Tag Archives: Libera

Contro la corruzione, ci metto la faccia..

Ho aderito ufficialmente alla campagna contro la corruzione, “Riparte il Futuro“, promossa da Libera e da Gruppo Abele, con l’intento di arrivare all’approvazione definitiva di una legge – oggi approvata dalla Camera (qui il commento di Don Ciotti) – orientata a sanzionare duramente il voto di scambio e la corruzione (tema sul quale ho molto scritto su questo piccolo blog).

La corruzione, secondo alcune stime, vale oggi nel nostro Paese 60 miliardi di euro circa.

Bisogna contrastarla, pertanto, non soltanto per un fatto meramente ma fondamentalmente economico, ma anche per un fatto etico e perché attraverso un contrasto efficace la politica può risarcire i cittadini per la sua inefficienza cronica restituendo, contestualmente, un pò di fiducia nelle Istituzioni.

io ho firmato

Dubbi sul presunto attentatore di Brindisi

Giovanni Vantaggiato, il presunto autore dell’attentato (che alcuni giornalisti e Bruno Vespa hanno già processato e condannato) di Brindisi del 19 maggio scorso (il mio racconto di quella giornata) in cui morì la sedicenne Melissa Bassi, oggi pomeriggio, nell’interrogatorio di convalida del suo arresto davanti al Gip del Tribunale di Lecce, avrebbe ribadito di aver fatto tutto da solo aggiungendo qualcosa sul movente e dando una motivazione più plausibile del «ce l’ho con il mondo intero» dichiarato mercoledì scorso, quando è stato fermato. Ora, a prescindere dalle dichiarazioni di sorta, e senza voler fare la parte dell’esperto di mafia o di complotti (che non sono, pur avendo letto abbastanza negli ultimi anni), a me restano moltissimi dubbi che proverò ad elencare sinteticamente, fermo restando che vorrei essere presto smentito per le mie tesi.

Possibile che un piccolo imprenditore/benzinaio esperto di elettronica e di esplosivi da solo prepari tre bombole (che proprio leggerissime non sono, suppongo) e sempre da solo poi le trasporti sul luogo dell’attentato “soltanto” per una vendetta personale o perché “ce l’ha con il mondo intero”? Non in un giorno qualunque, ma proprio nel giorno in cui è previsto a Brindisi il passaggio della carovana antimafia dell’associazione Libera di Don Luigi Ciotti? Ed è sempre un caso che siano colpiti alcuni simboli come una Scuola, una Donna e una Giovane, che nel Mezzogiorno rappresentano quasi esclusivamente gli unici presidi di educazione alla legalità e all’ impegno civile contro ogni forma di illegalità? E non è quantomeno strano che l’attentatore che pare volesse colpire il Tribunale, sempre per la sua vendetta personale contro la “malagiustizia”, poi si accanisca contro la scuola dedicata a Francesca Morvillo-Falcone? E, infine, non è inquietante che contestualmente all’interrogatorio di giovedi il Capo della Polizia, dott. Manganelli, dichiari che “la mafia non è oggi in condizione di porsi in contrasto con lo Stato”, dopo il tentativo del neosindaco Consales, all’Infedele di Gad Lerner di qualche settimana fa, di provare a convincere non si sa chi che la mafia a Brindisi non c’è e che queste stragi nella sua città non possono avvenire?

Chi conosce il presunto attentatore ha dichiarato, con grande cautela, che le sue reticenze e i suoi silenzi potrebbero servire per coprire qualcuno. Il complice o il mandante. E queste possibilità, infatti, non sono affatto escluse dal Procuratore della Repubblica di Lecce e Capo della Dda salentina, Cataldo Motta, bravissimo magistrato che conosce perfettamente il suo mestiere, il quale, del resto, ancora non ha chiuso le indagini e non ha commentato in alcun modo le uscite tanto di Manganelli quanto del Primo Cittadino. E non mi stupirei affatto, perciò, se fosse effetivamente cosi, se si scoprisse dietro questa tristissima vicenda un ennesimo depistaggio di Stato, essendo la Storia d’Italia densissima di depistaggi e di sabotaggi, spesso co-organizzati da componenti infedeli delle Istituzioni che, mediante precisi simboli e segnali, comunicano con quegli apparati anche della politica, con l’intento da un lato di generare paura nell’opinione pubblica dall’altro di preparare il terreno a quella che sarebbe la “Terza Repubblica”.

Pio La Torre (e Rosario Di Salvo), trent’anni dopo

Il 30 aprile 1982 moriva, assassinato da Cosa Nostra, Pio La Torre. Come ricorda Francesco, “alle 9:20 una Fiat 131 guidata da Rosario Di Salvo proseguiva verso la sede del PCI. Ad un tratto una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo a fermarsi e in pochi secondi una raffica di proiettili cominciò l’esecuzione. Poco dopo sopraggiunse un’altra macchina a completare l’efferato omicidio”. Come è possibile leggere qui, “Pio La Torre, avendo vissuto la Mafia prima nelle occupazioni delle terre dei contadini siciliani per far applicare i decreti Gullo e poi nella camera del Lavoro di Corleone, conosceva meglio di altri sin dove poteva incunearsi il crimine organizzato e sapeva su quali amicizie poteva contare: Pio La Torre conosceva la Mafia, ma sapeva anche come contrastarla. Dal basso, insieme ai contadini che reclamavano i loro diritti; e dall’alto, nel Parlamento siciliano e in quello italiano, per un contrasto politico e non solo giudiziario-repressivo della mafia. La sua eredità è immensa, tangibile ed estremamente ricca. Ricca di persone, lavoro e legalità. Quelle cooperative che ogni giorno, passo dopo passo, costruiscono un futuro diverso e un’alternativa di società sono il frutto della sua battaglia, della legge a lui intitolata, la legge Rognoni-La Torre, la quale per la prima volta istituisce il reato di associazione mafiosa nell’ordinamento italiano (art.416 bis)”.

Pio La Torre e Rosario Di Salvo con il loro sacrificio hanno dimostrato che la politica è diversa da come viene dipinta oggi. Nel loro omicidio c’è la paura della Mafia verso coloro che prima di altri avevano capito che la Mafia si poteva sconfiggere con più giustizia sociale, con la redistribuzione di ciò che le mafie avevano sottratto al territorio. La mafia è ingiustizia proprio per questo; perpetua il privilegio dell’appartenenza, elargendo privilegi agli affiliati e vessando, in cambio di una finta protezione, coloro che ruotano attorno, anche loro malgrado, a tale cerchia.

Un’altra preziosa testimonianza (oltre a questa dove si ripercorre idealmente la storia della Sicilia e di tutto il Paese dei giusti dagli anni ’50 agli anni ’90) ce la regala Santo della Volpe che ci spiega – ed è una lezione di storia di cui non si dovrebbe fare a meno – come è nato il reato di associazione  a delinquere di stampo mafioso: “per combattere la cupola italo-americana” (leggasi in particolare la vicenda della base militare di Comiso che avrebbe dovuto ospitare 112 missili cruise a testata nucleare, contro la cui realizzazione ci fu un imponente manifestazione europea che mise insieme movimenti pacifisti e movimenti antimafia) e, soprattutto, “il sequestro dei beni mafiosi, leggi che sono dopo la sua morte furono approvate, in particolare quella sul riutilizzo sociale  dei beni dopo  la mobilitazione di Libera nel 1995. È La Torre a conoscere i risvolti più segreti dell’attività del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, a comprendere il peso della P2, ed a intravedere, con nove anni di anticipo, il peso di strutture come Gladio”.

Il Sole 24Ore, infine, illustra la possibilità che, grazie a tutto il nuovo materiale raccolto in questi ultimi anni, si possa aprire una nuova inchiesta sull’omicidio di Pio La Torre, essendoci stati molto probabilmente importanti depistaggi nel passato, in nome di quella “alleanza tra mafia e poteri più o meno occulti”, essendo persona che faceva “paura al potere”.

Io, semplicemente, non dimentico. E la sua esperienza di vita, con la sua coerenza, credo siano i migliori insegnamenti per me e per quelli che come me credono e vorrebbero continuare a credere con fiducia e speranza nel futuro del proprio Paese.

La mafia perde e perderà perchè è una merda

Si è svolta a Genova, nello scorso fine settimana, la XVII Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie, promossa congiuntamente da Libera e da Avviso Pubblico. Una grandissima manifestazione, dai mille significati, come ho provato a raccontare in questo articolo. E’ sempre sorprendente la dignità dei familiari delle vittime che chiedono di ottenere verità e giustizia per i loro cari, spesso scomparsi senza una validissima motivazione. Non sbraitano, non urlano, non offendono, non denigrano. Parlano ed ascoltano, con umiltà ed educazione. Il dolore, paradossalmente, addolcisce anche gli animi più severi. La nostra classe dirigente, quella politica in particolare, dovrebbe imparare questa lezione di civiltà e saperla praticare con moralità. Nel ventennale delle Stragi di Stato, nel trentennale dell’omicidio di Pio La Torre, a pochi mesi dal ritrovamento del cadavere di Placido Rizzotto, ci si sarebbe aspettati un messaggio diverso dalla politica. A pochi giorni, inoltre, dalla notizia che la Commissione Europea sta predisponendo una direttiva europea che agevoli sequestri e confische. Mentre il Parlamento Europeo ha approvato il progetto di una Commissione Parlamentare Antimafia Comunitaria. Invece la risposta della politica politicienne è stata, come era lecito aspettarsi, delle peggiori: indifferenza assoluta. Forse, alla fine, è stato meglio cosi. Perchè quando il Parlamento, specchio del Paese, è culturalmente mafioso e moralmente assoggettato al vizio della corruzione e del malaffare, avere suoi illustrissimi rappresentanti in un corteo simile, emblema invero di un’Italia che non si arrende e non si rassegna, avrebbe portato a rovinare una bellissima giornata di festa. Perchè quando la memoria diventa un dono, si fa testimonianza e si realizza compiutamente anche attraverso lo sguardo di quei familiari che portano lo stesso nome dei loro cari trucidati, il dolore lascia spazio alla speranza. Alla fiducia che attraverso il buon esempio si alimenti una diversa consapevolezza e convinzione che soltanto se siamo noi stessi, per primi, frutti di legalità il nostro Paese non sarà in futuro più avvelenato.

La zona grigia è il vero problema. La forza della mafia non sta nella mafia, è fuori, è in quella zona grigia costituita da segmenti della politica, del mondo delle professioni e dell’imprenditoria. Oggi siamo qui per dire che la mafia perde e che noi vinciamo. Qui c’è una parte d’Italia che vuole dire da che parte sta. Vogliamo meno parole e più fatti da parte di tutti. 

C’era una volta il poker

L’avidità. Ecco cosa muove, credo, banditescamente, colori i quali in questi ultimi anni si sono arricchiti – e continuano a farlo – svuotando i portafogli dei tanti ragazzi per bene, e a tratti inconsapevoli, che si sono lasciati sedurre da quello che oggi si chiama Texas Hold’em. E quando sul tavolo da gioco non hai più fiches, ma affari da 76 miliardi di euro, ossia numeri da multinazionale che non conosce la crisi, ma che anzi può contare su migliaia di “impiegati” regolari in tutto il Paese, c’è molto poco da aggiungere, ma moltissimo da fare, per sottrarre alle mafie un appetibile mercato sul quale, se si agisse in ritardo – a meno che non sia già tardi -, visto anche i clan che già si sono avventati come pantere sulle loro prede, avrebbero vita assai facile.
Don Luigi, infatti, con la sua proverbiale chiarezza ma determinazione, dice:
«Libera – ha detto Don Luigi Ciotti – vuole sollecitare, senza evocare scenari di proibizionismo e colpevolizzare nessuno, una risposta da parte di tutte le istituzioni e del governo». Un appello alla assunzione di responsabilità rivolto anche «a chi gestisce in maniera legale» le attività di gioco. «C’è – ha sottolineato Ciotti – un rischio dipendenza crescente anche in virtù di un marketing avvolgente. Lo slogan “più giochi per tutti” è una cosa inquietante».
 

Un settore che fattura 76,1 miliardi l’anno: la portata di quattro manovre finanziarie, una cifra due volte superiore a quanto le famiglie spendono per la salute e, addirittura, otto volte di più di quando viene investito per l’istruzione. Poi c’è il capitolo dipendenza: i giocatori patologici dichiarano di giocare oltre tre volte alla settimana, per più di tre ore alla settimana e di spendere ogni mese dai 600 euro in su, con i due terzi di costoro che sfondano i 1.200 euro al mese. Inoltre abbiamo: 41 i clan che si spartiscono la torta del mercato illegale del gioco d’azzardo; 800 mila persone dipendenti da gioco d’azzardo e quasi due milioni di giocatori a rischio; 10 le Procure della Repubblica con le Direzioni Distrettuali Antimafia che nell’ultimo anno hanno effettuati indagini; 22 le città dove nel 2010 sono stati effettuate indagini e operazioni delle Forze di Polizia con arresti e sequestri direttamente riferibili alla criminalità organizzata; 3.746 i videogiochi irregolari sequestrati nel 2010, alla media di 312 al mese; 120.000 addetti che lavorano nel settore e muove gli affari di 5.000 aziende; tre volte alla settimana la media di gioco per i giocatori patologici, più di tre ore alla settimana.

Le due Italie

A Correggio, civilissima cittadina di un’Emilia-Romagna che sa rinnovarsi, ho presentato il libro di Antonio Roccuzzo “L’Italia a pezzi. Cosa unisce Catania e Reggio Emilia”, edito da Laterza. Un viaggio lucido e appassionato fra due realtà che sembrano avere ben poco in comune, se non una incombente presenza di interessi mafiosi che stanno invadendo anche questa provincia sviluppata ed evoluta. Già allora mi è parso chiaro il senso di una metafora più generale, che travalica quelle specifiche storie, le diversità geo-politiche, le differenze ambientali di un Paese evidentemente “a pezzi”: per l’insieme di valori vissuti, calati in modelli di comportamento, nelle scelte di vita e nelle conseguenti azioni di milioni di donne e di uomini, dobbiamo prendere atto che ci sono ormai due Italie.

Comunicano con crescenti difficoltà, hanno diversi livelli di memoria e di accesso alla conoscenza, quindi di interpretazione della realtà, ma soprattutto una diversa scala di riferimenti etici e civili, di rispetto di regole condivise, al di là degli interessi individuali immediati ed egoistici. Per una delle due “parti”, questi hanno in ogni occasione il sopravvento su quelli generali e collettivi “al di là del proprio giardino”. Ne deriva, nei rapporti con quanti credono invece nel rispetto delle regole che la collettività si è data e che hanno a fondamento la naturale legge morale e i principi costituzionali di una democrazia, una permanente ostilità che si va facendo ogni giorno di più una inquietante spaccatura, anche nei rapporti interpersonali e spesso familiari.

Si è più volte denunciata quale sia stata su questo processo la responsabilità del “berlusconismo” indotto attraverso il dominio dei media soprattutto televisivi e il permanente conflitto di interessi di cui è intessuto il potere di Berlusconi. Certo gli interrogativi su quale nefasta influenza abbia avuto tutto questo nel consolidarsi del fossato che divide in due il Paese, ben avvertito con preoccupazione sul piano internazionale, si moltiplicano alla luce di quanto sta avvenendo. E’ davvero difficile non preoccuparsi quando, in un diffondersi di intolleranza e di razzismo, in un paese del Nord leghista si tenta di organizzare un “Bianco Natale”, non per la neve, ma per l’esclusione organizzata di tutti gli immigrati con la pelle diversa dalla nostra..

Il premier intanto è immerso esclusivamente nel tentativo di evitare i suoi antichi, ma forse anche futuri guai giudiziari, attraverso uno scontro sul “processo breve” e nuovi progetti di “lodi” che sta paralizzando la vita politica, a fronte di enormi problemi sociali, di una recessione che incombe, di migliaia di perdite di posti di lavoro. Un provvedimento camuffato da riforma, ma che in realtà, come dimostrano le denunce dei magistrati e del CSM, ucciderebbe migliaia di processi e i diritti di tanti cittadini che attendono giustizia da una “legge non più uguale per tutti”. Che il ministro Alfano abbia parlato disinvoltamente di un uno per cento dei processi pendenti che andrebbero chiusi è un ulteriore segnale del cinismo dell’ennesima legge “ad personam”..

Ma in questo contesto come reagirà quell’Italia così diversa, quasi aliena rispetto ai valori portanti della democrazia, dinanzi a comportamenti del governo che aprono ulteriori porte agli interessi delle mafie, con il vergognoso emendamento alla Finanziaria che consentirebbe di vendere pubblicamente migliaia di beni confiscati e non assegnati a un uso sociale, come previsto dalla legge? Nelle parole di Don Luigi Ciotti, nell’appello di Libera, negli emendamenti che uno schieramento trasversale di parlamentari prepara alla Camera, nella protesta di comuni e amministrazioni locali, c’è una prima risposta dell’Italia che crede nei diritti e nella legalità. Abbiamo di fronte la disinformazione di media etero-diretti, o attacchi personalistici come quelli del sottosegretario Mantovano, arrivato a rispolverare l’accusa ai “professionisti dell’antimafia”, che riporta alle vicende di una infelice definizione di Sciascia. Gli ricordiamo solo che lo scrittore siciliano, avendola applicata a Paolo Borsellino, se ne pentì pubblicamente ancor prima che la mafia facesse saltare in aria il magistrato e la sua scorta…

Eppure, nonostante la pessima aria che tira, non si deve perdere il contatto con l’altra Italia, ma informare i tanti che non sanno o che sono artatamente distratti dal dominio di parte sulle televisioni.

Le mafie e il sistema di corruzione e di complicità che le circonda ledono i diritti di tutti, al lavoro, allo sviluppo, alla libertà, indipendentemente dalle condizioni e dalle idee di ciascuno. Una buona occasione dunque, quella di eliminare l’emendamento-regalo offerto alle mafie nella Finanziaria, per colmare, almeno in parte, il fossato che si sta allargando fra le due Italie.

Le due Italie, Roberto Morrione, Libera Informazione

Verso Contromafie

Gli Stati Generali Antimafia indetti da Libera parleranno ai vivi, ma non scorderanno i morti.

Per il dovere della memoria, ma ancor più perché affermare i diritti di tutti contro il crimine e la corruzione è combattere la stessa battaglia nella quale tanti hanno perso la vita. Significa che la loro battaglia è ancora aperta e che va portata avanti, se non vogliamo che ne resti solo il rimpianto. Un’identica battaglia, nonostante molti non l’abbiano capito o fingano di non averlo compreso, per convenienza o per viltà o, come gran parte dei media, l’abbiano rimosso per ignavia e per i condizionamenti del potere.

Nonostante gli assassinati rappresentino la parte migliore del nostro mestiere e ci indichino oggi la strada da seguire, la difesa a oltranza della libertà di stampa, mentre si fa più pesante la pressione intimidatrice, l’aria mefitica del regime, l’attacco in corso contro le istituzioni e i diritti di tutti i cittadini a essere informati. Per questo motivo, sentiamo la necessità di rivolgere la parola ai giornalisti assassinati dalle mafie, ai loro familiari, ai magistrati, agli investigatori, a tutti coloro che non considerano quei delitti come numeri negli archivi, mummificati da sentenze che non hanno chiarito moventi, mandanti, complicità, situazioni ambientali.

Per questo vogliamo rivolgerci a coloro che sono stati colpiti negli affetti più cari, ma che non si arrendono. Penso a Claudio ed Elena Fava, che portano avanti con orgoglio l’eredità di Pippo Fava, ma Claudio deve poi scrivere nel suo “I disarmati” delle tante occasioni perdute e di quelle tradite, in un’Italia malgovernata e disinformata, in una Catania ancora prigioniera del malaffare e della corruzione. E ai giornalisti della nidiata de “I Siciliani”, cronisti coraggiosi e penne di grande valore, poi dispersi nel mare del mercato editoriale, ma a volte, come per Riccardo Orioles, animatori di mille battaglie sconosciute, tenacemente costruite dal basso, formative per tanti altri giovani. Senza soldi, ma anche senza paura.

Penso a Mauro Rostagno e alle tormentate vicende che hanno dovuto affrontare la figlia Maddalena, la sua compagna Chicca e la sorella Carla, per tenere aperte indagini che portassero a una verità ancora lontana, ma per la quale si sono adoperati cittadini, magistrati capaci come Antonio Ingroia, validi investigatori come Giuseppe Linares a Trapani.

Penso a Giovanni Impastato, che in ogni parte d’Italia porta non solo il ricordo di Peppino, di Radio Aut e della lunga guerra giudiziaria per fare emergere una verità nascosta, deformata da complicità e silenzi, ma anche per difendere il patrimonio civile e morale di suo fratello dagli atti di aggressione e sottocultura che si susseguono ormai nel Paese.

Penso a Sonia Alfano, che ha trasferito nel parlamento di Strasburgo l’impegno civile cresciuto dopo l’uccisione del padre Giuseppe. Penso a Paolo Siani, che porta il sorriso gentile del fratello Giancarlo, assassinato a 26 anni, nel cuore di manifestazioni che premiano giovani che hanno scelto la strada del giornalismo d’inchiesta, in un film, nella pubblicazione di articoli che ridanno il senso di una passione civile e professionale, oggi insultata e aggredita come mai è avvenuto in un paese democratico.

Penso a Mauro De Mauro e alla sua famiglia, che ancora non sa dallo Stato perché, come e da parte di chi il giornalista de “L’Ora” di Palermo fu rapito e ucciso quarant’anni fa, sullo sfondo di cospirazioni contro le istituzioni, deviazioni, intrecci che riportano agli inquietanti segnali che costellano anche questi nostri anni e che si profilano nell’immediato futuro.

Penso al giovanissimo Giovanni Spampinato, ucciso nel ’72 a Ragusa e a suo fratello Alberto, che tanti anni dopo ne ha tratteggiato la drammatica storia in un bel libro, mentre sta formando un osservatorio appoggiato dalla FNSI per non lasciare soli e indifesi i giornalisti, circa 200 negli ultimi anni, aggrediti o minacciati dalle mafie per il loro impegno di lavoro. Una cifra enorme, non conosciuta, che ricorda tristemente alcuni paesi latino-americani in mano ai narcotrafficanti.

Penso alle battaglie condotte dalla famiglia di Mario Francese per riaprire l’inchiesta ormai chiusa sull’uccisione del bravissimo cronista del “Giornale di Sicilia” e al mistero che ancora circonda l’assassinio di Cosimo Cristina, il primo giornalista ucciso nel 1960.

Penso infine a Giorgio e Luciana Alpi, indomiti genitori che chiedono da 15 anni verità e giustizia sulla morte di Ilaria, assassinata a Mogadiscio insieme con l’operatore Miran Hrovatin, mentre realizzava una delicatissima inchiesta sui traffici d’armi e rifiuti tossici con l’Italia, dove anche gli interessi mafiosi erano presenti. Mentre emerge la realtà delle “navi dei veleni” affondate nel Mediterraneo, con la rete di complicità e gli intrecci affaristici che ne formano lo sfondo, l’attualità di questo giornalismo colpisce come uno schiaffo morale coloro che vogliono imporre il bavaglio alla libertà di stampa, annullando i pochi spazi critici non piegati dal conformismo e dalla subalternità al potere che sta stravolgendo il Paese.

Se ne parlerà a Contromafie.

E il respiro che ancora sale dalle vite spezzate di quei nostri fratelli, caduti sul fronte delle notizie come gli inviati di guerra, farà più forte l’impegno.

Verso Contromafie, Roberto Morrione, Libera Informazione

Carlo Vulpio: “Nei giornali sempre meno libertà”


Lo scorso 10 dicembre, quasi in anteprima rispetto ai vari Gomez, Giulietti e Micromega (basta confrontare le date) con la riflessione ” Carlo Vulpio “imbavagliato” “, ho divulgato la notizia in base alla quale il direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, aveva sollevato l’ottimo Carlo Vulpio dall’incarico di continuare ad occuparsi di tutte quelle vicende collegate alla “peste giudiziaria” scoppiata a seguito delle inchieste del dott. De Magistris, avendo fatto il giornalista, come è lecito che sia, nomi e cognomi, a prescindere da chi siano questi nomi e questi cognomi.

Aspettarsi una puntata speciale di Porta a Porta o di Matrix su questa vicenda, che ha dell’increscioso, sarebbe come credere di poter domani vincere al superenalotto un miliardo di euro, visto anche lo spessore morale e culturale dei rispettivi conduttori di queste porcate, che chiamiamo programmi televisivi.

Nel frattanto che il viscido della prima rete pubblica, da noi pagata con il nostro canone, continua a presentare libri (editi dalla Mondadori, di proprietà di Berlusconi), con il suo omologo di Raiset sempre pronto ad ospitare persone eccezionali come lo scrittore Moccia, l’attore Scamarcio o il critico Sgarbi (insomma quanto di meglio l’italia di oggi possa offrire..) succede che Carlo Vulpio, il cui libro Roba Nostra è stato cosi un successo che a breve uscirà una seconda edizione aggiornata con nuovi contenuti, attraverso il suo nuovo sito, ci fa sapere che non solo moltissimi giornalisti (non tutti) hanno ignorato questo “scacco matto” alla libertà d’informazione ma che anche l’organo deputato a tutelare la professionalità dei giornalisti, quale il Comitato di Redazione, si è bellamente disinteressato di questa vicenda, come peraltro si può leggere in questa riflessione firmata dal medesimo giornalista.

E nell’anniversario di Libera Informazione, l’Osservatorio sull’informazione per la legalità e contro le mafie di Libera, chi è sensibile a certi temi, non avrebbe potuto chiedere di più e di meglio..

Un bel bavaglio e una predeterminata censura!!

Proprio degli ottimi regali di Natale per noi italiani.. proprio per essere buoni e restare ottimisti..

Carlo Vulpio: “Nei giornali sempre meno libertà” (Audio)

LIBERA.. ma non troppo..

Oggi parlare di Antimafia non è facile per niente.
Farlo in Italia, poi, è ancora più difficile per quelli che attualmente sono gli equilibri, veri o presunti, che sorreggono la nostra malata Repubblica.
Non perchè, purtroppo, a volte, Stato e Antistato siano stati e siano la stessa cosa, dimostrando di non aver imparato assolutamente niente dalla Storia e dagli errori commessi, ma perchè oggi si etichettano come “paladini dell’Antimafia” individui che non conoscono nulla di certi fenomeni criminali credendo piuttosto che sia una tendenza, una moda di cui essere testimonial o sponsor perchè cosi si ha una maggiore credibilità e onorabilità.

E allora si possono individuare una Antimafia “istituzionale” e una Antimafia “sociale e culturale”.

Se in gioco ci fossero sempre persone eticamente corrette, oltre che professionalmente capaci, queste realtà sarebbero tra loro complementari ed integrabili in una unica grande e meravigliosa realtà.

Invece da Italiani spesso accidiosi, invidiosi ed egoisti del nostro “orticello” accanto all’Associazione Libera presieduta da anni da Don Luigi Ciotti, che rappresenta “l’Antimafia istituzionale”, abbiamo realtà associative che rappresentano “l’Antimafia sociale e culturale” come il Centro Impastato di Palermo, come il Comitato AddioPizzo di Palermo, come la Casa della Legalità e della Cultura di Genova, come il Movimento E Adesso Ammazzateci Tutti, o anche persone che non avendo bisogno di medaglie al valore nè di elogi pubblici, dietro i quali spesso si cela una latente ipocrisia, hanno scelto da che parte stare in quella mai doma sfida tra Giustizia e Legalità da una parte e Odio e Violenza dall’altra: Salvatore Borsellino, Pino Masciari, Benny Calasanzio, Roberto Saviano, Rosaria Capacchione, Pino Maniaci, Lirio Abbate, e quanti hanno una quotidianità compromessa e faticosamente accettabile per il loro senso dello Stato, per la loro onestà, per il loro coraggio e la loro determinazione che li ha portati a denunciare tutti quelli che avrebbero voluti zittirli per sempre.

Quando ho scoperto che a Bari lo scorso 15 marzo si sarebbe tenuta la XIII Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo di tutte le vittime di Mafia, con grande entusiasmo e gioia, mi sono avvicinato al nascente gruppo cittadino di Libera che era amministrato da una persona poi rivelatasi eccezionale non solo dal punto di vista umano ma anche “operativo” e di come collaborare cosi, con chi ritenevo avesse la mia stessa sensibilità, fosse estremamente facile e produttivo. Infatti, anche per il mio umile e semplicissimo contributo, la Giornata è stata un successone con più di 100 mila persone in città provenienti da tutta italia con la personale soddisfazione di incontrare e conoscere autorità come Giancarlo Caselli, Don Luigi Ciotti, Nando dalla Chiesa e tantissimi altri.
L’importanza e la riuscita dell’evento, testimoniato da una pacifica quanto irresistibile e indimenticabile fiumana di gente felice e nei cui occhi brillava il sole della Pace e della Giustizia, e dove i sorrisi erano contagiosi anche tra sconosciuti in una atmosfera magica bellissima, in un primo momento mi fece perdere di vista degli aspetti che comunque mi lasciarono perplesso, quali la sponsorizzazione di Unipol agli eventi promossi da Libera e la presenza, prima nel corso del corteo, poi sul palco, nel corso della manifestazione conclusiva, di eminenti personalità politiche quali Massimo D’Alema, Francesco Forgione, Beppe Lumia, il Sindaco di Gela Rosario Crocetta e le autorità locali come il Sindaco Emiliano, il Presidente della Provincia di Bari Francesco Divella e quello della Regione Nicky Vendola.
Ripensando poi a mente lucida a questo evento e alle cose ascoltate, talune non proprio edificanti, capii che Libera rappresentava la cosiddetta “Antimafia Istituzionale” e se da un lato ritenevo e ritengo che questa comunque è necessario che ci sia e che faccia da filtro tra la realtà politica e quella sociale del Paese, dall’altro, ieri come oggi, non gradisco che a volte Libera sembri un partito, per la sua organizzazione verticistica e poco orizzontale, assoggettato o semplicemente eccessivamente influenzato, a vere forze politiche (vedasi gli ospiti che erano sul palco di Bari) e che sia sponsorizzato copiosamente da una banca come l’Unipol che solo pochi mesi prima era uscito dallo scandalo, gravissimo e immorale, delle scalate bancarie nelle quali erano stati coinvolti non solo Consorte, Gnutti e Fiorani ma anche politici come Fassino, Latorre (quello del “pizzino” eticamente mafioso a Bocchino del Pdl) e D’Alema attraverso delle intercettazioni per le quali non hanno, ovviamente, pagato loro, i “furbetti del quartierino”, ma il giudice (Clementina Forleo) che voleva solo fare il proprio lavoro.
Alle mie domande, che indispettirono qualcuno, ricevetti poche risposte, con sguardi non proprio benevoli da parte delle persone a cui mi rivolsi, membri ora di Libera ora dell’Arci, qualcosa di più di una semplice costola dell’Associazione.
Quando nei mesi successivi, appresi che il reggente di Libera Bari era stato dichiarato, contro il suo volere e senza esserne immediatamente informato, dimissionario dal responsabile dell’Arci di Bari, che lo aveva sostituito, e oggi addirittura responsabile nazionale delle Carovane Antimafia che stanno attraversando il Paese, (per ragioni fittizie e palesemente inconsistenti) e che per ragioni altrettanto sterili erano caduti nel vuoto alcuni inviti per presenziare ad eventi cittadini sempre nel nome dell’Antimafia, ecco che i tanti dubbi, confutati nel tempo, sono diventati una prova. Libera è malata e quello che credevo fosse un caso soltanto pugliese, peraltro irrisolto perchè i miei accorati appelli sono stati fatti cadere nel vuoto, si è rivelato essere un caso ben più ampio perchè ci sono emergenze e criticità anche nella neonata Libera Liguria, gestita, guarda caso, da un membro dell’Arci, e le cui anomalie, leggasi infiltrazioni politiche e non solo, sono state sapientemente documentate dai ragazzi della Casa della Legalità e della Cultura di Genova in questo articolo.

Chiudo la riflessione di oggi esprimendo quindi questa grandissima amarezza perchè nessuno vuole il male di Libera o peggio la sua chiusura o il suo ridimensionamento, ma auspico che ci possa essere quanto prima una discussione e un confronto per ripianare le divergenze, che sia fatta chiarezza e che queste ombre siano velocemente fugate perchè sarebbe grave che una Associazione cosi importante per tutto quello che ha fatto e che ha costruito nel tempo, nella quale crede una porzione importante di cittadinanza che si identifica nei valori dell’Antimafia, basati sulla Pace, sulla Giustizia, sull’Etica, sul Senso dello Stato, sulla Democrazia, alla quale hanno dato e continuano a dare fiducia centinaia di migliaia di persone in tutta italia, in primis i familiari delle vittime di mafia, dopo tutto l’immenso e infinito dolore che hanno subito e che nessuno potrà mai risarcire e ripianare (e per la cui cosa nessuno si può permettere di prenderli in giro, ingannandoli subdolamente e occultamente), non dimostri di essere non solo ontologicamente, ma anche apparentemente, corretta, pulita e trasparente, oltre che onesta.

In una parola, che sia Libera di nome e di fatto.

Siamo tutti Pino Maniaci

A un giorno dal dibattito “Le sue idee camminano sulle nostre gambe” nel quale ricorderemo ufficialmente Paolo Borsellino, nel 16° Anniversario della Strage di Via d’Amelio, la mafia siciliana, sorella gemella di quella che impera dagli alti scranni di Roma, torna a farsi sentire.

E lo fa in modo becero, insulso, ignobile, indicibile.

Intimidendo, per la seconda volta (attraverso l’incendio della sua auto), in una pericolosa escalation, uno che alla mafia non solo non si è mai prostrato supinamente ma che mai l’innalzerà a fede di vita.

Pino Maniaci, straordinario esempio di coraggio siciliano, nonostante l’età che avanza che potrebbe indurlo a una vita tranquilla e disinteressata, ha scelto con chi stare nella sanguinosa lotta tra Mafia e Stato: anche se queste talvolta coincidono, lui ha scelto lo Stato, quello Stato che recusa la violenza e l’illegalità e propugna per i diritti individuali e la libertà.

Quel Pino Maniaci che a gennaio fu aggredito a calci e pugni da un paio di giovani, tra cui Michele Vitale, figlio minorenne del boss mafioso Vito Vitale.

Il messaggio era chiaro.

E’ stata tale anche la risposta, sostenuta da una infinita e inattesa solidarietà al cronista siciliano: sostegno incondizionato e inalienante a chi sa, con dignità, rifiutare il compromesso, i ricatti, le omertà, tutti i modus comportandi dei boss.
Loro, bene che lo sappiano, non ci fanno paura nè mai ci piegheranno alla loro volontà.

Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, ha cosi scritto:

Cercare la verità conoscendo i fatti, esercitando l’analisi, sapendo distinguere per non confondere. Etica del giornalismo come etica della parola al servizio della democrazia e del bene comune. “Siamo tutti Pino Maniaci”, perché in questi anni Pino ha saputo informare sulle mafie e sui loro affari, ma anche denunciare i silenzi e le compiacenze di cui si nutrono.
“Siamo tutti Pino Maniaci” perché Pino non deve sentirsi solo. Perché abbiamo bisogno di un giornalismo fatto d’impegno civile che ci aiuti a non essere distratti o indifferenti.
Perché abbiamo bisogno di parole che facciano luce sulla verità alimentando la passione e la speranza del cambiamento.

Per aderire anche tu all’iniziativa “Siamo tutti Pino Maniaci” clicca qui.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: