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La “società civile” per Nando

Un grande Nando Dalla Chiesa, ricordando l’esperienza del Movimento di cui fu tra i fondatori nella “Milano da bere” degli anni ’90, scrive parole di grandissimo buon senso, come sempre.

Il fatto è che quell’esperienza aveva uno slogan: “dare voce alla società civile per rendere più civile la società”. Appunto: rendere più civile la società. Che significava dare il giusto primato alle istituzioni e alle leggi, seminare culture del rispetto e della tolleranza, della libertà e della solidarietà. Tenere fuori la politica ma senza demonizzarla, dando giudizi differenti sulle singole persone che la facevano, al di là del partito di appartenenza. Ora riparte il giro. E il guaio è doppio. Perché da un lato i partiti sono fradici e hanno imbarcato una “società civile” debole e insignificante, una manna per chi pretende un diritto divino a comandare, tanto da non volersi più sottoporre a voto popolare. Dall’altro lato chi inneggia alla “società civile”non ha l’aria di volere lottare per rendere più civile la società. A volte sembra dimentico dei grandi valori che danno senso alla tecnica e alle competenze. Altre sembra non sapere che le parole sono pietre e che certe espressioni e immagini viaggiano come veleno nel corpo sociale, contribuendo a corromperlo ulteriormente nella tenzone liberatrice. Siamo in pieno rischio da tempi supplementari. Quando l’ansia di vincere travolge le regole. E i consensi devono arrivare tanti, maledetti e subito. Con la storia recente che ci ha insegnato che per vincere si fa prima a parlare alla pancia della gente.


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10 milioni ad Europa 7

Per un paio d’anni non ne abbiamo saputo più niente del processo amministrativo in corso, temendo che alla fine oltre al danno per l’imprenditore Di Stefano ci fosse anche la beffa. Ieri, invece, la Corte europea dei Diritti umani ha condannato l’Italia ad un risarcimento di (soli) dieci milioni di euro per avergli impedito, da un decennio a questa parte, di trasmettere sulle frequenze (mai concretamente assegnate) che aveva legittimamente vinto dopo il bando che era stato pubblicato dal Governo Italiano ai tempi in cui Gasparri era Ministro delle Telecomunicazioni. Quando la classe politica fece il possibile e l’impossibile per impedire che Emilio Fede e Rete4 andassero sul satellite e che questa emittente ne occupasse le frequenze trasmettendo programmi sicuramente di diversa fattura. Di questa vicenda, infine, ne ho scritto diffusamente sin dall’inizio, anno 2008 circa. Qui, qui e qui i post dedicati ad Europa7 – ero ancora sull’altro blog – e al suo contenzioso con lo Stato Italiano da un lato e con Rete4/Mediaset dall’altro. Non crediamo che la vicenda sia conclusa definitivamente. Giudiziariamente e politicamente. E in attesa di conoscere le “puntate successive” resta il rammarico e l’amarezza nel constatare che, con soldi pubblici sprecati a grandi quantità, si continua a privilegiare una esigua ed avida oligarchia disinteressandosi completamente del bene comune degli italiani, in questo caso la pluralità e la correttezza dell’informazione.

 

Gli italiani sono regrediti a servi volontari

Questa Festa della Repubblica cade purtroppo in un tempo buio e assai disonorevole per il nostro Paese, dilaniato dalla faziosità più becera della sua classe dirigente, totalmente sorda alle urla di dolore di un popolo sfiduciato, rassegnato, arrabbiato. La politica carismatica e responsabile, capace di interpretare e di affrontare i problemi reali e percepiti, non esiste più. E nel pensare, perciò, alla Repubblica, al nostro Paese, a quello che è stato, mi sono tornate in mente le parole del politologo Maurizio Viroli, tratte dal libro “La Libertà dei Servi” (edito da Laterza).

Con la nascita della Repubblica, i servi che si emancipano non diventano subito cittadini liberi, ma liberti: “gli sventurati, dice Calamandrei, che hanno ancora sui polsi le lividure delle catene ventennali e nella schiena l’anchilosi dell’assuefazione agli inchini; e non riescono a sentire i nuovi doveri della libertà”. A più di 60 anni di distanza dobbiamo malinconicamente constatare che gran parte degli italiani non si sono elevati da liberti a cittadini liberi, ma sono regrediti da liberti a servi volontari. Il dovere di resistenza senza il dovere di lealtà distrugge la legalità, che è il fondamento della libertà repubblicana; il dovere di lealtà senza il diritto e il dovere di resistenza dissolve la fierezza civile che è sostegno altrettanto necessario della libertà repubblicana. Sul costume si agisce con l’educazione civica. Alla formazione di una persona libera devono concorrere la ragione, nelle sue diverse forme, e talune passioni. Insegnare a ragionare su questioni morali è forse in Italia il più urgente impegno civile.


Siamo un Paese sfondato dalla cooptazione

Ho trovato eccezionale questa analisi di Luca Ricolfi.

I quarantenni non danno battaglia. Aspettano. Attendono fatalisticamente che venga la loro ora. Una sorta di «sindrome di Carlo d’Inghilterra», che ormai 65enne non sa ancora se mai ascenderà al trono. Con la differenza che una posizione dirigente nella politica, nell’economia, o nella società non si eredita come un trono, ma si dovrebbe conquistare in base ai meriti guadagnati sul campo. Ecco, i meriti. Forse questo è il punto. Forse la ragione per cui nessuno dà battaglia, anche quando avrebbe tutte le carte in regola per farlo, è che in Italia i capi beneficiano di un sovrappiù di deferenza, di rispetto, di gratitudine. Una sorta di intangibilità, che fa apparire tradimento quella che altrove sarebbe giudicata una normale e fisiologica competizione fra gruppi e generazioni. Ma da dove deriva tale sovrappiù? La risposta è che in Italia si va avanti per cooptazione. Anche chi va avanti con pieno merito, in genere può farlo solo perché qualcun altro – il «capo» – a un certo punto ha dato disco verde. Ha chiamato. Ha promosso. Ha coinvolto. Ha incluso. Ha ammesso nel clan, nel gruppo, nella rete, nel «cerchio magico». A quel punto è naturale per il cooptato maturare un senso di riconoscenza, di fedeltà, di lealtà, che gli fa percepire ogni possibile battaglia futura come un tradimento, una manifestazione di ingratitudine. Questo meccanismo è così diffuso, così endemico, quasi scolpito nel nostro modo di sentire, che finisce per coinvolgere anche chi – in realtà – avrebbe tutti i numeri per dare battaglia, per promuovere il ricambio. Quando ricambio ci sarà, è più facile che a imporlo siano i 30-40enni di oggi. Specie quelli che hanno meriti e capacità proprie, e non debbono ai vecchi le posizioni che occupano.

E’ un cantiere aperto da sempre

E’ l’Italia. Piera Matteucci ci racconta una storia di ordinaria follia, di sprechi inauditi, di opere progettate e non realizzate, di opere avviate e mai concluse, di opere terminate e poi abbandonate all’attenzione dei vandali. Centinaia di milioni di euro buttati nel cesso o regalati alle varie mafie o cricche che in questa palude sguazzano felici come rane. E, cosi, l’Italia non diventerà mai un “principe azzurro”.

I killer di Roberto Calvi sono protetti dallo Stato e dalla P2

Ringraziamo, si fa per dire, il mafioso Francesco Di Carlo per la conferma ai tanti dubbi che diventano con il tempo certezze per coloro i quali le collusioni ancora oggi in piedi tra “politici, presidenti di banca, militari, vertici della sicurezza” hanno avvelenato il nostro Paese. Che non risorgerà mai fintanto che queste convergenze mafiose, annidate nelle Istituzioni, resteranno.

Dall’Europa all’Italia, passando per Torino

Ad agosto nessuno lo avrebbe detto. Oggi, dopo nove mesi di imbattibilità, la Juventus, dopo alcune stagioni disastrose e politicamente tormentate per via della nebulosa vicenda del “calcio-scommesse”, torna a vincere lo Scudetto. E poco importa se sia il 28° o il 30°. Lo ha vinto con merito. Mister Conte, il vero artefice del successo, ha saputo costruire e plasmare un gruppo improntato al sacrificio, dove il “Noi” è stato più determinante dell’individualismo del top-player, che infatti la squadra non ha. La squadra ha vinto con la testa e col cuore, prima ancora che con le gambe. Non bisogna essere juventini o sportivi, ma soltanto oggettivi, per riconoscere in questo un insegnamento importante: si vince con la testa e col cuore, puntando sulla costruzione di un “Noi” che sa di poter avere un futuro radioso e importante, perché dimostra di avere una visione. Una visione collettiva. Ma questo fine settimana è stato anche importante per le elezioni presidenziali in Francia, per le elezioni politiche in Grecia, per quelle di “medio-termine” in Germania e per le amministrative in Italia, che hanno coinvolto circa nove milioni di italiani. E sebbene i risultati italiani non siano ancora definitivi, e quindi con la possibilità che queste tesi possano essere smentite tra alcune ore, alcune riflessioni, però, possiamo già farle. Come era facile immaginare, visto il cosiddetto clima di “antipolitica”, l’astensione è stata molto alta. Quasi ovunque. Che, anche a causa dell’attuale declino del Pdl in versione Alfano e della Lega, il centrosinistra rischia di vincere dappertutto, con i grillini sempre più poderosamente determinanti, essendo coloro che più di altri riscuoteranno il “voto di protesta”. In Sardegna, peraltro, senza che la cosa fosse enormemente pubblicizzata, si è votato il referendum abrogativo delle nuove quattro provincie, ma più in generale per la riduzione drastica dei privilegi della “casta”. Quorum raggiunto. Ed è un dato importante. In Francia, invece, ha vinto Hollande. Ed è un segnale altrettanto importante che viene dato all’Europa perché occorre modificare i processi, non solo nei contenuti ma evidentemente anche nelle modalità. Non può esserci solo austerità e rigore, come è stato detto infinite volte. Bisogna invertire la rotta stabilendo delle nuove coordinate per una navigazione che porti ad una crescita sostenibile che sia socialista nei suoi obiettivi, che guardi davvero alla società europea tutta, a tutti quei milioni di lavoratori e di cittadini che stanno soccombendo sotto l’altissima pressione fiscale e sotto la ghigliottina delle misure inique che i vari governi hanno predisposto. Rapportandosi più ai diktat delle banche e delle agenzie di rating piuttosto che sulle esigenze della collettività. La rabbia contro l’Europa si è, peraltro, manifestata in Grecia dove si è votato pure e dove la situazione è difficilissima già da tempo. E nel cui Paese, infatti, hanno vinto le ali estreme, in particolare quella di estrema destra che, con oltre il 6% dei voti, inciderà moltissimo sulle politiche che verranno elaborate nel prossimo Parlamento. Si è votato, infine, pure in Germania, per le elezioni di medio termine. Qui la coalizione che fa riferimento alla Merkel continua a perdere consenso, pur restando il partito di riferimento, a dimostrazione che in tutta Europa spira un vento che si fa via via sempre più consistente e che rischia di spazzare via i vecchi paradigmi culturali e politici. Anche qui, infatti, alta è stata la percentuale dell’estrema destra, ma soprattutto dei Verdi che con le loro politiche stanno testimoniando da tempo che bisogna investire su un altro modello di crescita economica dove ogni elemento sia connaturato ad una visione ecologica e sostenibile della realtà. E tale visione, per quanto mi riguarda, non può non essere una visione collettiva. Perché se, a cominciare dall’Italia, non ci sforziamo di ricostruire, tutti insieme, una società basata su un “Noi” che sappia declinare lealmente ed oggettivamente i valori della solidarietà, della legalità, della meritocrazia e dell’uguaglianza, e che sappia, quindi, meritare la fiducia degli italiani, diventa fisiologica e naturale, poi, la ribellione degli italiani che si affidano ai demagoghi e ai populisti. E non penso proprio che questo sarebbe ciò di cui il nostro Paese e l’Europa hanno bisogno.

Un italiano eletto consigliere a Londra

In principio era la fuga di cervelli. Poi la cronica e graduale involuzione della società e della politica italiana, ha partorito un’altra incredibile dinamica: la fuga della nostra possibile futura classe dirigente. Ed è la storia di Lazzaro che diventa consigliere municipale a Londra.

Prima bisogna essere ovviamente iscritti al partito, e io lo ero già da alcuni anni. Quindi, affinché la candidatura sia ammissibile, occorre presentare un curriculum e superare un esame da parte di una apposita commissione che ti deve giudicare idoneo. Infine bisogna ricevere il voto di appoggio della maggioranza degli iscritti alla tua sezione. E io ho seguito appunto questa trafila.

L’efficienza energetica, questa sconosciuta

Ne abbiamo già scritto diffusamente in questo piccolo blog. L’Italia – che si appella all’Europa quando gli conviene e da essa fugge quando è questa a chiamarla – anche a causa della sua cronica incapacità di costruire una visione ecologica e sostenibile del futuro che possa partire dalla redazione di un Piano Energetico Nazionale, è prossima ad essere sanzionata dall’Unione Europea per il mancato recepimento della normativa sulle etichette energetiche.

O si recepisce appieno la direttiva 2010/30/Ue sull’etichettatura energetica oppure l’infrazione va avanti, fino alla Corte di Giustizia, dove ormai l’Italia è al primo posto per numero di cause pendenti. Eppure basterebbe poco per mettersi in regola, ovvero adeguarsi alla lettera agli standard europei per quanto riguarda i prodotti legati all’energia, dalla loro pubblicità al loro uso negli appalti pubblici. Con l’approvazione della nuova direttiva 2010/30/Ce sono state già riviste le etichette per frigoriferi e congelatori, lavatrici, lavastoviglie e condizionatori d’aria ed è stata introdotta una nuova etichetta per i televisori. Ma in Italia sull’efficienza energetica qualcosa non funziona, e a ben guardare non solo per gli elettrodomestici. Lo scorso ottobre sul banco degli imputati ci siamo finiti per il rendimento energetico degli edifici. Sì perché proprio gli edifici consumano il 40 per cento dell’energia e producono il 36 per cento delle emissioni di anidride carbonica (Co2) in tutta Europa. Se poi questi edifici sono pieni di elettrodomestici spreconi, la frittata è fatta.

Lasciamo l’auto a casa

Anche a Bari si lavora e ci si impegna per predisporre i Piani Urbani della Mobilità Sostenibile. Nelle settimane in cui è ancora forte l’appello del movimento spontaneo #salvaciclisti – giunto in Italia dall’Inghilterra per salvaguardare l’incolumità dei ciclisti – e nei giorni che precedono la manifestazione nazionale del prossimo 28 aprile a Roma.

(Puntata precedente: Il nuovo dossier “Bici in Città”)

I Piani urbani della mobilità sostenibile non siano un semplice adempimento formale ma un processo che deve governare il cambiamento nelle nostre città che devono mettere al centro dei loro piani le persone e la possibilità che, lasciando l’auto a casa, possano raggiungere i loro posto di lavoro con i mezzi pubblici o in bicicletta. Serve una rivoluzione copernicana per ribaltare la pianificazione finora tutta incentrata sull’auto come unica risposta al bisogno di mobilità.

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