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Barca: “La coesione territoriale è modernità”

A Bruxells, nei giorni scorsi, si è tenuta una riunione importante che aveva per oggetto il nuovo bilancio comunitario, per il periodo 2014-2020. Per il nostro Paese ha partecipato Fabrizio Barca, ministro alla coesione territoriale, il miglior ministro del Governo Monti, di cui avevo scritto già in questa occasione. Dalla sua pagina facebook si legge che:

2 miliardi di euro aggiuntivi per la politica di coesione, di cui 500 milioni per le aree rurali delle regioni italiane meno sviluppate del Mezzogiorno e oltre 400 milioni per il nuovo fondo per l’occupazione giovanile in larga misura nel Sud. Una percentuale su tutte: rispetto al bilancio 2007-2013, nel bilancio 2014-2020, frutto dell’accordo di oggi tra i capi di Stato e di Governo, la dotazione sul fronte coesione aumenta dell’1% a prezzi costanti mentre il pacchetto globale Ue vede un calo all’incirca del 9%.

Bisogna riprogettare il lavoro, ripensare alle condizioni sociali culturali e politiche che lo determinano. Oggi nefaste perché lo condizionano pesantemente causando il dramma della disoccupazione che conosciamo. Se questi fondi, pertanto, non saranno sprecati, come ci si augura, il Mezzogiorno potrebbe davvero ripartire.

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“Stagione costituente”? No, costituzionale

Lo afferma, in questa lettera da leggere, Gustavo Zagrebelsky.

Chi è, infatti, il vero antipolitico? Non serve a nulla l’anatema. Serve solo la buona politica. Non bastano le parole, quelle parole che si possono pronunciare a basso costo; parole banali anch’esse, che non vogliono dire nulla perché non si potrebbe che essere d’accordo. Nella politica, che è il luogo delle scelte e delle responsabilità, dovrebbe valere la regola: tutte le parole che dicono ciò che non può che essere così, sono vietate. Non vogliono dire nulla riforme, moralità, rinnovamento, innovazione, merito, coesione, condivisione, giovani, generazioni future, ecc.: vuota retorica del nostro tempo che tanto più si gonfia di “valori”, tanto più è povera di contenuti. Chi mai direbbe d’essere contro queste belle cose? I cattivi costumi si combattono con buoni costumi. Le leggi servono a colpire le devianze, ma nulla possono quando la devianza s’è fatta normalità. Prima di cambiare le leggi, occorre cambiare se stessi e, per cambiare se stessi, non occorre alcuna legge. Per chiedere rinnovata fiducia, occorrono Atti di Contrizione, segni concreti di discontinuità, non “segnali”, come si dice per dissimulare l’inganno. Dove trovare l’ideale d’una società giusta, che meriti che si mettano da parte gli egoismi e i privilegi particolari, che ci renda possibile intravedere una società in cui noi, i nostri figli e i figli dei nostri figli, si possa vivere in libertà e in giustizia? È sorprendente che non si pensi che questo ideale, questo punto d’appoggio c’è, ed è la Costituzione. Altrettanto sorprendente è che non si dia significato all’entusiasmo che accoglie, tra i giovani soprattutto, ogni discorso sulla Costituzione, sul suo significato storico e sul valore politico e civile attuale. Non viene in mente a nessuno che il nostro Paese avrebbe bisogno, piuttosto, di una “Stagione Costituzionale” e che chi facesse sua questa parola d’ordine compirebbe un atto che metterebbe in moto fatti, a loro volta produttivi d’idee, anzi d’ideali?

L’Alba di un nuovo giorno

Si chiamerà Alba – Alleanza per il Lavoro, i Beni comuni e l’ Ambiente – il “Nuovo Soggetto Politico” lanciato nelle settimane scorse da alcuni storici, giuristi e intellettuali, mediante un Manifesto. E’ stato deciso oggi a Firenze, nella prima assemblea nazionale convocata in fretta e furia, che a quanto pare ha visto una buonissima partecipazione. Tra i promotori più brillanti c’è lo storico anglosassone naturalizzato italiano Paul Ginsborg, il quale, in questa intervista, evidenzia le caratteristiche principali che dovrebbe avere questo nuovo soggetto che dovrà crearsi dal basso, in modo partecipato e trasparente, in cui dovranno esaltarsi prima di tutto le varie soggettività che vi vorranno aderire, ciascuna con una propria diversità, per un modello realmente inclusivo e democratico.

La cosa più importante è la questione della diffusione del potere, del partito centralizzat. L’ idea sarebbe di non centralizzare il partito, ma di spostare  un’amministrazione molto leggera del soggetto politico, in modo che non ci sia un posto dove c’è la concentrazione del potere. E poi bisogna cercare di lasciare veramente grandi spazi autonomi a quella che una volta veniva chiamata la periferia. Abbiamo detto: non partiamo per fare una cosa della società civile, ma partiamo per fare un soggetto politico nel campo di un nuovo spazio pubblico allargato, in grado di tenere insieme la partecipazione e il palazzo, la democrazia rappresentativa e quella partecipativa. Secondo me un’idea come la nostra cresce o muore sull’entrata in campo di una nuova generazione. O una nuova generazione, malgrado le condizioni di scoraggiamento, depressione, frustrazione che serpeggia fortissimamente, prende in mano la cosa, entra in scena, oppure noi non ce la facciamo di sicuro.

Per capire meglio da dove nasce quella che potrebbe diventare presto la scenografia di una rivoluzione culturale e politica, riporto una sintesi dell’approfondito Manifesto che è stato redatto, in modo tale da evidenziare chiaramente gli aspetti innovativi.

Si rompe con il modello novecentesco del partito, introducendo nuove regole e pratiche: trasparenza non segretezza, semplicità non burocrazia, potere distribuito non accentrato, servizio non carrierismo, eguaglianza di genere non enclave maschili, direzione e coordinamento collettivo e a rotazione, non di singoli individui carismatici; si rompe con questo modello neo liberista europeo che vuole privatizzare a tutti i costi, che non ha alcuna cultura dell’eguaglianza, che minaccia a morte lo stato sociale, la dignità e sicurezza del lavoro. Si insiste invece sulla centralità dei beni comuni, la loro inalienabilità, la loro gestione democratica e partecipata; si rompe con la visione ristretta della politica, tutta concentrata sul parlamento e i partiti. Si lavora invece per un nuovo spazio pubblico allargato, dove la democrazia rappresentativa e quella partecipata lavorano insieme, dove la società civile e i bisogni dei cittadini sono accolti e rispettati; si riconosce l’importanza della sfera dei comportamenti e delle passioni, rompendo con le pratiche mai esplicitate ma sempre perseguite dal ceto politico attuale: la furbizia, la rivalità, la voglia di sopraffare, il mirare all’interesse personale. Al loro posto mettiamo l’inclusività, l’empatia, la mitezza coniugata con la fermezza.

Quanto proposto, pertanto, da questo Nuovo Soggetto Politico mi invita a ricordare, infine, per una riflessione che sia quanto più oggettiva e costruttiva possibile, l’intervista rilasciata qualche giorno fa da Gustavo Zagrebelsky, Presidente emerito della Corte Costituzionale.

C’è chi pensa a una democrazia senza partiti, per esempio alla cosiddetta democrazia telematica, che a me pare un’illusione. La democrazia è invece un fuoco lento ma costante che si alimenta di socialità e partecipazione. Ora, la critica ai partiti è antipolitica, se è indirizzata a farne a meno; è altamente politica, se è rivolta a chiedere loro, a incalzarli, a farli arrabbiare perfino, affinché si scuotano, si aprano, congedino coloro che non hanno più nulla da dire, diano un segno ideale della loro presenza, ritornino a essere attrattivi. Tante cose si tengono insieme. Per esempio il sistema elettorale. Il finanziamento, così com’è, è funzionale all’organizzazione oligarchica, centralizzata e priva di controlli dei partiti; a sua volta, il sistema elettorale è diventato un sistema legale di cooptazione: finanziamento ed elezioni, così come sono organizzati, convergono in un esito comune, lo svuotamento della democrazia in basso e la concentrazione del controllo politico in alto.

L’appello di Libertà e Giustizia

Il nuovo appello di Gustavo Zagrebelsky, Presidente onorario di Libertà e Giustizia, alla politica affinchè abbia la forza di autoriformarsi sulla spinta di chi prova a farla onestamente e appassionatamente dall’interno delle istituzioni e dei partiti e che non può più tollerare il degrado morale e civico che si è diffuso, purtroppo, ormai senza alcuna discontinuità, in tutti i partiti. A questi cittadini “impegnati” è richiesto un atto di coraggio. Un atto di amore democratico e di rigurgito civile. Denunciare il marcio che corrode le fondamenta e bonificare la politica. Non è facile. Si rischia di venire isolati o di venire espulsi per aver fatto il proprio dovere, per essere state persone pulite e genuine. Ma occorre un intervento di chirurgia etica. Per restituire un’estetica e una dignità alla politica. Abbiamo perso, tutti, fin troppo tempo. E non possiamo permetterci di perderne altro.

Oggi, quando la distanza tra i cittadini e i partiti non è mai stata così grande, proprio oggi è urgente un’opera di riconciliazione nazionale con la politica. Forse, il maggiore tradimento perpetrato dalla nostra “classe dirigente” nei confronti della democrazia, è consistito nell’aver reso la politica un’attività non solo non attrattiva ma addirittura repulsiva e di aver respinto nell’apatia soprattutto le generazioni più giovani, proprio quelle dove si trova la riserva potenziale di moralità e impegno politico di cui il nostro stanco Paese ha bisogno. Gli scandali e le ruberie in un partito si riverberano in colpe di tutti i partiti. La percezione è che nel tempo si sia creato un sistema di connivenze e omertà, rotto occasionalmente solo dall’esterno, dalle inchieste giudiziarie o giornalistiche (da qui, la diffusa insofferenza per l’indipendenza della giustizia e dell’informazione). Questo sistema, prima che con le riforme legislative, può essere incrinato solo dall’interno. La connivenza può rompersi solo con la dissociazione e la denuncia. Le tante persone che, nei partiti e nella pubblica amministrazione avvertono la nobiltà della loro attività, escano allo scoperto, ripuliscano le loro stanze, si rifiutino di avallare, anche solo col silenzio, il degrado della politica. Come possiamo accettare che un parlamento tanto screditato qual è quello scaturito dalla legge elettorale attuale possa mettere mano alla Costituzione? I frutti sono il prodotto dell’albero. Nessuna speranza può esserci che i frutti siano buoni se l’albero è malato.

La laicità secondo Zagrebelsky

Il Presidente emerito della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, è stato a Bari, invitato dall’Associazione Link, e presso l’Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza, per una lectio magistralis sul tema, sempre attuale ed importante, della Laicità.

Quello che segue è l’articolo che ho scritto per Gobari.it

 

Una sentenza della Corte Costituzionale del 1989 sancisce il principio di laicità come “principio supremo della Costituzione” (non soggetto, quindi, a modifica nemmeno mediante processo di revisione costituzionale), che all’ art.7 dispone che lo Stato e la Chiesa siano indipendenti e sovrani ognuno nel proprio ordine. Lo Stato non può favorire nessuna chiesa né soggiogarsi alle logiche della religione che, a sua volta, non può avere lo Stato al suo servizio. Con queste premesse si è aperto l’incontro di Gustavo Zagrebelsky, Presidente emerito della Corte Costituzionale, con gli studenti – promosso dall’associazione universitaria Link, dall’associazione dei dottori di ricerca e dallo Uaar – tenutosi presso l’Aula Magna “Aldo Moro” della Facoltà di Giurisprudenza. Dopo i saluti e l’introduzione di Nicola Colaianni, ex magistrato e professore di Diritto Ecclesiastico, Zagrebelsky ha  rivolto subito la sua attenzione sulla storia della laicità, affermando che questa, in fondo, è nata con l’uomo e, specificatamente, quando questo ha iniziato ad avere un legame con la religione. Cita Thomas Mann e la sua opera “Giuseppe e i suoi fratelli” dove è scritto che la politica e la religione “si scambiano la veste”, nel senso che nascendo insieme, sono 2.000 anni che tentano di sopraffarsi a vicenda oppure di trovare dei punti di equilibrio. Ed è la storia dei concordati. E nonostante il Concordato del ’29 (stipulato in pieno fascismo) sia stato aggiornato proprio con la sentenza della Corte Costituzionale del 1989, resta oggi forte la sensazione di una Chiesa che con le sue attuali interferenze nella vita pubblica italiana violi il Concordato in vigore. “I concordati sono dunque degli armistizi che non hanno mai risolto appieno e in modo equanime il contenzioso bimillenario tra Stato e Chiesa”, dice l’ex magistrato. D’altronde lo Stato del Vaticano continua ad essere protagonista del nostro tempo proponendo soluzioni politiche di “salvezza” per la società nel suo insieme, agendo sullo stesso terreno in cui dovrebbe operare lo Stato. La Chiesa si è inserita nel vuoto della politica trovando ampissimi spazi, per la crescente quantità e rilevanza delle domande che le nostre società si trovano ad affrontare, anche a seguito dell’evoluzione scientifica. La laicità è indissociabile dalla modernità e dall’evoluzione del mondo, eppure oggi percepiamo il principio di laicità sotto tensione proprio per via della crescente pressione da parte della Chiesa cattolica nella sfera pubblica. Pressione che tuttavia sembra essere accettata di buon grado dalle istituzioni, dalla politica, dai cittadini. Ceto politico che è conscio del consenso che deriva dall’avere l’ appoggio delle alte sfere ecclesiastiche, e si lascia, pertanto, convocare, sedurre e ammonire, in virtù proprio delle ragioni di convenienza in essere. Convenienze reciproche. Bisognerebbe elaborare un’etica laica dei diritti che contempli la carità e sui quali lo Stato dovrebbe riedificarsi, con la consapevolezza che ciò che “è bene in una sfera, non è detto che sia bene anche nell’altra”. Perché – prosegue Zagrebelsky – se “lo Stato ha il principio della legalità da tutelare e da far osservare e la Chiesa, parimenti, con il principio della fede”, non si può accettare che “le democrazie liberali – evidentemente in crisi di identità e di moralità – non riescano più ad alimentare i principi etici sui quali si fondono”. Sollecitato anche dall’intervento del Prof. Colaianni sulla “vicenda del Crocifisso” che si scatenò tempo fa, rispetto alla possibilità che in nome della laicità fosse rimosso dai luoghi pubblici, proprio per non scalfire la dignità e la sensibilità di quanti non si riconoscevano nella religione cristiana diventata “religione civile per imposizione” del Principe, il Presidente emerito della Corte Costituzionale ha sostenuto che oggi i simboli sono diventati “prodotti della comunicazione” e che sono stati svuotati della loro ontologica valenza. Quando i simboli, per essere davvero e “veramente” tali, vanno oltre il tempo presente, cuciono il passato con il futuro e sono quegli elementi che oggettivamente creano un legame diffuso nella popolazione. In caso contrario, infatti, non si dovrebbe parlare di simboli o segni, ma soltanto di oggetti materiali che rischiano di testimoniare soltanto i dettami di una propaganda.  “Le nostre società laicizzate”, infine, per l’illustre ospite, “se fossero portatrici delle risorse morali sufficienti per fondare un’unità durevole non subirebbero il ricatto clericale e, invece di cercare di darsele, dovrebbero riconoscere umilmente la loro minorità di fronte alla religione cattolica. Per evitare, pertanto, di permanere nella condizione di inquinamento clericale della politica, bisognerebbe – concludendo – ripartire da un patto serio, leale e corresponsabile come il Concordato”.

Democrazia in crisi, società civile anche

Sulla crisi della democrazia, non mi pare che ci sia molto da dire, in più di quel che sappiamo. Se non bastasse la realtà di cui tutti facciamo esperienza nei piccoli e grandi rapporti di vita quotidiana – prima ancora che nella vita delle istituzioni – , ci sono studi ponderosi che parlano della democrazia odierna nella luce spettrale di un “totalitarismo capovolto”.
Si elaborano griglie concettuali per “misurare” le democrazie esistenti, e ciò meno per rilevare progressi, e più per attestare regressi verso il punto-zero al di là del quale, di democratico, resta la forma ma non la sostanza. Ritornano antiche immagini biologiche delle società, paragonate ai corpi naturali viventi che, come nascono, sono destinati a morire. Nulla, nelle opere degli uomini è eterno e così, oggi, quest’idea del ciclo vitale si applica alla democrazia.

La caduta dei totalitarismi del secolo scorso sembrava avere aperto l’èra della vittoria della democrazia su ogni altra forma di governo degli uomini. Dalla seconda metà del secolo XX, si cominciò a mettere tutte le concezioni e le azioni politiche in rapporto con la democrazia, diventata quasi un concetto idolatrico comprensivo di tutte le cose buone e belle riguardanti gli Stati e le società, in tutte le loro articolazioni, dalla famiglia, al partito, al sindacato, alle Chiese, alla comunità internazionale. Questa connotazione positiva era un rovesciamento di antiche convinzioni. Fino allora, la democrazia era stata associata all’idea della massa senza valore, egoista, arrogante, faziosa, instabile e perciò facile preda dei demagoghi. Il giudizio negativo di Platone fece scuola nei secoli: la democrazia come regime in cui il popolo ama adularsi, piuttosto che educarsi: «Un tal governo non si dà alcun pensiero di quegli studi a cui bisogna attendere per prepararsi alla vita politica, ma onora chiunque, per poco che si professi amico del popolo».

Oggi, nel senso comune, non c’è un ri-rovesciamento a favore di concezioni antidemocratiche. C’è piuttosto un accantonamento, un fastidio diffuso, un “lasciatemi in pace” con riguardo ai discorsi democratici che, sulla bocca dei potenti, per lo più puzzano di ideologia al servizio della forza e, nelle parole dei deboli, spesso suonano come vuote illusioni. Non c’è bisogno di consultare la scienza politica per incontrare sempre più frequentemente una semplice domanda – «democrazia: perché?» – , una domanda che, solo a formularla, suona come espressione del disincantamento a-democratico del tempo presente e mostra tuttavia l’oblio di una durissima verità: che, salve le differenze esteriori, prima della democrazia c’è stata una dittatura e, dopo, ce ne sarà un’altra.

Che bisogno c’è oggi, in effetti, di democrazia? Con questa domanda, ci spostiamo dalla parte della “società civile”. È lì la sua sede, il luogo della sua forza o della sua debolezza.
Nel senso in cui se ne parla correntemente oggi, la società civile è il luogo delle energie sociali che esprimono bisogni, attese, progetti, ideali collettivi, perfino “visioni del mondo”, che chiedono di manifestarsi e trasformarsi in politica. Chiedono di prendere parte alla vita politica e di esprimersi nelle istituzioni: chiedono cioè democrazia.

Se la società si spegne, cioè si ripiega su se stessa e sulle sue divisioni corporative, essa diviene incapace di idee generali, propriamente politiche, e il suo orizzonte si riduce allo status quo da preservare, o alle tante posizioni particolari ch’essa contiene – privilegi grandi e piccoli, interessi corporativi, rendite di posizione – da tutelare.

Basta allora l’amministrazione dell’esistente; cioè la tenuta dell’insieme e la tutela dell’ordine pubblico: in altre parole, la garanzia dei rapporti sociali de facto. Di fronte a una società politicamente inerte può ergersi soltanto lo Stato amministrativo che si preoccupa di sopravvivenza, non di vita; di semplice, ripetitiva e, alla lunga, insopportabile riproduzione sociale.

Ma, se questo – la sopravvivenza – è il mandato dei governati ai governanti, ciò che occorre è soltanto un potere esecutivo forte e un apparato pubblico almeno minimamente efficiente. Non c’è bisogno di politica e, con la politica, scompare anche la democrazia. Infatti, mentre ci può essere politica senza democrazia, non ci può essere democrazia senza politica. Non avendo nulla di nostro che vogliamo realizzare, tanto vale consegnarci nelle mani di un qualche manovratore e, per un po’, non pensarci più.

Con queste considerazioni, si spiega l’orientamento che a poco a poco prende piede, a favore di un ri-disegno dei rapporti tra i poteri costituzionali, con l’esecutivo predominante sugli altri. L’investitura popolare diretta del capo, depositario d’un potere tutelare illimitato, contrariamente all’apparenza di parole d’ordine come innovazione, trasformazione, riforme, decisione, ecc. è perfettamente funzionale alla sconfitta della politica democratica, cioè della politica che trae alimento dalla vitalità della società civile.

Non solo: più facilmente, sarà funzionale alla sconfitta della politica tout court e alla vittoria della pura amministrazione dell’esistente, cioè alla cristallizzazione dei rapporti sociali esistenti. Di per sé, il pericolo non è l’autoritarismo, anche se può facilmente diventarlo, le volte in cui si tratta di cancellare o reprimere istanze politiche non integrabili nell’amministrazione dell’esistente. Il pericolo immediato è la garanzia della stasi, cioè la decomposizione ulteriore della nostra società in emarginazioni, egoismi, ingiustizie, illegalità, corruzione, irresponsabilità.

Se non si tratta necessariamente di autoritarismo, non è nemmeno un semplice ammodernamento della Costituzione. L’impianto su cui questa è stata consapevolmente costruita è quello di una società civile che esprime politica, a partire dai diritti individuali e collettivi, per concludersi nelle istituzioni rappresentative, con i partiti come strumenti di collegamento. Questa costruzione costituzionale, però, è soltanto un’ipotesi. I Costituenti, nel tempo loro, potevano considerarla realistica. I grandi principi di libertà, giustizia e solidarietà scritti nella prima parte della Costituzione, allora tutti da attuare, segnavano la via lungo la quale quell’ipotesi avrebbe trovato la sua verifica storica. La società italiana, o almeno quella parte della società che si identificava nei partiti, poteva darle corpo.

Si può discutere se e in che misura questo corpo sia stato fin dall’inizio deformato dalla “partitocrazia” e se, quindi, le istituzioni costituzionali siano diventate uno strumento di affermazione più di partiti, che della società civile, tramite i partiti. Tutto questo è discusso e discutibile. C’erano comunque istanze politiche che chiedevano accesso alle istituzioni. La democrazia costituzionale si è costruita su questa ipotesi, che per un certo tempo ha corrisposto alla realtà. Ora, siamo come a un bivio.

La strada che si imboccherà dipende dall’attualità o dall’inattualità di quell’ipotesi. Noi non contrasteremo le deviazioni dall’idea costituzionale di democrazia soltanto denunciandone l’insidia e i pericoli, cioè parlandone male. In carenza di una sostanza – cioè di istanze politiche venienti da una società civile non disposta a soggiacere a un potere che cala dall’alto – perché mai si dovrebbero difendere istituzioni svuotate di significato? Le istituzioni politiche vitali sono quelle che corrispondono a bisogni sociali vivi. Se no, risultano un peso e sono destinate a essere messe a margine.

Qui si innesta il compito della società civile, nei numerosissimi campi d’azione che le sono propri, e delle sue tante organizzazioni che operano spesso ignorate e sconosciute, le une alle altre. La formula di democrazia politica che la Costituzione disegna è per loro. La sua difesa è nell’interesse comune. Non c’è differenza, in questo, tra le associazioni che operano per la promozione della cultura politica e quelle che lavorano nei più diversi campi della vita sociale. C’è molto da fare per unire le forze.

E c’è molto da chiedere a partiti politici che vogliano ridefinire i loro rapporti con la società civile: innanzitutto che ne riconoscano quell’esistenza che troppo spesso è stata negata con sufficienza, e poi si pongano, nei suoi confronti, in quella posizione di servizio politico che, secondo la Costituzione, è la loro.

Democrazia in crisi, società civile anche, Gustavo Zagrebelsky

Quando il potere teme la verità


Sono venute a galla, finalmente, due questioni che riguardano, l’una, la verità e, l’altra, la moralità nella vita pubblica. Sono questioni che oggi particolarmente toccano un uomo alle prese con l’affannosa gestione davanti alla pubblica opinione di uno sdoppiamento, tra la realtà di ciò che effettivamente egli è e fa e la rappresentazione fittizia che ne dà, a uso del suo pubblico. Siamo di fronte a una novità? Possiamo credere sia un caso isolato? Via! La menzogna e l’ipocrisia, alla fine la schizofrenia, sono sempre state compagne del potere.

Questa constatazione realistica può chiudere il discorso solo per i nichilisti, i quali pensano a un eterno nudo potere, che volta a volta, si presenta in forme esteriori diverse, ma sempre e solo per coprire la sua immutabile, disgustosa, realtà. Per gli altri, quelli che credono che il potere non necessariamente sia sempre solo quella cosa lì, ma che si possa agire, oltre che per conquistarlo, anche per cambiarlo; per quelli, in breve, che credono che vi siano diversi possibili modi di concepire e gestire le relazioni politiche, verità e menzogna, moralità e ipocrisia sono dilemmi su cui si può e si deve prendere posizione.

Vizi e virtù cambiano, anzi si scambiano le vesti, a seconda di quali siano le concezioni del vivere comune. I vizi possono diventare virtù e le virtù, vizi. Onde possiamo dire che da come li si concepisce capiamo che idea abbiamo della nostra convivenza. C’è qui una spia che permette di guardare nello strato profondo, magari inconscio, delle nostre concezioni politiche. Nelle Istorie fiorentine (III, 13), Machiavelli dice che i mezzi del potere sono “frode e forza” e che “quelli che per poca prudenza o per troppa sciocchezza, fuggono questi modi, nella servitù sempre e nella povertà affogano; perché i fedeli servi sempre sono servi, e gli uomini buoni sempre sono poveri; né mai escono di servitù se non gli infedeli e audaci, e di povertà se non i rapaci e fraudolenti”. Buone massime di comportamento, ma per il Principe in società di servi e padroni: qui davvero le virtù diventano vizi e i vizi, virtù.

La verità, il rispetto dei “bruti fatti”, è la virtù di coloro che si intendono e vogliono intendersi tra loro; al contrario, quando il proposito non è l’intesa ma la sopraffazione, la virtù non è più la verità ma è la menzogna, la simulazione di quel che è e la dissimulazione di quel che non è. La verità predispone al dialogo in cui ciascuno onestamente fa valere i propri punti di vista; la menzogna prepara inganni e, in risposta, giustifica altre simulazioni e dissimulazioni (Torquato Accetto, Della dissimulazione onesta – 1641), come arma di legittima difesa. Ne vengono società di maschere, mascheramenti e mascherate che nascondono violenza, come erano le società di cortigiani, venefici e tradimenti del 5 e ‘600 in cui l’elogio della malafede dei governanti ha trovato il suo terreno di coltura.

Gesù di Nazareth impartisce ai discepoli due comandamenti, all’apparenza contraddittori: «Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Mt 5, 36) e «siate avveduti (phronimòi) come serpenti» (Mt 10, 16). Da un lato, dunque, rispecchiare la verità, né più né meno; dall’altro, usare la lingua biforcuta del “più astuto tra tutti gli animali” (Gn 3, 1). Come si scioglie la contraddizione? In un modo molto interessante per la nostra questione. Il primo comandamento vale nei rapporti tra leali appartenenti alla stessa cerchia, in quel caso i credenti nella medesima parola di Dio (“avete inteso che fu detto …, ma io vi dico”). Il secondo vale quando le pecore (i discepoli) sono inviati in mezzo ai lupi, gli uomini dai quali devono “guardarsi” con accortezza.

Ecco, dunque. La verità vale tra amici; tra nemici è dissennatezza. Se riteniamo di non essere vincolati alla mutua obbligazione al vero, se riteniamo legittima la frode, la menzogna, l’inganno è perché viviamo nell’ostilità e i regimi dell’ostilità sono quelli inclini alla sopraffazione. Noi comprendiamo perciò lo scandalo che, purtroppo in altri Paesi e non nel nostro, dà l’uomo pubblico che è scoperto avere mentito, per questo solo fatto, magari su una questioncella da niente: uno scandalo non di natura morale o moralistica ma politico, che può portare alla rovina d’una carriera. Chi mente, non importa su che cosa, è un pericolo per la libertà e la democrazia. Oggi, da noi, si moltiplicano assennati appelli alla concordia e al dialogo, ma senza il parallelo, anzi preliminare, appello alla chiarezza della verità, sono parole destinate al vento.

Anche la questione della moralità conduce a un problema politico di democrazia. Si dice: il giudizio morale non deve influire sul giudizio politico. La politica si giudica con criteri politici; la moralità, con criteri morali. Un ottimo uomo pubblico può essere un pessimo individuo nel privato, col quale non si vorrebbe avere nulla da spartire. O viceversa: una persona dabbene può essere un pessimo politico, cui non vorremmo affidate responsabilità pubbliche. Gli ambiti sono diversi e devono essere tenuti separati. Lo Stato moderno è il prodotto della scissione dell’ufficio pubblico dalla persona fisica che lo ricopre. Il funzionario è, come tale, soggetto a particolari e stringenti doveri di moralità pubblica, della cui osservanza risponde pubblicamente. Ma la stessa persona, nel momento in cui è spogliato della sua funzione ritorna a essere uno come tutti, ha il diritto di essere lasciato in pace come un qualunque altro cittadino. La sua moralità è in questione solo di fronte alla sua coscienza, a Dio o al confessore.

Tutto questo è chiaro ma troppo semplice. I punti di interferenza sono numerosi, in un senso e nell’altro. Quando c’è interferenza, non si può negare l’esigenza di verità. Può accadere che la posizione pubblica sia spesa nella vita privata, oppure che i comportamenti privati si riverberino sulla posizione pubblica. Talora queste commistioni hanno rilievo per il codice penale. Ma molto spesso no. Non per questo non hanno rilievo politico. Esempio del primo tipo: la strumentalizzazione del “fascino del potere” per ottenere vantaggi nella vita privata. I favori sessuali attengono certamente alla vita privata. Ma altrettanto certamente ciò non basta a escludere il diritto dell’opinione pubblica di sapere se questi si ottengono facendo balenare o distribuendo favori, come solo chi occupa posizioni di pubblico potere può fare. Oppure, esempio del secondo tipo, lo stile di vita personale attiene certamente all’ambito privato che chiunque ha il diritto di definire come vuole. Ma se questo stile di vita contraddice i valori sociali e politici che si professano pubblicamente e si vogliono imporre agli altri, possiamo dire che questa ipocrisia sia irrilevante per un giudizio politico da parte dell’opinione pubblica?

Non è affatto questione di moralismo. Nessuno, meno che mai quella cosa che si denomina opinione pubblica, ha diritto di pronunciare sentenze morali, condannare peccati e peccatori. Chi mai gradirebbe un giudizio di questo genere sulle piazze o sui giornali? Non è questo il punto. Il punto è che in democrazia i cittadini hanno diritto di conoscere chi sono i propri rappresentanti, perché questi, senza che nessuno li obblighi, chiedono ai primi un voto e instaurano con loro un rapporto che vuol essere di fiducia. Devono poterli conoscere sotto tutti i profili rilevanti in questo rapporto. Ora, entrambe le interferenze tra pubblico e privato di cui si è detto convergono nel creare divisioni castali in cui la disponibilità del potere crea disuguaglianze, privilegi e immunità, perfino codici morali diversi, che discriminano chi sta su da chi sta giù. E questo non ha a che vedere con la democrazia? Non deve entrare nel dibattito pubblico? Così siamo ritornati al punto di partenza, il rapporto verità menzogna. Che questa immoralità tema la verità è naturale ed evidente. Anzi, proprio il rifiuto ostinato di renderla disponibile a tutti in un pubblico dibattito, motivato dalle temute ripercussioni sul rapporto di fiducia tra l’eletto e gli elettori, è la riprova che questa è materia di etica politica, non (solo) di moralità privata; è questione che tocca tutti, non (solo) famigliari, famigli, amici, clienti.


Quando il potere teme la verità, di Gustavo Zagrebelsky, Micromega, 17 luglio 2009

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