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La Giornata Mondiale del Rifugiato

Oggi cade la Giornata Mondiale del Rifugiato. E non solo in occasioni come queste, ricordo prima di tutto a me stesso la lezione ricevuta dalle visite fatte dentro il Cara ed il Cie di Bari. Lager dove si praticano torture anche psicologiche. Tutti quelli che oggi manifestano pulsioni razziste, inaccettabili e intollerabili, a prescindere dal partito di appartenenza, dovrebbero essere rinchiuse in queste strutture per qualche tempo. Perché forse riscoprirebbero il valore dell’umanità. Smettendola di comportarsi come stronzi. Una società che non accoglie il diverso, per paura o per ignoranza, è semplicemente una società barbara, ignobile e destinata ad estinguersi nel modo peggiore possibile.

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La memoria corta di Letta sull’Imu

L’intervista di Enrico Letta a La Stampa, dello scorso 4 febbraio (sono passati 3 mesi, anche se sembrano 3 secoli), sulla vicenda Imu, ri-letta oggi non fa sorridere. Fa incazzare. Di più. Perché ha un’unica lettura possibile: quella della presa in giro (per dirla, sobriamente, con un eufemismo), l’ennesima, nei confronti dei cittadini e degli elettori.

“Riteniamo che togliere completamente l’Imu, in questa fase, sia sbagliato. In una stagione nella quale si richiedono tanti sacrifici, riteniamo che chi ha una casa in via Montenapoleone debba pagare l’Imu e chi abita a Quarto Oggiaro no. E d’altra parte, Berlusconi dopo aver abolito l’Ici nel 2008, fu costretto a rialzare altre tasse”.

P.s. Imu, tra palco e realtà

“Italia, addio”

Sembra sia questo l’urlo emesso all’unisono dalle più giovani generazioni che, come rivela questo articolo, l’ennesimo nel suo genere, abbandonano il Paese, non avendo più alcuna fiducia nelle sue Istituzioni. Il lavoro, certamente, è la causa principale di questa nuova ondata di emigrazioni, ma anche la totale assenza di una prospettiva di vita inficia la dignità di tanti miei coetanei e di quelli ancora più giovani. Manca, come in molti ripetono giustamente da tempo, una visione strategica sul futuro del Paese. E questa emergenza, infatti, viene sottolineata chiaramente da questo nuovo studio, promosso da La Stampa:

È una società che si riconosce nella prossimità al territorio, in chi opera fattivamente nelle molte reti di solidarietà. È più diffidente, invece, quando pensa alle classi dirigenti che appartengono alle forme istituzionalizzate della rappresentanza e della politica. Forse è per questo che nel delineare le caratteristiche della leadership del futuro per il nostro Paese mette in risalto soprattutto due aspetti: la capacità di una visione strategica, in grado di anticipare e affrontare i problemi, da un lato. Dall’altro, l’essere dotata di senso morale, di legalità: in una parola, la dimensione etica. Meglio ancora, se assieme a questi aspetti vi è anche una competenza professionale specifica. È un’Italia provata da una crisi lunga, da una classe dirigente (non solo politica) che spesso offre il suo volto peggiore fra scandali, ruberie e un senso civico derubricato dal proprio lessico. Soprattutto dotata di un senso dell’irrealtà profonda.

E dispiace molto perché, nonostante questi mali endemici e cronici, l’Italia è un grande paese. O, almeno, potrebbe esserlo, se volesse. Se ci fosse la volontà e il coraggio, tutelando e puntando su quel fiume carsico rappresentanto dai suoi più talentuosi giovani (ma non solo), di investire nell’innovazione, nell’ambiente, nella cultura. Ecco, sapere che siamo ultimi in Europa nella spesa pubblica per la cultura e l’istruzione, non aiuta, per niente, a conservare pure quel briciolo di speranza per l’avvenire. Da qui, necessariamente, si deve ripartire.

(P.s.: Con alcuni “innovatori” che si stanno giocando la carta delle start up)

La (poca) saggezza di chi ci governa

Basta con questi esasperanti politicismi, miseri e di parte, alimentati da oltranzisti irresponsabili che fanno finta di non vedere una cosa semplicissima: l’elastico della pazienza si è spezzato. Nel nostro Paese potrebbe esplodere, da un giorno all’altro, una guerriglia. E non lo dico per fare dell’allarmismo sociale; ma perché l’indifferenza verso “la questione sociale” non è più tollerabile. Da questa derivano quella politica ed economica. Non sono pochi, ormai, anche tra i politologi e gli opinionisti su tutto dei giornali e gli aspiranti omologhi sui loro blog virtuali, quelli che dichiarano che la vera partita politica è la nomina del prossimo Capo dello Stato.

Il ruolo del Presidente della Repubblica è fondamentale, delicato, strategico, mai come in questi ultimi anni nei quali il mondo è cambiato, anche se non tutti lo hanno capito. Questa elezione, però, in un Paese normale doveva diventare occasione di coesione, per unire, per il bene degli italiani, una terra lacerata da divisioni di ogni tipo, spesso pretestuose e per questo ancor più inaccettabili, da un punto di vista etico. In Italia, no. Come se non ci fosse una delle più gravi crisi di sempre. Come se l’ennesimo bollettino sulla disoccupazione, soprattutto giovanile (il 64% dei miei coetanei pronti a trasferirsi all’estero, avendo perso, forse, non soltanto la speranza), riguardasse i marziani, e non gli italiani.

Dal Presidente della Repubblica ancora in carica, perciò, forse, ci saremmo aspettati qualcosa di più. Alla luce, soprattutto, di un settennato non proprio indimenticabile. C’è stata la crisi, certo. C’è stato un decadimento sconcertante, soprattutto morale, della classe dirigente politica di questo Paese. Ma un Presidente, proprio in virtù di queste vicende che non possono diventare alibi, doveva cercare un confronto maggiore con i cittadini. Il loro ascolto. Per proteggerli meglio e maggiormente. Essendo rimasto, per tanti, legittimamente, l’unico punto di riferimento istituzionale. Per dare, pertanto, conforto e fiducia, nonostante tutto. Non lo ha fatto, per tante ragioni. Ora, non essendo un costituzionalista, non mi permetto di giudicare giuridicamente le sue ultime scelte; ma da cittadino, preoccupato, qualche considerazione, non volutamente polemica, vorrei farla.

Il Paese uscito dalle urne non è parente di quello che vi è entrato. Questa verità, non percepita dalla stragrande maggioranza dei componenti della gerontocratica classe dirigente di questo Paese, si è manifestata in modo violento: essenzialmente con il successo larghissimo di Grillo e del suo Movimento, ma anche con la spietata bocciatura dell’esecutivo di Monti (imposto da Napolitano, nonostante una non-sfiducia politica e parlamentare di Berlusconi, costretto col Pd, poi, a sostenere questo nuovo esecutivo benedetto dall’oligarchia bancaria europea). Il Paese esigeva ed esige un cambiamento reale e leale. Immediato. Non è avvenuto, ad oggi, niente di tutto questo. E non credo, a meno di clamorose rivoluzioni politiche ad oggi manco ipotizzabili, avverrà prossimamente.

Il Paese è spaccato in tre parti, quasi uguali. Ciascuna esprime anche una visione culturale. Ed è, per questo, che la vera crisi, come ripeto da tempo, è soprattutto di questo tipo: morale e culturale. La disperazione porta, purtroppo, da un lato al fanatismo e dall’altro alla cecità, quando entrambi gli atteggiamenti, singolarmente o insieme, nuociono poi a tutta la comunità nella quale queste fazioni cercano di imporre la propria egemonia.

Questo Parlamento, grazie al(l’elettorato del) Pd e al M5S (dati alla mano), come mai nella Storia del nostro Paese, è costituito da giovani e da donne (con le donne assenti, ingiustificatamente, nelle due commissioni di saggi predisposte da Napolitano) a dimostrazione dell’occasione irripetibile, che stiamo sprecando a causa di immorali veti incrociati e per la criminale idiosincrasia di Grillo per la Costituzione, di cambiare le cose in questo Paese, per riscriverne, forse, la Storia e consentire, a noi e a chi verrà dopo di noi, di frequentare il futuro con meno inquietudine e ansia.

All’elezione del nuovo Capo di Stato, si dice, sarà collegato il nuovo e forse ultimo tentativo di formare un governo, prima di tornare alle urne. Col rischio, concretissimo, di tornarci con questa legge elettorale e con tutte le criticità di questo Paese ancora irrisolte. Con la possibilità di ritrovarci tra 6 mesi esattamente nella stessa condizione. O, verosimilmente, peggio, se dovessimo andare incontro ad un default finanziario con ripercussioni per tutta l’euro-zona.

Nessuno conosce l’epilogo di questo film horror all’italiana. Manca il coraggio e la generosità, la volontà di sovvertire lo status quo (democraticamente e pacificamente) e una visione. Ed è questa, almeno per me, la cosa più preoccupante.

Dichiariamo guerra all’azzardo, anche a Bari

Da circa un anno e mezzo, ossia da quando è stato sdoganato pericolosamente, anche attraverso i nuovi mezzi digitali, il gioco d’azzardo (legittimato anche dallo Stato che ci guadagna attraverso i monopoli, senza poi esercitare rigorose funzioni di controllo capillare sul territorio), osservo l’evoluzione del fenomeno che si annida sempre più nelle pieghe della disperazione di coloro che, a prescindere dall’età, sfidano la fortuna per cercare di ricostruire una quotidianità flagellata dalla precarietà o dalla disoccupazione. Si gioca per soldi, altro che l’ipocrisia del passatempo o della mera curiosità. Si inizia, quasi sempre, dalla curiosità, certamente. Senza accorgersi, poi, che per entrare nella spirale, spesso della perversione inconsapevole, non ci vuole molto tempo. E non tutti quelli che praticano questo vizio sono ludopatici.

Anche se le statistiche eleborate ora dal Censis ora da altri istituti di monitoraggio dovrebbero imporre a tutti riflessioni più serie e mirate. Essendoci, purtroppo, il rischio elevato che dietro “il mondo dell’azzardo” (sale giochi di tutti i tipi, reali o virtuali che siano) si celino le organizzazioni criminali che hanno, da sempre, la necessità di reinvestire in attività legali o borderline i loro miliardi sporchi e nauseabondi. In questa sede, però, non intendo pubblicare gli esiti di un nuovo studio – come feci qui, tempo fa – ma evidenziare, semmai, i tentativi virtuosi elaborati dai sindaci dei Comuni di Reggio Emilia e di Genova, Delrio e Doria, per contrastare il fenomeno richiamato che nuoce gravemente alla salute della collettività e, in particolare, sull’integrità delle persone più giovani e fragili. Iniziative concrete che vanno ad aggiungersi a quelle già avanzate dall’organizzazione Avviso Pubblico, tra le quali, segnalo, il Manifesto dei Sindaci per la legalità contro il gioco d’azzardo.

Mi auguro, quindi, un’assunzione di corresponsabilità anche da parte del nostro comune, quello di Bari, affinché si attivi immediatamente, e finalmente, per arginare e debellare il fenomeno che nella nostra città sta mietendo molte vittime, non solo giovani, e che, probabilmente, è gestito dalla criminalità organizzata locale.

Benigni: “Il Paesaggio Italiano è un marchio”

“Una volta c’erano i campi di sterminio. Ora c’è lo sterminio dei campi. Ma è la stessa violenza, quella della guerra. Distruggiamo quello che loro (i padri costituenti) ci hanno tutelato. Noi viviamo a spese delle generazioni future”.

Il coraggio intellettuale di Pier Paolo Pasolini

Due giorni fa è stato il 37° anniversario dall’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Un uomo straordinario, amato più dai cittadini comuni che dai “potenti”, spesso frustrati dalle sue parole dissacranti e spietate mediante cui raccontava anche un Paese in profondissima evoluzione. Una metamorfosi antropologica denunciata, tuttavia, con lucidità e acume, dovuta per lui a quella società dei consumi che stava infettando il senso comune. Quel consumismo becero enfatizzato enormemente dalla televisione. Oggetto per il quale non nutriva grande simpatia ed ammirazione, ritenendola, profeticamente, tra le principali responsabili – e siamo agli inizi degli anni ’70 – della regressione morale degli italiani, per la sua velenosa tendenza ad assottigliare la capacità di pensiero. E di ragionamento. Una figura che dovrebbe essere, forse, studiata nelle scuole, con lungimiranza e senso di responsabilità.

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.

I giovani

I giovani non hanno bisogno di sermoni,
i giovani hanno bisogno di esempi di onestà,
di coerenza e di altruismo.

Sandro Pertini

Un’alleanza per i beni comuni

Qualche giorno fa, su Facebook, alcuni amici ambientalisti ed ecologisti mi hanno segnalato il seguente appello. Avendolo condiviso nella forma e nella sostanza (cioè sottoscrivendolo), ed essendo, come è noto da tempo, molto sensibile a questi temi, non posso, pertanto, che diffonderlo ulteriormente, mediante questo mio piccolo blog. Passate parola.

Rivolgiamo questo appello alle cittadine e ai cittadini, alle forze sane e alle realtà civiche e ambientaliste disperse, alle centinaia di amministratori locali, che da troppo tempo manifestano l’urgenza di agire per cambiare questo paese, ma che non riescono a trovare una sintesi politica e dare vita ad un’unico progetto con ambizioni di governo e che sappia essere realmente attrattivo e credibile per gli elettori. Le prossime elezioni, probabilmente, vedranno una contesa tra poli costruiti e strutturati attorno alla cosiddetta Agenda Monti. Qualcuno persegue in maniera molto chiara il Monti Bis, altri si definiscono alternativi ma sono in realtà portatori delle stesse ricette, ormai provate e riprovate, che non possono essere la soluzione alla crisi economica, ambientale e morale del paese. Ma esiste lo spazio per un’alternativa? Se esiste, e noi siamo convinti che esista, questo è il momento di costruirla.

Un’alternativa che sappia indicare una nuova strada verso la riconversione ecologica dell’economia, che trovi in essa nuove opportunità di lavoro, abbandonando il vigente e dominante modello di sviluppo che sta privatizzando i beni comuni, e annullando i diritti delle persone, compresi quelli sanciti dalla Costituzione; che sappia essere un vero attrattore ed incarnare le aspettative della miriade di movimenti locali, ambientalisti e solidali che animano e difendono i territori e che promuovono la cultura della pace e della convivenza civile; che voglia riprendere e rilanciare la vittoria referendaria del 2011 chiedendo il rispetto del voto dei 27.637.943 di italiani che hanno detto SI all’Acqua Pubblica e No al Nucleare e che sia protagonista anche della prossima sfida referendaria sul lavoro; che sappia raccogliere le migliori esperienze e le più avanzate pratiche svolte da amministratori locali e da liste civiche locali esaltando l’autogoverno locale e dimostrando in concreto e sul campo che può esistere un modo alternativo di gestire il territorio, i rifiuti, l’energia, di accompagnare le comunità; che promuova forme di democrazia diretta e punti all’abolizione dei privilegi della politica; che voglia mettere la politica al di sopra della finanza e del mercato, contrastando veramente la precarietà, restituendo dignità e centralità al lavoro; che si collochi chiaramente a favore della scuola e università pubblica, delll’investimento a sostegno della formazione, della ricerca e dell’innovazione; che tuteli il diritto alla salute di tutti i cittadini e che difenda il servizio sanitario pubblico e le politiche di protezione sociale; che manifesti chiaramente il suo appoggio alle battaglie per i diritti civili e per la laicità dello Stato; che faccia della lotta alle mafie e del contrasto generale alla cultura dell’illegalità un pilastro della propria azione politica.

Le donne in politica

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