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10 milioni ad Europa 7

Per un paio d’anni non ne abbiamo saputo più niente del processo amministrativo in corso, temendo che alla fine oltre al danno per l’imprenditore Di Stefano ci fosse anche la beffa. Ieri, invece, la Corte europea dei Diritti umani ha condannato l’Italia ad un risarcimento di (soli) dieci milioni di euro per avergli impedito, da un decennio a questa parte, di trasmettere sulle frequenze (mai concretamente assegnate) che aveva legittimamente vinto dopo il bando che era stato pubblicato dal Governo Italiano ai tempi in cui Gasparri era Ministro delle Telecomunicazioni. Quando la classe politica fece il possibile e l’impossibile per impedire che Emilio Fede e Rete4 andassero sul satellite e che questa emittente ne occupasse le frequenze trasmettendo programmi sicuramente di diversa fattura. Di questa vicenda, infine, ne ho scritto diffusamente sin dall’inizio, anno 2008 circa. Qui, qui e qui i post dedicati ad Europa7 – ero ancora sull’altro blog – e al suo contenzioso con lo Stato Italiano da un lato e con Rete4/Mediaset dall’altro. Non crediamo che la vicenda sia conclusa definitivamente. Giudiziariamente e politicamente. E in attesa di conoscere le “puntate successive” resta il rammarico e l’amarezza nel constatare che, con soldi pubblici sprecati a grandi quantità, si continua a privilegiare una esigua ed avida oligarchia disinteressandosi completamente del bene comune degli italiani, in questo caso la pluralità e la correttezza dell’informazione.

 

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L’empatia nel giornalismo

Nel tempo dei social network moltissime professioni hanno dovuto cambiare i loro linguaggi e i loro glossari per cercare di essere quanto più possibili contemporanee. Una delle professioni che sicuramente, più di tutte, è stata travolta dalla rivoluzione copernicana dei social network è quella dei giornalisti. Non necessariamente quello più talentuoso su carta lo è anche sul web. Non necessariamente quello più credibile ed autorevole su carta lo è anche sul web. Per citare Jeremy Rifkin, che ne scrisse già un paio di anni fa, quella che viviamo è La Civiltà dell’Empatia. L’empatia come predisposizione ad entrare in contatto con i sentimenti e i pensieri del prossimo, tali da farlo sentire importante ed agente vero del cambiamento o semplicemente soggetto attivo consapevole e corresponsabile rispetto a quel che avviene. Non più insomma mero spettatore degli eventi o individuo passivo che subisce l’informazione. Bello, quindi, l’articolo di Severgnini.

L’autorevolezza di una testata o di una firma non bastano. Occorre capacità empatica: il cuore, da sempre, arriva dove la mente si ferma. Non perché sia migliore: segue semplicemente un’altra strada. L’empatia apre un canale di comunicazione; ed è un canale navigabile a doppio senso. Noi professionisti dei media dobbiamo intuire cosa vuole il pubblico? Certo. Non per dargli tutto ciò che vuole ma per capire come essere utili. Il giornalista più bravo del mondo, se nessuno lo legge/ lo ascolta, è il giornalista più inutile del mondo. È un atteggiamento che richiede umiltà e sforzo, e qualcuno non vuole farlo. È necessario, tuttavia. In sostanza: se i lettori passivi sono diventati attivi, al punto da meritare un nome nuovo (quale?), noi giornalisti dobbiamo coinvolgerli, e farli partecipi. Non per bontà: per interesse. L’empatia è un fascio di luce che taglia la foresta delle informazioni. Non è né buona né cattiva. Dipende da chi tiene in mano la torcia, e dove vuole portarci. Ma la vita non è una favola: alla fine, la direzione e la meta le scegliamo noi. L’empatia è la capacità di condividere gli stati d’animo. Una forma di intelligenza emotiva. Un dono naturale concesso a molti, ma non a tutti. Tra i fortunati, c’è chi lo coltiva e chi lo trascura.

“Ci avete rotto i polmoni”

Si chiama cosi il mio nuovo blog, che non sostituirà questo ma che si integrerà ulteriormente a questo, che ho avviato su Lettera43. Dove, naturalmente, parlerò di ambiente e di urbanistica. Con una panoramica orientata a tutto il Mezzogiorno, in particolare, con il solito intento di provare a raccontare un meridione che sa essere anche virtuoso e propositivo, capace ed artefice del proprio destino e del proprio futuro. Un Mezzogiorno, quindi, che vuole vivere da protagonista la Prossima Italia dove deve esistere un “Noi” sociale vitale e leale che restituisca dignità a un territorio martoriato da una cultura mafiosa ed omertosa che l’ha avvelenato per troppi decenni.

Ci avete rotto i polmoni per vent’anni con le vostre parole avvelenate con cui avete inquinato la morale pubblica.

Ci avete rotto i polmoni con le vostre convergenze mafiose in ragione delle quali avete fatto sprofondare il Paese nel pozzo della vergogna dove è insopportabile il puzzo dei vostri compromessi.

Ci avete rotto i polmoni con la vostra irresponsabilità e incapacità politica di saper interpretare e decodificare la realtà privandola della visione del futuro che le sarebbe propria.

Ci avete rotto i polmoni perché sono sessant’anni che siete complici nel processo di cementificazione e devastazione del Paese, con una miriade di paesaggi una volta incontaminati deturpati irrimediabilmente.

Ci avete rotto i polmoni perché in questo Paese si muore e si morirà ancora per l’amianto. A Casale, a Bari e in tutti quei posti dove la mancanza di un’etica pubblica ha impedito l’avvio tempestivo delle bonifiche.

Ci avete rotto i polmoni perché Taranto è la città più inquinata d’Europa e il diritto alla salute non è da anni minimamente garantito, con un altissimo tasso di bambini ai quali sono state diagnosticate terribili patologie.

Ci avete rotto i polmoni con la cronica “emergenza rifiuti” che, però, dura da quasi vent’anni con centinaia di milioni di tonnellate di rifiuti che sono stati inceneriti o nascosti nel sottosuolo traendone un profitto illecito, voi che vi siete riciclati in base alle convenienze per una politica sempre più sporca e insostenibile.

Ci avete rotto i polmoni perché il sole, l’aria, l’acqua e il suolo, nonostante i vostri tentativi di privatizzarne l’uso e la gestione, sono e resteranno sempre dei beni comuni difesi da una cittadinanza consapevole, informata, sensibile e figlia della Costituzione.

Ci avete rotto i polmoni perché l’Italia non è Cosa Vostra, ma Casa Nostra.

Con questo primo post avvio la mia collaborazione con Lettera43 – che ringrazio per l’opportunità che mi offre – invitando chiunque, e i miei conterranei pugliesi in particolare, a usare questo diario per provare a raccontare, in chiave ecologica, quel Mezzogiorno che non si arrende, che sa essere virtuoso, che è capace di costruire collettivamente delle proposte andando oltre le proteste, che crede in una leale e reale condivisione dei saperi e delle esperienze. Un Mezzogiorno che costruisce gradualmente e con passione una diversa partecipazione civica per la gestione della “cosa pubblica”. Perché solo seminando la speranza possiamo raccogliere quel cambiamento che vorremmo veder avvenire nel Paese e nel mondo.

A Bari al via la progettazione partecipata degli spazi pubblici

Trovo molto importante e interessante questa iniziativa promossa a Bari. E trovo ancora più meritevole che questi giovanissimi professionisti abbiano deciso, per il loro primo incontro, di dedicare la riflessione alla Caserma Rossani, di cui in città si parla da anni, forse decenni. Ne ho scritto ampiamente anche io, nel corso dell’ultimo anno, sul quotidiano con cui collaboravo. Un tema, per i cittadini, quindi, particolarmente sentito, poiché l’area sussiste geograficamente in una zona connettiva tra vari quartieri. Ha una valenza strategica considerevole. Avviare, pertanto, sulla scia delle migliori esperienze europee, un confronto leale e costruttivo sulla pianificazione partecipata degli spazi pubblici non può che fare bene. Sperando, davvero, che a vincere non sia la solita egolatria di chi pensa di essere onnisciente per definizione e ritiene, a prescindere, che il prossimo con cui può serenamente costruire qualcosa di utile per tutta la città, sia in realtà uno che vuole “fregarlo”. Il futuro non può più essere evocato. Deve essere costruito. E costruirlo assieme sarebbe un sogno. Che però deve diventare realtà se vogliamo già immaginarci cittadini della “Prossima Bari”. Se esiste e vive un “Noi”.

Giancarlo Siani, i giovani e la camorra

Questa una sintesi del comunicato stampa con cui si invitano i giovani e la cittadinanza barese tutta sensibile ai temi della legalità e del contrasto ad ogni forma di criminalità organizzata all’evento previsto a Bari per domani sera.

I giovani e la camorra in Scimmie, nuovo romanzo di Alessandro Gallo, scrittore, attore e regista nato e cresciuto a Napoli, nel Rione Traiano. Il libro – che trae ispirazione dal vissuto dell’autore – verrà presentato a Bari, giovedì 3 maggio alle ore 20.00 al circolo Ricomincio da Tre di via Re David 3/c. Scimmie è un romanzo di formazione che racconta la storia di Pummarò, Panzarotto e Bacchettone, tre adolescenti che nella Napoli degli anni 80 desiderano, a tutti i costi e con tutti i mezzi, entrare a far parte di un clan camorristico e baciare le mani al capo: Antonio Bardellino. La loro vita cambierà grazie all’incontro con Giancarlo Siani, cronista de Il Mattino ucciso dalla camorra nell’85, cui il libro è dedicato e liberamente ispirato. Il testo è in larga parte autobiografico: l’autore la camorra l’ha conosciuta, infatti, molto bene e da vicino, in famiglia. La cugina Nikita è considerata la prima donna killer nella storia della camorra e il padre è stato arrestato per associazione mafiosa. “Di mia cugina – racconta Alessandro Gallo – si diceva che fosse la donna dalla Calibro 38. In famiglia sono l’unico che si è difeso e che ha scelto di difendere la propria storia. Una scelta avvenuta per un’esigenza di rappresentarsi per quel che si è e non per quel che gli altri raccontano. Nel 2004 mio padre – dal quale mia madre aveva divorziato da quando io avevo 4 anni – fu arrestato per associazione mafiosa; in giro mi sentivo coccolato e nello stesso tempo odiato solo perché sulle prime pagine di un giornale scrissero su di lui scissionista (clan che nacque dalla famosa faida di Scampia), parola che tanto si pronunciava nei vicoli e nelle strade di Napoli e che fece, all’improvviso, cadere come un castello di sabbia tutto quel che mia madre aveva costruito negli anni. Ho accettato il silenzio per evitare ritorsioni, minacce e quant’altro durante la mia adolescenza da cugino di Nikita, ma all’età di diciotto anni non potevo accettare che io e i miei fratelli vedessimo bruciare, per colpa di mio padre, quel che mia madre aveva costruito negli anni con onore e coraggio”. Nella scrittura e nel teatro di impegno civile Alessandro Gallo ha trovato la possibilità di un riscatto sociale, uno strumento per mettere la sua storia al servizio dei più giovani. Attualmente l’autore lavora a Bologna come scrittore, attore, regista e formatore nei percorsi di educazione alla legalità nelle scuole. “Credo molto nei giovani e temo che se trascuriamo il tempo da dedicare ai ragazzi rischiamo di trasformarli in scimmie. Per questo ho scelto di lavorare a progetti che possano, attraverso l’uso della scrittura e del teatro, fare in modo che possano raccontare se stessi e soprattutto il territorio in cui vivono, con la speranza che possano inviare un messaggio importante a genitori e istituzioni: “fidatevi, che noi ci siamo e vogliamo esserci, vogliamo contribuire al cambiamento”.

Perché lascio Go-Bari

Con questo messaggio, inoltrato pochi minuti fa alla redazione di Go-Bari, ho comunicato la mia intenzione di abbandonare questo progetto editoriale. Decisione sinceramente sofferta, maturata negli ultimi giorni e definitasi nelle ultime ore, sulla base della consapevolezza che non potevo più accettare compromessi al ribasso che vanno a ledere la mia dignità di uomo, oltre che la mia onorabilità di aspirante professionista in formazione che, in un anno di impegno e di grande generosità, ha scritto oltre 110 articoli e ha investito entusiasmo, convinzione e passione.

Con profondissima amarezza e dopo averci pensato tanto da sabato e ancor più in queste ultime ore dopo l’incontro redazionale di stamattina, sento il dovere, per il rispetto che devo a me stesso e per coerenza verso quei principi che ho sempre ritenuto inalienabili e non barattabili, di scendere dalla barca e di fermare il mio viaggio. E’ stato, tuttavia, un viaggio bellissimo perché lungo questo percorso, prima di tutto di vita, e nonostante gli inciampi e gli ostacoli incontrati, ho incontrato un’umanità diversa da quella che avevo conosciuto fino “all’imbarco di gobari”, che ha saputo trasferirmi qualche insegnamento, per cui sarò sempre grato, ma anche diverse amarezze, che fanno parte sempre di quel bagaglio di vita che ciascuno di noi si porta appresso. Ma che porterò con me senza rancore e senza astio. Avendo, pertanto, perso l’entusiasmo e gli stimoli per me basilari per poter svolgere nel miglior modo possibile questo lavoro, e proprio per il rispetto ulteriore nei confronti anche di chi invece in questo lavoro crede fermamente per quella che è la sua missione sociale e tensione etica, sento di dovermi fermare. Perché il giornalismo è una cosa seria: deve essere fatta oltre che con capacità anche con umiltà, con determinazione e passione. Per soddisfare non la propria egolatria, ma il nostro unico “datore di lavoro”: il lettore.

Puntata speciale di Presadiretta

Lo dicevo nel messaggio precedente. Un Paese è senza dignità e senza futuro quando consente che sul proprio territorio o nelle proprie acque avvengano simili tragedie. Dello stesso avviso, a quanto pare, è Riccardo Iacona, che ci invita alla puntata speciale del suo programma Presadiretta dove si parlerà di quest’ultimo omicidio di massa perpetrato con l’ausilio delle nostre Forze dell’Ordine, ma anche della recente condanna del nostro Paese da parte della suprema corte di Strasburgo per la violazione della Convenzione Di Ginevra per i respingimenti in mare.

Lunedì 2 aprile alle 21.05 su Raitre una serata veramente speciale. Tra gli ospiti tre dei nove migranti sopravvissuti in un gommone partito il marzo dell’anno scorso dalla Libia che ne portava 69. Gli altri sessanta sono tutti morti di fame e sete, donne e bambini compresi, perché il gommone è finito per due settimane alla deriva nel mediterraneo; verranno a raccontarcelo in diretta per la prima volta in una televisione italiana. Si parlerà anche della sentenza della suprema corte di Strasburgo che ha condannato l’Italia per la violazione della Convenzione Di Ginevra per i respingimenti in mare. E a parlarne in diretta ci sarà proprio l’uomo giusto, l’avvocato Anton Giulio Lana, l’uomo che denunciato l’Italia alla Corte di Strasburgo. E poi ancora Andrea Segre e Stefano Liberti autori del film Mare Chiuso, gli unici che sono riusciti a testimoniare con le immagini e con le parole uno dei tanti respingimenti in mare fatti dal 2009 in poi. E erranno trasmesse le dichiarazioni scioccanti dei migranti etiopi,somali ed eritrei sulle violenze di cui sono stati oggetto da parte di militari italiani. Si cercherà di capire meglio quello che sta succedendo in Libia e, soprattutto, gli ospiti che interverranno ci spiegheranno perché non possiamo non occuparci della Libia. Verrà trasmesso un reportage di grandissima qualità giornalistica in cui per la prima volta verranno mostrate e raccontate tutte le violazioni dei diritti dell’uomo, le violenze gratuite, le vendette perpetrate dai rivoluzionari armati contro civili disarmati. E poi faremo vedere anche la Libia che ce la può fare, quella che ha preso gusto alla libertà e alla democrazia. 

Bentornata Sabina

Dopo nove anni, con una tramissione in stile Raiot, dal titolo “Un due tre stella“, Sabina Guzzanti torna in tv. Finalmente. Per poterla rivedere era necessario, evidentemente, che cadesse politicamente B. Solo in un Paese con una limitata libertà d’informazione poteva accadere una cosa simile.

Il cinguettio della politica italiana

Twitter è in forte ascesa nel nostro Paese. Con la politica che cerca di adeguarsi. I livelli di penetrazione americana sono ancora ben distanti, ma l’indagine elaborata da lavoce.info è utile per capire anche quanto poco innovativi siano i nostri rappresentanti e come forse anche da questo aspetto non meramente tecnologico si può evincere l’attuale crisi di rappresentanza che è unanimemente riconosciuta dai cittadini italiani, sempre più delusi da questa politica e da questi partiti ben radicati in Parlamento.

L’adozione cresce al calare dell’età. Per ogni anno in meno di età anagrafica la probabilità di utilizzare il mezzo cresce di quasi l’1%. Twitter si conferma poi un mezzo prevalentemente maschile: stimiamo una probabilità minore da parte delle donne di circa il 16%. Il risultato può essere influenzato anche dalla disomogeneità per genere della composizione del parlamento. Relativamente ai partiti, la Lega appare la più refrattaria al nuovo mezzo. A differenza di quanto ci si potrebbe aspettare il fatto di essere almeno laureati non è correlato in modo significativo con l’adozione e l’uso di Twitter. E lo stesso accade per condizioni lavorative elevate.

Segnalo, infine, sempre su Twitter, quest’altra notizia. Con il social network che vende, a fini commerciali, le nostre informazioni e i nostri interessi, desumibili da ogni singolo tweet. Almeno lo sappiamo. E quando cinguettiamo, da oggi, siamo consapevoli che rinunciamo in parte alla nostra privacy.

Via d’Amelio. Vicini alla verità?

La Procura di Caltanissetta e la Direzione Investigativa Antimafia hanno eseguito quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere. Tali provvedimenti sono stati resi possibili grazie alle rivelazioni, ritenute credibili, fatte dal superpentito Gaspare Spatuzza. Ossia colui che ha rubato la 126 che fu imbottita di esplosivo e mediante la quale fu fatto saltare in aria Paolo Borsellino e la sua scorta, il 19 luglio del 1992. Due, inoltre, gli aspetti fondamentali che emergono. Il primo è che fu “quasi certamente Giuseppe Graviano che azionò il telecomando”. Il secondo la poca credibilità di Massimo Ciancimino che per diversi mesi è stato incensato da una certa stampa “pseudoindipendente” che ha consentito a questo machiavellico soggetto di dire su giornali e televisioni quel che gli pareva.

Ma Ciancimino junior ha deluso, e non poco. Per il resto, i pm nisseni parlano di “un giudizio finale sostanzialmente negativo sull’attendibilità intrinseca” di Massimo Ciancimino. In un altro passaggio, i magistrati parlano addirittura di “pseudo collaborazione  di Ciancimino”, che “sembra essere più favorevole agli interessi di Cosa nostra che a quelli dello Stato”. Ma perché questo atteggiamento? I pm ipotizzano che Ciancimino voglia ancora “salvaguardare il proprio patrimonio”, ma ipotizzano pure che dietro di lui “si nasconda una occulta cabina di regia”.

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