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Bari ricorda Giovanni Falcone

Il 23 maggio del 1992, alle ore 17:58, saltavano in aria – per effetto dei 500 kg di tritolo nascoti da Brusca in un cunicolo presente sotto l’autostrada – Giovanni Falcone e la compagna Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Di Cillo. Oggi, quasi in tutta Italia, ci sono state varie tipologie di manifestazioni per ricordare, a vent’anni di distanza da quella che è stata etichettata “Strage di Stato”, queste figure e cosa hanno rappresentato per il Paese. Giovanni Falcone, in particolare. Il magistrato siciliano che, per primo, insieme a Paolo Borsellino e ad altri valenti colleghi, istruì il maxiprocesso a Cosa Nostra che, contestualmente, veniva sbattuta in prima pagina come un’organizzazione criminale pericolosissima i cui interessi erano convergenti con quelli della politica, e non come una mera banda di delinquenti. Da vivo, Falcone, forse anche per il suo innato talento di saper interpretare prima e meglio di altri i fenomeni della quotidianità e di saperli immediatamente tramutare in attività investigative di qualità – leggasi l’urgenza secondo lui di seguire il movimento dei soldi cosi da capire quali ambiti produttivi o decisionali fossero a rischio – a causa dell’irresponsabilità di una certa stampa (si ripropone il vecchio articolo de La Repubblica del ’93), è stato abbondantemente isolato e denigrato. Dava fastidio. Le sue utopie rischiavano di danneggiare l’immagine di Palermo. Di più: la sua convinzione, plausibile già allora, che la mafia fosse stratturata in un compartimento militare-operativo e in un compartimento culturale-teorico, ha prodotto che fosse inviso anche ad una certa politica, che sarebbe stata messa presso alla gogna di fronte alle proprie responsabilità, se il magistrato avesse avuto altro tempo per operare, per il bene della Sicilia e del Paese tutto. Ma gli fu impedito, vigliaccamente. Ed oggi, sia quelli che lo avevano osteggiato e diffamato (vedi il quarta volta sindaco di Palermo, Leoluca Orlando), sia quelli che si erano mostrati, pure in buona fede, scettici verso la sua intraprendenza e verso la sua voglia di arginare il fenomeno mafioso che per lui era pericoloso in quanto fenomeno anche culturale, assai ipocritamente, sono scesi nelle piazze e tra i cittadini, per manifestare la loro vile solidarietà. Il dono ed il valore della memoria che diventa testimonianza ed esperienza educativa non può che abbracciare, prima di tutto e senza escludere le persone oneste di tutte le età, quei ragazzi e ragazze che sono giunti in Sicilia da tutto il Paese con la nave della legalità, proprio per dire chiaramente che “le loro idee camminano (e cammineranno) sulle nostre gambe”. Anche a Bari c’è stata, per il ventennale dalla morte, una bellissima manifestazione “Insieme per la Legalità” in Piazza del Ferrarese indetta dall’Ordine degli Avvocati di Bari e dall’Associazione Nazionale Magistrati – Distretto di Bari, con la collaborazione di tante altre sigle associative presenti sul territorio, a cui hanno preso parte centinaia di persone e in modo particolare alcune scuole della provincia, coinvolte sin dall’inizio, proprio per la valenza fortemente culturale che devono avere oggi le rassegne dedicate all’educazione alla legalità. Io ho portato il mio umile contributo leggendo il seguente passo, tratto dal libro “La Convergenza” di Nando Dalla Chiesa, per Melampo.

Frank Coppola (uno dei primissimi superboss di Cosa Nostra arrestati) e Giovanni Falcone dicono a chi voglia ascoltarli una cosa di una straordinaria semplicità didascalica: che dove comanda la mafia i posti nelle istituzioni vengono tendenzialmente affidati a dei cretini. A degli idioti, termine con cui indichiamo “l’uomo inetto a partecipare alla cosa pubblica”. Ma che vi diventa adatto e prendi anzi a parteciparvi, anche ai livelli più alti, appunto per assecondare le esigenze della mafia. Il cretino farà spontaneamente, spesso in buona fede, ciò di cui la mafia ha bisogno. Di più: lo farà gratis. E se ci sarà da omettere, ometterà. Più in generale: se bisognerà non capire, lui non capirà. Anzi, porterà a sostegno delle azioni od omissioni desiderate dai clan nuove e insospettabili argomentazioni. Talora con un entusiasmo da neofita. Userà parole che i clan, o gli ambienti ad essi vicini, non avrebbero saputo inventare o rendere credibili. È una inettitudine relativa quella di queste persone, nel senso che esse non vedono, o non sanno misurare, sulla base delle loro priorità culturali, il pericolo mafioso. La vera forza della mafia sta fuori dalla mafia. Sta nelle complicità, nelle convergenze che si realizzano su condotte concrete. Su delitti specifici. O negli scambi di favori. O in campagne politiche o di opinione che convengono, per separate e autonome ragioni, sia alla mafia sia ad altri soggetti. Giovanni Falcone sosteneva che la lotta alla mafia avrebbe avuto bisogno di un delitto “eccellente” all’anno: per scuotere la gente, per impegnare e costringere la politica, per non fare addormentare le coscienze. È la ragione per cui, simmetricamente, nella trattativa tra mafia e politica quest’ultima ha posto ai suoi interlocutori il ferreo principio della rinuncia ai delitti “eccellenti”: condizione per poter arrivare in modo morbido e progressivo alle concessioni promesse. È il lavoro ben fatto che presidia i principi di verità e di bellezza, di solidarietà e di responsabilità, nel regime che si fonda sulla menzogna e sul grigiore estetico, sulla delazione tra vicini e tra parenti e sull’alibi degli ordini superiori. Il lavoro ben fatto corrisponde al “fare il proprio dovere”, è il più efficace anticorpo, la mina silenziosa che si può mettere ogni giorno sotto l’edificio delle convergenze. La sciatteria, l’assenza di qualità, l”ignoranza dei principi etici ed estetici, l’evaporazione del principio di responsabilità sociale sono il brodo primordiale e a volte la testa d’ariete della mafia cosi come delle altre organizzazioni criminali similari.

Per la prima volta, se ci riferissimo agli ultimi 25 anni, a Palermo e nel suo bunker di falconiana memoria, sia il Presidente della Repubblica sia il Presidente del Consiglio dei Ministri hanno partecipato agli eventi della giornata commemorativa. Ed entrambi hanno usato parole importanti, sul tema del contrasto alle mafie, a cui non eravamo sinceramente più abituati. “L’unica ragione di Stato è la ricerca della verità”? Bene, Presidente Monti. Apra subito gli “armadi” in cui sono custoditi come scheletri i documenti dei più grandi misteri; sia fatta finalmente giustizia e siano banditi per sempre gli scandali dalla matrice terroristica-mafiosa che hanno condizionato la storia del nostro Paese.

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Falcone, la verita’ sui pentiti

Ci risiamo. Finché indaghi su Riina o Provenzano vai bene. Ma quando – facendo il tuo dovere – passi a occuparti, ricorrendone i presupposti in fatto e in diritto, anche di imputati “eccellenti”, devi mettere in conto che cominciano i guai.
Tornano in auge vecchi ma sempre verdi ritornelli. Anzi, dischi rotti. Ma suonati talmente a lungo da trapanare le teste. La tecnica è collaudata, un classico. Si comincia con la ricerca della verità svilita a cultura del sospetto e con l’accusa di costruire teoremi invece di prove; si prosegue con l’insinuazione di uso scorretto dei pentiti e con la loro pregiudiziale delegittimazione (mediante aggressioni strumentali che nulla hanno a che vedere con la fisiologica delicatezza e complessità di questo strumento d’indagine); e si finisce con le aggressioni contro i pm: sul banco degli imputati, invece dei mafiosi e dei loro complici, finiscono i magistrati antimafia.

Sulla torta così confezionata (maleodorante), ecco poi la “ciliegina”, un altro classico: arruolare arbitrariamente Giovanni Falcone per sostenere che il suo metodo di lavoro è violentato dai magistrati di oggi che osano indagare anche i potenti. Peccato che pure questa sia propaganda sleale. Perché Falcone sapeva bene che senza pentiti un’efficace lotta alla mafia è impossibile. E quando – negli anni Ottanta – era giudice istruttore a Palermo, spesso si era chiesto perché mai tardasse ad essere approvata – nonostante le sue forti sollecitazioni – una legge sui pentiti (nota bene: la legge arriverà soltanto dopo le stragi del ’92, ed è perciò una legge impregnata del sangue delle vittime di Capaci e via D’Amelio).

Le parole di Falcone sono illuminanti: “Se è vero, com’è vero, che una delle cause principali, se non la principale, dell’attuale strapotere della criminalità mafiosa risiede negli inquietanti suoi rapporti col mondo della politica e con centri di potere extra-istituzionale, potrebbe sorgere il sospetto, nella perdurante inerzia nell’affrontare i problemi del pentitismo, che in realtà non si voglia far luce sui troppi, inquietanti misteri di matrice politico mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti”. Quanto all’oggi, la speranza – ovviamente – è che i professionisti delle polemiche contro i pentiti e i magistrati che ne raccolgono e sviluppano le rivelazioni siano mossi da ben diverse preoccupazioni.

Un altro “classico” sono le polemiche sul cosiddetto “concorso esterno”. Vi si è esercitato anche il presidente Berlusconi, per esempio nell’intervista al periodico inglese Spectator e alla Gazzetta di Rimini dell’11/9/’03, sostenendo che “a Palermo la nostra magistratura comunista, di sinistra, ha creato un reato, un tipo di delitto che non è nel codice; è il concorso esterno in associazione mafiosa”. La verità (nonostante le tecniche pubblicitarie di imbonimento organizzate per stravolgerla) è un’altra.

La figura del cosiddetto “concorso esterno” risale addirittura al 1875, come provano le sentenze della magistratura palermitana sul brigantaggio. Poi fu impiegata nei processi per terrorismo alle Br e a Pl e in quelli di mafia istruiti da Falcone e Borsellino. La sua legittimità, infine, è stata ripetutamente riconosciuta dalla Corte di Cassazione, che ha anche stabilito rigorosi paletti garantisti. Allora, tutti comunisti? La Cassazione, i giudici palermitani di due secoli fa, quelli che negli anni di piombo hanno sconfitto il terrorismo, il pool di Chinnici e Caponnetto… tutti comunisti? Sostenerlo è piuttosto temerario e comunque impedisce di confrontarsi con la dura realtà dei fatti, che il pool di Falcone (pag. 429 dell’ordinanza-sentenza 17 luglio 1987 conclusiva del maxi-ter) così espone, spazzando via ogni dubbio: “Manifestazioni di connivenza e di collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono – eventualmente – realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione mafiosa. Ed è proprio questa “convergenza di interessi” col potere mafioso… che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa Nostra e della sua natura di contropotere, nonché, correlativamente, delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali”.

A fronte di queste parole, le note scassate dei logori ritornelli sul concorso esterno non sono altro che la replica di un film già visto. Sicuramente perdente per l’antimafia.

Falcone, la verita’ sui pentiti, Gian Carlo Caselli, Il Fatto Quotidiano

La Mafia parla, lo Stato tace

Ora che ne parla persino Totò Riina (a Bolzoni e Viviano, su la Repubblica di ieri), forse è il caso che anche i rappresentanti dello Stato dicano qualcosa sulle stragi del 1992-’93 e sulle trattative retrostanti. Dal ’96 sappiamo da Giovanni Brusca, poi confermato dagli interessati e da Massimo Ciancimino, che due ufficiali del Ros dei Carabinieri, il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, dopo la strage di Capaci andarono a «trattare» con Vito Ciancimino e, tramite lui, con i capi di Cosa Nostra: Riina e Provenzano.

Sappiamo che Borsellino, dopo la morte dell’amico Giovanni Falcone, lottò contro il tempo per individuare i mandanti di Capaci, e mentre interrogava uno dei primi pentiti, Gaspare Mutolo, fu convocato d’urgenza al Viminale dove si era appena insediato il ministro Nicola Mancino, poi tornò da Mutolo letteralmente sconvolto. Pochi giorno dopo, saltò in aria anche lui in via D’Amelio. La trattativa del Ros con Ciancimino e i corleonesi proseguì, tant’è che i secondi fecero pervenire ai due ufficiali un “papello” con le richieste della mafia per interrompere le stragi.

Ora, dal racconto di Ciancimino jr., apprendiamo che suo padre ricevette tre lettere di Provenzano indirizzate a Berlusconi: una all’inizio del 1992, prima delle stragi; una nel dicembre ’92, dopo Capaci e via d’Amelio e prima delle bombe di Roma (via Fauro, contro Costanzo), Firenze, Milano e Roma (basiliche); una nel ’94, dopo la discesa in campo del Cavaliere, non a caso chiamato «onorevole». Nell’ultima lo Zu’ Binnu prometteva all’attuale premier, che aveva appena fondato Forza Italia e vinto le elezioni, un sostanzioso «appoggio politico» in cambio della disponibilità di una delle sue tv, guardacaso protagoniste in seguito di feroci campagne contro i magistrati antimafia e in difesa di imputati eccellenti nei processi su mafia e politica.

Sappiamo infine che nei momenti topici delle stragi si agitavano misteriosi soggetti dei servizi segreti, tra i quali uno col volto mostruosamente sfregiato. Ci stanno lavorando le Procure di Palermo e Caltanissetta, accerchiate dal silenzio tombale della politica e delle istituzioni. Eppure protagonisti e comprimari di quella stagione dalla parte dello Stato sono vivi e vegeti, anzi han fatto carriera. Mancino, indicato da Brusca e Massimo Ciancimino come al corrente della trattativa, nega di aver mai visto o riconosciuto Borsellino nel fatidico incontro al Viminale, ed è vicepresidente del Csm.

Mori – imputato di favoreggiamento mafioso per la mancata cattura di Provenzano nel ’96 dopo essere stato assolto con motivazioni severe dall’accusa di aver favorito la mafia non perquisendo il covo di Riina dopo la sua cattura – è stato a lungo comandante del Sisde e ora è consulente per la sicurezza del sindaco Alemanno. Gli ex procuratori di Palermo, Grasso e Pignatone, che nel 2005 trovarono a casa Ciancimino l’ultima lettera di Provenzano a Berlusconi e non ne fecero un bel nulla, sono rispettivamente procuratore nazionale antimafia e procuratore di Reggio Calabria.

La Mafia parla, lo Stato tace, di Marco Travaglio, l’Unità, 20 luglio 2009

La vittoria di Via D’Amelio e l’omerta’ della stampa di stato

Poca gente, fallimento, insuccesso, niente politici… questo quanto fatto emergere dal mainstream della stampa di stato sulle giornate appena trascorse a Palermo in ricordo del giudice Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta: Emanuela Loi, Eddi Cosina, Vincenzo Fabio Li Muli, Agostino Catalano e Claudio Traina.

Quattro gatti sotto il sole cocente a rassicurare la coscienza ipocrita e sporca degli italiani stravaccati al mare, quelli tantissimi invece, che hanno fatto bene a non scomodarsi perché tanto è inutile. Beh peccato che le cose non siano andate esattamente così.
Se da una parte è vero che gli italiani e i siciliani erano vergognosamente pochissimi ad omaggiare la memoria di servitori dello Stato che hanno sacrificato la loro vita e la felicità delle loro famiglie per restituire un po’ di dignità al nostro popolo molliccio ed egoista che ben si identifica nella sua classe politica corrotta e clientelare, dall’altra non si può accettare che si neghi quanto di importante sia accaduto a Palermo in questi tre lunghi e intensi giorni.

Dopo tantissimo tempo, forse più di dieci anni, senza che vi sia stato, grazie a Dio, nessun morto oltraggiato dal piagnucolio di stato, più di cinquecento italiani si sono organizzati tramite la rete e a spese loro, adattandosi al caldo torrido di una Palermo trascurata, sporca e dimenticata, sono venuti a dimostrare di avere compreso, di essere consapevoli, che la lotta alla mafia non è di esclusiva competenza della magistratura e delle forze dell’ordine ma è quel movimento culturale, soprattutto di giovani, che tanto auspicava Paolo Borsellino.

In più di duecento persone hanno accettato la sfida di farsi quattro chilometri e mezzo in salita, alle tre del pomeriggio palermitano, da via D’Amelio fino su al castello Utveggio da dove potrebbe essere stato azionato il comando che ha ucciso Paolo Borsellino e i suoi ragazzi, per chiedere con la loro agenda rossa in mano verità e giustizia su quella e sulle altre stragi attraverso le quali si è fatta politica in Italia e attraverso le quali personaggi squallidi, lugubri e criminali hanno costruito il loro potere e lo detengono occupando indegnamente, come ricorda Salvatore Borsellino, le più alte cariche dello stato. Quest’uomo coraggioso e arrabbiato che ha girato tutta l’Italia per risvegliare in tutti noi quei valori di cui suo fratello Paolo era rappresentante e baluardo. Quei valori di correttezza, rigore, pulizia interiore, semplicità, forza, coraggio, senso del dovere, umanità, solidarietà che, così come quelli di Giovanni Falcone, incutevano terrore nei mafiosi di Cosa Nostra e nei mafiosi del potere perché avrebbero potuto ostacolare i loro piani e far diventare il nostro un Paese degno, civile e democratico invece di questa italietta da quattro soldi che si vende al miglior offerente per un piatto di lenticchie.
Al grido di giustizia di Salvatore Borsellino hanno risposto più di settecento persone sabato sera, 18 luglio 2009, nell’atrio della facoltà di giurisprudenza di Palermo. Per non contare tutte quelle altre (almeno 300) collegate in diretta streaming da tutta Italia. Un convegno bellissimo, emozionato, partecipato. I relatori, a partire dal saluto iniziale di Rita Borsellino, sono stati continuamente interrotti da uno scrosciare costante, forte e commosso di applausi. Erano anni che a Palermo non si assisteva ad un evento del genere. E invece cosa ha scritto e trasmesso la stampa locale e nazionale? Niente. Un paio di righe qua e là e se citata la conferenza sono stati ben attenti i “nostri colleghi” a non scrivere che è stata organizzata da ANTIMAFIADuemila e che l’appello al sostegno dei magistrati Antonio Ingroia e Nino Di Matteo oltre che alla procura di Caltanissetta impegnati nelle delicatissime indagini sui mandanti impuniti, proprio il titolo della nostra conferenza ignorato da tutti, non è stato lanciato da un fantasma, da un soggetto indefinito, ma dal nostro direttore Giorgio Bongiovanni.
Si sono ben guardati i grandi giornalisti della grande stampa nazionale di riportare poi con attenzione e con il rispetto della completezza dell’informazione le parole dei relatori: Antonio Ingroia, Salvatore Borsellino, Luigi De Magistris e Beppe Lumia.
Informazioni importanti, nuove, esclusive, emozionanti, indice di voglia di riscatto e libertà: una notizia!!!! Ma dove eravate, cari, presunti colleghi, a dormire?
Stesso dicasi per il 19 luglio in via D’Amelio.

L’obiettivo che si era prefissato Salvatore Borsellino e tutti noi che lo abbiamo accompagnato era di impedire che come ogni anno quella strada teatro di una delle peggiori pagine della nostra storia forse oltraggiata dalle solite corone di fiori come per assicurarsi – dice sempre Salvatore – che Paolo Borsellino sia morto davvero. Al loro posto quest’anno c’era invece un grande striscione con su scritto “quest’anno i fiori portateli sulla tomba dei vostri eroi” e a fianco c’era una lapide di cartone con la fotografia e le date di nascita e di morte di Vittorio Mangano.
Questa sarebbe dovuta essere la foto di apertura di tutti i giornali almeno per par condicio a tutto lo spazio dato al signor Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a nove anni e mezzo per concorso esterno in associazione mafiosa, e “all’utilizzatore finale” dei suoi buoni contatti, cioè il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, quando hanno inneggiato al loro eroe, assassino e mafioso. E invece non è stata nemmeno accennata.
Sta di fatto che le corone di fiori lì a marcire sul marciapiede quest’anno non c’erano e che i politici non sono venuti a fare la loro passerella.

Questo vuol dire solo una cosa: che Salvatore Borsellino ha vinto la sua sfida!

La vittoria di Via D’Amelio e l’omerta’ della stampa di stato, di Anna Petrozzi, Antimafia Duemila (con Fotogallery all’interno)

A Giovanni Falcone

Il 23 maggio del 1992, alle 17:58, il neo Procuratore Nazionale Antimafia, istituzione da lui fortemente voluta, Giovanni Falcone, con la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della sua scorta, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Di Cillo, saltano in aria, con cinque quintali di tritolo ammucchiato in un cunicolo sotto il manto dell’autostrada tra l’aeroporto e Palermo, all’altezza di Capaci.

Con il cuore affranto, ma nel quale si cela una imperitura speranza e una mai doma voglia di Resistenza, sgorgano parole dalla profondissima emotività e commozione, a testimonianza di una ferita mai del tutto cicatrizzata e di un dolore che solo la Verità e la Giustizia potrebbero, forse, lenire.

E una carezza è rappresentata non soltanto dalla seguente poesia di una mia carissima amica, ma anche dalla successiva riflessione di un amico siciliano, che meglio di molta altra gente, ha la capacità e la forza di trascinarci, corresponsabilmente, in un Passato che non è passato, ma che è un eterno Presente.

Cari Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vi scrivo sperando che lassù in cielo, da qualche parte, tra una stella e l’altra, possiate ascoltare queste mie parole..
Ero piccola quando appresi la notizia della vostra morte, sapevo poco di voi, sapevo solo che eravate due bravi giudici, era quello che sentivo dire dai miei genitori..

Di quei giorni ho solo un vago ricordo sbiadito.. ma una cosa fu per me chiara da subito.. Sarà stata la sensibilità e la percezione innata dei bambini, a farmi capire che era successo qualcosa di molto grave.. avevo capito che la vostra morte non era la solita notizia da radio e telegiornale.. come se ne sentono ogni giorno..

Avevo capito che la gente aveva perso degli angeli.. qualcosa di prezioso..
E cosi sono cresciuta.. e crescendo ho imparato a conoscervi e ad amarvi leggendo la vostra storia, le vostre vicende.. ed ho imparato ad apprezzare il vostro coraggio, a lottare per le cause giuste, a credere nella giustizia e in un mondo migliore.. perchè con voi lo è stato..

Ho imparato a credere nel valore dell’onestà e non mi vergogno a dire che tuttora quando si parla di voi, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il mio cuore trabocca.. e un misto di emozioni, di tristezza e di dolore lo pervadono.. è piu’ forte di me.. ma accanto al mio dolore ci sono sensazioni di gioia e felicità derivanti dal pensiero che anche se per poco, persone meravigliose come voi, hanno potuto gestire e fare onore al nostro sistema giudiziario che ormai va sempre più a fondo..

Mi chiedo se voi foste qui cosa pensereste.. cosa direste, cosa consigliereste a noi giovani cosi desiderosi di cambiare il mondo.. mi chiedo se dinanzi allo schifo a cui stiamo assistendo conservereste ancora quel vostro splendido e dolcissimo sorriso che porto dentro me da sempre..

Caro Giovanni, caro Paolo, mi mancate davvero.. ma anche se non siete qui fra noi farò in modo che ogni mia scelta di vita, ogni mio gesto e azione sarà riflesso dei vostri insegnamenti e del vostro esempio..

Il cielo nonostante la sua immensità non potrà mai contenere tutta la vostra Grandezza…
E forse è per questo che una parte di voi è rimasta qui sulla Terra.. nei nostri cuori e nelle nostre vite..

E sarà cosi per sempre..

Vi voglio Bene. Mariella

Da leggere, Falcone. Un uomo e la sua solitudine di Pino Finocchiaro

La Strage di Capaci

Il 23 Maggio del 1992 non avevo ancora 9 anni e di quel giorno, purtroppo, non ho nessun ricordo.

E crescendo, con nessuno che mi inculcasse il valore e l’importanza della Memoria, il 23 maggio era un giorno del calendario come gli altri, nè più nè meno.

Da diversi anni, invece, grazie all’impegno profuso verso i temi della Legalità, della Giustizia, dell’Informazione, della Memoria, ho intrapreso un nuovo percorso che mi ha imposto determinate scelte e mi ha suggerito di assumere determinati comportamenti.

Quando ho letto la prima volta la biografia di Giovanni Falcone ho pianto.

Ho pianto per la vergogna di non essere venuto prima a conoscenza di certe storie, ho pianto per la paura che quello che era successo a lui (e a Paolo Borsellino) potesse ripetersi ancora, ho pianto per la rabbia di vedere uno Stato incapace di proteggere i Suoi Figli e i Suoi Eroi.

Dopo l’omicidio del Giudice Terranova, da Trapani dove era sostituto procuratore, giunge a Palermo, chiamato da Rocco Chinnici per indagare su Rosario Spatola.

Alle prese con questo caso, Falcone comprese che per indagare con successo le associazioni mafiose era necessario basarsi anche su indagini patrimoniali e bancarie, per ricostruire il percorso del denaro che accompagnava i traffici ed un quadro molto complesso del fenomeno.

Sono anni tumultuosi che vedono la prepotente asc
esa dei Corleonesi, i quali impongono il proprio feudo criminale insanguinando le strade a colpi di omicidi. Emblematici i titoli del quotidiano palermitano L’Ora, che arriverà a titolare le sue prime pagine enumerando le vittime della drammatica guerra di mafia. Tra queste vittime anche svariati e valorosi servitori dello Stato come Pio La Torre, principale artefice della legge Rognoni-La Torre (che introdusse nel codice penale il reato di associazione mafiosa), e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Infine lo stesso Chinnici, al quale succedette Antonino Caponnetto.

Caponnetto si insedia concependo la creazione di un pool di pochi magistrati che, così come sperimentato contro il terrorismo, potessero occuparsi dei processi di mafia, esclusivamente e a tempo pieno, col vantaggio sia di favorire la condivisione delle informazioni tra tutti i componenti e minimizzare così i rischi personali, che per garantire in ogni momento una visione più ampia ed esaustiva possibile di tutte le componenti del fenomeno mafioso.

E uno dei successi più prestigiosi del pool fu l’arresto di Tommaso Buscetta che si rivelò poi estremamente “utile” come pentito in quanto con le sue dichiarazioni si rivelerà determinante per la conoscenza non solo di determinati fatti, ma specialmente della struttura e delle chiavi di lettura dell’organizzazione definita Cosa nostra.

Con queste premesse si giunse al primo maxi processo contro la mafia che si concluse il 16 novembre del 1987 con 360 condanne per complessivi 2665 anni di carcere determinando un grande successo per il lavoro svolto da tutto il pool antimafia.

Incredibilmente, poi, lo Stato e la Politica, invece di mettere sempre più tali risorse nella condizione di sfruttare al meglio le conoscenze acquisite per continuare nel non facile impegno di provare a sconfiggere le Mafie, contribuiscono, con una perversa collusione con gli apparati della magistratura contaminati, a determinare la fine del pool antimafia prima nominando Antonino Meli come successore di Caponnnetto, poi non proteggendo Falcone adeguatamente, sia mediaticamente sia fisicamente, e in occasione del fallito attentato all’Addaura nel giugno dell’89 e in occasione della cosiddetta “stagione dei veleni“, inaugurata dal sindaco di palermo leoluca orlando con una serie di dichiarazioni atte a minarne la credibilità e l’onorabilità professionale, che sancirono il suo totale isolamento e il più infausto dei presagi.

Sono le 17:58 del 23 Maggio quando sull’autostrada A29 Trapani – Palermo, all’altezza del territorio tra Capaci e l’Isola delle Femmine, avviene una spaventosa deflagrazione a causa della quale la Croma marrone guidata da Vito Schifani, e nella quale trovano posto anche gli altri agenti della scorta Antonio Montinaro e Rocco Di Cillo, viene completamente carbonizzata e ridotta in briciole con la Croma bianca sulla quale viaggiavano Francesca Morvillo e Giovanni Falcone seriamente danneggiata con “i nostri” che moriranno in ospedale alcune ore dopo l’attentato nonostante il disperato tentativo dei medici di salvarli (con la Croma azzurra su cui viaggiavano altri agenti della scorta invece lesa non in maniera letale).

Pierluigi Vigna, ex – Procuratore Nazionale Antimafia, nel 1997, parlando di Falcone e di Borsellino espose che:

Si trattava di obiettivi che, con grande probabilità, avrebbero potuto essere annientati con diverse e meno appariscenti e tragiche modalità. Perché allora si vollero le stragi con la devastazione di un tratto di autostrada nell’un caso e di numerosi edifici ed abitazioni nell’altro? La risposta sta nel fine che si intendeva perseguire: non solo eliminare due nemici storici della mafia, ma affermare, con quelle stragi, la permanente potenza dell’associazione dopo la sconfitta subita a seguito del maxi-processo, definito, con irrevocabili sentenze di condanna, il 30 gennaio 1992. A mio parere, a parte altri concorrenti scopi che con l’eliminazione di quei magistrati si volevano raggiungere, il ricorso, come mezzo di attuazione dei delitti, allo stragismo, rivela il fine di dimostrare, non solo agli uomini d’onore ed ai contigui, ma alla stessa società civile che le condanne del maxi-processo non avevano inciso sulla capacità operativa del gruppo. Un messaggio di vita diretto ai mafiosi, un messaggio di morte diretto a chi pensava che Cosa Nostra era vinta.

Le successive confessioni dell’esecutore materiale del delitto, il mafioso Giovanni Brusca, non possono non lasciare, anche a distanza di tanti anni da quel lontano 1992, nei cuori e nell’animo di chi ha tanto pianto Giovanni Falcone e il simbolo che era diventato per moltissimi italiani, un profondo e sincero sgomento, una lacerante delusione e una grandissima rabbia nel tentativo irrisolto di capire le ragioni per le quali un uomo può arrivare a nutrire cosi tanto odio, cosi tanta cattiveria verso un suo simile che meritava di essere cancellato non solo fisicamente ma anche dalle coscienze e dalle memorie.

Ma come ricorderebbe Giovanni Minoli “La Storia siamo Noi” e come tale non possiamo dimenticare nè far finta di niente rispetto a quello che è accaduto.

E per quanto gli assassini infernali di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino potranno restare per ancora molto tempo dei misteri tanto irrisolti quanto ignobili per un Paese che non ha ancora dimostrato la volontà di voler sconfiggere completamente Le Mafie con parte delle Istituzioni che sono state e sono spesso colluse con quella mafia, portatrice di ricatti oltre che di opportunità politiche ed economiche da cui può dipendere oggi parte del prestigio della Casta tanto giustamente vilipesa e contestata, mi fa essere speranzoso e fiducioso nel futuro il fatto che oggi, sempre più ragazzi e giovani adolescenti, anche se sempre in nefasta minoranza rispetto ai loro coetanei che preferiscono il Grande Fratello ed Amici, si interessano ai temi della legalità, della giustizia, della memoria, decidendo con convinzione, con gioia, con orgoglio, con entusiasmo, con dignità, con educazione, di farsi loro stessi testimoni di una nuova età e di un nuovo messaggio di civiltà, affinchè un giorno, non tanto remoto, tutti noi potremo sentirci ancora fieri di essere italiani perchè saremo riusciti a sconfiggere le mafie.

“La mafia non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano; vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente ricattata e intimidita che appartiene a tutti gli strati della società … Il pericolo più grande è il possibile collegamento tra Cosa nostra e le organizzazioni criminali a livello internazionale”

Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.

Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana”.

«Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola.».

«Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l’essenza della dignità umana».

L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altirmenti non è più coraggio ma incoscienza.

La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.

La Strage di Capaci. Le Foto



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