Archivi delle etichette: Giancarlo Caselli

Il fascismo di Grillo

Quando ho pubblicato il precedente post, dedicato alla deprecabile violenza di alcuni appartenenti del Movimento No Tav, con l’amarezza che a causa della condotta indecente di pochi fosse danneggiato l’impegno legittimo e condivisibile di molti, non avevo ancora letto le opinioni e i commenti, sulla vicenda, di Travaglio, Mercalli e Grillo. Se il primo dice sostanzialmente quel che dico anche io, ripercorrendo le tappe della vicenda, mentre il secondo sottolinea, partendo da una premessa di natura tecnica, quanto dannosa ed inutile, economicamente ambientalmente e socialmente, sia questo progetto infrastrutturale, sono le parole dell’ex comico genovese che mi hanno lasciato alquanto perplesso. Un’ironia viscosa poiché respinge il fluido del buonsenso e del principio di legalità, per il quale la legge è uguale per tutti e il magistrato deve esercitare la sua funzione, rispettando la Costituzione, in nome e per conto del Popolo Italiano, senza guardare in faccia a nessuno.  Se questa omissione culturale fosse stata testimoniata da quella trasversale componente politica che in questo ventennio ha banchettato al tavolo del malcostume e del malaffare, quasi nessuno si sarebbe stupito. Ma che questa vergognosa filippica contro Giancarlo Caselli giunga da chi si è issato sul piedistallo della “buonapolitica”, ritenendo arrogantemente che il suo pensiero e le sue parole siano il solo antidoto necessario che occorre irrorare sui parassiti che costituiscono la nostra vigente classe dirigente, mi fa decisamente schifo. Perchè il problema, come sempre del resto, non è politico o personale, è culturale. E di coerenza.

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La stupidità dei No Tav

E’ sempre la stessa storia. In ogni grande movimento che assurge agli onori della cronaca nazionale per la propria ragione sociale, soprattutto se testimoniata e difesa strenuamente, ci sono gli stupidi e i violenti, le cui condotte intollerabili e insostenibili rischiano di danneggiare in poco tempo quello che gli onesti e gli appassionati provano a costruire in un tempo molto maggiore. Ed è il caso, questa volta, del Movimento No Tav. La cui battaglia è, da tempo, condivisa: quella di evitare, con lo spreco di miliardi di euro pubblici, la realizzazione di una galleria che dovrebbe collegare il tratto Torino – Lione per trasferire esclusivamente merci e prodotti, con molte statistiche e analisi predisposte da economisti e professori universitari che ci dicono quanto, anche a causa della crisi economica e finanziaria, per il calo dei consumi industriali, quest’opera pubblica sarebbe un azzardo. Con la necessità di considerare, parallelamente e simultaneamente, quanto un simile intervento inciderebbe ambientalmente e paesaggisticamente su tutto il territorio della Val di Susa.

Fatta questa premessa di merito, proprio perchè non simpatizzo per il qualunquismo e la demagogia, non posso non trovare vergognoso, stupido e pericoloso l’attacco frontale che alcuni pseudomilitanti no tav hanno rivolto al magistrato Giancarlo Caselli, impedendogli di presentare a Milano il suo ultimo libro, edito per Melampo. Non che i magistrati non possano essere criticati, in maniera costruttiva e pacifica, o che lo stesso non possa avvenire pure per il dott. Caselli, ma il farlo violentemente e sulla base di ragioni oggettivamente poco serie ed importanti, non può non spingere la cittadinanza che si riconosce nei valori della tolleranza e della legalità ad esprimere una ancora più convinta solidarietà a Giancarlo Caselli. All’uomo Caselli, testimone eccezionale e tra i più autorevoli della lotta “senza se e senza ma” al terrorismo e alle mafie, dotato di una integrità morale mai scalfita e che ha fatto della sensibilizzazione ai giovani, anche per via del suo impegno con Libera, uno dei suoi ulteriori motivi di vanto e di qualità.

 

 

Falcone, la verita’ sui pentiti

Ci risiamo. Finché indaghi su Riina o Provenzano vai bene. Ma quando – facendo il tuo dovere – passi a occuparti, ricorrendone i presupposti in fatto e in diritto, anche di imputati “eccellenti”, devi mettere in conto che cominciano i guai.
Tornano in auge vecchi ma sempre verdi ritornelli. Anzi, dischi rotti. Ma suonati talmente a lungo da trapanare le teste. La tecnica è collaudata, un classico. Si comincia con la ricerca della verità svilita a cultura del sospetto e con l’accusa di costruire teoremi invece di prove; si prosegue con l’insinuazione di uso scorretto dei pentiti e con la loro pregiudiziale delegittimazione (mediante aggressioni strumentali che nulla hanno a che vedere con la fisiologica delicatezza e complessità di questo strumento d’indagine); e si finisce con le aggressioni contro i pm: sul banco degli imputati, invece dei mafiosi e dei loro complici, finiscono i magistrati antimafia.

Sulla torta così confezionata (maleodorante), ecco poi la “ciliegina”, un altro classico: arruolare arbitrariamente Giovanni Falcone per sostenere che il suo metodo di lavoro è violentato dai magistrati di oggi che osano indagare anche i potenti. Peccato che pure questa sia propaganda sleale. Perché Falcone sapeva bene che senza pentiti un’efficace lotta alla mafia è impossibile. E quando – negli anni Ottanta – era giudice istruttore a Palermo, spesso si era chiesto perché mai tardasse ad essere approvata – nonostante le sue forti sollecitazioni – una legge sui pentiti (nota bene: la legge arriverà soltanto dopo le stragi del ’92, ed è perciò una legge impregnata del sangue delle vittime di Capaci e via D’Amelio).

Le parole di Falcone sono illuminanti: “Se è vero, com’è vero, che una delle cause principali, se non la principale, dell’attuale strapotere della criminalità mafiosa risiede negli inquietanti suoi rapporti col mondo della politica e con centri di potere extra-istituzionale, potrebbe sorgere il sospetto, nella perdurante inerzia nell’affrontare i problemi del pentitismo, che in realtà non si voglia far luce sui troppi, inquietanti misteri di matrice politico mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti”. Quanto all’oggi, la speranza – ovviamente – è che i professionisti delle polemiche contro i pentiti e i magistrati che ne raccolgono e sviluppano le rivelazioni siano mossi da ben diverse preoccupazioni.

Un altro “classico” sono le polemiche sul cosiddetto “concorso esterno”. Vi si è esercitato anche il presidente Berlusconi, per esempio nell’intervista al periodico inglese Spectator e alla Gazzetta di Rimini dell’11/9/’03, sostenendo che “a Palermo la nostra magistratura comunista, di sinistra, ha creato un reato, un tipo di delitto che non è nel codice; è il concorso esterno in associazione mafiosa”. La verità (nonostante le tecniche pubblicitarie di imbonimento organizzate per stravolgerla) è un’altra.

La figura del cosiddetto “concorso esterno” risale addirittura al 1875, come provano le sentenze della magistratura palermitana sul brigantaggio. Poi fu impiegata nei processi per terrorismo alle Br e a Pl e in quelli di mafia istruiti da Falcone e Borsellino. La sua legittimità, infine, è stata ripetutamente riconosciuta dalla Corte di Cassazione, che ha anche stabilito rigorosi paletti garantisti. Allora, tutti comunisti? La Cassazione, i giudici palermitani di due secoli fa, quelli che negli anni di piombo hanno sconfitto il terrorismo, il pool di Chinnici e Caponnetto… tutti comunisti? Sostenerlo è piuttosto temerario e comunque impedisce di confrontarsi con la dura realtà dei fatti, che il pool di Falcone (pag. 429 dell’ordinanza-sentenza 17 luglio 1987 conclusiva del maxi-ter) così espone, spazzando via ogni dubbio: “Manifestazioni di connivenza e di collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono – eventualmente – realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione mafiosa. Ed è proprio questa “convergenza di interessi” col potere mafioso… che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa Nostra e della sua natura di contropotere, nonché, correlativamente, delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali”.

A fronte di queste parole, le note scassate dei logori ritornelli sul concorso esterno non sono altro che la replica di un film già visto. Sicuramente perdente per l’antimafia.

Falcone, la verita’ sui pentiti, Gian Carlo Caselli, Il Fatto Quotidiano

Io So.. E quindi non dimentico..

Il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, il 3 settembre del 1982, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente della scorta Domenico Russo, viene barbaramente ucciso da alcuni boss e sicari della già potentissima organizzazione criminale siciliana, meglio nota con il termine di “Cosa Nostra”.

Nell’82 non ero ancora nato, ma di quegli anni cosi intensi e cosi struggenti, cosi desolanti e cosi ignobili per il nostro Paese, ho imparato a conoscerne gioie e soprattutto dolori, leggendo, negli anni, tantissimi articoli, notizie, appunti, cercando di colmare quel “vuoto storico” che non so se sarò mai in grado di realizzare pienamente.

Pensando ieri alla giornata di oggi e a cosa avrei mai potuto scrivere per ricordare degnamente un uomo straordinario come il Generale, un precursore moderno di quella che sarebbe diventata la “vera antimafia sociale” (oggi sabotata deplorevolmente da quella istituzionalizzata e politicizzata a causa dei meschini interessi che si nascondono nel silenzio e in certe complicità..), con il mio cuore che era fagocitato da emozioni e timori non volendo che mie semplici ed umili riflessioni avessero il contorno della banalità e della pateticità.

E, alla fine, avendo da circa un anno l’incredibile e straordinario onore, oltre che piacere, di conoscere personalmente il Prof. Nando dalla Chiesa, con il quale condivido l’esperienza della Scuola di Formazione Politica Antonino Caponnetto, lui come Presidente e io come semplice Socio, penso che non ci possa essere modo migliore per ricordare un uomo dalla purezza umana esemplare oltre che inemulabile rigore morale, anche alla luce di quali siano oggi i modelli culturali e morali a cui la società nostrana tende ad ispirarsi bastardamente, come il Generale Dalla Chiesa che condividere con Voi tutti alcuni frammenti e stralci che Nando ha inserito nello scritto “Delitto imperfetto. Il generale, la mafia, la società italiana” (Editori Riuniti)

Se è vero che esiste un potere – disse ai primi di maggio, in occasione della festa dei Maestri del lavoro – questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle leggi; non possiamo oltre delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti. Potere può essere un sostantivo nel nostro vocabolario ma è anche un verbo (…). Potere; l’ho sentito questo verbo. Ebbene io l’ho colto e lo voglio sottolineare in tutte le sue espressioni o almeno quelle che così estemporaneamente mi vengono in mente: poter convivere, poter essere sereni, poter guardare in faccia l’interlocutore senza abbassare gli occhi, poter ridere, poter parlare, poter sentire, poter guardare in viso i nostri figli e i figli dei nostri figli senza avere la sensazione di doversi rimproverare qualcosa, poter guardare ai giovani per trasmettere loro una vita fatta di sacrifici, di rinuncia, ma di pulizia, poter sentirci tutti uniti in una convivenza, in una società che è fatta, è fatta di tante belle cose, ma soprattutto del lavoro, del lavoro di tanti, operai, impiegati, dirigenti, che qui oggi (…) rappresentano gli angoli più remoti di questa Sicilia, che vuole essere buona, che vuole essere sana, che vuole essere difesa, vuole progredire, non può restare vittima di chi prevarica, di chi attraverso il potere lucra. E occorre che tutti, gomito a gomito, ci sentiamo uniti, perché anche chi è animato da entusiasmo, anche chi crede, come crede colui che in questo momento vi sta parlando, ha bisogno di essere sostenuto, di essere aiutato, di sentire di vivere in mezzo a chi crede perché, tutti credendo, possiamo raggiungere la meta che auspichiamo: la tranquillità, la serenità“.

Rivolgendosi poi al giovanissimo Nando che evidentemente gli chiedeva le ragioni per un Impegno cosi accentuato e rigoroso (per uno Stato che si sarebbe rivelato oltre che ingrato anche responsabile della sua fine..), andando anche oltre l’ineusaribile Senso del Dovere e Senso dello Stato che soltanto i Giusti sentono di possedere e di poter trasferire con il medesimo amore con cui loro lo vivono, disse, con la dolcezza di una carezza e con l’affetto tipico di un Padre:

Nando, ci sono cose che non si fanno per coraggio. Si fanno per potere continuare a guardare serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei propri figli. C’è troppa gente onesta, tanta gente qualunque, che ha fiducia in me. Non posso deluderla.

Il Procuratore Capo di Torino, Giancarlo Caselli, all’epoca magistrato a Palermo, ricorda l’intervista che il Generale rilasciò a Giorgio Bocca, poco prima di morire, rimasta famosa per l’assoluta lungimiranza dei contenuti, ovviamente, suo malgrado, ancora attualissimi:

“Ho capito una cosa molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi caramente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati”. In altre parole, se i diritti fondamentali dei cittadini non sono soddisfatti, i mafiosi li intercettano e li trasformano in favori che elargiscono per rafforzare il loro potere. Così la mafia vince sempre. E i mafiosi ne sono ben consapevoli. Lo ha spiegato con cinica brutalità – in un colloquio con un magistrato di Palermo – il boss Pietro Aglieri: “Vede, dottore, quando voi venite nelle nostre (sic) scuole a parlare di legalità e giustizia, i nostri (sic) ragazzi vi ascoltano e vi seguono. Ma quando questi ragazzi diventano maggiorenni e cercano un lavoro, una casa, assistenza economica e sanitaria, a chi trovano? A voi o a noi?”

Il Procuratore Capo Caselli, insieme all’ottimo Procuratore Aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato, che ha curato il processo proprio contro l’omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, non si stanca, da anni, di ripetere che certe Verità sono custodite gelosamente (sarebbe ormai il caso quasi di pretenderle) dal Senatore a Vita Giulio Andreotti (probabilmente ricompensato con tale onorificenza proprio per la sua fedele ed imperitura, ad oggi, omertà e mai sbiadita connivenza, come da sentenza) che era l’indiscusso leader della Democrazia Cristiana in Sicilia proprio in quegli anni bui e tremendissimi nei quali la piaga del Terrorismo (in tutta italia, proprio con l’aiuto e l’opera instancabile e fondamentale del Generale Dalla Chiesa) era stata da poco rimarginata e dove, appunto in Sicilia, ci si stava preparando ad altre “stagioni della tensione” che sfocieranno in altri delittuosi omicidi come quelli di Pio La Torre, Rocco Chinnici e poi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino..

Dice ancora Nando, parlando del padre :

Sono stato da Andreotti e quando gli ho detto tutto quello che so dei suoi in Sicilia è sbiancato in faccia“.

Tra i “suoi in Sicilia” il già citato sindaco Nello Martellucci, il segretario regionale Rosario Nicoletti, il Presidente della Regione Mario D’Acquisto. Nonché Salvo Lima e Vito Ciancimino, entrambi, già allora, ospiti fissi degli atti della Commissione Antimafia, nonostante il primo continuasse ad essere l’uomo più potente della parte occidentale dell’isola e il secondo rivestisse la carica di responsabile democristiano per gli enti locali di Palermo.

E che cosa si potrebbe pensare, oggi, di quando il Presidente del Consiglio Spadolini si rivolse a lui, al figlio dell’assassinato, e dopo aver definito la lotta alla mafia una lotta contro i “poteri invisibili” ammonì: E’ ingiusto criminalizzare interi partiti e intere correnti di partito; è ingiusto e grave, abbandonarsi a impostazioni manichee, è pericoloso, oltre che ingiusto, abbandonare i confini ed i metodi della lotta politica anche aspra per aprire “questioni morali”, che, se non rigorosamente provate e se artificiosamente generalizzate, possono solo determinare pregiudizi e sospetti tra le forze politiche tali da impedire di colpire i veri responsabili“??

Oggi, 3 settembre 2009, dopo 27 anni di menzogne e di falsità, oltre che di colpevoli silenzi, nel corso dei quali noi cittadini siamo stati inconsapevolmente complici di questa efferatezza con la nostra indifferenza e mancata voglia di accertare la Verità, continuiamo ad assistere impotenti senza alcuna reazione, nè di orgoglio nè di dignità, davanti non tanto al “discutibile” Presidente del Senato Schifani (noto per essere stato in affari da giovane con il boss mafioso di Villabate Nino Mandalà), quanto piuttosto alle dichiarazioni di oggi del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che parla di un “sacrificio che deve restare vivo nella memoria di tutti imponendo una nuova vigilanza contro le persistenti forme di infiltrazione della criminalità organizzata” che reputo sconcertanti e altamente ipocrite perchè rivelano l’ennesima pugnalata ad un servitore dello Stato, uno dei tantissimi che è caduto negli ultimi 18 anni, del quale ogni giorno, eccetto gli anniversari, ci si dimentica e della cui memoria e dignità si fa sfregio ed oltraggio con condotte non tollerabili per la pubblica decenza e la pubblica opinione, per esempio continuando ad accettare che ci siano parlamentari condannati in via definitiva, anche per mafia, in Parlamento.

Ecco, finché i cittadini, invece dello Stato, troveranno soprattutto i mafiosi, finché saranno costretti a essere sostanzialmente i loro sudditi, la guerra alla mafia non sarà vinta e la qualità della nostra democrazia volgerà sempre al ribasso. Si allontanerà ancora l’obiettivo scolpito nella nostra Costituzione, di realizzare una “democrazia emancipante”, nella quale il compiuto riconoscimento dei diritti di libertà è integrato dalla solenne affermazione del principio di uguaglianza in senso sostanziale, assunto non come semplice aspirazione o obiettivo, ma come dato normativo fondamentale. (Giancarlo Caselli)

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