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Dichiariamo guerra all’azzardo, anche a Bari

Da circa un anno e mezzo, ossia da quando è stato sdoganato pericolosamente, anche attraverso i nuovi mezzi digitali, il gioco d’azzardo (legittimato anche dallo Stato che ci guadagna attraverso i monopoli, senza poi esercitare rigorose funzioni di controllo capillare sul territorio), osservo l’evoluzione del fenomeno che si annida sempre più nelle pieghe della disperazione di coloro che, a prescindere dall’età, sfidano la fortuna per cercare di ricostruire una quotidianità flagellata dalla precarietà o dalla disoccupazione. Si gioca per soldi, altro che l’ipocrisia del passatempo o della mera curiosità. Si inizia, quasi sempre, dalla curiosità, certamente. Senza accorgersi, poi, che per entrare nella spirale, spesso della perversione inconsapevole, non ci vuole molto tempo. E non tutti quelli che praticano questo vizio sono ludopatici.

Anche se le statistiche eleborate ora dal Censis ora da altri istituti di monitoraggio dovrebbero imporre a tutti riflessioni più serie e mirate. Essendoci, purtroppo, il rischio elevato che dietro “il mondo dell’azzardo” (sale giochi di tutti i tipi, reali o virtuali che siano) si celino le organizzazioni criminali che hanno, da sempre, la necessità di reinvestire in attività legali o borderline i loro miliardi sporchi e nauseabondi. In questa sede, però, non intendo pubblicare gli esiti di un nuovo studio – come feci qui, tempo fa – ma evidenziare, semmai, i tentativi virtuosi elaborati dai sindaci dei Comuni di Reggio Emilia e di Genova, Delrio e Doria, per contrastare il fenomeno richiamato che nuoce gravemente alla salute della collettività e, in particolare, sull’integrità delle persone più giovani e fragili. Iniziative concrete che vanno ad aggiungersi a quelle già avanzate dall’organizzazione Avviso Pubblico, tra le quali, segnalo, il Manifesto dei Sindaci per la legalità contro il gioco d’azzardo.

Mi auguro, quindi, un’assunzione di corresponsabilità anche da parte del nostro comune, quello di Bari, affinché si attivi immediatamente, e finalmente, per arginare e debellare il fenomeno che nella nostra città sta mietendo molte vittime, non solo giovani, e che, probabilmente, è gestito dalla criminalità organizzata locale.

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C’era una volta il poker

L’avidità. Ecco cosa muove, credo, banditescamente, colori i quali in questi ultimi anni si sono arricchiti – e continuano a farlo – svuotando i portafogli dei tanti ragazzi per bene, e a tratti inconsapevoli, che si sono lasciati sedurre da quello che oggi si chiama Texas Hold’em. E quando sul tavolo da gioco non hai più fiches, ma affari da 76 miliardi di euro, ossia numeri da multinazionale che non conosce la crisi, ma che anzi può contare su migliaia di “impiegati” regolari in tutto il Paese, c’è molto poco da aggiungere, ma moltissimo da fare, per sottrarre alle mafie un appetibile mercato sul quale, se si agisse in ritardo – a meno che non sia già tardi -, visto anche i clan che già si sono avventati come pantere sulle loro prede, avrebbero vita assai facile.
Don Luigi, infatti, con la sua proverbiale chiarezza ma determinazione, dice:
«Libera – ha detto Don Luigi Ciotti – vuole sollecitare, senza evocare scenari di proibizionismo e colpevolizzare nessuno, una risposta da parte di tutte le istituzioni e del governo». Un appello alla assunzione di responsabilità rivolto anche «a chi gestisce in maniera legale» le attività di gioco. «C’è – ha sottolineato Ciotti – un rischio dipendenza crescente anche in virtù di un marketing avvolgente. Lo slogan “più giochi per tutti” è una cosa inquietante».
 

Un settore che fattura 76,1 miliardi l’anno: la portata di quattro manovre finanziarie, una cifra due volte superiore a quanto le famiglie spendono per la salute e, addirittura, otto volte di più di quando viene investito per l’istruzione. Poi c’è il capitolo dipendenza: i giocatori patologici dichiarano di giocare oltre tre volte alla settimana, per più di tre ore alla settimana e di spendere ogni mese dai 600 euro in su, con i due terzi di costoro che sfondano i 1.200 euro al mese. Inoltre abbiamo: 41 i clan che si spartiscono la torta del mercato illegale del gioco d’azzardo; 800 mila persone dipendenti da gioco d’azzardo e quasi due milioni di giocatori a rischio; 10 le Procure della Repubblica con le Direzioni Distrettuali Antimafia che nell’ultimo anno hanno effettuati indagini; 22 le città dove nel 2010 sono stati effettuate indagini e operazioni delle Forze di Polizia con arresti e sequestri direttamente riferibili alla criminalità organizzata; 3.746 i videogiochi irregolari sequestrati nel 2010, alla media di 312 al mese; 120.000 addetti che lavorano nel settore e muove gli affari di 5.000 aziende; tre volte alla settimana la media di gioco per i giocatori patologici, più di tre ore alla settimana.

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