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Maurizio Landini e Fabrizio Barca “remano” per un’Europa dei Diritti

Per l’undicesimo anno consecutivo, nella bella Trani, si svolgono i Dialoghi, manifestazione culturale di grande qualità e prestigio che consente ad autori affermati e a illustri intellettuali del nostro Paese di confrontarsi sui temi più interessanti e vari dell’attualità. Ieri ho partecipato all’unico evento che ho potuto seguire in questa edizione, ossia l’incontro dal titolo “L’Italia delle diseguaglianze” con ospiti il Ministro per la Coesione Territoriale Fabrizio Barca e il Segretario Generale della Fiom Maurizio Landini. Con la collaborazione di Francesco Nicodemo, ho scritto il seguente articolo:

“Dopo il fascismo, quel che rimaneva dello Stato doveva essere buttato all’aria e ricostruito. Non è stato fatto. Ed oggi poiché abbiamo lasciato degenerare le strutture dello Stato, come mai è successo nel passato in qualsiasi altra democrazia, la corruzione è diventata la punta di un iceberg che sta facendo sprofondare l’Italia”. Queste parole non sono state pronunciate da un eversivo di sinistra o da un grillino, ma dal Ministro alla Coesione Territoriale Fabrizio Barca, intervenuto, con il Segretario Generale della Fiom Maurizio Landini, ai Dialoghi di Trani. I due relatori, sin dalle primissime battute, appaiono molto più “vicini” rispetto a quel che sarebbe lecito attendersi, avendo percorsi culturali e professionali assai diversi. Ed è una cosa che la platea apprezza. Entrambi convergono sulla necessità e sull’urgenza di costruire un’Europa unita politicamente, e non solo monetariamente, dove alla solidità dell’Unione corrisponda una leale ed effettiva solidarietà tra Paesi. Dove viga un’uguaglianza sociale e dei diritti, tramite i quali sia possibile soddisfare la fortissima richiesta che proviene dal basso di servizi e di lavoro, anche di qualità. Le risposte a questi interrogativi delicatissimi dovrebbero giungere dalle Istituzioni. Ma queste – dice Landini – sono attraversate da una impietosa regressione morale e culturale che hanno svuotato di senso l’istituto della delega che andrebbe, pertanto, ridefinito, e che hanno spinto anche il Presidente Emerito della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, a parlare di “bancarotta della politica”. E da questa paralisi, a cui si è giunti anche perché negli ultimi decenni “il lavoro e l’interesse di chi lavora” non sono stati tra le priorità di chi ha assunto funzioni pubbliche, non si esce soltanto con un esecutivo pienamente legittimato dagli elettori (con l’attuale che per il sindacalista non è un governo “tecnico” ma politico perché politiche sono le scelte che sta adottando e i cui effetti stanno pesantemente incidendo sulla vita delle persone) pronto ad assumersi le proprie responsabilità, ma anche superando quell’approccio troppo liberale che si è imposto in questi anni e che, anche a causa della globalizzazione, ha spinto ad instaurare più una competizione tra lavoratori invece che una correlazione orientata alla qualità del prodotto e dove, contestualmente, i diritti fossero uguali per tutti e sulla base dei quali far nascere uno stato sociale europeo. Con il lavoro diventato una merce di scambio. Diventato precario per definizione. Frammentato per imposizione delle imprese. Le proposte di Landini sono, perciò, essenzialmente due: prevedere una legge sulla rappresentanza sui luoghi di lavoro che tuteli davvero i lavoratori consentendogli di scegliere liberamente i propri sindacalisti senza venire intimiditi o ricattati da quei manager che in base alle loro convenienze si scelgono, oggi, i soggetti con cui interloquire; e la predisposizione di un Contratto Unico Nazionale dell’Industria che superi l’attuale modello dove ciascuno persegue il proprio tornaconto mediante percorsi individuali di concertazione e di mediazione. Il Ministro Barca, invece, dall’alto della sua esperienza pluridecennale di noto economista apprezzato a livello internazionale, si sbilancia nel dire che la crisi economica e finanziaria europea era prevedibile perché negli ultimi 30 anni sono state smantellate tutte le principali regole del capitalismo, e che “è maturato il convincimento che la complessità fortissima del reale non potesse essere governata dalla politica, ma dalle imprese o dalle grandi multinazionali”. L’Europa non ha saputo affrontare questo problema i cui effetti patologici sono oggi sotto gli occhi di tutti essendoci un’ unione monetaria, nata su impulso tecnocratico, ma non politica. Con una crisi politica che, nel caso italiano, si è testimoniata, inoltre, con la quasi inutilità del Parlamento essendo le decisioni assunte altrove. E con l’anomalia di avere una corruzione e un’evasione fiscale tra le più consistenti nel mondo, mai affrontate negli ultimi decenni seriamente come alienazione della stessa politica, ma addirittura accettate come fenomeni con i quali bisognasse conviverci rassegnatamente, è accaduto che – prosegue Barca, con un tono e soprattutto una percezione di autenticità parecchio insolita per un “politico” – “abbiamo lasciato degenerare le strutture dello Stato come mai è successo nel passato in qualsiasi altra democrazia”. Fortissima, inoltre, è la resistenza al cambiamento, la volontà di preservare lo status quo, con un cambiamento soltanto, seppure, evocato, gattopardescamente, proprio per non cambiare concretamente niente, alla fine. Ed oggi se il Paese non è ancora fallito è solo per “l’eroismo” di quelle migliaia di persone, alcune presenti anche nel Sud, che con la loro opera e fatica quotidiana lo stanno appunto salvando, il Paese, anche da se stesso. Il Ministro Barca, infine, cita uno dei suoi formatori, l’economista Napoleoni, per il quale bisogna puntare sulla domanda di servizi, e non sull’offerta. Rimettendo al centro i servizi collettivi e i beni comuni. Riformando l’intero apparato statale valutando il personale a disposizione per la competenza, in modo trasparente, valorizzando le risorse sottovalutate, dando poi la possibilità a quei giovani desiderosi di lavorare con e per lo Stato, di poterlo fare onestamente e in piena libertà, in nome di quell’indomita etica pubblica che per costoro non andrà mai in crisi. E che presto, come cantava Mercedes Sosa – la cui canzone “Todo cambia” ha aperto il dibattito – tutto cambi. Veramente e per sempre. Noi ci siamo e siamo pronti.

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Siamo in grado di andare oltre Grillo?

Per Giù al Sud e per #queibraviragazzi.

Giornali e televisioni in questi primi giorni post voto non parlano che di Grillo e del Movimento 5 Stelle, vera sorpresa di queste Amministrative con un exploit nel Centro-Nord, specialmente in quei Comuni dove era molto radicato il fenomeno del leghismo di cui non restano che le ceneri degli scandali che lo hanno arso. Non mi aggiungo, pertanto, alla schiera di improvvisati e sedicenti politologi onniscienti che hanno commentato il successo dei “grillini” etichettandoli, senza conoscerli approfonditamente, con irripetibili epiteti. Sbagliando, peraltro, completamente, dal mio punto di vista, l’analisi poiché Grillo sta dimostrando, invece, di essere un politico consumato e navigato che ha preparato la rotta a tavolino e per tempo. E dove non c’è niente di casuale. Ma, in questo momento, mi preme raccontare l’esperienza del voto nel Mezzogiorno e in Puglia. Giù al Sud il “grillismo” non è esploso. E non perché non vi sia nei cittadini quella consapevolezza civica per cui occorrerebbe cambiare la classe dirigente sia per una questione strettamente anagrafica sia per una questione evidentemente culturale. Ma perché, in realtà, soprattutto in alcuni centri è esplosa la “malapolitica da grilletto”. Ad Apricena (in Provincia di Foggia), pochi giorni prima delle elezioni, è stato arrestato uno dei candidati sindaci in quanto stava predisponendo – secondo l’accusa della magistratura – degli omicidi. La criminalità diffusa è sempre più organizzata e radicata sul territorio, come mai nessun partito è stato ed è capace di fare. Una minoranza che però domina sulla maggioranza tramite l’intimidazione, la corruzione, il voto di scambio e il clientelismo. Le segreterie di partito, di destra come di sinistra, non hanno selezionato accuratamente tutti i candidati, sulla base di una riconosciuta moralità e competenza, ma, nonostante i retorici proclami, hanno individuato i “cavalli vincenti”, i pacchettari di voti. È quello che è successo in molti Comuni. In particolare a Gioia del Colle (Provincia di Bari) che, a dire il vero, dovrebbe chiamarsi “Valle del Dolore”, visto che in sei anni e mezzo si è votato già tre volte, e all’ alternanza al governo della città tra destra e sinistra non è seguita un’alternanza tra gli amministratori che da circa vent’anni sono sempre gli stessi. L’assai probabile (ci sono i ballottaggi) nuovo (si fa per dire) Sindaco del Pd, Sergio Povia – sostenuto anche dall’Udc e dal Fli – è stato Primo Cittadino nel decennio scorso per due volte e sotto la sua responsabilità il Comune è stato violentato urbanisticamente e paesaggisticamente come mai in passato, alimentando quel clientelismo e quel “mecenatismo da mattone” che ha portato ricchezza soltanto a taluni e non mica ai cittadini. I “poteri forti”, come si suol chiamarli, sono scesi in campo anche a Brindisi dove, al primo turno, ha vinto, sempre con il sostegno dell’Udc ma senza quello di Sel e Idv, Mimmo Consales, nelle cui liste pare ci siano stati alcuni aspiranti consiglieri comunali particolarmente affascinati dal “potere mafioso” della Sacra Corona Unita che proprio nel brindisino è ampiamente presente (leggasi recenti intimidazioni ad esponenti illustri dell’antiracket). A Taranto, invece, il Pd e Vendola – che agitano l’istituto delle primarie quando conviene – hanno appoggiato il sindaco uscente Ippazio Stefàno che in questi anni è sembrato più l’emissario sul territorio del Governatore che il garante dei cittadini delusi dal cambiamento tante volte evocato e mai realizzato. A Lecce, infine, il peggior capolavoro che solo dei dilettanti allo sbaraglio – ossia i vertici del Pd Puglia – potevano concepire: far concorrere a sindaco la Vicepresidente regionale Loredana Capone. Costei un paio di anni fa perse la corsa per diventare Presidente della Provincia e, quindi, per meriti sul campo, fu promossa Vicepresidente regionale con delega allo Sviluppo Economico in sostituzione di Sandro Frisullo, altro dalemiano di ferro, indagato per le note vicende baresi a base di cocaina e di escort. Non occorreva un politologo raffinatissimo per capire che la scelta era scellerata perché sul territorio la Capone non aveva alcuna “presa” e non avendo peraltro un forte carisma, la partita era persa in partenza. Non si è perso, infatti. Il Pd e il centrosinistra sono stati letteralmente spazzati ed umiliati. La coalizione ha preso il 26% e il Pd soltanto il 10%. Chi pagherà per questa disfatta? Il Segretario Regionale, peraltro salentino, Sergio Blasi o quei dirigenti che hanno selezionato le candidature, soprattutto le impresentabili? Non pagherà nessuno. Come sempre. Ma la politica non dovrebbe servire per creare le condizioni per accrescere il benessere collettivo? Non dovrebbe essere il mezzo mediante cui si raggiunge la piena uguaglianza sociale e dei diritti? La politica, con la complicità e l’omertà di quei cittadini che hanno assimilato la cultura mafiosa, è diventata, per dirla alla Al Pacino, soltanto chiacchiere e distintivo.

I Cie in Italia: dove la tortura è legalizzata

Nei giorni scorsi, come avevo preannunciato, si è svolta a Bari come in molte altre località italiane, una nuova visita al Cie cittadino. Ho preso spunto da questa iniziativa per condividere, con gli amici di Giù al Sud, alcune riflessioni.

Karl Jaspers nel suo “La questione della colpa” individuava con chiarezza quattro colpe: “la colpa criminale, quella politica, quella morale e quella metafisica”. Con i migranti o i cittadini di origine straniera (leggasi il recente “caso Modena”) non si sbaglia: la loro unica colpa è ontologica. Rinchiusi arbitrariamente e contro la loro volontà, senza aver commesso alcun illecito penale. Il principio di uguaglianza e le “leggi” morali che hanno ispirato la Costituzione o la Dichiarazione dei Diritti Umani, in un Paese che non ha nel suo ordinamento il reato della tortura, piegati da una normativa e da una burocrazia nazista. In queste strutture la dignità individuale viene stuprata ogni giorno: frequentissime sono le violenze fisiche e psicologiche perpetrate nei confronti di chi spesso non conosce neanche i propri diritti, per via della non conoscenza della lingua italiana. Un Governo credibile dovrebbe investire da un lato sulla cooperazione internazionale tramite la quale attrarre investimenti e talenti, dall’altro sviluppare politiche solide basate sulla solidarietà, sull’accoglienza e sulla “convivialità delle differenze”. Un Governo credibile non darebbe l’impressione di essere ricattata da qualche forza politica che non vuole conferire la cittadinanza a chi nasce in Italia o vi risiede da un numero congruo di anni legalmente lavorando onestamente. Un Governo credibile ristrutturerebbe con coraggio l’architettura istituzionale curando il cancro della burocrazia semplificando le procedure per il rilascio dei permessi di soggiorno o l’assegnazione degli asili politici per chi giunge da Paesi politicamente instabili. Un Governo credibile includerebbe nel suo progetto di riforma del mercato del lavoro il reato del caporalato e del lavoro nero di cui non si parla affatto in questi mesi e che sono piaghe dolorosissime presenti nel Mezzogiorno d’Italia.

(Qui, invece, è possibile trovare una completa rassegna stampa, curata dall’Associazione “Class Action Procedimentale”, sulla visita da parte della delegazione barese di giornalisti all’interno del Cie di Palese)

C’é un Sud che vorrebbe parlare al Paese

Dopo il ministro Fabrizio Barca, anche Marco Rossi Doria, Sottosegretario all’Istruzione, scrive a #queibraviragazzi di Giù al Sud. E le sue parole valgono tanto, tantissimo.

E’ importante quindi che un gruppo di persone si faccia carico di un racconto collettivo che restituisca complessità, attualità e capacità di reazione a una Questione Meridionale tutt’altro che superata. E dia voce anche alle molte cose buone e innovative che si sono fatte. Quello che serve è il racconto delle pratiche, delle azioni concrete che si realizzano. Il racconto scevro di autocommiserazione e ricco di impegno civile e quotidiano di chi ha trovato strade- anche se non prive di ostacoli- per affrontare i problemi. In quest’ottica il racconto non è più fine a se stesso- sempre che lo possa essere, dato che raccontare significa restituire con le parole una realtà anche a chi non la vive in prima persona, rendendo possibile la condivisione e quindi l’azione collettiva- ma diventa la premessa per la continuazione e l’estensione di quelle cose che funzionano e per il cambiamento di quelle che irrimediabilmente riproducono e aggravano i problemi.

Barca parte con #queibraviragazzi

Non si era mai visto in Italia, fino ad oggi, un Ministro – blogger. Non solo perchè in questo Paese, per i protagonisti dell’informazione tradizionale, esisterebbe un “popolo del web” che non incide negli equilibri sociali italiani e distante dai voleri espressi dal popolo vero e proprio, con Internet che non è visto ancora come un asset fondamentale e strategico su cui si dovrebbe investire massicciamente, ma anche perchè negli ultimi decenni la politica ha dimostrato ampiamente e diffusamente, a tutti i livelli, che del volere dei cittadini non gliene frega assolutamente niente. Il Ministro in questione, Fabrizio Barca, invece, titolare della delega alla “Coesione Territoriale”, pensa il contrario. Pensa, addirittura, che l’Italia possa riemergere dalle sabbie mobili se saprà investire nel Sud e nel Mezzogiorno. E ha ritenuto utile, oltre che giusto, condividere le sue riflessioni e le sue speranze, su un blog comunitario, con dei giovani e diversamente giovani uomini e donne del Mezzogiorno che hanno deciso, con il progetto “Giù al Sud” di cui faccio parte anche io con molto onore, di provare a raccontare il proprio territorio in modo diverso. Non lamentoso, non rassegnato all’oblio e all’indifferenza o al disfattismo strutturale, non succube di un destino che altri vogliono pretestuosamente già descritto e raccontato. Ma un Sud che può e vuole andare oltre i suoi problemi e i propri mali endemici. Volitivo, propositivo, artefice della propria rivelazione. Che indurrebbe a una rivoluzione. Di valori e di principi, ma anche di pratiche e di iniziative. Di questa lezione di civiltà, che mi piacerebbe fosse la prima della Prossima Italia, ne hanno scritto, infine, anche Francesco e Tommaso.

Se, anche con questo strumento, il racconto diviene collettivo, se diventa “narrativa nazionale”, allora può aiutare ad aggredire l’ostacolo che lo stesso Cassano vede alla strategia del governo: “l’immagine, tutt’altro che disinteressata, che domina i media e il dibattito pubblico” per cui la trappola del Sud andrebbe alla fine imputata al suo “insuperabile deficit morale e culturale”. È un ostacolo che spezza le gambe a chi prova a cambiare.

Il Diritto alla Città

Giù al Sud è online da qualche giorno. E’ il primo blog comunitario costituito da giovani e diversamente giovani uomini e donne del Mezzogiorno d’Italia. Campani, pugliesi, calabresi, siciliani, sardi, incontratisi in Rete che hanno deciso di fare rete per provare a raccontare un meridione come mai è stato raccontato. Non finto, non voluttuoso, non generosamente altro da quello che viviamo tutti i giorni. Il nostro Mezzogiorno, soltanto. Per come è e per come non è. Per quello che non ci piace, ma anche, soprattutto, per quello che vorremmo diventasse. Un luogo straordinario dal quale non si fuggisse più per paura o per rassegnazione, ma nel quale tornare con fiducia ed entusiasmo per dimostrare quanto utile possa essere per il Mezzogiorno l’apporto delle sue persone migliori. Quello che segue è il mio primo post.

L’Italia è il secondo Paese in Europa per produzione di cemento. Negli ultimi vent’anni, in Italia, sono stati urbanizzati oltre 2 milioni di ettari: una superficie quasi pari a tutta la Puglia, la mia regione. Negli ultimi anni, poi, pur in presenza di un vistoso e quasi uniformemente distribuito calo demografico, si è continuato a costruire. Quando la nostra regione, in particolare, per la sua configurazione orografica, dovrebbe fare essenzialmente della prevenzione l’architrave della sua politica urbanistica. Questi primi dati per raccontare il fenomeno del consumo di suolo e quanto esso rappresenti un’insidia rilevante per la nostra Regione e per tutta l’Italia. Come l’antropizzazione sia stata la causa della devastazione di interi territori, da sempre.

Basterebbe ricordare la condizione in cui versano i territori messinesi e siciliani sventrati dai terremoti del secolo scorso che ancora non sono stati integralmente ricostruiti o quelli dell’Irpinia sbriciolatisi negli anni ’60. Ma torniamo in Puglia e nell’Area Metropolitana Terra di Bari. Entro i suoi confini, nel decennio 1990 – 2000, sono stati consumati più di 3500 ettari di suolo fertile. Dal 2001 ad oggi, è cresciuta ancora del 13,2% con il capoluogo che ha aumentato la sua urbanizzazione del 5,7%. A Bari, inoltre, circa l’80% della superficie urbana procapite disponibile è occupata dal cemento, tra immobili e strade. Il nuovo Documento Programmatico Preliminare (Dpp) al nuovo Piano Urbanistico Generale (Pug), già adottato dal Consiglio Comunale, pare prevedere inspiegabilmente la conferma dei 15 milioni di metri cubi già previsti nel Piano Quaroni del 1976, redatto sulla base della stima che prevedeva per Bari una popolazione di circa 600 mila persone, quando, oggi, è all’incirca di 320 mila.

Fermiamoci a riflettere. E facciamoci qualche domanda. Perché si continua a costruire nonostante la popolazione residente sia in calo? Perché si continua a costruire, anche dove non sarebbe possibile farlo, quando non c’è – soprattutto in questa fase di crisi finanziaria – una consistente e trasversale domanda? Perché nonostante le nuove costruzioni i prezzi delle abitazioni restano alti? Perché l’espansione urbana sta coinvolgendo soltanto alcune porzioni di territorio?

Uno dei capolavori del neorealismo italiano, “Le mani sulla città” di Franco Rosi, in fondo, non ci diceva già tutto? Il “palazzo del potere” non è mai crollato, nonostante le frane e gli alluvioni. Si è soltanto, nel tempo, rinsaldato nelle sue fondamenta. Il connubio tra una certa imprenditoria e una certa politica c’è sempre stato. E l’affarismo spregiudicato è come la mafia. Non guarda in faccia a nessuno. Non c’è una preferenza per una ideologia politica. L’unica ideologia è quella di accrescere i propri capitali. Tutti i partiti, infatti, da sempre, sono sensibili al fascino dell’edilizia perché sostenere e favorire l’attività di un imprenditore significa avere una possibilità in più nell’arena della politica. E questo costruttivismo è sinonimo di clientelismo. Anche a Bari, dove abbiamo due consiglieri comunali che, di fatto, sono due “palazzinari”. E in Consiglio Comunale non ci vanno praticamente mai. Dati alla mano, sono i più assenteisti. Ma partecipano e decidono da fuori cosa e come devono votare i consiglieri che stanno dentro. Sia di maggioranza sia di opposizione.

L’urbanistica non può più essere materia per soli tecnici e professionisti. L’urbanistica richiama fortemente al nostro, individuale e collettivo, Diritto alla Città. La Città, per citare Antonio Cederna, è un Bene Comune. E oggi lo stiamo violentando. Con il cemento. Il grigio del calcestruzzo armato è diventato il grigiore di tutti quei cittadini che vorrebbero consumare la propria quotidianità in posti dove etica ed estetica possano convivere senza traumi. La cattiva urbanistica italiana, peraltro, è fortemente testimoniata dalla sistematica violazione delle regole. La cultura dell’illegalità, spesso perpetrata originariamente negli uffici tecnici comunali dove si annida in parte il cancro della corruzione, si riverbera impietosamente negli effetti catastrofici provocati dal dissesto idrogeologico, ma anche nel dilagante abusivismo. In Italia sono presenti oltre otto milioni di immobili. Il 60% risulta costruito prima del 1976. C’è poco da aggiungere e molto da fare: bisogna fermare – ed è la ragione sociale del neonato Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio – lo sprawl, la cementificazione selvaggia che trasforma quelli che erano tessuti urbani contigui in unici agglomerati. Bisogna investire prepotentemente nella riqualificazione urbanistica di tutto il patrimonio edilizio di cui disponiamo; efficientarlo energeticamente rendendolo poi autonomo nei fabbisogni con le energie rinnovabili e le smart grids; salvaguardare e valorizzare – come suggerisce anche il mai attuato art. 9 della Costituzione – i nostri patrimoni paesaggistici nei quali sono presenti identità storiche – culturali di pregio per un ecoturismo sostenibile da un lato, e per un ritorno all’agricoltura sociale dall’altro.

Si, esiste un Diritto alla Città. E noi dobbiamo pretendere che questo sia rispettato. A Bari, in Puglia, nel nostro Mezzogiorno logorato dalle “cricche” costituite da politici corrotti, imprenditori spregiudicati e mafiosi. È necessario agire subito. È necessario che il Mezzogiorno lanci la sua sfida all’Italia e all’Europa. Per essere il polo di riferimento culturale e sociale, prima ancora che politico o economico, per un ambientalismo euro – mediterraneo di qualità che punti fortemente sulle principali energie rinnovabili di cui disponiamo: la nostra intelligenza, la nostra creatività e la nostra incapacità alla rassegnazione.

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