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Al fianco di Undesiderioincomune, contro i Cie

Su questo piccolo blog, ai Cie ho già dedicato alcuni post – qui l’ultimo “La Procura di Bari ha aperto un’inchiesta sul Cie” – con l’intento di alimentare un dibattito sereno, oggettivo e costruttivo. Perché questi luoghi infernali dove la dignità è violentata devono essere chiusi quanto prima. Ed è con questo proposito che rilancio l’ultimo comunicato dell’associazione barese “Un desiderio in Comune”.

Undesiderioincomune aderisce alla class action procedimentale che chiede la chiusura del CIE di Bari per la sistematica violazione dei diritti fondamentali, anche al di la delle gravi condizioni igienico sanitarie. E chiede che tutti i CIE vengano chiusi perché lesivi della dignità umana e di ogni diritto, perché costituiscono un‘aberrazione giuridica in sé, anche se fossero (e certo non lo sono) alberghi di lusso. Il sistema di trattenimento nei CIE è stato introdotto dalla legge Turco- Napolitano nel 1998, inasprito dalla legge Bossi-Fini del 2002 e dai successivi pacchetti sicurezza. È ben nota la situazione della detenzione amministrativa nei CIE (centri di identificazione ed espulsione) prima CPTA (centri di permanenza temporanea ed assistenza), e subito dopo semplicemente CPT (centri di permanenza temporanea, senza neanche più la parvenza di connotazione assistenziale). Dalla loro istituzione, in questi luoghi si sono verificati abusi e violenze di ogni genere, una violazione costante e generalizzata dei più elementari diritti della persona; sono stati sistematicamente violati per effetto di direttive ministeriali, i diritti fondamentali costituzionalmente garantiti a tutti – e non solo ai cittadini – quali il  diritto alla libertà personale, il  diritto di difesa, il  diritto alla salute. E nonostante le numerose denunce da parte di associazioni e movimenti, i rapporti di organizzazioni umanitarie e persino di commissioni ministeriali (Commissione de Mistura), i CIE rimangono ancora oggi aperti, colmi di cittadini stranieri colpiti da provvedimento di espulsione all’arrivo oppure che hanno perso il permesso di soggiorno, anche a seguito del licenziamento quale conseguenza della crisi economica. La detenzione amministrativa è l’espressione più feroce e violenta delle attuali leggi sull’immigrazione: è riservata ai migranti che non hanno un regolare permesso di soggiorno o che lo hanno perso, anche se nati in Italia e non hanno mai avuto la cittadinanza di un altro paese. Investe tutti i migranti, anche richiedenti asilo, i minori e chi versa in precarie condizioni fisiche incompatibili con il trattenimento. E tante sono le donne che precipitano nel buco nero dell’assenza del diritto, vittime di una doppia violenza, come donne e come migranti. Sfruttate e maltrattate, denunciate e violentate. Ed ancora più grave è la condizione che vivono le donne migranti, maggiormente esposte – al pari di ogni donna – alla perdita di un lavoro regolare, dunque più ricattabili e spesso costrette ad accettare ogni forma di violenza e di sfruttamento pur di non essere espulse. Mesi fa abbiamo aderito all’appello per il rilascio di Adamà che per sfuggire alla violenza di un uomo è finita nel CIE di Bologna. Adamà non è però un caso eccezionale, ma è la normale eccezione che rinchiude uomini e donne in strutture neanche assimilabili alle carceri, senza che abbiano commesso alcun reato, se non quello di esistere. I CIE sono da chiudere non solo per le pur gravi condizioni igienico-sanitarie, ma perché ledono dignità e diritti inviolabili, infliggono trattamenti degradanti, sono incredibilmente costosi e fondamentalmente inutili. E’ un luogo di sospensione di ogni diritto, sono un dispositivo di violazione e di controllo dei corpi. Sottoscriviamo l’appello della class action per la chiusura del CIE di Bari, unendoci alle tante iniziative che in questa città, in Puglia ed in Italia, dal 1998 ad oggi, non hanno smesso di denunciare lo stato d’eccezione permanente rappresentato da strutture quali i CIE. Ci opponiamo alla cultura politica che li ha prodotti e alle leggi che li hanno realizzati: queste leggi e queste strutture istituzionalizzano razzismo, abusi, violenza di genere, rendono ricattabili e producono clandestinità. 

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I diritti umani o valgono per tutti o non valgono per nessuno

I diritti fondamentali o valgono per tutti o non valgono per nessuno. Bellissimo questo post.

La sintesi del “Rapporto sullo Stato dei diritti umani negli istituti penitenziari e nei centri di accoglienza e trattenimento per migranti in Italia” redatto nei giorni scorsi dalla Commissione straordinaria per la tutela dei diritti umani del Senato, inizia con questa incontestabile affermazione: “Ogni violazione dei diritti umani non è solo un fatto eticamente riprovevole ma una vera e propria violazione della legalità. Per questo, affermare che la condizione dei detenuti costituisce una violazione della legalità da parte dello Stato non è una forzatura frutto di una pur legittima indignazione, ma una pertinente considerazione tecnica. Di diverse ma non meno gravi violazioni della legalità lo Stato italiano si è reso responsabile nell’affrontare il problema delle migrazioni – in particolare di quelle irregolari – e nel garantire l’effettivo esercizio del diritto di ogni persona ad avanzare e vedere esaminata domanda di asilo o di altra forma di protezione umanitaria. Questa violazione della legalità è stata contestata e accertata in giudizio davanti a corti interne e internazionali che si sono pronunciate e si pronunciano secondo una giurisprudenza ormai costante. Lo Stato italiano – ma naturalmente la questione non riguarda, neppure in Europa, solo lo Stato italiano – ha il dovere di mettere fine a questa illegalità. E’ solo se si assume il principio del carattere indivisibile dei diritti umani come definiti dalle leggi interne e internazionali e della loro inviolabilità in ogni circostanza che si può trovare la chiave per una strategia che – con i tempi e le gradualità necessarie – affronti strutturalmente il problema”.

“Bisogna istituire la Procura nazionale ambientale”

Ad affermarlo Raffaele Guariniello a Venezia, in occasione della recente Giornata internazionale di studi sull’amianto, che si è svolta nella laguna per iniziativa dell’Iaes (International Academy of Environmental Sciences). Il magistrato, protagonista nel recente “Processo Eternit” dove, in nome delle oltre seimila parti civili, ha fatto condannare i proprietari della multinazionale svizzera che avevano ingannato per decenni i lavoratori non diffondendo notizie note sui rischi alla salute che essi stavano correndo, aveva ripetuto gli stessi concetti mercoledi scorso a Sabina Guzzanti, nella sua trasmissione. Concludendo che una vera riforma del lavoro non potrà mai essere giudicata oggettivamente “buona” se non contempla necessariamente anche due altre emergenze sociali: il lavoro nero e la sicurezza da garantire sui luoghi di lavoro. E, infine, anche a Bari, da decenni, abbiamo un problema con l’amianto. Abbiamo la Fibronit e tantissimi siti inquinati o da bonificare. E siti che andrebbero comunque censiti per diagnosticarne l’eventuale pericolosità ma, per incuria o per ignoranza o per malafede, non si procede. Dopo la sentenza di Torino, ebbi modo di sentire Nicola Muciaccia, Presidente della Circoscrizione Madonnella, tra i primi a raccontare e a denunciare le condizioni dei lavoratori della Fibronit di Bari, all’inizio degli anni ’70.

Per Lea e Denise

“A Milano la mafia non esiste”. Cosi disse, impunemente, qualche anno fa, l’allora prefetto del capoluogo lombardo. Parole durissime che facevano coppia con quelle pronunciate, anni addietro, dall’allora Ministro delle Infrastrutture Lunardi, per il quale con la mafia bisognava conviverci. Ovvio, quindi, che fece molto scalpore quando, con tempi e modalità diverse, prima l’attore teatrale Giulio Cavalli (oggi consigliere regionale finito sottoscorta, proprio per le sue denunce e la sua incapacità a rassegnarsi) e poi Roberto Saviano in televisione nella trasmissione “Vieni via con me”, ma anche esperti autorevolissimi della materia come Nando dalla Chiesa, denunciarono non solo che in Lombardia la ‘ndrangheta aveva messo radici profonde con una perentoria colonizzazione, ma anche che aveva raggiunto un tale livello di penetrazione nelle amministrazioni pubbliche e nel mondo degli appalti. Con tutto questo che richiamava tutti a porsi seriamente il problema, per affrontarlo davvero. In questo substrato di ignoranza, di malafede e di contiguità, o ancora peggio di convergenze, si inseriesce la tristissima storia di Lea Garofalo. Una donna che per amore di sua figlia abbandona il marito e la famiglia mafiosa, scappando via, alla ricerca di un futuro diverso. Lea è stata punita, nel modo più bestiale ed infamante possibile, per la sua scelta. Mi piace sottolineare, però, ma posso sbagliare e nel cui caso sarei immediatamente pronto a chiedere scusa, che da questa storia di dolore e di odio, di prevaricazione e di violenza, ancora più forte è esploso il coraggio della figlia di Lea, Denise, che ha denunciato il padre e la sua famiglia facendoli condannare all’ergastolo, e che a vincere è stata, almeno fino ad oggi, la dignità e la legalità. L’amore per la Giustizia. Questa pagina di storia, tuttavia, deve essere ricordata anche per un’altra ragione, e la racconta Nando: l’importanza della solidarietà e della compartecipazione alla vicenda di Denise da parte di molte ragazze. Giovanissime. Il dolore di Denise, il coraggio di Denise, la voglia di giustizia di Denise, è diventato il loro dolore, il loro coraggio, la loro voglia di giustizia. Ma deve essere anche il nostro dolore. Si chiama empatia. E fa rima con democrazia. La stessa che vorremmo riconoscere sempre, ogni giorno, nel nostro Paese devastato e violentato culturalmente e moralmente dall’odio e dalle illegalità.

I baratti della Grosse Koalition all’italiana

Vedendo la contro-foto di Vasto, ossia quella scattata l’altra sera da Casini dopo l’incontro con il Premier Monti a cui hanno preso parte anche il Segretario del Pd, Bersani, e quello del Pdl, Angelino Alfano, chi un minimo studia i fenomeni politici italiani e quelle che sono le anomalie di una stagione che non ha ancora del tutto archiviato il berlusconismo si sta chiedendo forse da giorni se e cosa ci sia di occulto in quei sorrisi e in quella ritrovata convergenza. Massimo Giannini prova a spiegarcelo.

Si parla di correzioni al disegno di legge anti-corruzione, con l’introduzione di nuovi reati (corruzione privata, traffico d’influenza), ma accompagnata dalla soppressione di altri più gravi (concussione). Si ipotizzano opportune modifiche al disegno di legge sulla responsabilità civile dei magistrati, ma accompagnate dall’insensato rilancio della legge-bavaglio sulle intercettazioni. Segnali contraddittori, che fanno pensare. E ancora una volta fanno sospettare. Siamo di nuovo davanti a un Grande Ricatto, che presuppone un Grande Baratto? Il Cavaliere è pronto a rinunciare alla “vendetta” contro le toghe, in cambio di un’ultima norma su misura che lo salvi dal processo Ruby?

Le coppie gay hanno diritto a una vita familiare

Lo afferma la Cassazione in una sentenza depositata oggi.

Le coppie omosessuali, se con l’attuale legislazione “non possono far valere il diritto a contrarre matrimonio né il diritto alla trascrizione del matrimonio celebrato all’estero”, tuttavia hanno il “diritto alla ‘vita familiare'” e a “vivere liberamente una condizione di coppia” con la possibilità, in presenza di “specifiche situazioni”, di un “trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata”. La sentenza di oggi della Cassazione è importantissima: fa una fotografia della realtà delle coppie lesbiche e gay, stabilendo che anche per le coppie gay devono valere gli stessi diritti assicurati dalla legge a qualsiasi coppia eterosessuale. Ormai sono diverse le istituzioni politiche, come il Parlamento Europeo, o giurisdizionali come la Cassazione, che delineano come l’assenza di leggi in Italia rappresenti un vuoto da colmare e stabiliscono principi di pari diritti.

Un Paese a #corruzionezero

Sabato scorso ero a Canossa, in provincia di Reggio Emilia, dove si è svolta la prima Assise nazionale contro la Corruzione, convocata da Pippo Civati e dagli amici di Prossima Italia, e che è stata ispirata dal giurista Stefano Rodotà, presente all’iniziativa, che l’aveva proposta per la prima volta una ventina d’anni fa, prima di Tangentopoli. Un’iniziativa necessaria che dovrebbe essere ripetuta più spesso essendo la corruzione una patologia ormai endemica del nostro sistema politico – amministrativo che si è diffusa non solo per una preoccupante regressione dell’etica pubblica e dell’etica della responsabilità ma anche perché sono venuti meno gli anticorpi sociali e culturali che avrebbero dovuto contrastarla. Tanti gli interventi nel corso della giornata. Professori universitari, magistrati, politici, giornalisti, semplici cittadini si sono succeduti e innumerevoli sono state le proposte emerse da un dibattito conviviale e costruttivo, come mai se ne vedono nei talk show di approfondimento politico, per mitigare gli effetti catastrofici delle “tre C” che hanno devastato il nostro Paese: Corruzione, Clientelismo e Conflitto d’interessi.

  1. Ratificare la convenzione europea del ’99 che introduce i reati di autoriciclaggio, di corruzione tra privati, di interferenza illecita negli affari privati e la revisione del falso in bilancio;
  2. Riformare l’istituto della prescrizione: da un lato sospendendola una volta avviato il processo, dall’altro stabilendo un termine tale che non impedisca di portare a sentenza il processo;
  3. Riformare il sistema sanzionatorio: prevedendo non solo l’innalzamento della pena minima – perché è il carcere il primo deterrente – ma anche la possibilità che il condannato risarcisca fino a quattro volte il danno arrecato. Prevista, come per i mafiosi, anche l’ipotesi della confisca dei beni;
  4. Riformare la politica dei rimborsi e dei finanziamenti pubblici/privati ai partiti e alle fondazioni: con l’ausilio delle nuove tecnologie deve essere immediata e sempre possibile la verifica delle entrate e delle uscite, la conoscenza delle fonti e dei destinatari delle transazioni. Su un unico sito internet gestito da un ente terzo autonomo ed indipendente devono essere registrate tutte le operazioni e tutti i movimenti di cassa rispetto alla soglia dei 500 euro. Prevedere, inoltre, un tetto massimo di finanziamento che può essere erogato dai privati;
  5. Disciplinare le cause di ineleggibilità che inibiscano la candidatura e comportino l’automatica decadenza dalle funzioni di rappresentanza politica ad ogni livello dei condannati in via definitiva per i delitti contro la pubblica amministrazione;
  6. Eliminare i doppi incarichi e contrastare gli episodi di familismo a ogni livello. Istituire un’anagrafe, anche tributaria, degli eletti e dei principali dirigenti dell’amministrazione pubblica, a livello locale e nazionale;
  7. Sugli appalti si gioca la partita più delicata e sensibile, anche a causa delle costanti e note infiltrazioni mafiose, a tutti i livelli. Occorre assicurare, anche con l’aiuto di internet, la massima trasparenza ai processi di aggiudicazione delle gare. Pubblicando, sul sito internet dell’ente pubblico, le consulenze e le collaborazioni, per appalti e subappalti, per limitare i conflitti d’interesse nonché incentivare la nascita di stazioni uniche appaltanti dotate di adeguate strutture e professionalità. Promuovere, poi, la nascita di “white lists” di operatori economici dotati dei necessari requisiti di moralità professionale e condizionare l’aggiudicazione degli appalti – anche nel privato – al rispetto di requisiti quali la conoscenza della composizione della compagine societaria, con il casellario giudiziale dei titolari e dei soci, dei bilanci dell’ultimo anno di attività, e l’elenco di tutti i fornitori e subappaltatori;
  8. Dare ulteriori strumenti alla Corte dei Conti affinché espleti ancora meglio alle sue funzioni di controllo, prevedendo, infine, un Osservatorio sul rischio corruzione che miri ad un censimento dei casi emersi e ne analizzi le dinamiche e le peculiarità al fine di avere una banca dati nazionale che rappresenti uno strumento per la predisposizione di ancora più innovative riforme per il contrasto del fenomeno.

Oggi la corruzione, si dice, costa all’Italia circa 60 miliardi di euro. Una cifra spaventosa che aumenta vertiginosamente se considerassimo nelle stime anche l’evasione fiscale – stimata in 120 miliardi di euro – e il fatturato annuo della criminalità organizzata – valutato in 150 miliardi di euro. Con l’adozione delle misure sopra indicate la corruzione sarebbe sconfitta nel nostro Paese? Non lo sappiamo, ma certamente sarebbero e dovrebbero essere misure indispensabili per un Paese che vuole tornare a fare dell’uguaglianza e della legalità i suoi principali pilastri morali sui quali ricostruire il proprio “pantheon dei diritti”.

P.s.: La Carta di Pisa – il codice etico per promuovere la cultura della legalità e della trasparenza negli enti locali – proposta da Avviso Pubblico; la Proposta di Legge sulla Corruzione avanzata dal Fatto Quotidiano; il decalogo in dieci punti di Marco Travaglio.

Le carceri italiane: discariche dei rifiutati?

A metà novembre, quando la discussione sugli istituti penitenziari non riempiva le pagine dei giornali come sta accadendo attualmente, pur essendo cronica e storica l’emergenza umanitaria che caratterizza questi non-luoghi, ho scritto le seguenti riflessioni per il periodico politico e culturale “Cercasi un Fine”, dal nome dell’omonima associazione che opera nell’ambito della formazione civica nella Provincia di Bari.

“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Umanità e Rieducazione. Sono queste le pietre miliari, consegnateci dal secondo comma dell’art. 27 della nostra Costituzione, sulle quali si sarebbe dovuto edificare il Sistema Penitenziario del nostro Paese. La verità è, purtroppo, un’altra. Ossia quella di uno Stato che, negli ultimi decenni, sempre più, si è plasmato come un Giano bifronte: da un lato la rappresentazione fittizia del nostro Tempo in cui si sono celebrati il culto dell’individualismo e la teorizzazione dell’estetica; dall’altro, l’occultamento, rigoroso e scrupoloso, di tutte quelle realtà “infernali”, come le carceri italiane, col precipuo fine di evitare l’assunzione di consapevolezza da parte di chi è “fuori” rispetto a ciò che accade “dentro”. Perché, per le numerose “anime perse”, non bastano, evidentemente, secondo la vigente e rozza morale pubblica, le condanne rilasciate dai magistrati: è necessaria l’indifferenza assoluta per chi ha nuociuto alla Società.

I detenuti, forse, non sono una categoria che ispira simpatia, ma anche loro, come tutti gli esseri umani, hanno diritto ad un trattamento dignitoso. Il Consiglio d’Europa e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, infatti, proprio per l’affollamento carcerario che ci vede agli ultimi posti in Europa, sono intervenuti più volte per censurare lo stato di detenzione nelle carceri italiane. Il primo ha previsto degli standard minimi da rispettare, dai quali l’Italia appare ancora lontanissima; la seconda ha già condannato più volte l’Italia per violazione dei diritti umani.

Analizziamo, ora, pertanto, i dati che ci raccontano il degrado in cui versano i nostri sistemi penitenziari. Per questa disamina ci riferiremo all’annuale rapporto sulle condizioni di detenzione presentato dall’Associazione Antigone. I 206 istituti penitenziari hanno una capienza regolamentare di 45.817 persone, ma, al 30 settembre 2011 (tutte le statistiche che sono state riportate nel dossier e a cui noi facciamo riferimento sono rispetto a questa data), sono rinchiuse 67.428 persone, 21.611 in più rispetto alla soglia minima. Le donne presenti sono 2.877, gli stranieri 24.401. I detenuti in attesa di primo giudizio, cioè quelli che sono sottoposti all’istituto della custodia cautelare, sono 14.639; dei 37.376 detenuti con condanna definitiva al 30 giugno 2011 il 26,9% ha un residuo pena fino ad un anno, il 61,5% fino a tre anni; 32.991 sono le persone ristrette per reati contro il patrimonio, 28.092 per reati previsti dalla legge sulle droghe, 6.438 per associazione di stampo mafioso, 1.149 per reati legati alla prostituzione; le persone in misura alternativa erano 18.391, di cui 9.449 in affidamento in prova ai servizi sciali, 887 in Semilibertà e 8.055 in detenzione domiciliare.

Oltre 28 mila persone rinchiuse a causa della “legge sulle droghe”, ossia la Fini – Giovanardi, a causa della quale – dice Patrizio Gonnella, Presidente di Antigone – “entrano in carcere persone pericolose soltanto verso se stesse. Il 37 per cento di chi è in galera ha violato questa legge. La media europea è del 15-18 per cento. Se si aggiunge la ex Cirielli sulla recidiva, i piccoli spacciatori ricevono pene più severe senza la possibilità di misure alternative”.

Ecco il vero nocciolo di tutta la questione: le misure alternative, come documentano i numeri, sono scarsamente concesse. Solo 9500 persone, infatti, sono affidate ai servizi sociali e messe nella condizione di essere “rieducate alla socialità e alla società”. Sicuramente una concausa sarà la mancanza di fondi e di risorse strutturali per poter implementare questa possibilità, ma, temiamo, manchi, a volte, proprio quell’Umanità, di cui parla la nostra Costituzione, da parte di chi opera in questi delicatissimi ambiti. E umanità fa rima, d’altronde, con carità. Senza carità – si legge nel Vangelo – “non siamo niente”. E nullità siamo, forse, diventati. Come giudicare, altrimenti, la quasi assoluta indifferenza rispetto agli oltre 160 decessi dall’inizio dell’anno, di cui 59 per suicidio? E rispetto ai circa 100 suicidi di agenti penitenziari dal 2000 ad oggi proprio per l’impossibilità di lavorare dignitosamente? E della quasi e sola compassione con cui sono state affrontate le vicende dei pestaggi, da parte di agenti “infedeli”, che negli ultimi anni e settimane hanno comportato la morte di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi e Cristian De Cupis?

Umanità fa rima, poi, con Dignità. Quella che viene negata a chi convive con altre sei persone in spazi che sarebbero idonei per la metà di loro. Il Piano Carceri, più volte annunciato dall’ultimo governo “dimissionato”, è rimasto sulla carta. Questo prevederebbe un aumento di posti letto per circa mille unità (in esubero, però, ci sono quasi 22 mila persone!) quando ci sarebbe, preventivamente, da riqualificare le centinaia di carceri fantasma, ossia tutti quegli istituti che negli ultimi vent’anni sono stati costruiti (spesso ultimati), a volte anche arredati e vigilati, rimasti inutilizzati o sotto utilizzati o, peggio, in totale d’abbandono.

Anche in Puglia. Dove tra la Provincia di Bari e quella di Foggia diverse sono le strutture che rientrano in questa “speciale classifica di spreco e di abbandono”, senza trascurare l’indice di affollamento che è il più alto in Italia: 183%. Umanità fa rima, infine, pure con Libertà. E, come scrisse Cesare Beccaria, “non vi è libertà ogni qualvolta le leggi permettono che, in alcuni eventi, l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa”.

Il contrassegno della Siae è illegale

Guido Scorza ci spiega perchè e soprattutto quanto ora la Siae dovrà rimborsare a tutti quegli autori ai quali ha estorto impropriamente ed indebitamente non pochi denari negli ultimi anni.

Ora toccherà ai giudici tributari che, di recente, la Corte di Cassazione ha ritenuto competenti in materia, data, appunto, la natura di “balzello” dell’obbligo di apposizione del contrassegno, decidere se – come appare ovvio e ragionevole a chiunque – Siae dovrà, finalmente, restituire il maltolto ovvero il fiume di denaro – una media di circa dieci milioni di euro all’anno – illegittimamente incassati tra il 2000 ed il 2009, anno nel quale – in modo del tutto incomprensibile – il Governo ha deciso di reintrodurre nel nostro Ordinamento l’obbligo di apposizione del contrassegno e, conseguentemente, di pagamento dell’odioso balzello a Siae.

Prescrizione non è assoluzione

Nel giorno in cui il Ministro della Giustizia, Paola Severino, partecipando all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario, fa intendere che tra le riforme normative a cui sta lavorando per efficientare un sistema quasi in coma, non rientra o non dovrebbe rientrare quella sulla prescrizione. Una volta si diceva che a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Da oggi a qualche settimana, infatti, il noto “processo Mills” in cui l’ex premier B. è imputato per corruzione dovrebbe giungere a sentenza di primo grado, come nei prossimi mesi anche altri procedimenti penali dovrebbero giungere all’epilogo, ma il suo “braccio armato” è già attivissimo da giorni a lanciare avvelenate indicazioni all’esecutivo. Se si tocca la prescrizione, l’esecutivo va a casa. Peter Gomez ha spiegato il suo punto di vista:

In realtà in Italia accade una cosa diversa: spesso i reati si prescrivono quando ormai gli imputati sono stati individuati. Ci sono processi che saltano in primo grado, in appello e addirittura in Cassazione. Tutto viene cancellato quando già polizia e magistrati hanno consumato molti soldi pubblici ed energie per identificare i presunti colpevoli: un’assurdità. All’estero questo non accade. In Germania, per esempio, una volta che c’è stata la prima sentenza, la prescrizione è definitivamente interrotta. Negli Stati Uniti muore addirittura il giorno del rinvio a giudizio. Certo, i problemi della giustizia penale italiana, non sono tutti qui. Ci sono troppe leggi, troppi reati, troppi tribunali, una procedura farraginosa, ci sono carenze di organico e di personale. Ma chiunque abbia seguito qualche dibattimento ed è in buona fede dovrebbe sapere che qualsiasi riforma è destinata a fallire se non si interviene sulla prescrizione, incentivando così i riti alternativi.

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