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Renzo Piano nominato senatore a vita

Questa è una splendida notizia. Con nomina odierna del Presidente della Repubblica Napolitano, l’architetto italiano Renzo Piano, tra i più famosi al mondo, per alti meriti civili e sociali maturati, è diventato senatore a vita. Hanno ricevuto la stessa gravosa onorificenza anche il direttore d’orchestra Claudio Abbado, il fisico Carlo Rubbia e la ricercatrice scientifica Elena Cattaneo.

Sono molto contento, senza nulla togliere agli ultimi tre, per la scelta dell’architetto Piano. Non solo perché è stata riconosciuta l’importanza dell’architettura e dell’urbanistica “sostenibile” in un tempo nel quale queste scienze sono molto trascurate, oltre ad essere vicine alla mia sensibilità e cultura, ma anche perché i progetti del professionista genovese, che piacciano o meno (e ce ne sono alcuni che non mi hanno suscitato entusiasmo), non sono mai banali e da ciascuno è possibile trarre degli elementi di novità. L’architettura come maestra di vita e come arte che possa scatenare processi cognitivi fondati sulla curiosità e sulla voglia di magnificare la propria immaginazione per descrivere una realtà in continua evoluzione.

L’ultimo progetto italiano di Renzo Piano è a Trento: nuovo Museo delle Scienze e nuovo quartiere eco-sostenibile. Poi, non potendoli citare tutti, ricordo i più recenti che si sono distinti per il loro carattere ecologico, quale l’Auditorium realizzato all’Aquila colpita dal terremoto, il nuovo “grattacielo di Torino“, il Centro Culturale di Atene, il green roof of the California Academy of Science.

P.s. Mi sono limitato, volutamente, a queste considerazioni, evitando quelle che si avrebbero a seguito di commenti simili, semplicemente perché ritengo, in tale circostanza, evidenziare l’aspetto positivo di siffatte nomine.

P.s.1. Bellissima intervista a Renzo Piano e a Claudio Abbado, di Stefano Boeri.

P.s.2. L’amaca quotidiana di Michele Serra.

La politica teme il talento perché il talento ti regala la libertà e la forza per ribellarti.

Quello che non farà il Governo Letta-Letta

Ad oggi ancora non conosciamo i nomi dei 101 parlamentari del Pd che hanno, consapevolmente e premeditatamente, affossato la candidatura di Prodi per il Quirinale per allearsi con B. Ma basta leggere i nomi dei Ministri, dei Vice e dei neo-Sottosegretari per farsi un’idea. Ad oggi ancora non conosciamo gli elementi sulla base dei quali Letta e B. hanno stretto, con la benedizione e l’approvazione di Napolitano, la loro intesa politica. Ma basta sentir parlare i berlus-clones per farsi un’idea. I cittadini in questo Paese non contano niente. Gli elettori di centrosinistra hanno votato una coalizione per mandare B. a casa e si ritrovano B. come alleato. Meglio: B. è il vero azionista di maggioranza di questo Governo. Infatti vuole presiedere la “Nuova Bicamerale”.

Non verrà fatta una legge anti-corruzione (come richiede l’Europa dal 1999); non verrà fatta una legge sul conflitto di interessi; non verrà fatta una legge sul falso in bilancio; non verrà fatta una legge per velocizzare la consegna a cooperative sociali dei beni confiscati alle mafie, che non saranno minimamente toccate nei loro ingenti patrimoni riutilizzati in attività borderline (vedasi i compro-oro, le agenzie per le scommesse sportive, le sale giochi con i videopoker, forse i nuovi negozi dove acquistare sigarette elettroniche).

Non verrà fatta una legge per salvaguardare il paesaggio e dichiarare illegittimi tutti i condoni edilizi; non verrà fatta una legge per imporre ai privati la bonifica di tutti i siti contaminati, perché il diritto alla salute non può essere barattabile; non verrà fatta una legge per mettere in sicurezza tutte le strutture pubbliche a cominciare dalle scuole che si trovano in territori a rischio idrogeologico. Non verrà fatta una legge per favorire l’adozione di provvedimenti volti a migliorare l’efficienza energetica di tutto il nostro patrimonio edilizio esistente, manco censito.

Non verrà fatta una legge per confiscare i beni ai grandi evasori fiscali; non verrà fatta una legge per portare la banda larga in tutto il Paese con l’intento di favorire nuovi processi culturali; non verrà fatta una legge per stimolare l’innovazione tecnologica e scientifica; non verrà fatta una legge per garantire pieni e veri diritti civili e sociali a tutte le cosiddette “minoranze” di questo Paese; non verrà fatta una legge per ridurre drasticamente gli sprechi da armamenti, dovendo essere in teoria un Paese che ha “il diritto alla pace” nella Costituzione ignorata, ma esaltata all’occorrenza; non verrà fatta una legge per imporre ai partiti di tenersi fuori dalla Rai, da Finmeccanica, da Eni, da Enel, con i vertici nominati sulla base delle loro capacità; non verranno abolite le Provincie, non verranno accorpati i piccoli Comuni che potrebbero condividere funzioni e servizi, né verranno ridimensionati gli sprechi della Pubblica Amministrazione.

Non verrà, insomma, fatto un cazzo (eufemismo tecnico). Quel poco che sarà prodotto da questa sorda e cieca e irresponsabile e amorale classe dirigente sarà poi, peraltro, ampiamente enfatizzato da una mansueta ed addomesticata categoria di giornalisti che l’etica della responsabilità non sa neanche cosa sia. E tutto questo sarà possibile perché l’Italia è un Paese diviso su tutto, da tutti o quasi, con una cittadinanza imbarazzante e gretta e ignorante che non può disprezzare questa classe politica che la malgoverna da 20 anni perché la guarda con ammirazione, la idolatra, vorrebbe sostituirsi ad essa solo per poter disporre degli stessi privilegi che critica ingiuriosamente; né può, quindi, non avendone gli anticorpi, ribellarsi, essendo inconsapevole e accettando quel che gli è stato messo velenosamente nel piatto in questi anni senza mai interrogarsi scrupolosamente o farsi attraversare dal dubbio che si stava (e si sta) consumando sui propri diritti e principi costituzionali un massacro etico ed estetico.

Con il paradosso finale che chi, invece, si impegna senza alcun eroismo per ricercare una nuova ed urgente coesione emotiva e politica e sociale viene ostracizzato, per invidia e malafede e ignoranza, da chi, anche nell’alveo del centrosinistra, è complice o corresponsabile di questo disastro prolungato.

Il Paese vuole il cambiamento. La politica lo rifiuta

Giorgio Napolitano è stato (ri)eletto Presidente della Repubblica. Per la prima volta nella Storia del nostro Paese. La conferma, giunta dopo una settimana di grandissime tensioni e divisioni, è arrivata con i voti di Pd, Pdl, Scelta Civica e Lega. E con Grillo che ha gridato al “golpe”. Ritrattando, parzialmente, poi le parole pronunciate a caldo, ieri sera. Nel mezzo, non solo si è consumata la fine ingloriosa del Partito Democratico, almeno per come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi, ma anche si è vissuto, forse, l’ultimo e definitivo strappo tra la nazione e la politica. I cittadini, in questi anni, non unicamente ma soprattutto quelli che si riconoscono “nell’area del centrosinistra”, con una pluralità di scelte e di testimonianze – vedi il successo dei quesiti referendari, vedi la partecipazione attiva delle donne di “Se non ora quando”, vedi la richiesta di coinvolgimento dei cittadini della Val di Susa nell’ambito della Tav Torino-Lione, vedi l’affermazione “anti-sistema” del M5S alle ultime elezioni (dopo i successi a Parma e in Sicilia) – hanno posto, con tenacia, una domanda di cambiamento.

La risposta è stata, invece, la peggiore che poteva essere data. Indifferenza totale. Sordità estrema davanti all’urlo di dolore di un Paese inferocito e sfiduciato. Come ho scritto stanotte su Fb, il voto del 25 febbraio ha bocciato Monti e le larghe intese che lo hanno sostenuto: ora riavremo un governo pressoché identico, ma con interpreti diversi. In queste settimane ci sono stati appelli e mobilitazioni per sostenere la candidatura al Quirinale di Stefano Rodotà, nome autorevolissimo su cui buona parte del Paese ha riposto la propria speranza per poterlo finalmente cambiare in meglio, con questa proposta sostenuta dal M5S, da una parte minoritaria del Pd e da Sel: ma la politica ha scelto Napolitano.

Addossare la responsabilità di questo disastro unicamente a Bersani sarebbe scorretto; ma è indubbio che, da segretario (dimissionario), abbia le responsabilità più grandi, non essendo riuscito a governare le mille correnti createsi venendo, pertanto, travolto da questo fiume carsico mosso spavaldamente soprattutto dalla bramosia di potere di taluni sedicenti “giovani”. Tutti devono prendersi la propria parte di responsabilità. La profonda lacerazione interna, all’interno di un sistema politico già in profonda crisi etica e culturale, sta seriamente facendo sprofondare il Paese in una dimensione di assoluta pericolosità, non potendo nessuno escludere che l’attuale instabilità possa degenerare, prossimamente, in tensioni sociali di una certa entità. Sul Sole 24Ore D’Alimonte illustra, con grande chiarezza, le ragioni dell’implosione del Pd, sostanzialmente mai affermatosi per la sua identità e per l’assenza di un progetto credibile di futuro, avviatasi con la sconfitta elettorale del 25 febbraio (elezioni a cui si è giunti senza aver cambiato la legge elettorale, a causa della quale i parlamentari non usciti dalle primarie di fine dicembre non rispondono che ai loro capibastone – e azzardo alla luce dei fatti – con il bastone usato da questi, per esempio, contro Prodi).

Le ceneri finora tiepide si sono surriscaldate di colpo e rischiano di ardere quel che resta di un soggetto politico nato morto, anche per la folle egolatria dei “padri nobili” il cui unico fine è sempre stato la conservazione del proprio status quo. E anche l’analisi di Alessandro, amarissima ma oggettiva, imporrebbe un dibattito autentico e franco. Teso a rifondare sulla base di una prospettiva collettiva e condivisa. Anche per questo, parlare oggi di scissione, è fin troppo facile. Ma non è questa la soluzione. Bisogna restare uniti, come dice Pippo. Mandando, però, urgentemente, a casa “quelli-di-sinistra-che-odiano-la-sinistra” perché quel che occorre “non è una rottamazione, ma una rivoluzione”.

E questa, per realizzarsi, e compiersi quella metamorfosi della politica, dice Barca all’Unità (ma lo dice anche Pippo, da tempo), deve prevedere un nuovo legame costitutivo tra i cittadini e nei territori sanando quella ferita ad oggi profondissima che risiede nella mancanza di fiducia degli elettori. Una palingenesi culturale, etica e sociale dei partiti nei quali si possa tornare a confrontarsi costruttivamente, non criminalizzando chi la vede diversamente, e valorizzando chi, portatore di saperi ed esperienze chiare e genuine, sappia proporre soluzioni condivise ai mali della propria comunità.

Silvio si riprende il Paese?

13 04 2013 silvio a bari

E’ possibile, se non probabile. Tocca essere oggettivi e provare a rispondere a questo quesito, che in qualsiasi altra parte del mondo non sarebbe manco ipotizzabile se associato al politico che ha governato il Paese per quasi 9 degli ultimi 12 anni e per la cui gestione fallimentare ed irresponsabile – senza considerare, in questa sede, i suoi vizi privati a causa dei quali siamo stati sputtanati nel mondo – ci siamo ritrovati l’esecutivo Monti (con la complicità del Presidente Napolitano che lo ha detronizzato pur in assenza di una sfiducia politica/parlamentare e con quel che è sembrato un abuso di potere legittimato da quello superiore dei “mercati europei”), con la giusta dose di onestà intellettuale.

Per quanto la risposta, per la medesima onestà, e senza alcuna ipocrisia, mi generi una certa inquietudine. Avendo a cuore la tenuta etica e sociale del nostro Paese. Oggi soffocato dalla più grave crisi economica e finanziaria di sempre, corroborata dalla più grave crisi morale ed etica di sempre, con entrambe che hanno ottenebrato, pericolosamente, il senso dello Stato di tutta la classe dirigente italiana, gerontocratica e autoreferenziale.

E considerata, inoltre, la complicità e la contiguità culturale dell’attuale establishment del centrosinistra (praticamente lo stesso da 30 anni o quasi) che rappresenta il principale alleato politico dello “statista di Arcore”, pronto a rianimarlo politicamente ad ogni occasione, non essendo capace di concepire e di progettare, senza di lui, il cambiamento ineludibile di cui questo Paese ha un tremendo bisogno, mettendosi autocriticamente in discussione per le sue “mirabili e continue vittorie”.

“Il comizio di domani – scrivevo ieri – è il primo della nuova campagna elettorale che potrebbe aprirsi a breve se i suoi approcci “inciucisti” verso il Pd dovessero fallire“.

E sostanzialmente ha confermato, oggi pomeriggio, la mia riflessione:

“Ci sono due possibilità: o governo politico di larghe intese o si vota a giugno”.

Il comizio, in una gremita Piazza Prefettura, e introdotto dal contestatissimo striscione apposto arbitrariamente e scorrettamente sul Municipio dal Sindaco Emiliano (che ha cercato furbescamente, con questa iniziativa fintamente garbata ed ironica, di farsi pubblicità a livello nazionale), è stato, peraltro, assai deludente. Lo “shock” annunciato non c’è stato. Nè è stato annunciato il nuovo partito. E’ stato, invece, e come peraltro già annunciato nel post di ieri, il copione di sempre, recitato quasi con “sobrietà” non volendo far naufragare definitivamente la scialuppa di salvataggio su cui vorrebbe far salire Bersani, per un governo di larghe intese finalizzato soprattutto ad amnistiarlo, con un Presidente della Repubblica “gradito”, ove condannato. Con il saluto finale, anche questo da grandissimo comunicatore qual è, percepito come l’ennesimo “arrivederci”:

“Voglio ringraziarvi di nuovo per essere venuti qui. Grazie di avermi ascoltato con tanta attenzione. Vi ho fatti partecipi dei nostri propositi, speranze e preoccupazioni. La notte è più buia prima dell’alba. Non riusciranno a toglierci la nostra positività e le proposte per cambiare in meglio il Paese che amiamo. Vi abbraccio tutti. Continuate a volervi bene. Viva l’Italia, viva Forza Italia, viva il pdl, viva la libertà, viva la nostra e la vostra libertà”.

 

La (poca) saggezza di chi ci governa

Basta con questi esasperanti politicismi, miseri e di parte, alimentati da oltranzisti irresponsabili che fanno finta di non vedere una cosa semplicissima: l’elastico della pazienza si è spezzato. Nel nostro Paese potrebbe esplodere, da un giorno all’altro, una guerriglia. E non lo dico per fare dell’allarmismo sociale; ma perché l’indifferenza verso “la questione sociale” non è più tollerabile. Da questa derivano quella politica ed economica. Non sono pochi, ormai, anche tra i politologi e gli opinionisti su tutto dei giornali e gli aspiranti omologhi sui loro blog virtuali, quelli che dichiarano che la vera partita politica è la nomina del prossimo Capo dello Stato.

Il ruolo del Presidente della Repubblica è fondamentale, delicato, strategico, mai come in questi ultimi anni nei quali il mondo è cambiato, anche se non tutti lo hanno capito. Questa elezione, però, in un Paese normale doveva diventare occasione di coesione, per unire, per il bene degli italiani, una terra lacerata da divisioni di ogni tipo, spesso pretestuose e per questo ancor più inaccettabili, da un punto di vista etico. In Italia, no. Come se non ci fosse una delle più gravi crisi di sempre. Come se l’ennesimo bollettino sulla disoccupazione, soprattutto giovanile (il 64% dei miei coetanei pronti a trasferirsi all’estero, avendo perso, forse, non soltanto la speranza), riguardasse i marziani, e non gli italiani.

Dal Presidente della Repubblica ancora in carica, perciò, forse, ci saremmo aspettati qualcosa di più. Alla luce, soprattutto, di un settennato non proprio indimenticabile. C’è stata la crisi, certo. C’è stato un decadimento sconcertante, soprattutto morale, della classe dirigente politica di questo Paese. Ma un Presidente, proprio in virtù di queste vicende che non possono diventare alibi, doveva cercare un confronto maggiore con i cittadini. Il loro ascolto. Per proteggerli meglio e maggiormente. Essendo rimasto, per tanti, legittimamente, l’unico punto di riferimento istituzionale. Per dare, pertanto, conforto e fiducia, nonostante tutto. Non lo ha fatto, per tante ragioni. Ora, non essendo un costituzionalista, non mi permetto di giudicare giuridicamente le sue ultime scelte; ma da cittadino, preoccupato, qualche considerazione, non volutamente polemica, vorrei farla.

Il Paese uscito dalle urne non è parente di quello che vi è entrato. Questa verità, non percepita dalla stragrande maggioranza dei componenti della gerontocratica classe dirigente di questo Paese, si è manifestata in modo violento: essenzialmente con il successo larghissimo di Grillo e del suo Movimento, ma anche con la spietata bocciatura dell’esecutivo di Monti (imposto da Napolitano, nonostante una non-sfiducia politica e parlamentare di Berlusconi, costretto col Pd, poi, a sostenere questo nuovo esecutivo benedetto dall’oligarchia bancaria europea). Il Paese esigeva ed esige un cambiamento reale e leale. Immediato. Non è avvenuto, ad oggi, niente di tutto questo. E non credo, a meno di clamorose rivoluzioni politiche ad oggi manco ipotizzabili, avverrà prossimamente.

Il Paese è spaccato in tre parti, quasi uguali. Ciascuna esprime anche una visione culturale. Ed è, per questo, che la vera crisi, come ripeto da tempo, è soprattutto di questo tipo: morale e culturale. La disperazione porta, purtroppo, da un lato al fanatismo e dall’altro alla cecità, quando entrambi gli atteggiamenti, singolarmente o insieme, nuociono poi a tutta la comunità nella quale queste fazioni cercano di imporre la propria egemonia.

Questo Parlamento, grazie al(l’elettorato del) Pd e al M5S (dati alla mano), come mai nella Storia del nostro Paese, è costituito da giovani e da donne (con le donne assenti, ingiustificatamente, nelle due commissioni di saggi predisposte da Napolitano) a dimostrazione dell’occasione irripetibile, che stiamo sprecando a causa di immorali veti incrociati e per la criminale idiosincrasia di Grillo per la Costituzione, di cambiare le cose in questo Paese, per riscriverne, forse, la Storia e consentire, a noi e a chi verrà dopo di noi, di frequentare il futuro con meno inquietudine e ansia.

All’elezione del nuovo Capo di Stato, si dice, sarà collegato il nuovo e forse ultimo tentativo di formare un governo, prima di tornare alle urne. Col rischio, concretissimo, di tornarci con questa legge elettorale e con tutte le criticità di questo Paese ancora irrisolte. Con la possibilità di ritrovarci tra 6 mesi esattamente nella stessa condizione. O, verosimilmente, peggio, se dovessimo andare incontro ad un default finanziario con ripercussioni per tutta l’euro-zona.

Nessuno conosce l’epilogo di questo film horror all’italiana. Manca il coraggio e la generosità, la volontà di sovvertire lo status quo (democraticamente e pacificamente) e una visione. Ed è questa, almeno per me, la cosa più preoccupante.

Lo ha detto anche George

“Il Parlamento può impegnarsi celermente in un efficace e produttivo confronto sulle questioni più mature di riforma degli assetti istituzionali, dei regolamenti parlamentari e della legge elettorale, anche al fine di corrispondere alle attese dell’opinione pubblica

Tradotto: Si può e si deve cambiare questa legge elettorale.

George, per chi non l’avesse capito, non è Clooney. Ma è Giorgio Napolitano.

"L’armata rossa delle toghe"

Recentemente il Consiglio Superiore della Magistratura è intervenuto a difesa di alcuni magistrati e uffici giudiziari offesi da Berlusconi. Tecnicamente questo tipo di intervento si chiama “pratica a tutela”: il CSM prende atto di questo genere di aggressioni e interviene spiegando come e perché esse sono ingiuste. Le ultime pratiche a tutela hanno riguardato alcuni magistrati in servizio presso le Procure di Milano, Pescara e Napoli, con riferimento ai procedimenti Mills, Del Turco e Berlusconi Tarantini. Con il consueto senso della misura, Berlusconi e i suoi clientes hanno pubblicamente dichiarato che “l’armata rossa delle toghe si rimette in movimento”; che la situazione italiana, a seguito delle iniziative giudiziarie citate, è paragonabile “al Cile del generale Pinochet”; che “i magistrati utilizzano la giustizia a fini mediatici e politici” e altre amenità del genere.

Una certa sorpresa si è diffusa nel mondo giudiziario a seguito di una lettera inviata al CSM dal Presidente della Repubblica che auspicava che “l’esame delle pratiche a tutela avvenga con serenità ed equilibrio, in linea con la esigenza di fare responsabile e prudente uso … (dell’) istituto …”.

Tutto ciò stimola alcune riflessioni.

1) Ha fatto bene Napolitano a inviare questa missiva? Risposta: si e no.
No: perché, come garante degli equilibri istituzionali, avrebbe dovuto (in verità con ben maggiori motivazioni) inviare questo suo monito anche a molti uomini politici che certamente non si erano comportati “con serenità ed equilibrio”. E, se avesse ritenuto di non rivolgersi proprio a Berlusconi e soci, avrebbe comunque dovuto auspicare quantomeno che “serenità ed equilibrio” fossero (faccio una proposta per un futuro comunicato) osservati da tutti coloro che svolgono funzioni istituzionali. E’ infatti evidente che aver rivolto una raccomandazione di tal fatta ad uno soltanto dei protagonisti dello scontro politico – giudiziario ha un solo possibile significato: una “bacchettata” al CSM per un’iniziativa inopportuna. Insomma, si è trattato di uno schierarsi incompatibile con il ruolo di garanzia proprio della Presidenza della Repubblica. Ma, sotto un altro profilo, non si può dire che Napolitano avesse tutti i torti. E qui si deve passare alle riflessioni che seguono.

2) Come tutti sanno il CSM è organo previsto dalla nostra Costituzione che stabilisce come debbono essere nominati i suoi componenti e quali compiti ha. In particolare l’articolo 105 della Costituzione prevede che “Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”.

Ma allora, da dove saltano fuori le “pratiche a tutela”? Quale legge, costituzionale o meno, ha attribuito al CSM il compito di svolgere un’attività del genere?

Quale sia l’origine legale delle “pratiche a tutela” lo ha detto lo stesso CSM proprio in occasione di queste ultime pratiche: “Fin dalla risoluzione del 10 febbraio 1978 il Consiglio è intervenuto a tutela della indipendenza e del prestigio della magistratura e dei magistrati oggetto di denigrazione ed intimidazione, affermando, in qualità di organo costituzionalmente preposto al governo dell’ordine giudiziario, “la necessità politica e sociale che la critica sia responsabile ed informata e non sia denigrazione ed intimidazione dei giudici”; nella successiva risoluzione del 23 luglio 1981, adottata alla presenza del Capo dello Stato, ha riaffermato “la propria determinazione a tutelare l’indipendente e corretto esercizio della funzione giurisdizionale…..”. Inoltre, sempre il CSM si è dato un nuovo Regolamento interno (DPR 15 luglio 2009) che, all’art. 21, prevede le pratiche a tutela. Delibere e regolamenti assai commendevoli, non fosse che di tali attribuzioni la Costituzione non fa menzione; sicché autoattribuirsele non mi pare ben fatto. Il CSM è un organo con compiti di natura amministrativa, non politica; e non c’è dubbio che prendere posizione in contrasti tra uffici giudiziari o singoli magistrati e questo o quel partito o uomo politico comporti scelte che sono o possono essere interpretate come politiche. Che, per la giustizia è una cosa terribile, è la prima causa di delegittimazione, è qualcosa di assai più grave di un qualsiasi scomposto e truce attacco proveniente dall’ultimo (o dal primo, se è per questo) uomo politico del Paese.

Insomma, se il CSM si mette a fare il processo alla politica finisce come la politica stessa quando fa il processo alla magistratura. Ricordo il Parlamento in seduta comune che beatificava Berlusconi al tempo dei processi di Milano; oppure le proposte di istituire commissioni di inchiesta parlamentari su Tangentopoli, ben presto divenute commissioni di inchiesta su Mani Pulite, cioè sugli uffici giudiziari che avevano processato e condannato i malfattori. Il punto è che, quando le istituzioni scendono in campo, i risultati sono drammatici per la democrazia. II Parlamento fa (dovrebbe fare) le leggi; la Magistratura fa i processi, il CSM gestisce la carriera dei magistrati. Nessuno deve fare altro oltre a quello che costituzionalmente gli compete.

3) Ma allora, si dirà, i magistrati sono senza tutela? Quando qualcuno se la prende con loro, da Berlusconi a qualsiasi altro imputato che non ha alcuna intenzione di accettare le condanne inflittegli a seguito di rituali processi, al di là della consueta tutela giudiziaria che spetta ad ogni cittadino (querele, denunce etc.), chi difende l’ufficio, l’istituzione?

Lo deve difendere il sindacato dei giudici, l’Associazione Nazionale Magistrati; un’associazione di natura privata che, secondo il suo Statuto, si propone di: “dare opera affinché il carattere, le funzioni e le prerogative del potere giudiziario, rispetto agli altri poteri dello Stato, siano definiti e garantiti secondo le norme costituzionali” e “tutelare gli interessi morali ed economici dei magistrati, il prestigio ed il rispetto della funzione giudiziaria”. Tutte cose, queste, che la Costituzione non prevede affatto tra i compiti del CSM e che invece sono dovere statutario per l’ANM che può (deve) esercitare critiche, promuovere manifestazioni, bandire scioperi, interloquire con le istituzioni, insomma adottare i metodi tipici di ogni sindacato che tutela i suoi iscritti. E, per la verità, qualche volta (pochine ma, in questi ultimi tempi più frequentemente), l’Associazione l’ha fatto. E naturalmente, se la polemica si svolge tra un partito e un’associazione sindacale, tra un uomo politico e l’ANM, nessuno può aver niente da ridire. Ognuno dei due contendenti esporrà le proprie ragioni e cercherà di convincere i cittadini del proprio buon diritto.

Ma, si dice, Berlusconi e altri politici di varia estrazione, quando esternano si propongono con la loro carica istituzionale; e dunque sarebbe giusto che il confronto avvenisse con altro soggetto istituzionale. Ma è ovvio che insulti e minacce ai giudici e agli uffici giudiziari non provengono mai, non possono provenire, dal Governo della Repubblica, dal Parlamento, dal Ministro: le istituzioni non si insultano tra loro. Quando Berlusconi parla di sé in terza persona (il Capo del Governo, il Presidente del Consiglio) e tuona contro le supposte aggressioni giudiziarie che lo vedono protagonista dimentica sempre che il processo penale si svolge nei confronti di un imputato persona fisica e non di una carica istituzionale; che è il cittadino Berlusconi ad essere chiamato a rispondere delle sue malefatte, non il Capo del Governo.

4) Se tutto ciò è vero, non serve altro per rendersi conto di come sia grave che il CSM possa esser sospettato di schierarsi a difesa di interessi particolari, non importa se giusti o sbagliati. La delegittimazione che ne deriva è la stessa che ha ormai così radicalmente squalificato il mondo politico italiano. Insomma, il CSM non può scadere al livello dei suoi attuali interlocutori.

5) Ma perché allora tutto questo succede; e succede da molti anni e tutto lascia supporre che continuerà a succedere? Qui sta il grande irrisolto problema che angoscia (dovrebbe angosciare) la magistratura e che è all’origine di tutte le polemiche alimentate dalla classe politica.

Il fatto è che l’ANM, il sindacato dei giudici, in realtà è un semplice contenitore: in essa agiscono, quasi sempre in contrasto e comunque in concorrenza tra loro, le cosiddette correnti della magistratura, Unità per la Costituzione, Movimento, Magistratura Democratica, Magistratura Indipendente.

Queste correnti monopolizzano il sistema dell’autogoverno dei giudici: i Consigli Giudiziari (piccoli CSM locali) e il CSM; controllano le nomine alle più disparate cariche istituzionali che, in sede italiana, europea e internazionale, sono assegnate a magistrati; garantiscono ai propri vertici carriere di eccellenza. Sono le correnti che organizzano le elezioni del CSM: ognuna presenta una lista con un numero di candidati pari a quello dei posti da ricoprire; e l’elezione diventa una gara a loro riservata. Un magistrato che non appartiene a una corrente non potrà mai essere eletto al CSM; che dunque finisce con l’essere composto (per la parte cosiddetta togata, poi c’è un terzo di componenti nominati dalla politica con criteri analoghi a quelli delle correnti) esclusivamente da magistrati “correntizi”. Ed è ovvio, alla fine, che, con questi presupposti, tutta l’attività del CSM sia condizionata dalle correnti. Insomma una copia precisa di quanto avviene nel Paese, con i partiti che occupano Parlamento, Governo e incarichi di vertice in ogni dove.

A questo punto nel CSM tutto si svolge come nella politica: ogni corrente tutela chi le appartiene; e la carriera dei magistrati si svolge in funzione della forza della corrente alla quale ognuno è iscritto. Si deve nominare il presidente del Tribunale di Roncofritto? Ogni corrente avrà il suo candidato e si batterà per farlo nominare. Oppure, come avviene sempre più spesso, si adottano logiche spartitorie: le correnti 1 e 2 si alleano per nominare l’appartenente alla corrente 1; domani faranno alleanza per nominare in altro posto l’appartenente alla corrente 2. Paradossalmente le uniche scelte a carattere obbiettivo sono quelle in cui nessun candidato appartiene ad una corrente (qualcuno ce n’è); oppure quelle in cui un candidato è di livello talmente alto da non permettere inciuci; oppure è di livello talmente basso da essere comunque impresentabile. E poi, naturalmente, arrivano le sentenze del TAR che annullano le decisioni del CSM.

Tutto questo avviene anche a protagonisti rovesciati. E’ rimasta celebre la scelta del ministro Mastella che aveva chiamato a importanti incarichi ministeriali magistrati appartenenti a tutte le correnti, con una scelta accurata di bilanciamento; andò sotto il nome di pax mastelliana. E poi anche importanti incarichi internazionali sono decisi al CSM o nei Ministeri in base a logiche correntizie. Perché, qui è il punto, la commistione tra le correnti (l’ANM è, come si è detto, un semplice contenitore) e il CSM fa si che, alla fine, si costruiscono per i “correntizi” vere e proprie carriere parallele, con un meccanismo che assicura ai più abili in questo genere di cose (magari non i più abili nella professione), vantaggi di natura professionale, economica, di prestigio. Ma soprattutto questo impossessamento del CSM, organo costituzionale che dovrebbe essere indifferente alle vicissitudini della politica (dal che deriverebbe la sua affidabilità ed autorevolezza), ad opera di un sindacato composto da enti e persone che, a torto o a ragione, ne sono ritenuti partecipi quando non inquinati, è la ragione vera della sfiducia con cui vengono accolte le “pratiche a tutela”. Tanto più che è impossibile non constatare che, in certi casi, di “pratiche a tutela” non se ne aprono. Il CSM non ha “tutelato” Luigi De Magistris quando parlamentari calabresi, e non solo, gliene dicevano di tutti i colori. E non ha “tutelato” nemmeno Clementina Forleo, quando era perseguitata da quasi tutto l’arco costituzionale. A suo tempo non “tutelò” nemmeno Falcone, che è quanto dire.

Sicché è abbastanza naturale che le iniziative del CSM di aprire “pratiche a tutela” a macchia di leopardo siano considerate con un po’ di sospetto. Ecco, alla luce di tutto questo, forse il monito del Presidente della Repubblica al CSM, anche se criticabile per essere stato inviato ad uno solo dei possibili destinatari, qualche fondamento finisce con l’averlo.

“L’armata rossa delle toghe”, Bruno Tinti, dal blog “Toghe Rotte” di Voglio Scendere

Patrimoni dell’umanità

Marco Boschini è un assessore di un piccolo comune in provincia di Parma, da tempo persona attenta alle problematiche ambientali ed energetiche, affrontate in modo assai propositivo e innovativo, coerente alla filosofia che non prevede un pericolosissimo consumo del territorio da parte di incalliti speculatori per fini economici, promuove piuttosto interventi volti alla rigenerazione di tessuti urbani degradati utilizzando e reimpiegando, con il massimo del riciclo possibile, risorse altrimenti scartate.

E’ il presidente dell’Associazione dei Comuni Virtuosi, nonchè sostenitore del Movimento per la Decrescita Felice.

Ha scritto una nota importante, rivolta anche al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Leggiamola insieme.

Il nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione della cerimonia che ha visto assegnare alle Dolomiti l’importantissimo riconoscimento di “patrimonio dell’umanità”, ci ha ricordato che l’Italia è un territorio le cui ricchezze storiche, paesaggistiche e culturali, sono da tutelare e valorizzare.

Peccato che l’ultimo rapporto a cura del WWF Italia “2009, L’anno del cemento”, ci dica che negli ultimi 15 anni 3,5 milioni di ettari di territorio sono stati divorati dal cemento.

Un territorio quasi saturo, frammentato, cosparso a macchia d’olio da case, strade e capannoni, una specie di città diffusa che sembra più una metastasi che una città, con oltre 3,5 milioni di ettari, di cui 2 milioni di terreni agricoli, divorati dal cemento negli ultimi 15 anni (una superficie grande quasi quanto il Lazio e l’Abruzzo messi insieme, a un ritmo di 244000 ettari all’anno).

Oltre 8.000 comuni e 8.000 piani regolatori diversi, 12,8 milioni di edifici, 27 milioni di unità abitative (per il 20% non abitate!) e una serie di piani casa in corso di definizione.

Il tutto collegato da più di 200.000 km di strade che frammentano il territorio come fosse un mosaico, e un piano di infrastrutture strategiche (la Legge Obiettivo) che danneggerebbe 84 aree protette e 192 Siti di Importanza Comunitaria (SIC), tutelati dall’Unione Europea.

Mentre dall’altro lato la crescita demografica limitata se non assente (a Palermo la popolazione é aumentata del 50%, l’urbanizzazione del 200%). E’ l’impietosa fotografia sull’Italia scattata nel dossier “2009 L’anno del Cemento”, a cura del WWF con contributi di Bernardino Romano e Corrado Battisti dell’Università dell’Aquila.

Ora, ciò che mi chiedo io, è se la persona che scrive i discorsi del nostro Presidente sia mai uscito di casa negli ultimi tempi; se abbia mai preso un treno, o si sia infilato in una qualche coda a caso di una qualsiasi tangenziale cittadina all’ora di punta (cioè sempre…), magari sporgendosi dal finestrino (meglio se dotato di mascherina), magari posando lo sguardo sul territorio circostante…

Perché qui i casi sono due: o siamo di fronte alla classica retorica ipocrita che accompagna il 98% degli appuntamenti in pompa magna di questo tipo o, davvero, la massima carica istituzionale del nostro Paese parla di una nazione che, in estrema sintesi, non esiste. Non più, almeno.

Il territorio libero (si calcola che in Italia sia solo il 14% della superficie complessiva) non é solo un bel paesaggio da guardare dal finestrino della propria auto (blu!), ma é condizione imprescindibile per mantenere gli ecosistemi vitali e garantire quei servizi, indispensabili anche per l’uomo, che sono in grado di offrire (acqua, aria, cibo, protezione).

Signor Presidente, quando ha un pò di tempo, si faccia un giro dalle parti di Cassinetta di Lugagnano (MI), e chieda del sindaco Domenico Finiguerra. Le potrà raccontare di quell’Italia di cui lei, inconsapevolmente, ha parlato stamane.

Dove amministratori illuminati e di buon senso hanno scelto di interrompere la cementificazione del territorio, rimboccandosi le maniche giorno dopo giorno, per considerare patrimonio dell’umanità ogni benedetto metro quadro rimasto libero dallo scempio della speculazione edilizia.

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