pubbliche locali dietro le quali ci sarebbe un “sistema corruttivo”. Bari non è tutta marcia. I baresi non sono tutti disonesti. Non si può più accettare la diffamazione quotidiana. I clan locali si “ammazzano tra di loro”? Bari è mafiosa, si sente dire. Giampiero Tarantini frequentava i salotti della “bari bene” dove a quanto pare non mancava mai la cocaina? A Bari sono tutti dei drogati, hanno chiosato alcuni perbenisti. Dalle intercettazioni telefoniche e dalle notizie di cronaca è emerso che la escort Patrizia D’Addario sia stata nella villa di Arcore perchè in cuor suo sperava di essere aiutata nella realizzazione di un’attività edilizia qui in città? Bari è “come Gomorra”, si sono affrettati a commentare alcuni intellettuali. Facciamola finita. La “Bari bene” esiste ed è quella costituita dalla gente per bene, onesta e competente. Probabilmente più che schifata da questa trasversale politica ricattabile e corrotta. Si è affermata la rassegnazione, la rabbia e l’indifferenza. L’ idea che tanto le cose non cambieranno mai perchè sono tutti uguali. Tanto vale pensare, egoisticamente, a se stessi. Soprattutto in un momento di crisi economica profondissima come questa. No! La risposta non può essere la rassegnazione. Non può essere la demolizione dei nostri valori. I principi alienabili nei quali, sono convinto, la stragrande maggioranza delle persone di questa città (e di questo Paese) crede. La legalità, prima di tutto. Non come mero rispetto delle regole, ma come rispetto delle dignità individuali. Bari e i baresi non si meritano di essere presi in giro da questi sedicenti amministratori pubblici che abusano del loro potere temporaneo per arricchirsi e per soddisfare la loro miserabile individualità. Pronti a vendersi subito per poche migliaia di euro o per una mezza possibilità di avere in futuro il sostegno economico di potentati vari o radicati poteri forti per scalare la montagna della politica, quando poi pubblicamente si afferma la dimesione sociale della politica. Se oggi i partiti hanno, per i cittadini, una fiducia solo del 4% è forse colpa degli elettori? Se oggi il 45% degli elettori si asterrebbe, è colpa degli elettori? Se oggi il Movimento di Grillo è dato potenzialmente al 6,5% è colpa degli elettori? I nostri politici, locali e nazionali, di destra e di sinistra, sono il cancro di questo Paese. Noi dobbiamo curarlo. Non facendo inutili personalismi. Ma agendo sul reale, pragmaticamente. Non bisogna piangersi addosso. Non bisogna più lamentarsi, avallando con omertà, questo modus operandi. Testimoniando complicità quando si accetta, durante la campagna elettorale, un illusorio posto di lavoro o qualche buono posto. Dobbiamo riscoprire la bellezza di essere cittadini. Imparare questo mestiere, che è il più difficile al mondo, forse, ma è la sola via che abbiamo per poterci sentire ancora vivi. Ma vivi per davvero. E non morti che si trascinano. Ci vuole corresponsabilità, onestà, lealtà. Impegno. Partecipazione. Condivisione di una medesima visione. Passare, come direbbe un amico, da “I care” a “We share”. Subito. Prima che sia troppo tardi. Perchè la “Bari bene” esiste ed è quella che può rinascere da noi, se noi decidiamo di rinascere come identità culturali e politiche per quello che deve essere il nostro primo bene comune: Bari. E non dobbiamo cambiare città, per essere felici. Dobbiamo cambiare questa città. Le cose cambiano, cambiandole.

Come misurare la Corruzione

Ha fatto scalpore la denuncia della Corte dei conti su un vertiginoso aumento dei casi di concussione e corruzione in Italia. Una loro misurazione precisa è però estremamente difficile con gli strumenti finora a disposizione. Tuttavia, la percezione dei cittadini è che il fenomeno sia grave, in peggioramento e si irradi dalla politica alla pubblica amministrazione. Prendere provvedimenti è dunque indispensabile. Magari a partire da dati affidabili. E proprio la Corte dei conti potrebbe costruire una misura accurata di corruzione.

Ha fatto notizia la recente rivelazione della Corte dei conti che le denunce per fatti di corruzione e concussione sono più che raddoppiate nel 2009. Nel periodo gennaio-novembre 2009, la Corte riporta 221 denunce per corruzione e 219 per concussione. Questi dati, al momento in cui scrivo, non si riconciliano con quelli del Servizio anti-corruzione e trasparenza (presidenza del Consiglio dei ministri), secondo cui il dato 2009, non ufficiale e riferito all’intero anno, è 104 denunce per corruzione e 121 per concussione, dunque circa la metà di quanto indicato dalla Corte dei conti. Invero, sulla dinamica del fenomeno è in corso una discussione tra Corte dei conti e Servizio anticorruzione. Ma la fonte è la stessa – le comunicazioni delle tre forze di polizia – e non dovrebbe essere difficile riconciliare i numeri. Prima di ogni analisi interpretativa.

L’INTERPRETAZIONE DEI DATI

Anche se i dati rivelassero un incremento delle denunce per corruzione e concussione nel 2009, l’interpretazione resterebbe molto problematica. Perché si tratta appunto denunce, dunque generate attraverso un processo che riflette anche la scelta di denunciare. Se secondo l’interpretazione sposata quasi uniformemente dai mass media, il dato della Corte dei conti rivela uno straordinario peggioramento del fenomeno, è tuttavia legittima anche l’interpretazione esattamente opposta: il forte incremento rilevato potrebbe riflettere una maggiore propensione a denunciare i comportamenti illegali. Se così fosse, i dati presentati dalla Corte dei conti dovrebbero essere motivo di conforto, giacché indicherebbero un affermarsi della cultura della legalità.

Purtroppo, sulla base dei soli dati sulle denunce non è possibile distinguere fra le due interpretazioni. E, invero, il problema di selezione creato dalle denunce affligge la maggior parte dei dataset concernenti la criminalità. Ciò perché cittadini che vivono in condizioni diverse hanno diverse propensioni a denunciare un crimine alla polizia. Fanno eccezione i cosiddetti “victimization studies” che sono basati su interviste a un campione casuale di cittadini, ai quali vengono chieste informazioni sui crimini che hanno subito. La procedura non si basa sulle denunce alla polizia ed evita così le annesse distorsioni.

L’articolo, con alcuni diagrammi, prosegue, per gli interessati, al seguente collegamento:

Come misurare la Corruzione, Nicola Persico, La Voce.info

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