Archivi delle etichette: Marcello Dell’Utri

Gelli, tangenti amici e trame

Militari, politici, dirigenti ministeriali, direttori di banca, magistrati, professionisti, industriali e faccendieri. Una nuova rete di “personaggi appartenenti a tutti i settori che contano della vita pubblica e privata”. Con una copertura associativa di stampo massonico, che garantisce vantaggi “a tutti e a ciascuno”, attraverso “stretti legami di fratellanza e mutua assistenza”. E in cima alla piramide, lui: Licio Gelli, l’immarcescibile maestro venerabile della P2.

Dalla scoperta della lista dei 962 affiliati alla sua loggia segreta, è passato più di un quarto di secolo. Dal 1981 ad oggi Gelli ha accumulato condanne definitive per reati che hanno fatto storia: principale responsabile della bancarotta dell’Ambrosiano di Roberto Calvi; stratega dei più gravi depistaggi del Sismi (la prima delle tante false piste internazionali) per la strage di Bologna. Gelli ha scontato la pena a casa, nella villa aretina intitolata alla moglie Vanda Vannacci, per gravi motivi di salute, che peraltro dieci anni fa non gli impedirono di evadere. Nel 2003, intervistato da ‘Repubblica’, aveva scherzato sulle analogie tra il suo piano di rinascita e il programma del governo presieduto dal suo più ricco affiliato, Silvio Berlusconi: “Sì, forse dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa”. Oggi, festeggiati i 90 anni, Gelli non è solo il custode di segreti di un passato che non passa. È il protagonista di nuovi intrighi. Riceve industriali. Tratta affari. Istruisce colonnelli. Offre appoggi. E fa da consigliere all’organizzatore di una nuova rete di “fratelli”.

A documentare il ritorno di Gelli è l’inchiesta di una piccola procura del Nord, ora trasmessa ai pm antimafia di Palermo. A Verbania, pochi giorni fa, i magistrati hanno chiuso le indagini su una cordata di imprenditori che facevano i soldi con le fatture false. Organizzavano finte esportazioni di macchinari, creando crediti Iva fittizi. E per cinque anni, oltre a non pagare le tasse, sono riusciti a farsi rimborsare dallo Stato “almeno 9 milioni di euro”. La parte del leone l’ha fatta la Tubor spa, una fabbrica di termosifoni con 170 operai, lasciata fallire dopo il sequestro del bottino. Per frodare il fisco questa “associazione per delinquere” aveva bisogno di azzerare i controlli. E a garantire “l’ombrello fiscale”, come lo chiamano gli inquisiti, erano due imputati di corruzione: Rolando Russo, dirigente dell’Agenzia delle Entrate di Verbania, e Delio Cardilli, tenente colonnello della Guardia di Finanza, in servizio dal ’69. I due, secondo l’accusa, si sono divisi tangenti per un milione e 748 mila euro. Benché indagato a Roma già dal 2002, Cardilli fino al 2006 era al comando generale, come “capo ufficio operazioni del nucleo speciale evasione contributiva”, e poi è diventato “comandante del centro addestramento regionale” di Perugia. Prima di essere arrestato, nel giugno 2008, insegnava alla “Libera Universitas” di Orvieto e scriveva di fisco sui quotidiani economici.

Per comunicare con gli altri indagati, Cardilli usava 72 schede telefoniche e 29 cellulari. Ad ogni numero corrispondeva un solo interlocutore. Per poterlo intercettare, i finanzieri onesti hanno dovuto nascondergli una microspia in ufficio, riuscendo ad ascoltarlo solo per un paio di mesi. Il colonnello è affiliato ai Templari, l’antico ordine cavalleresco che oggi è un’associazione lecita come la massoneria. Nell’ordine d’arresto, i magistrati precisano che “era in lizza per diventare vice-priore nazionale”. E trascrivono una telefonata in cui lo stesso Cardilli illustra a un “cavaliere” quale “utilità” si può ricavare dalla sua rete associativa: “Io voglio fare una forza che, con l’obiettivo umanitario, poi diventa anche economica e addirittura una forza politica… Politica nel vero senso del termine. Perché quando io alzo il telefono e dall’altra parte c’ho il cavaliere templare che è procuratore della repubblica di Roma, ti faccio un esempio, io sto già più tranquillo. Mica dobbiamo fare chissà cosa, però c’hai un amico. Anche per un consiglio, no? Dall’altra parte alzi il telefono e trovi il direttore delle entrate… E c’hai un amico. A me piace fare una coalizione: tutti in uno. Hai capito? Che tu hai bisogno di qualsiasi cosa, e ognuno di noi deve avere l’etica di aiutare l’altro. Per la Finanza ci sono io, poi c’è il collega dei carabinieri, quell’altro dell’esercito… C’è tanta gente… Ci sono quelli della pubblica amministrazione, diversi imprenditori… Così si fa!”.

Questa intercettazione-chiave è del 16 giugno 2007. Per tutta l’estate Cardilli si sente con Gelli. Il colonnello telefona a Villa Vanda e si presenta come “Delio”. Il tono è amichevole, ma Cardilli pende dalle labbra di Gelli. Assicura di essere a sua completa disposizione “tranne una settimana di ferie”. Le intercettazioni documentano una forte intesa, una sorta di alleanza tra l’ufficiale inquisito e il capo della P2. Gelli e Cardilli però sospettano di essere intercettati. Parlano con allusioni e mezze frasi. Si promettono favori, ma non precisano nomi e fatti. Molte telefonate servono solo a fissare appuntamenti a tu per tu. A fine agosto le intercettazioni s’interrompono, perché Cardilli continua a cambiare telefoni. Nei nastri restano registrate le sue insistenze per sapere se ci sono “novità” su un misterioso gruppo dei “cinque”, che Gelli sta segretamente organizzando. Cardilli gli chiede se ha contattato un “imprenditore di Milano”, ma non fa nomi.

Le indagini documentano almeno un incontro. Il colonnello accompagna nella villa di Gelli un industriale che lui stesso identifica come Pietro Mazzoni, titolare dell’omonimo gruppo con interessi dagli appalti ambientali all’energia, dalle pulizie alle telecomunicazioni. All’uscita Cardilli riferisce a un “fratello” che Mazzoni chiama Gelli “commendatore”, che i due hanno parlato di affari e che il venerabile ha promesso appoggi. Il colonnello aggiunge che deve rivedere Gelli con urgenza, perché “il maestro” gli deve “parlare a quattr’occhi” di “una cosa importante”. Tanto che Mazzoni, imbarazzato, voleva lasciarli soli.

Negli stessi giorni Cardilli convoca i templari per la festa del 15 settembre al Castello dell’Oscano di Perugia. Il colonnello chiede ai suoi cavalieri se sia il caso di ammettere altri “pezzi da 90” nel sottogruppo “nostro”: “Io volevo far entrare due assessori regionali, due magistrati: i procuratori di Roma e di Pisa sono amici miei… Come il senatore Colucci di Forza Italia… Il senatore Schifani è un altro amico mio… Il procuratore di Bologna pure… Io c’ho diverse nomine, ma finché non vedo le cose chiare, non le faccio entrare. Io ho fatto entrare il vicepresidente della Finmeccanica (ingegner Sabatino Stornelli, secondo i pm)… Il prefetto di Napoli sta nella mia comanderia… Abbiamo i notai, abbiamo i migliori avvocati, deputati, onorevoli, abbiamo addirittura un viceministro dell’interno che voleva entrare, ti dico pure il nome: Minniti”.

Solo vanterie? Frequentazioni di lavoro che il colonnello spaccia per amicizie interessate? L’inchiesta di Verbania ha verificato l’appartenenza ai templari dei soli professionisti e funzionari direttamente coinvolti nei fatti di corruzione. Su tutto il resto, ora indaga Palermo. I pm antimafia hanno infatti scoperto che il colonnello Cardilli, il 6 giugno 2008, ha incontrato una poliziotta poi arrestata come complice di una consorteria massonica: una banda in grado di rinviare e aggiustare anche processi di mafia in Cassazione. Il presunto capo, Rodolfo Grancini, è un massone di Orvieto in rapporti con Marcello Dell’Utri. La poliziotta, Francesca Surdo, voleva entrare nei servizi segreti. Al che Grancini le ha chiesto un curriculum e fissato un appuntamento con Cardilli, che si è qualificato come “già destinato ai servizi”. All’incontro, il colonnello le ha presentato l’ennesimo amico importante: Roberto Mezzaroma, costruttore romano ed ex europarlamentare di Forza Italia. La poliziotta ricorda che “portava sulla giacca il prisma simbolo dei circoli di Dell’Utri”.

Gelli, tangenti amici e trame, di Lirio Abbate e Paolo Biondani, L’Espresso

Annunci

Stragi: Spatuzza parla di Dell’Utri

Il senatore Marcello Dell’Utri è stato citato dal pentito Gaspare Spatuzza negli interrogatori della procura di Firenze sulle stragi e mancate stragi del ’93 a Milano, Roma e Firenze. Questo preoccupa il presidente del consiglio che attacca i magistrati. Mentre l’ex magistrato Luigi De Magistris auspica maggiore sforzo dei magistrati nell’indagare sui rapporti tra Forza Italia e cosche. “Credo – sostiene – che i magistrati debbano fare di più. Non dimentichiamo che Marcello Dell’Utri è un condannato per mafia, ed è il primo consigliere di Berlusconi”.

Tutto comincia l’8 settembre a Milano con Silvio Berlusconi all’attacco: “”E’ follia pura. So che ci sono fermenti in Procura, a Palermo, a Milano. Si ricominciano a guardare i fatti del ’93, del ’92, del ’94… Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico fanno queste cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese”.

Ma la procura di Palermo non indaga e non ha competenza sulle stragi del 92-93. Il procuratore di Palermo, Francesco Messineo, di ritorno dalle vacanze interviene sulle polemiche politiche innescate da Berlusconi : “Mi hanno onestamente sorpreso le dichiarazioni di Berlusconi su noi e sulla procura di Milano, perché noi non abbiamo indagini sulle stragi del ’92 e del ’93”. Dice Francesco Messineo e aggiunge. “Quelle indagini sulle stragi di mafia sono di esclusiva competenza di Caltanissetta e di Firenze, noi a Palermo non abbiamo indagini su questi fatti e non potremmo neppure averne – spiega Messineo – Non riesco a leggere a quale tipo di indagine si fosse riferito il presidente del Consiglio nella sua dichiarazione”.

Sull’ipotesi di riapertura del fascicolo “Sistemi criminali” affidato ai pm Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato, Messineo ammette: “Abbiamo sì delle indagini alle quali partecipa e collabora il pentito Gaspare Spatuzza ma si tratta di indagini su delitti di mafia avvenuti a Palermo – dice ancora Messineo – Non ha nulla a che vedere con le stragi. Le indagini non sono di nostra competenza. Non so ne abbia Milano. Anche questo non riguarda il mio ufficio”.

L’ex boss di Brancaccio, Gaspare Spatuzza, offre una nuova versione della strage di via D’Amelio sulla quale indaga la procura di Caltanissetta. Sulla sua attendibilità i giudici nisseni non si sono ancora pronunciati. Invece, i giudici di Firenze che indagano sulla strage di via dei Georgofili, cinque vittime, ritengono Spatuzza credibile ed hanno chiesto per l’aspirante pentito il programma provvisorio di protezione. Le sue dichiarazioni sui rapporti tra mafia, politica e affari potrebbero aprire nuovi scenari ma soprattutto riaprirne altri giocoforza abbandonati per mancanza di prove e testimoni. Spatuzza, che è tra i killer di don Pino Puglisi, propone una nuova versione delle presunte “coperture politiche” contro le quali i magistrati di Caltanissetta e Firenze si sono imbattuti più volte rimbalzando poi sul classico muro di gomma. Nessun segreto di Stato, segreti di fatto. Ad esempio, per il pentito Nino Giuffré, boss di Caccamo, l’attentato allo stadio Olimpico di Roma doveva essere solo dimostrativo ma vi avrebbero potuto perdere la vita decine di carabinieri. Spatuzza ha una sua idea.

“Per fortuna, quella volta qualcosa non funzionò nei circuiti elettrici del telecomando che avrebbe dovuto far saltare in aria un’auto – una Lancia Thema – con dentro 120 chili di esplosivo. – spiega Attilio Bolzoni su Repubblica – Non ci fu strage. Ma rivela oggi il pentito Gaspare Spatuzza ai magistrati di Firenze: “Giuseppe Graviano mi disse che per quell’attentato avevamo la copertura politica del nostro compaesano”.

Di ”momento storico particolare” parla il figlio di Paolo Borsellino, Manfredi: ”Sembra che lo scenario in cui è maturata la decisione di assassinare mio padre possa schiarirsi da un momento all’altro grazie a nuove collaborazioni e a particolari forse trascurati dagli investigatori in passato”, in una lettera inviata agli organizzatori del dibattito dedicato alla memoria del magistrato, organizzato a Roma da Atreju 09, la festa dei giovani del Pdl. Su quel palco sale il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto “Nessuno è contro le indagini sulle stragi di mafia. – dice Cicchito, poi precisa – Ma quando si vuole ricostruire un teorema che prevede che nel 1992-93, sia per quanto riguarda Falcone e Borsellino, sia per quanto riguarda gli attentati di Roma, Firenze e Milano, i mandanti sono stati Dell’Utri e Berlusconi, allora non siamo sul terreno della lotta alla mafia, ma su quello della più volgare strumentalizzazione politica di parte“.

Stragi: Spatuzza parla di Dell’Utri, Pino Finocchiaro, Articolo 21

Con il Governo Berlusconi, la spesa pubblica è alle stelle..

Nel mese di luglio 2009 si è registrato un fabbisogno del settore statale pari, in via provvisoria, a circa 4 miliardi, rispetto a un saldo positivo di 1.67 miliardi realizzato nel mese di luglio del 2008. Lo comunica il Tesoro, aggiungendo che nei primi sette mesi del 2009 si è registrato complessivamente un fabbisogno di circa 53,6 miliardi, superiore di circa 31,3 miliardi a quello dell’analogo periodo 2008 pari a 22,3 miliardi. (Sole24Ore)

Possibile questo inaudito sperpero di risorse pubbliche? Si, lo Stato italiano durante questi primi 16 mesi di Governo Berlusconi ha dilapidato circa 31,3 miliardi di euro in più rispetto al precedente esecutivo.

Dove sta “l’ipod nano” Renato Brunetta? Quell’essere viscido come un serpente che per mesi e mesi ci ha ammorbato con la sua “rivoluzione totale”? Colui il quale voleva restaurare “la sobrietà nelle istituzioni” a cominciare dai comportamenti degli stessi amministratori della “cosa pubblica”? Il gladiatore sempre pronto a scontrarsi contro i fannulloni delle Pubbliche Amministrazioni issati a responsabili letali del declino del nostro Paese ammutolendosi quando ci sarebbe stato qualcosa da dire ai suoi colleghi berluscones assenteisti per professione in Parlamento (tranne quando c’erano e ci sono da votare le leggi ad personam del sultano-gigolò o quando bisogna saccheggiare le casse dello Stato con i loro smisurati stipendi)?

Il pluriprescritto Premier sa che per vincere bisogna spendere. Governa da un anno, e da un anno la spesa pubblica “corrente”, cioè quella che l’Italia sostiene mettendo nelle tasche dei tanti statali soldi pubblici, è cresciuta esponenzialmente.

Solo per il fatto che si tratta di spesa “corrente” dovremmo irritarci non poco. Questo perché sono soldi che alleviano il presente ma non costruiscono il futuro. Sul futuro infatti si delineano tetri scenari e per niente rosee aspettative. Non sono soldi per fare ponti, strade, né per dinnescare il virus della disoccupazione o per favorire migliori processi di integrazione tra cittadini di diversa etnia. No, è cash che esce dal portafoglio pubblico ed entra in portafogli privati. Un investimento volto non solo ad incentivare la perdurante e cronica campagna elettorale nella quale si sta sfibrando il Paese, favorendo i lobbisti o i disperati che si vendono il voto, ma anche a regalare edonistiche appagazioni e inattese felicitazioni alla criminalità organizzata, nota alleata di questo esecutivo (infatti non dobbiamo dimenticare il caso del Sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino “postino” dei Casalesi, il caso del Presidente del Senato Renato Schifani che era in affari con il boss di Cosa Nostra Nino Mandalà nel comune di Villabate, il caso di Marcello Dell’Utri condannato in primo grado a nove anni per associazione mafiosa e per alcuni non fittiziamente coinvolto nelle vicende delle stragi di stato del ’92 quando morirono Falcone e Borsellino, ecc..).

Celebrando il detto: Un politico pensa alle prossime elezioni, un uomo di stato alle prossime generazioni capiamo subito sotto quale dei due profili schedare il pluriprescritto e pluriputtaniere “Al Tappone”.

Quattro dei ventuno miliardi di spesa aggiuntiva hanno avuto la forma di stipendi: più stipendi pubblici aumentati. Da 171 a 175 miliardi la spesa per le remunerazioni tra il 2008 e il 2009. Scontiamone due per dinamica inflattiva, ne restano tre proprio di maggior spesa. Berlusconi e il suo governo dunque per gli stipendi pubblici hanno speso di più di prima.

Altri cinque dei ventuno sono di maggior spesa per “consumi intermedi”, cioè quello che viene speso per far funzionare l’architettura burocratica ed istituzionale. Sono soldi che vanno ai fornitori, alle aziende, ai professionisti. Da 128 a 133 miliardi tra il 2008 e il 2009. Nonostante i lamentati, programmati e annunciati tagli, tre miliardi al netto dell’inflazione spesi in più dalla mano pubblica per pagare aziende e imprese.

Nove miliardi in più di spesa per le pensioni: da 223 a 232. Diciamo che qui il governo non c’entra: aumentano i pensionati e aumenta la spesa. Ma il governo c’entra eccome nei quattro più quattro miliardi in più di spesa per “altre prestazioni sociali” (da 54 a 58) e per “altre spese correnti” (da 57 a 61). Rileggiamo: quattro, più cinque, più nove, più quattro, più quattro fa 26 miliardi di spesa aggiuntiva. E allora perché 21? Perché cinque miliardi il governo li ha guadagnati spendendo di meno per pagare gli interessi sul debito (effetto calo dei tassi). Somma e sottrai, fanno appunto 21 miliardi immessi nelle tasche degli italiani.

Quali italiani e soprattutto come? A Palermo quasi 230 milioni di euro per pagare i debiti e gli stipendi della municipalizzata che male pulisce la città ma molta gente impiega e remunera. A Catania 150 milioni per mantenere in piedi la rete di assunzioni e iniziative che avevano portato il Comune alla bancarotta. A Roma 500 milioni per pagare, tra l’altro, l’inefficiente sistema di trasporti urbano. E 14 milioni a Parma per l’Autorità europea della sicurezza alimentare e 12 milioni per la società di navigazione dei laghi Como, maggiore e Garda. E 49 milioni per la Tirrenia che è l’Alitalia del mare, anzi peggio. Sono solo esempi, maglie di una rete che avvolge tutta la penisola. Una rete di spesa che tiene in piedi molte cose: aziende, stipendi, consulenze, consenso e governo.

(Fonte)

Mafia. Se Dell’Utri chiede di indagare.

E dunque si faccia una bella commissione parlamentare d’inchiesta sulla stagione delle stragi di mafia. Siamo sinceri: chi tra gli antimafiosi non direbbe in astratto “finalmente!”? Solo che le cose hanno una loro concretezza…Solo che la proposta l’ha lanciata il senatore Marcello Dell’Utri.

A settembre, se ancora non l’avrà fatto il Pdl, ci penserà lui a metterla nero su bianco. Ossia l’uomo che portò il boss assassino di Cosa Nostra Vincenzo [Vittorio, ndr] Mangano, da lui considerato “un eroe”, a soggiornare nella villa di Arcore. Il parlamentare condannato in primo grado a nove anni di carcere per associazione mafiosa.

Colui che, interrogato sull’esistenza della mafia, rispose plasticamente che, se esiste l’antimafia, vuol dire che esiste anche la mafia. Certo è vero, come egli argomenta, che “non si può stare a sentire parlare di accordo tra Stato e mafia come fosse un accordo tra Confindustria e sindacato”. Ma da quando, ecco la domanda, il senatore considera la mafia un nemico mortale suo, degli italiani e dello Stato? Di nuovo la concretezza. E in effetti chi ha studiato la materia sa che le indagini sulle stragi lambirono, da parte di più procure, l’impero berlusconiano. Senza giungere a conclusioni di rilievo penale, tanto da essere archiviate.

Ma lasciando, nelle carte, tracce di una qualche episodica e inquietante prossimità, connessioni logiche, indizi e supposizioni possibili, che non fu certo un orchestratore occulto a gettare sulle scrivanie degli investigatori. Ora a quelle indagini potrebbero essere offerti nuovi scenari e connessioni dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito Ciancimino, il cervello politico storicamente più vicino ai corleonesi. E non occorre molto per capire che il contenuto delle sue dichiarazioni è il misterioso oggetto del desiderio di chi potrebbe esserne coinvolto, a qualunque titolo. Che un mondo assai articolato è in subbuglio.

Totò Riina ha già detto la sua, in tono vagamente minaccioso. Una commissione d’inchiesta parlamentare, dotata degli stessi poteri della magistratura, avrebbe titolo a chiamare testimoni, a imporre deposizioni, a convocare gli stessi inquirenti. Potrebbe anche, per inesperienza, offrire la ribalta a deposizioni inattendibili, legittimare fior di depistatori per poi accusare di ogni peccato i magistrati. Insomma: se si vuole la verità su quella stagione oggi che le indagini si stanno riaprendo, l’inchiesta parlamentare è del tutto sconsigliabile.

Sarebbe come dare alla politica (che ne può essere toccata) la possibilità di “buttarla in politica” e di indirizzare secondo i suoi interessi la ricerca della verità. Dati fatti e premesse, sarebbe una follia.

Concretamente.

Mafia. Se Dell’Utri chiede di indagare, Nando Dalla Chiesa

Il megalomane e lo stratega. Progetti d’autunno.

Se la lotta alla mafia non fosse una questione “terribilmente seria”, come diceva Giovanni Falcone, e se non avessero perso la vita “i nostri figli” come ricorda senza sosta Giovanna Maggiani Chelli nei suoi accorati comunicati in cerca di giustizia, si potrebbe perfino cedere alla tentazione di farsi una bella risata.

Silvio Berlusconi, il nostro presidente del Consiglio, ahinoi, tra le tanti ragioni per cui probabilmente passerà comunque alla storia ha scelto proprio l’unica che poteva risparmiarsi: sconfiggere la mafia. E ammesso che non sia del tutto uscito di senno, c’è da scommettere che in questo suo freudiano outing si nasconda più di un motivo.

Il primo è molto semplice: riportare la consapevolezza del fenomeno mafioso all’anno zero, facendo credere agli italiani ipnotizzati dai suoi effetti speciali che la mafia sia una questione di guardie e ladri, di criminalità spicciola che si risolve solo con l’esercito e le carceri. Ci aveva già provato Mussolini e forse qualche fascista nostalgico è rimasto convinto che il duce abbia sconfitto la mafia, salvo poi richiamare in fretta e furia Cesare Mori, il prefetto di ferro, quando era andato a ficcare il naso nel cuore del potere di Cosa Nostra: la politica e gli affari. Ecco qui il problema: Cosa Nostra, la mafia, ma anche le altre nostrane produzioni, ‘ndrangheta e Camorra, vivono da secoli per i loro legami a doppio filo con la politica, con l’imprenditoria e con alcuni pezzi delle istituzioni deviate e/o corrotte.

“Il nodo è politico”, ripeteva sempre il povero Borsellino già sbiadito a un mese esatto dall’anniversario della strage di via d’Amelio. “Ibridi connubi tra criminalità organizzata, centri di potere occulto e settori devianti dello stato hanno la responsabilità di aver tentato persino di condizionare il libero svolgimento della democrazia e di aver ispirato crimini efferati”, diceva Giovanni Falcone, il grande amico di tutti, ricordato per ciò che fa comodo tranne per le sue accuse specifiche e taglienti.

Il secondo possibile motivo, dicevamo, ci sarebbe probabilmente sfuggito se non fosse arrivato, sempre via stampa, un corposo indizio. Marcello Dell’Utri, braccio destro e sinistro di Berlusconi, già condannato a nove anni e mezzo di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, ha dichiarato di voler proporre, non appena ricominceranno le attività parlamentari, una commissione d’inchiesta sulle stragi del ’92. Insomma – ha spiegato al Riformista – si parla di trattativa tra stato e mafia ed è il caso di vederci chiaro.
E siamo d’accordo! E’ ora di sapere chi assieme a Cosa Nostra ha assassinato Falcone, Borsellino, la dottoressa Morvillo e gli agenti delle loro scorte.

Considerato però che tra i primi ad essere indagati come possibili mandanti esterni della strategia stragista sono stati proprio loro: Berlusconi e Dell’Utri, alfa e beta, le dichiarazioni di oggi 19 agosto 2009 suonano quanto meno inquietanti.

E se il premier è noto per le sparate, il suo “mediatore con Cosa Nostra” è da prendere più sul serio. Un po’ come Riina e Provenzano, uno megalomane e l’altro stratega.
Di colpo si svegliano e vogliono combattere la mafia, proprio adesso che stanno emergendo dichiarazioni e documenti che quella trattativa potrebbero dimostrarla, proprio adesso che si potrebbero scoprire le vere finalità di quel progetto di morte che ha cambiato i connotati politici e non solo alla nostra Repubblica.
Chissà quante escort, canzonette, telenovelas, ballerine, eredità, divorzi, sexy e spy story bisognerà inventarsi per coprire quello che è il vero enorme scandalo italiano: il vincolo mafia, politica e imprenditoria che tiene sotto ricatto l’emancipazione democratica dell’Italia.

A seguito alcuni stralci delle motivazioni della sentenza che condanna Marcello Dell’Utri a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa e l’archiviazione di Berlusconi e Dell’ Utri come mandanti esterni delle stragi.

Nella sentenza palermitana di primo grado (11dicembre 2004), che condanna Marcello Dell’Utri alla pena di anni nove di reclusione con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, si legge letteralmente:

“Gli elementi probatori emersi dall’indagine dibattimentale espletata hanno consentito di fare luce: sulla posizione assunta da Marcello Dell’Utri nei confronti di esponenti di “cosa nostra”, sui contatti diretti e personali con alcuni di essi (Bontate, Teresi, oltre a Mangano e Cinà), sul ruolo ricoperto dallo stesso nell’attività di costante mediazione, con il coordinamento di Cinà Gaetano, tra quel sodalizio criminoso, il più pericoloso e sanguinario nel panorama delle organizzazioni criminali operanti al mondo, e gli ambienti imprenditoriali e finanziari milanesi con particolare riguardo al gruppo FININVEST;
sulla funzione di “garanzia” svolta nei confronti di Silvio Berlusconi, il quale temeva che i suoi familiari fossero oggetto di sequestri di persona, adoperandosi per l’assunzione di Vittorio Mangano presso la villa di Arcore dello stesso Berlusconi, quale “responsabile” (o “fattore” o “soprastante” che dir si voglia) e non come mero “stalliere”, pur conoscendo lo spessore delinquenziale dello stesso Mangano sin dai tempi di Palermo (ed, anzi, proprio per tale sua “qualità”), ottenendo l’avallo compiaciuto di Stefano Bontate e Teresi Girolamo, all’epoca due degli “uomini d’onore” più importanti di “cosa nostra” a Palermo;
sugli ulteriori rapporti dell’imputato con “cosa nostra”, favoriti, in alcuni casi, dalla fattiva opera di intermediazione di Cinà Gaetano, protrattisi per circa un trentennio nel corso del quale Marcello Dell’Utri ha continuato l’amichevole relazione sia con il Cinà che con il Mangano, nel frattempo assurto alla guida dell’importante mandamento palermitano di Porta Nuova, palesando allo stesso una disponibilità non meramente fittizia, incontrandolo ripetutamente nel corso del tempo, consentendo, anche grazie a Cinà, che “cosa nostra” percepisse lauti guadagni a titolo estorsivo dall’azienda milanese facente capo a Silvio Berlusconi, intervenendo nei momenti di crisi tra l’organizzazione mafiosa ed il gruppo FININVEST (come nella vicenda relativa agli attentati ai magazzini della Standa di Catania e dintorni), chiedendo al Mangano ed ottenendo favori dallo stesso (come nella “vicenda Garraffa”) e promettendo appoggio in campo politico e giudiziario. Queste condotte sono rimaste pienamente ed inconfutabilmente provate da fatti, episodi, testimonianze, intercettazioni telefoniche ed ambientali di conversazioni tra lo stesso Dell’Utri e Silvio Berlusconi, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà ed anche da dichiarazioni di collaboratori di giustizia; la pluralità dell’attività posta in essere, per la rilevanza causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di “cosa nostra” alla quale è stata, tra l’altro, offerta l’opportunità, sempre con la mediazione di Marcello Dell’Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell’economia e della finanza, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che, lato sensu, politici”.

In merito all’opera di intermediazione svolta da Marcello Dell’Utri tra gli interessi di Cosa Nostra e quelli imprenditoriali di Silvio Berlusconi, i giudici sottolineano ancora che l’imputato “ha non solo oggettivamente consentito a “cosa nostra” di percepire un vantaggio, ma questo risultato si è potuto raggiungere grazie e solo grazie a lui”

“Conclusivamente, ad avviso del Collegio, Marcello DellUtri ha consapevolmente assunto, in relazione alle vicende specificamente analizzate in questo capitolo (quello del pizzo per le antenne ndr.), lo stesso ruolo del coimputato Cinà; è stato, come quest’ultimo, un anello, il più importante, di una catena che ha consolidato e rafforzato “cosa nostra”, consentendole di “agganciare” una delle più importanti realtà imprenditoriali italiane e di percepire dal rapporto estorsivo, posto in essere grazie alla intermediazione del Dell’Utri e del Cinà, un lauto guadagno economico.
L’ulteriore e decisivo tramite, al fianco dell’amico palermitano portatore diretto di interessi mafiosi.
Così operando, Marcello Dell’Utri (come Cinà), ha favorito “cosa nostra” reiterando le condotte, tenute in precedenza, anch’esse significative ai fini della responsabilità penale in ordine ai reati contestati in rubrica, la cui sussistenza viene rafforzata da quanto analizzato in questo capitolo.
Una condotta ripetitiva, quella di tramite tra gli interessi della mafia e quelli di Berlusconi, ancora una volta posta in essere da Dell’Utri anche in tempi successivi…”

Nel capitolo finale, dedicato alle considerazioni conclusive, i giudici condannano il coimputato Gaetano Cinà alla pena di anni sette di reclusione con l’accusa di associazione mafiosa e ad una pena più severa (nove anni) Marcello Dell’Utri. “Dovendosi negativamente apprezzare – scrivono – la circostanza che l’imputato ha voluto mantenere vivo per circa trent’anni il suo rapporto con l’organizzazione mafiosa (sopravvissuto anche alle stragi del 1992 e 1993, quando i tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla “vendetta” di “cosa nostra”) e ciò nonostante il mutare della coscienza sociale di fronte al fenomeno mafioso nel suo complesso e pur avendo, a motivo delle sue condizioni personali, sociali, culturali ed economiche, tutte le possibilità concrete per distaccarsene e per rifiutare ogni qualsivoglia richiesta da parte dei soggetti intranei o vicini a “cosa nostra”.

Si ricordi, sotto questo profilo, anche l’indubitabile vantaggio di essersi allontanato dalla Sicilia fin dagli anni giovanili e di avere impiantato altrove tutta la sua attività professionale.
Ancora, deve essere negativamente apprezzata la già sottolineata importanza del suo consapevole contributo a “cosa nostra”, reiteratamente prestato con diverse modalità, a seconda delle esigenze del momento ed in relazione ai singoli episodi esaminati nei precedenti capitoli.
Inoltre, il Collegio ritiene assai grave la condotta tenuta dall’imputato nel corso del processo, avuto riguardo al tentativo di inquinamento delle prove a suo carico, così come risulta dimostrato dalla disamina della vicenda “Cirfeta-Chiofalo”, come pure la circostanza che egli, contando sulla sua amicizia con Vittorio Mangano, gli abbia chiesto favori in relazione alla sua attività imprenditoriale, come emerge dall’analisi della vicenda “Garraffa”.

Infine, si connota negativamente la sua disponibilità verso l’organizzazione mafiosa attinente al campo della politica, in un periodo storico in cui “cosa nostra” aveva dimostrato la sua efferatezza criminale attraverso la commissione di stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato, e, inoltre, quando la sua figura di uomo pubblico e le responsabilità connesse agli incarichi istituzionali assunti, avrebbero dovuto imporgli ancora maggiore accortezza e rigore morale, inducendolo ad evitare ogni contaminazione con quell’ambiente mafioso le cui dinamiche egli conosceva assai bene per tutta la storia pregressa legata all’esercizio delle sue attività manageriali di alto livello.”

Motivazione sentenza di archiviazione mandanti esterni (3/05/2002)

Sebbene non sia stato possibile provare il nesso tra le stragi e i due onorevoli indagati, il gip scrive “gli atti del fascicolo hanno ampiamente dimostrato la sussistenza di varie possibilità di contatto tra uomini appartenenti a Cosa Nostra ed esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli indagati. Ciò di per sé legittima l’ipotesi che, in considerazione del prestigio di Berlusconi e Dell’Utri, essi possano essere stati individuati dagli uomini dell’organizzazione quali eventuali nuovi interlocutori”. Rileva inoltre che “tali accertati rapporti di società facenti capo al gruppo Fininvest con personaggi in varia posizione collegati all’organizzazione Cosa Nostra, costituiscono dati oggettivi che – in uno agli altri elementi relativi ai contatti e alle frequentazioni di Dell’Utri con esponenti della stessa cosca – rendono quanto meno non del tutto implausibili né peregrine le ricostruzioni offerte dai vari collaboratori di giustizia, esaminate nel presente procedimento in base alle dichiarazioni dei quali si è ricavato che gli odierni indagati erano considerati facilmente contattabili dal gruppo criminale; vi è insomma da ritenere che tali rapporti di affari con soggetti legati all’organizzazione abbiamo quantomeno legittimato agli occhi degli “uomini d’onore” l’idea che Berlusconi e Dell’Utri potessero divenire interlocutori privilegiati di Cosa Nostra”.

Il megalomane e lo stratega. Progetti d’autunno; la redazione di Antimafia Duemila

Bocca della verità

Meno male che c’è Giorgio Bocca, ultimo grande vecchio del giornalismo italiano, che a quasi novant’anni ha avuto il coraggio di scrivere sull’ultimo numero dell’Espresso ciò che tutti sanno, ma nessuno osa dire: e cioè che anche insigni esponenti dell’Arma dei Carabinieri hanno avuto (e probabilmente hanno ancora) una parte importante nella connivenza-convivenza fra Stato e mafia.

Bocca non ha scritto, naturalmente, ciò che qualche furbastro tenta di attribuirgli per squalificare il suo pensiero: e cioè che “i Carabinieri”, nel senso di tutti e di sempre, hanno convissuto e convivono con Cosa Nostra. Ha scritto invece che: il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l’illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L’essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso. Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l’assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell’ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice: è l’ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale… Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri ‘nei secoli fedeli’ si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la ‘onorata società’… Una ragione del ‘comportamento speciale’ della più efficiente polizia italiana verso la mafia c’è ed è evidente: i Carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia”.
Apriti cielo: una raffica di Gasparri, Cicchitto, Latorre, Minniti, La Russa, Casini, Maroni – insomma tutti i partiti tranne Leoluca Orlando (Idv) – ha investito il grande giornalista. Casini ha osato persino dargli dell’”infame”: lui, il leader del partito di Totò Cuffaro, con una densità di imputati di mafia che nemmeno a Corleone. Anche i soliti impuniti del Giornale berlusconiano, tradizionali protettori dell’ala deviata dell’Arma, hanno sparato a palle incatenate contro Bocca.

Il gioco è semplice e spudorato: far dire a Bocca che tutti i carabinieri sono mafiosi. Il che, oltrechè una palese falsità, è anche una sciocchezza e un sintomo di ignoranza storica: nel 1982, poco prima di morire nei suoi 100 giorni a Palermo, il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (promosso superprefetto senza poteri dal governo dell’epoca) chiamò proprio Bocca per dettargli la sua ultima intervista-testamento sulla mafia. Da grande giornalista e storico antimafia, Bocca sa benissimo che Cosa Nostra ha eliminato nella sua storia anche 33 carabinieri, oltre a centinaia fra magistrati, giornalisti, poliziotti, sindacalisti, politici, cittadini comuni. Ma sa anche che erano carabinieri coloro che inscenarono la pantomima dell’omicidio di Salvatore Giuliano per coprire i mandanti di Portella della Ginestra; che sono carabinieri il generale Mori e il colonnello De Donno che trattavano con il mafioso Vito Ciancimino durante le stragi del 1992 e che, secondo Ciancimino jr., ricevettero il celebre “papello” di Totò Riina, ma si guardarono bene dal denunciare alla magistratura quell’estorsione mafiosa allo Stato; che erano carabinieri gli ufficiali filmati per ultimi in via d’Amelio mentre portavano via la borsa di Paolo Borsellino appena assassinato, borsa contenente (secondo la vedova del giudice) la famosa “agenda rossa” scomparsa; erano carabinieri gli uomini del Ros che arrestarono Riina il 15 gennaio ’93, ma “dimenticarono” di perquisirne il covo, lasciandolo svuotare con tutte le sue carte compromettenti dai mafiosi rimasti a piede libero e ingannando la Procura di Palermo; che sono carabinieri il generale Mori e il colonnello Obinu, imputati a Palermo per favoreggiamento alla mafia con l’accusa di aver lasciato scappare Provenzano nel 1995; che sono carabinieri il generale Ganzer (nientemeno che comandante del Ros) e alcuni suoi uomini imputati a Milano per traffico di droga; e che sono ancora carabinieri quelli che nel 2005 perquisirono la casa di Ciancimino jr., ma si scordarono di aprire la sua cassaforte, in cui secondo il padrone di casa era all’epoca custodito il papello di Riina; e potremmo andare avanti ancora.

Su queste vicende gravissime, i vertici dell’Arma sono rimasti “nei secoli silenti”: mai una parola, mai un provvedimento per censurare certe condotte indecenti e per allontanarne o almeno sospenderne i responsabili (l’assoluzione di Mori per il covo di Riina, per esempio, parla di pesanti responsabilità disciplinari, rimaste ovviamente impunite). Silenzio di tomba, copertura totale (esattamente come fa la Polizia di Stato con i torturatori e i picchiatori del G8 di Genova 2001, vedi Diaz e Bolzaneto).Invece, rompendo una lunga tradizione di silenzio stampa, il comando generale dell’Arma ha deciso di replicare a Bocca con un comunicato del generale Leonardo Gallitelli che “respinge con fermezza e con indignazione” le “ingiustificate e infamanti accuse che si risolvono nella delegittimazione dell’operato di fedeli servitori dello Stato”. Il generale fa il furbo, scrivendo che Bocca “sorprendentemente accosta Dalla Chiesa a figure come Totò Riina e Massimo Ciancimino, entrambi arrestati dai Carabinieri”.

Già, peccato che quegli stessi carabinieri del Ros (Mori e De Donno) stessero trattando col mafioso Riina tramite il mafioso Ciancimino, come hanno essi stessi ammesso dinanzi alla magistratura, ma solo quando non potevano più negarlo (ne aveva parlato Giovanni Brusca, persino lui più pronto di loro a raccontare la verità). Profittando dell’improvvisa loquacità del Comando Generale, sarebbe interessante sapere se i vertici dell’Arma erano informati di quella trattativa; e chi l’aveva autorizzata; e perché uomini in divisa negoziavano con noti mafiosi mentre Falcone, Borsellino e gli uomini delle scorte saltavano in aria a Capaci e in via d’Amelio; e perché sono ancora al loro posto, anzi hanno fatto carriera. Finchè il generale Gallitelli o chi per lui non risponderà a queste domande, è meglio che lasci in pace Giorgio Bocca. Anche perché ciò che il grande giornalista ha scritto sull’Espresso è ampiamente confermato dalle sentenze definitive sulla strage di via d’Amelio: per esempio quella emessa il 18 marzo 2002 dalla Corte d’assise d’appello di Caltanissetta nel processo Borsellino-bis, confermata dalla Cassazione il 3 luglio 2003, a carico dei mandanti diretti (ma non di quelli occulti, esterni a Cosa Nostra).

Chi volesse darci un’occhiata, trova le sentenze sul sito della rivista Antimafia 2000 e su quello di Salvatore Borsellino (19luglio1992.org). Al capitolo V (pagina 732 e seguenti), i giudici esaminano la possibile convergenza di interessi palesi e occulti nella strage, individuando tre moventi che portarono all’accelerazione della fase esecutiva dell’omicidio Borsellino. Questi:1) L’intervista rilasciata il 21 maggio 1992 da Borsellino ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, in cui si parla del riciclaggio del denaro mafioso al Nord e di un’indagine ancora aperta sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e lo “stalliere di Arcore” Vittorio Mangano, “testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia per il traffico di eroina”. “Non è detto – scrivono i giudici di appello a pagina 756 – che i contenuti di quell’intervista non siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno non ne abbia informato Salvatore Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze, visto che, come abbiamo detto in precedenza, questa Corte ritiene, come Brusca e non come Cancemi, che il Riina possa aver tenuto presente nel decidere la strage gli interessi di persone che intendeva ‘garantire per ora e per il futuro, senza per questo eseguire un loro ordine o prendere formali accordi o intese o dover mantenere promesse’…”.2) “La seconda ‘anomalia’ o ‘patologia’ che spiega l’anticipazione della strage – aggiunge la Corte a pagina 758 – attiene alla vicenda della ‘trattativa’ con Cosa nostra di cui ha parlato Giovanni Brusca.

Le indicazioni che offre il Brusca sono illuminanti. Per Brusca, Borsellino muore il 19 luglio 1992 per la trattativa che era stata avviata fra i boss corleonesi e pezzi delle istituzioni. Il magistrato era venuto a conoscenza della trattativa e si era rifiutato di assecondarla e di starsene zitto. Nel giro di pochi giorni dall’avvio della trattativa Borsellino viene massacrato”. E’ la trattativa di Mori e De Donno con i vertici di Cosa Nostra tramite Ciancimino: “Non disponiamo di riscontri al se, come e quando Borsellino abbia saputo della trattativa che era stata avviata. Che la trattativa vi sia stata è stato confermato dal generale Mori e dal capitano De Donno. E che Riina legasse la strage eseguita e quelle pianificate dopo Capaci a questa trattativa ci è dichiarato a chiare lettere da Brusca… L’ufficiale (Giuseppe De Donno) precisava che l’obiettivo ultimo era di arrivare ad una collaborazione formale del Ciancimino ma che la proposta iniziale era stata di farsi tramite, per conto dei carabinieri, di una presa di contatto con gli esponenti dell’organizzazione mafiosa per un dialogo finalizzato all’immediata cessazione della strategia stragista (…).

In tutti i casi, questa vicenda rappresenta un fattore che ha interferito con i processi decisionali della strage. Al di là delle buone intenzioni dei carabinieri che vi hanno preso parte, chi decise la strage dovette porsi il problema del significato da attribuire a quella mossa di rappresentanti dello Stato; il significato che vi venne attribuito, nella complessa partita che si era avviata, fu che il gioco al rialzo poteva essere pagante” (pagine 765-766). In parole povere: anziché fermare le stragi, la trattativa del Ros le incentivò e le moltiplicò. Infatti, dopo Capaci, vi fu subito via d’Amelio e, visto che i due alti ufficiali dell’Arma continuavano a trattare, venne pianificata la strategia terroristica del 1993 (che sfociò nelle bombe di Roma, Milano e Firenze fra il maggio e il luglio del 1993).3) “La terza chiave interpretativa dell’‘anomalia’ e ‘patologia’ nella tempistica della strage si aggancia alla proposta (da parte del governo dell’epoca, ndr) di Paolo Borsellino quale candidato al posto di Procuratore nazionale antimafia dopo la morte di Giovanni Falcone” (pagina 767). Ce n’è abbastanza per dare ragione a Giorgio Bocca e torto ai suoi infami detrattori. E per dimostrare ancora una volta, semmai ve ne fosse bisogno, che non è più questione di destra o di sinistra.
Oggi la scelta è fra il partito della menzogna, dell’impunità e dell’oblio, e quello della verità, della giustizia e della memoria.

Bocca della verità, di Marco Travaglio, Antefatto

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: