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Al sit-in per il Pm Di Matteo

Sabato scorso le Agende Rosse di Bari e il neonato presidio locale dell’Associazione dedicata a Rita Atria hanno promosso a Bari, sotto il Palazzo del Comune, un sit-in per esprimere solidarietà al Pm della Procura di Palermo, Nino Di Matteo, vittima negli ultimi mesi di una pluralità di intimidazioni a causa del suo impegno teso ad accertare le responsabilità e l’identità dei mandanti delle Stragi di Stato del 1992-1993. All’evento ho partecipato anche io, con gratitudine verso i promotori, a nome della Scuola Caponnetto.

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“Inside Carceri”: quello di Bari tra i peggiori

E’ questo il nome dell’iniziativa svoltasi un paio di giorni fa presso la Mediateca Regionale Pugliese e a cui ho partecipato con grande piacere ed attenzione. Nell’articolo seguente, uscito per Epolis, il racconto della manifestazione.

Inside Carceri

P.s. Ho già scritto di carceri, su questo blog, essendo un tema che mi sta molto a cuore, per i suoi risvolti sociali, e che seguo da tempo. Qui e qui gli articoli precedenti. (Intanto, nell’istituto penitenziario di Bari, continuano ad accadere simili cose)

Silvio a Bari: ecco perché

“Non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni. Chiudo il sipario sulla mia vita coniugale. Io e i miei figli siamo vittime e non complici di questa situazione. Dobbiamo subirla, e ci fa soffrire. Non posso più andare a braccetto con questo spettacolo. Qualcuno ha scritto che tutto questo è a sostegno del divertimento dell’imperatore. Condivido. Quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore. E tutto in nome del potere. Figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo e la notoretà; e per una strana alchimia, il paese tutto concede e tutto giustifica al suo imperatore. Ho cercato di aiutarlo: ho implorato le persone che gli stanno vicino di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene. E’ stato tutto inutile. Credevo avessero capito, mi sono sbagliata. Adesso dico basta”.

Con queste parole, pronunciate nell’aprile del 2009, Veronica Lario anticipa la decisione di voler divorziare dal coniuge Silvio Berlusconi, dopo la sua sorprendente ed inattesa partecipazione al 18° compleanno di Noemi Letizia, fino ad allora sconosciutissima  ragazza di Casoria, e le ancor più clamorose dichiarazioni rilasciate da costei alcuni giorno dopo. A distanza di anni, e nonostante una produzione industriale di articoli e di ricostruzioni sulla natura del rapporto, oltre che sull’origine della conoscenza (rimaste, in parte, avvolte nel mistero), tra l’ex premier e la giovane napoletana, sono rimaste solo le menzogne del politico più potente del Paese.

Di Noemi Letizia, peraltro, si è tornato a parlare in questi giorni. E il suo nome è stato associato a quello della marocchina Ruby, un’altra giovanissima ragazza frequentata da Berlusconi e tra le protagoniste dei suoi festini (da alcune di esse ribattezzate come “cene eleganti“), al centro di un processo per induzione alla prostituzione e concussione. Ma, per quanto scottanti (in tutti i sensi),  è dalla Procura di Bari che rischiano di giungere le peggiori conseguenze per l’ex premier, nell’ambito del “Caso Tarantini”, a causa del quale anche il Procuratore Capo Laudati sta vivendo una vera e propria “passione” che terminerà con il suo trasferimento in altro ufficio.

Certo, il Comune di Bari e la Regione Puglia sono attualmente governati da esponenti, ormai nazionali, del centrosinistra tanto avversato e contro la cui gestione probabilmente dirà qualcosa, seppur probabilmente con una certa pacatezza (per non logorare il suo tentativo di apparire, improvvisamente, moderato e conciliante per l’obiettivo delle larghe intese), ma il comizio di domani è il primo della nuova campagna elettorale che potrebbe aprirsi a breve se i suoi approcci “inciucisti” verso il Pd dovessero fallire. Con una novità importantissima che giustifica il dispiegamento di forze messe in campo per l’evento di domani, con tutto il Pdl locale e non solo mobilitato per il grande obiettivo: veder nascere la “nuova” Forza Italia che, con altro nome, dovrebbe diventare quel “partito popolare italiano” che Berlusconi sogna da tempo per poter tornare in Europa da grande protagonista.

E la scelta di far partire, quindi, questa ennesimo percorso politico da Bari – fermo restando il carattere assolutamente imprevedibile di Berlusconi che punta a creare “uno shock politico” (a partire dai suoi 8 punti) e che resta, per citare Montanelli, il più grande piazzista di sempre – si spiega, secondo me (ma posso benissimo sbagliare), dal suo rischioso tentativo di disinnescare, con il nuovo partito, l’ordigno giudiziario che potrebbe farlo esplodere predisposto dalla Procura di Bari, notoriamente sinistrorsa, secondo la vulgata del suo “popolo liberale”.

Le Istituzioni nazionali sono corrotte?

L’Italia è al 72esimo posto nella classifica diffusa dall’associazione non governativa Transparency International che ogni anno misura l’Icm: l’indice corruzione mondiale. Questo dato che ci colloca tra i peggiori in Europa, non stupisce, probabilmente, più nessuno essendo quasi quotidiani gli scandali o gli appelli – inascoltati – ad operare con forza e coraggio in direzione opposta, per la legalità e il ripristino dell’etica pubblica. Come pure cadono molto spesso, dolentemente, nel vuoto gli spunti propositivi di riflessione, per il varo di nuove politiche di contrasto, promossi da magistrati specializzati nel settore come Davigo. Al tema della corruzione, in questo blog, ho già dedicato diversi post, proprio perché la ritengo una odiosissima e perniciosa piaga sociale. Tanto più si diffonde tanto più gli italiani vivono male. Quando questo passaggio, nella sua semplicità, sarà compreso dalla stragrande maggioranza degli italiani che oggi, spesso, la giustificano o la legittimano a causa di altre piaghe sociali, allora, in quello stesso momento, si inizierà in questo Paese a contrastare efficamente e per davvero questo cancro della nostra democrazia. Di seguito il mio articolo per Cercasi un Fine.

L’87% degli italiani ritiene la corruzione uno dei più seri problemi del Paese, in crescita del 4% negli ultimi due anni; il 95% pensa che vi sia corruzione nelle Istituzioni nazionali e oltre il 90% in quelle regionali e locali; il 75% ritiene inefficaci gli sforzi compiuti dal Governo. Questi dati, allarmanti per il loro impatto sociale, sono stati diffusi dallo storico studioso del fenomeno Alberto Vannucci, sulla base del rapporto di Eurobarometro. Ma per un’analisi ancor più precisa e completa, forse, occorre aggiungere qualche altra informazione, per inquadrare ancora meglio questa patologia endemica del nostro sistema politico-amministrativo: la corruzione costa annualmente 60 miliardi di euro e pesa per circa 10 miliardi all’anno in termini di Pil. Dodici italiani su cento, ossia qualcosa come quattro milioni e mezzo di cittadini, si sono visti chiedere, almeno una volta nella vita, una tangente. E c’è poco da stare allegri. Come rivela, infatti, uno studio predisposto lo scorso anno dalla Commissione Europea, la corruzione si annida principalmente negli uffici pubblici, con l’edilizia, in particolare, che rappresenta il settore maggiormente aggredito dal fenomeno.

Il nostro sguardo, perciò, non può non ampliarsi anche alla burocrazia e alla sua inefficienza da un lato (con un danno stimato in 17 miliardi di euro), al clientelismo e al conflitto di interessi dall’altro. La Corte dei Conti, lo scorso anno, ha ricordato che su 33 Grandi Opere, nel triennio 2007-2010, si è passati da una spesa prevista di 574 milioni di euro a una spesa effettiva di 834 milioni di euro, con un aggravio del 45% di risorse pubbliche, drenate esclusivamente per “oliare la macchina”.  Prima ancora di eco-mafie, si dovrebbe, forse, parlare di corruzione ambientale: insieme al comparto dell’edilizia, l’altro grande microcosmo avvelenato dalla corruzione è quello della gestione dei rifiuti e delle bonifiche.

Davanti a questa eclissi morale e culturale di tutta la nostra classe dirigente che, da decenni e in modo oggettivamente trasversale, oltre che a tutti i livelli, con atteggiamenti via via sempre più spudorati e non esemplari, ha geneticamente modificato l’italica antropologia, approfittando della nostra tendenza alla pigrizia e all’indifferenza, sarebbe necessaria e non più procrastinabile una presa di coscienza collettiva. Non una rivoluzione, ma una ribellione. “Io mi ri-bello. Rivoglio il bello”, dovrebbe diventare l’imperativo categorico con cui spronarci per esigere un cambiamento in cui la legalità non sia più evocata, come spesso succede soltanto nel corso di alcuni retorici convegni, ma praticata. Frequentata, ogni giorno. Con un di più di responsabilità. Individuale e collettiva. Il fiorire di una nuova consapevolezza civica ci spingerebbe, credo, immediatamente a remare per una nuova direzione, per un lido in cui la regola sia la proposta, non la protesta.

Provo, pertanto, ad elencare una serie di proposte che una legge autorevole e rigorosa – ben diversa da quella confezionata ultimamente dal Ministro alla Giustizia Severino – dovrebbe prevedere. Prima di tutto dovrebbe esserci nuovamente il reato di falso in bilancio; poi, sulla scia della convenzione europea del ’99 mai pienamente recepita dal nostro Paese, dovrebbero considerarsi l’auto-riciclaggio, la corruzione tra privati e le cosiddette interferenze illecite negli affari privati. Bisognerebbe riformare il sistema sanzionatorio con l’innalzamento delle pene minime con la possibilità che sia risarcito il danno arrecato fino a quattro volte, confiscando il bene nei casi più gravi. Bisognerebbe rivisitare l’istituto dei rimborsi pubblici o privati ai partiti e alle fondazioni, rendendo tutte le transazioni trasparenti mediante le nuove tecnologie. Introdurre un’anagrafe tributaria e patrimoniale degli eletti e dei principali dirigenti pubblici, a tutti i livelli. E soprattutto operare negli appalti: potrebbe essere vantaggioso pubblicare sul sito internet dell’ente pubblico le white lists dei privati per conoscere la composizione delle compagnie societarie, con il casellario giudiziario di titolari e soci, l’elenco dei fornitori e dei subappaltatori, i bilanci dell’ultimo anno di attività.

Probabilmente, anche con questi accorgimenti, ove presenti, il male della corruzione non sarebbe sconfitto. Certamente limitato. Ma il primo cambiamento non può che partire da noi. Dalla nostra voglia prepotente e genuina di un cambiamento reale e leale. Per non dover dare ancora ragione, a distanza di decenni, al giornalista e scrittore Corrado Alvaro che sentenziava: “La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile”.

Antonino Caponnetto, un esempio per i giovani

“Ragazzi godetevi la vita, innamoratevi, siate felici ma diventate partigiani di questa nuova resistenza, la resistenza dei valori, la resistenza degli ideali. Non abbiate mai paura di pensare, di denunciare e di agire da uomini liberi e consapevoli ribadiscono e sollecitano di diventare protagonisti e partecipi nella salvaguardia della comunità in cui vivono”.

Dieci anni fa moriva Antonino Caponnetto. Il magistrato sceso volontariamente dalla sua Firenze a Palermo per sostituire Rocco Chinnici e che ha voluto fortemente il pool antimafia con Falcone e Borsellino. Era un uomo mite, gentile, buono, generoso. Un vero servitore dello Stato. Amava i giovani e si spese fino all’ultimo per loro, per educarli alla legalità spingendo sul senso del dovere e sulla corresponsabilità. Per questo a lui è stata dedicata la nostra Scuola di Formazione Politica.

“Perché la mafia teme la scuola più della giustizia, la mafia prospera sull’ignoranza della gente, sulla quale può svolgere opera di intimidazione e di soggezione psicologica: solo così la mafia può prosperare”.

I partiti e le primarie. Come ti dimentico la mafia

La riflessione da leggere, da rileggere, da scolpirsi in testa, è di Nando Dalla Chiesa. E la leggete, integralmente, qui.

Ma che diavolo deve succedere in questo paese perché la politica si occupi di mafia? E’ difficile dire quale sia il sentimento che prevale nel vedere partiti così tenacemente assenti, così beatamente refrattari ad affrontare un nemico che si è inchiodato, incistato dentro la vita pubblica e proprio non la molla. E la condiziona, e la inquina, e la travolge. Ci si immaginerebbe che i partiti, davanti al discredito che li circonda, se non altro per un istinto di sopravvivenza, dessero un’occhiata a questo sconcio permanente, ai movimenti di rivolta che scuotono il paese, che riempiono sale e cinema anche nelle sere della nazionale, e decidessero di farsi un lifting. Di darsi una mossa, come si dice. Macché, proprio non ci riescono. Sembrano posseduti da una misteriosa allergia, da una riluttanza malarica, a schierarsi sulla prima frontiera di un paese civile: quella della legge, del diritto, della libertà. Una sola cosa si capisce. Che questo paese è indifeso. Che si dovrà difendere da solo, come un esercito pieno di traditori e abbandonato da ufficiali inetti. Costretto a combattere mentre i generali giocano a canasta. Ma sì, si può fare. Soprattutto si deve fare.

Il contrasto effimero alla corruzione

Uno degli organizzatori della Giornata di Canossa dedicata alla corruzione, Salvatore Tesoriero, ha commentato il provvedimento del Ministro Severino, sottolineando, con buonsenso e razionalità, quali aspetti sarebbero da migliorare e quali da considerare. Di corruzione, in questo piccolo blog, mi sono occupato diverse volte. Questo uno dei post più importanti. Qui la pagina tematica con tutti gli interventi. Qui, infine, uno degli ultimi contributi di Don Luigi Ciotti.

Il più grande difetto dell’intervento normativo, d’altra parte, deriva proprio dalla constatazione della portata degli interventi descritti: utili – sì – in termini relativi, ma estremamente limitati rispetto al globale contrasto del fenomeno. Si tratta, in altri termini, di un intervento estremamente circoscritto e certamente lacunoso se calato sul versante del contrasto  multilivello della corruzione. Una seria e complessiva strategia di contrasto alla corruzione, in futuro, non potrà prescindere dalla ridefinizione dei cd. reati “spia” della corruzione (si pensi al falso in bilancio quasi integralmente svuotato nella sua portata sanzionatoria dal precedente Governo), dall’introduzione della fattispecie di autoriciclaggio (caldeggiata in sede internazionale, ma dimenticata dal Governo), da una riforma razionale dei termini di prescrizione del reato (sulla scorta delle proposte di differenziazione di congrui termini di prescrizione dell’azione e del processo, già delineate in sede accademica e da noi riproposte nella nostra Carta di Canossa), dal superamento dell’idea della risposta carceraria (spesso ineffettiva) come unico deterrente a reati di chiara matrice “economica”.

L’amianto ne ammazza altri 30 mila?

La stima, prudente e in difetto, è dell’Osservatorio Nazionale Amianto per cui sarebbero oltre 30 mila le persone (tra ragazzi, docenti, bidelli e personale amministrativo) che fruiscono degli spazi delle circa 2400 scuole italiane dove è presente l’amianto, a 20 anni di distanza dalla messa al bando. Ma il problema, oltre che per le scuole, si pone anche per tutte le non poche strutture militari disseminate nel Paese, dove ancora oggi tutti i militari o gli ufficiali sono sottoposti al rischio di ammalarsi di mesotelioma pleurico, male ad oggi incurabile che può manifestarsi in tutta la sua gravità anche dopo 30 e passa anni dall’esposizione alle fibre di amianto. E sempre a proposito di amianto, tema di cui mi interesso da tempo, e in attesa di leggere il libro-inchiesta di Giampiero Rossi edito da Melampo, credo valga la pena leggere questa intervista di Nando Dalla Chiesa alla straordinaria Romana Blasotti Pavesi, la ottantatreenne di Casale Monferrato che dopo aver perso cinque familiari nell’arco di trent’anni a causa proprio dell’amianto, con una dignità davvero esemplare è riuscita ad organizzare la protesta civilissima di tutti i familiari delle vittime che hanno avuto, dopo decenni, giustizia, nel noto processo contro i proprietari dell’Eternit. I quali sono stati pesantemente condannati per aver tenuto per molto tempo all’oscuro gli operai sui rischi dati da quella polverina letale con cui si sono realizzati, combinata con il cemento, coperture di siti industriali, scuole, caserme, porti, uffici pubblici. Non per niente, subito dopo questo primo storico processo, il pm Guariniello ha sostenuto l’urgenza e l’utilità di creare una Procura Nazionale Ambientale con l’intento di preservare l’integrità fisica dei lavoratori, la possibilità di lavorare in modo sicuro e contestualmente di non scempiare sempre di più quella grande risorsa che è il nostro paesaggio. Sperando che non restino parole al vento. Le puntate precedenti: qui e qui.

La Cittadella della Giustizia di Bari

Su Ediltecnico.it il mio nuovo post dedicato all’affannoso problema extralocale della Cittadella della Giustizia di Bari che ha ormai radici profonde, essendosi avviata la discussione nel 2003.

Il commissario prefettizio Giuseppe Albenzio, nominato dopo che il Consiglio di Stato ha spogliato il Comune di Bari della sua potestà pianificatoria e della sua facoltà decisionale – e proprio in sostituzione del Consiglio Comunale – ha adottato la variante urbanistica che consente la realizzazione, presso il Tondo di Carbonara (“adiacente” allo stadio San Nicola di Renzo Piano), della Cittadella della Giustizia  (da circa tre milioni di metri cubi di cemento), progettata a partire dagli anni duemila dall’impresa parmense Pizzarotti. L’ultima parola spetta ad Angela Barbanente, Assessore regionale all’Urbanistica, orientata, però, a bocciare la suddetta variante, che trasforma suoli originariamente agricoli in edificabili, poiché oggi la Regione sta puntando principalmente sulla rigenerazione urbana.

L’efficienza energetica, questa sconosciuta

Ne abbiamo già scritto diffusamente in questo piccolo blog. L’Italia – che si appella all’Europa quando gli conviene e da essa fugge quando è questa a chiamarla – anche a causa della sua cronica incapacità di costruire una visione ecologica e sostenibile del futuro che possa partire dalla redazione di un Piano Energetico Nazionale, è prossima ad essere sanzionata dall’Unione Europea per il mancato recepimento della normativa sulle etichette energetiche.

O si recepisce appieno la direttiva 2010/30/Ue sull’etichettatura energetica oppure l’infrazione va avanti, fino alla Corte di Giustizia, dove ormai l’Italia è al primo posto per numero di cause pendenti. Eppure basterebbe poco per mettersi in regola, ovvero adeguarsi alla lettera agli standard europei per quanto riguarda i prodotti legati all’energia, dalla loro pubblicità al loro uso negli appalti pubblici. Con l’approvazione della nuova direttiva 2010/30/Ce sono state già riviste le etichette per frigoriferi e congelatori, lavatrici, lavastoviglie e condizionatori d’aria ed è stata introdotta una nuova etichetta per i televisori. Ma in Italia sull’efficienza energetica qualcosa non funziona, e a ben guardare non solo per gli elettrodomestici. Lo scorso ottobre sul banco degli imputati ci siamo finiti per il rendimento energetico degli edifici. Sì perché proprio gli edifici consumano il 40 per cento dell’energia e producono il 36 per cento delle emissioni di anidride carbonica (Co2) in tutta Europa. Se poi questi edifici sono pieni di elettrodomestici spreconi, la frittata è fatta.

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