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“L’Europa dopo l’Europa”

“L’Europa dopo l’Europa” è il tema della XII edizione dei “Dialoghi di Trani” (iniziativa culturale pluridecennale a cui sono molto legato, a cui ho quasi sempre partecipato negli anni scorsi e che quest’anno, con mio sommo orgoglio, mi vedrà “protagonista” come umile collaboratore dell’ufficio stampa), organizzato dall’Associazione culturale “La Maria del Porto” e promosso da Regione Puglia e Città di Trani, in collaborazione con l’Università degli studi di Bari e sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica.

Dopo l’Europa della crisi, ma a partire dall’Europa con le sue radici e le sue culture interrelate, i “Dialoghi di Trani”, il più importante festival letterario nel Mezzogiorno, organizzato dal 6 al 9 giugno a Trani, propone spunti per una riflessione di ampio respiro sull’Europa vista dal suo Sud affacciato sul Mediterraneo.

In che modo l’Europa può ripartire e ripensare ad un  cammino di rinnovato slancio culturale e di nuova tensione etica sui temi dell’inclusione, della sostenibilità, della giustizia sociale? Che cosa lega ancora quei popoli che, come diceva Nietzsche, «hanno il loro passato comune nella grecità, nella romanità, nell’ebraismo e nel cristianesimo»?

A queste e molte altre domande proveranno a rispondere, tra gli altri: Fabrizio Barca, Marco Revelli, Paolo Flores d’Arcais, Concita De Gregorio, Luca Telese, Vladimiro Giacchè, Maria Pia Veladiano, Franco Cardini, Oliviero Diliberto, Luigi Zoja, Piero Dorfles, Luca Rastello, Andrea De Benedetti, Carlo dell’Arringa, Maria Pia Bruno, Therry Vissol ed Emilio Dal Monte (rappresentanti in Italia della Commissione Europea). Tra gli ospiti internazionali anche Michael Braun (Radio pubblica tedesca), Eric Jozsef (Liberation) e Evgeni Utkin (Il Quotidiano dell’Energia).

Non solo dialoghi su idee, libri e suggestioni al Castello, ma anche eventi dedicati ai giovani lettori, mostre, reading teatrali, concerti, passeggiate “eco-filosofiche” tra gli incantevoli vicoli del borgo medievale ricco di chiese e palazzi o lungo il porto turistico dove spicca la monumentale Cattedrale romanica sul mare e l’antico monastero benedettino di Colonna. Per i lettori appassionati di arte e storia, visite guidate al  quartiere della Giudecca, uno dei più fiorenti insediamenti ebraici in Puglia dove si conservano due sinagoghe.

Trani, uno dei più importanti porti della Puglia, da sempre crocevia di popoli e culture del Mediterraneo, per tre giorni fa rivivere al pubblico dei “Dialoghi” quell’antico fascino e mistero che l’ha consacrata come centro multiculturale e porta per l’Oriente.

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Il Paese vuole il cambiamento. La politica lo rifiuta

Giorgio Napolitano è stato (ri)eletto Presidente della Repubblica. Per la prima volta nella Storia del nostro Paese. La conferma, giunta dopo una settimana di grandissime tensioni e divisioni, è arrivata con i voti di Pd, Pdl, Scelta Civica e Lega. E con Grillo che ha gridato al “golpe”. Ritrattando, parzialmente, poi le parole pronunciate a caldo, ieri sera. Nel mezzo, non solo si è consumata la fine ingloriosa del Partito Democratico, almeno per come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi, ma anche si è vissuto, forse, l’ultimo e definitivo strappo tra la nazione e la politica. I cittadini, in questi anni, non unicamente ma soprattutto quelli che si riconoscono “nell’area del centrosinistra”, con una pluralità di scelte e di testimonianze – vedi il successo dei quesiti referendari, vedi la partecipazione attiva delle donne di “Se non ora quando”, vedi la richiesta di coinvolgimento dei cittadini della Val di Susa nell’ambito della Tav Torino-Lione, vedi l’affermazione “anti-sistema” del M5S alle ultime elezioni (dopo i successi a Parma e in Sicilia) – hanno posto, con tenacia, una domanda di cambiamento.

La risposta è stata, invece, la peggiore che poteva essere data. Indifferenza totale. Sordità estrema davanti all’urlo di dolore di un Paese inferocito e sfiduciato. Come ho scritto stanotte su Fb, il voto del 25 febbraio ha bocciato Monti e le larghe intese che lo hanno sostenuto: ora riavremo un governo pressoché identico, ma con interpreti diversi. In queste settimane ci sono stati appelli e mobilitazioni per sostenere la candidatura al Quirinale di Stefano Rodotà, nome autorevolissimo su cui buona parte del Paese ha riposto la propria speranza per poterlo finalmente cambiare in meglio, con questa proposta sostenuta dal M5S, da una parte minoritaria del Pd e da Sel: ma la politica ha scelto Napolitano.

Addossare la responsabilità di questo disastro unicamente a Bersani sarebbe scorretto; ma è indubbio che, da segretario (dimissionario), abbia le responsabilità più grandi, non essendo riuscito a governare le mille correnti createsi venendo, pertanto, travolto da questo fiume carsico mosso spavaldamente soprattutto dalla bramosia di potere di taluni sedicenti “giovani”. Tutti devono prendersi la propria parte di responsabilità. La profonda lacerazione interna, all’interno di un sistema politico già in profonda crisi etica e culturale, sta seriamente facendo sprofondare il Paese in una dimensione di assoluta pericolosità, non potendo nessuno escludere che l’attuale instabilità possa degenerare, prossimamente, in tensioni sociali di una certa entità. Sul Sole 24Ore D’Alimonte illustra, con grande chiarezza, le ragioni dell’implosione del Pd, sostanzialmente mai affermatosi per la sua identità e per l’assenza di un progetto credibile di futuro, avviatasi con la sconfitta elettorale del 25 febbraio (elezioni a cui si è giunti senza aver cambiato la legge elettorale, a causa della quale i parlamentari non usciti dalle primarie di fine dicembre non rispondono che ai loro capibastone – e azzardo alla luce dei fatti – con il bastone usato da questi, per esempio, contro Prodi).

Le ceneri finora tiepide si sono surriscaldate di colpo e rischiano di ardere quel che resta di un soggetto politico nato morto, anche per la folle egolatria dei “padri nobili” il cui unico fine è sempre stato la conservazione del proprio status quo. E anche l’analisi di Alessandro, amarissima ma oggettiva, imporrebbe un dibattito autentico e franco. Teso a rifondare sulla base di una prospettiva collettiva e condivisa. Anche per questo, parlare oggi di scissione, è fin troppo facile. Ma non è questa la soluzione. Bisogna restare uniti, come dice Pippo. Mandando, però, urgentemente, a casa “quelli-di-sinistra-che-odiano-la-sinistra” perché quel che occorre “non è una rottamazione, ma una rivoluzione”.

E questa, per realizzarsi, e compiersi quella metamorfosi della politica, dice Barca all’Unità (ma lo dice anche Pippo, da tempo), deve prevedere un nuovo legame costitutivo tra i cittadini e nei territori sanando quella ferita ad oggi profondissima che risiede nella mancanza di fiducia degli elettori. Una palingenesi culturale, etica e sociale dei partiti nei quali si possa tornare a confrontarsi costruttivamente, non criminalizzando chi la vede diversamente, e valorizzando chi, portatore di saperi ed esperienze chiare e genuine, sappia proporre soluzioni condivise ai mali della propria comunità.

Barca: “Non voglio fare il segretario del Pd”

“Ho fatto le mie battaglie: in questo governo c’erano diverse culture. Il punto più debole del nostro esecutivo è stato l’ascolto della società”. E’ questo uno dei passaggi più importanti dell’intervista odierna rilasciata dal Ministro alla Coesione Territoriale, Fabrizio Barca, a Lucia Annunciata, nella trasmissione domenicale “In mezz’ora“. L’ascolto della società e dei cittadini, per comprendere ed interpretare poi correttamente le esigenze dei cittadini, da sintetizzare in congrue e rigorose politiche di sviluppo, sembra essere per il Ministro Barca un aspetto nevralgico. Una pratica necessaria da anteporre, quasi, all’atto politico.

Con questo, tuttavia, che deve essere rivelatore di una visione. Per obiettivi che devono essere raggiunti secondo un cronoprogramma definito e verificabile continuamente. Non poche volte, inoltre, ha spiegato l’importanza di adottare un nuovo metodo, basato, oltre che sulla capacità di ascoltare lealmente i cittadini (oggi parecchio incazzati, proprio perché non vengono mai ascoltati, da molti anni) in nome dei quali si assumono responsabilità politiche, anche sulla condivisione, la trasparenza, il merito. Sa che bisogna rifondare il sistema politico investendo sulla capacità di ricreare fiducia. L’idea che occorra un’empatia anche sentimentale. Per citare Gilioli, che occorra essere interconnessi non soltanto attraverso internet, ma anche attraverso le nostre coscienze.

Sul suo sito, peraltro, ogni azione intrapresa in questi 16 mesi di governo è presentata con numeri e documenti, a tutti accessibili, mediante gli open data. Tra i documenti, per me, più interessanti ed innovativi promossi da Barca, ci sono: “L’Aquila 2030” – Una strategia di sviluppo economico di Antonio Calafati e quello pubblicato qualche giorno fa dal titolo “Metodi e Contenuti sulle Priorità in tema di Agenda Urbana“.

In conclusione, nonostante non poche volte abbia evidenziato l’importanza dei partiti e di come questi debbano tornare a funzionare, si è detto disponibile a collaborare con e nel Pd, non per prenderne le redini, ma per aiutarlo a diventare quel soggetto europeo, inclusivo ed accogliente, fondato su una pluralità di sensibilità e di culture anche diverse, che sappia leggere la complessità della società e sappia affrontare le sfide della contemporaneità, elaborando una proposta per il Paese, tornato autorevole in Europa. E c’è già chi sogna il ticket Barca-Civati: il primo Premier e il secondo Segretario del Pd.

P.s.: Di Fabrizio Barca avevo già parlato qui, qui e qui.

Barca: “La coesione territoriale è modernità”

A Bruxells, nei giorni scorsi, si è tenuta una riunione importante che aveva per oggetto il nuovo bilancio comunitario, per il periodo 2014-2020. Per il nostro Paese ha partecipato Fabrizio Barca, ministro alla coesione territoriale, il miglior ministro del Governo Monti, di cui avevo scritto già in questa occasione. Dalla sua pagina facebook si legge che:

2 miliardi di euro aggiuntivi per la politica di coesione, di cui 500 milioni per le aree rurali delle regioni italiane meno sviluppate del Mezzogiorno e oltre 400 milioni per il nuovo fondo per l’occupazione giovanile in larga misura nel Sud. Una percentuale su tutte: rispetto al bilancio 2007-2013, nel bilancio 2014-2020, frutto dell’accordo di oggi tra i capi di Stato e di Governo, la dotazione sul fronte coesione aumenta dell’1% a prezzi costanti mentre il pacchetto globale Ue vede un calo all’incirca del 9%.

Bisogna riprogettare il lavoro, ripensare alle condizioni sociali culturali e politiche che lo determinano. Oggi nefaste perché lo condizionano pesantemente causando il dramma della disoccupazione che conosciamo. Se questi fondi, pertanto, non saranno sprecati, come ci si augura, il Mezzogiorno potrebbe davvero ripartire.

Maurizio Landini e Fabrizio Barca “remano” per un’Europa dei Diritti

Per l’undicesimo anno consecutivo, nella bella Trani, si svolgono i Dialoghi, manifestazione culturale di grande qualità e prestigio che consente ad autori affermati e a illustri intellettuali del nostro Paese di confrontarsi sui temi più interessanti e vari dell’attualità. Ieri ho partecipato all’unico evento che ho potuto seguire in questa edizione, ossia l’incontro dal titolo “L’Italia delle diseguaglianze” con ospiti il Ministro per la Coesione Territoriale Fabrizio Barca e il Segretario Generale della Fiom Maurizio Landini. Con la collaborazione di Francesco Nicodemo, ho scritto il seguente articolo:

“Dopo il fascismo, quel che rimaneva dello Stato doveva essere buttato all’aria e ricostruito. Non è stato fatto. Ed oggi poiché abbiamo lasciato degenerare le strutture dello Stato, come mai è successo nel passato in qualsiasi altra democrazia, la corruzione è diventata la punta di un iceberg che sta facendo sprofondare l’Italia”. Queste parole non sono state pronunciate da un eversivo di sinistra o da un grillino, ma dal Ministro alla Coesione Territoriale Fabrizio Barca, intervenuto, con il Segretario Generale della Fiom Maurizio Landini, ai Dialoghi di Trani. I due relatori, sin dalle primissime battute, appaiono molto più “vicini” rispetto a quel che sarebbe lecito attendersi, avendo percorsi culturali e professionali assai diversi. Ed è una cosa che la platea apprezza. Entrambi convergono sulla necessità e sull’urgenza di costruire un’Europa unita politicamente, e non solo monetariamente, dove alla solidità dell’Unione corrisponda una leale ed effettiva solidarietà tra Paesi. Dove viga un’uguaglianza sociale e dei diritti, tramite i quali sia possibile soddisfare la fortissima richiesta che proviene dal basso di servizi e di lavoro, anche di qualità. Le risposte a questi interrogativi delicatissimi dovrebbero giungere dalle Istituzioni. Ma queste – dice Landini – sono attraversate da una impietosa regressione morale e culturale che hanno svuotato di senso l’istituto della delega che andrebbe, pertanto, ridefinito, e che hanno spinto anche il Presidente Emerito della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, a parlare di “bancarotta della politica”. E da questa paralisi, a cui si è giunti anche perché negli ultimi decenni “il lavoro e l’interesse di chi lavora” non sono stati tra le priorità di chi ha assunto funzioni pubbliche, non si esce soltanto con un esecutivo pienamente legittimato dagli elettori (con l’attuale che per il sindacalista non è un governo “tecnico” ma politico perché politiche sono le scelte che sta adottando e i cui effetti stanno pesantemente incidendo sulla vita delle persone) pronto ad assumersi le proprie responsabilità, ma anche superando quell’approccio troppo liberale che si è imposto in questi anni e che, anche a causa della globalizzazione, ha spinto ad instaurare più una competizione tra lavoratori invece che una correlazione orientata alla qualità del prodotto e dove, contestualmente, i diritti fossero uguali per tutti e sulla base dei quali far nascere uno stato sociale europeo. Con il lavoro diventato una merce di scambio. Diventato precario per definizione. Frammentato per imposizione delle imprese. Le proposte di Landini sono, perciò, essenzialmente due: prevedere una legge sulla rappresentanza sui luoghi di lavoro che tuteli davvero i lavoratori consentendogli di scegliere liberamente i propri sindacalisti senza venire intimiditi o ricattati da quei manager che in base alle loro convenienze si scelgono, oggi, i soggetti con cui interloquire; e la predisposizione di un Contratto Unico Nazionale dell’Industria che superi l’attuale modello dove ciascuno persegue il proprio tornaconto mediante percorsi individuali di concertazione e di mediazione. Il Ministro Barca, invece, dall’alto della sua esperienza pluridecennale di noto economista apprezzato a livello internazionale, si sbilancia nel dire che la crisi economica e finanziaria europea era prevedibile perché negli ultimi 30 anni sono state smantellate tutte le principali regole del capitalismo, e che “è maturato il convincimento che la complessità fortissima del reale non potesse essere governata dalla politica, ma dalle imprese o dalle grandi multinazionali”. L’Europa non ha saputo affrontare questo problema i cui effetti patologici sono oggi sotto gli occhi di tutti essendoci un’ unione monetaria, nata su impulso tecnocratico, ma non politica. Con una crisi politica che, nel caso italiano, si è testimoniata, inoltre, con la quasi inutilità del Parlamento essendo le decisioni assunte altrove. E con l’anomalia di avere una corruzione e un’evasione fiscale tra le più consistenti nel mondo, mai affrontate negli ultimi decenni seriamente come alienazione della stessa politica, ma addirittura accettate come fenomeni con i quali bisognasse conviverci rassegnatamente, è accaduto che – prosegue Barca, con un tono e soprattutto una percezione di autenticità parecchio insolita per un “politico” – “abbiamo lasciato degenerare le strutture dello Stato come mai è successo nel passato in qualsiasi altra democrazia”. Fortissima, inoltre, è la resistenza al cambiamento, la volontà di preservare lo status quo, con un cambiamento soltanto, seppure, evocato, gattopardescamente, proprio per non cambiare concretamente niente, alla fine. Ed oggi se il Paese non è ancora fallito è solo per “l’eroismo” di quelle migliaia di persone, alcune presenti anche nel Sud, che con la loro opera e fatica quotidiana lo stanno appunto salvando, il Paese, anche da se stesso. Il Ministro Barca, infine, cita uno dei suoi formatori, l’economista Napoleoni, per il quale bisogna puntare sulla domanda di servizi, e non sull’offerta. Rimettendo al centro i servizi collettivi e i beni comuni. Riformando l’intero apparato statale valutando il personale a disposizione per la competenza, in modo trasparente, valorizzando le risorse sottovalutate, dando poi la possibilità a quei giovani desiderosi di lavorare con e per lo Stato, di poterlo fare onestamente e in piena libertà, in nome di quell’indomita etica pubblica che per costoro non andrà mai in crisi. E che presto, come cantava Mercedes Sosa – la cui canzone “Todo cambia” ha aperto il dibattito – tutto cambi. Veramente e per sempre. Noi ci siamo e siamo pronti.

Fin che (la) Barca va..

Non sto pensando a D’alema e al suo veliero attraccato nei pressi di Gallipoli, ma al sempre più sorprendente e positivo Fabrizio Barca, attuale Ministro “tecnico”, ma assai politico, del Governo Monti, alla Coesione Territoriale. Del quale si parla, bene, in questa intervista dove viene addirittura paventata l’ipotesi che sia proprio lui uno dei principali contendenti di Bersani nelle prossime primarie del centrosinistra per individuare il candidato premier delle Politiche del 2013. E, se cosi fosse, credo che in molti sarebbero più che pronti a partire con lui per la Prossima Italia. Convinti di poterla raggiungere, con rinnovata speranza ed entusiasmo.

C’é un Sud che vorrebbe parlare al Paese

Dopo il ministro Fabrizio Barca, anche Marco Rossi Doria, Sottosegretario all’Istruzione, scrive a #queibraviragazzi di Giù al Sud. E le sue parole valgono tanto, tantissimo.

E’ importante quindi che un gruppo di persone si faccia carico di un racconto collettivo che restituisca complessità, attualità e capacità di reazione a una Questione Meridionale tutt’altro che superata. E dia voce anche alle molte cose buone e innovative che si sono fatte. Quello che serve è il racconto delle pratiche, delle azioni concrete che si realizzano. Il racconto scevro di autocommiserazione e ricco di impegno civile e quotidiano di chi ha trovato strade- anche se non prive di ostacoli- per affrontare i problemi. In quest’ottica il racconto non è più fine a se stesso- sempre che lo possa essere, dato che raccontare significa restituire con le parole una realtà anche a chi non la vive in prima persona, rendendo possibile la condivisione e quindi l’azione collettiva- ma diventa la premessa per la continuazione e l’estensione di quelle cose che funzionano e per il cambiamento di quelle che irrimediabilmente riproducono e aggravano i problemi.

Barca parte con #queibraviragazzi

Non si era mai visto in Italia, fino ad oggi, un Ministro – blogger. Non solo perchè in questo Paese, per i protagonisti dell’informazione tradizionale, esisterebbe un “popolo del web” che non incide negli equilibri sociali italiani e distante dai voleri espressi dal popolo vero e proprio, con Internet che non è visto ancora come un asset fondamentale e strategico su cui si dovrebbe investire massicciamente, ma anche perchè negli ultimi decenni la politica ha dimostrato ampiamente e diffusamente, a tutti i livelli, che del volere dei cittadini non gliene frega assolutamente niente. Il Ministro in questione, Fabrizio Barca, invece, titolare della delega alla “Coesione Territoriale”, pensa il contrario. Pensa, addirittura, che l’Italia possa riemergere dalle sabbie mobili se saprà investire nel Sud e nel Mezzogiorno. E ha ritenuto utile, oltre che giusto, condividere le sue riflessioni e le sue speranze, su un blog comunitario, con dei giovani e diversamente giovani uomini e donne del Mezzogiorno che hanno deciso, con il progetto “Giù al Sud” di cui faccio parte anche io con molto onore, di provare a raccontare il proprio territorio in modo diverso. Non lamentoso, non rassegnato all’oblio e all’indifferenza o al disfattismo strutturale, non succube di un destino che altri vogliono pretestuosamente già descritto e raccontato. Ma un Sud che può e vuole andare oltre i suoi problemi e i propri mali endemici. Volitivo, propositivo, artefice della propria rivelazione. Che indurrebbe a una rivoluzione. Di valori e di principi, ma anche di pratiche e di iniziative. Di questa lezione di civiltà, che mi piacerebbe fosse la prima della Prossima Italia, ne hanno scritto, infine, anche Francesco e Tommaso.

Se, anche con questo strumento, il racconto diviene collettivo, se diventa “narrativa nazionale”, allora può aiutare ad aggredire l’ostacolo che lo stesso Cassano vede alla strategia del governo: “l’immagine, tutt’altro che disinteressata, che domina i media e il dibattito pubblico” per cui la trappola del Sud andrebbe alla fine imputata al suo “insuperabile deficit morale e culturale”. È un ostacolo che spezza le gambe a chi prova a cambiare.

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