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Con la Tav raggiungiamo prima il progresso?

Marco Travaglio lo aveva spiegato bene la settimana scorsa, nella puntata di Servizio Pubblico, quali interessi mostruosi potrebbero nascondersi dietro la realizzazione del Tav Torino – Lione. Quanti miliardi di euro che si spartirebbero, probabilmente, non solo le mafie che hanno colonizzato il Nord del Paese, ma anche tutti quegli imprenditori che trasversalmente foraggiano i partiti che spudoratamente popolano il Parlamento. Dove l’unica lingua che parlano e che riconoscono è quella degli affari più spregiudicati. Ieri, su questa opera pubblica che dovrebbe portare, presuntamente, benefici economici a iosa, è intervenuto nel dibattito lo studioso Salvatore Settis con osservazioni che condivido profondamente.

Per sviluppo, infatti, dovremmo intendere il beneficio che deriverà al Paese e ai cittadini da una “grande opera” dopo che sia stata eseguita e sia entrata in funzione. Sempre più spesso, invece, si tende a considerare “sviluppo” l´opera stessa, la mera mobilitazione di banche e imprese, capitali (pubblici) e manodopera. Secondo Il Sole-24 ore, il costo per chilometro delle linee Tav in Italia è il quadruplo che in Francia. Anche in Val di Susa, pur senza un´attendibile analisi costi-benefici, la Tav è considerato ineluttabile. Ma il progetto ha oltre vent´anni, le previsioni di traffico su cui si basava si sono rivelate erronee e hanno obbligato a destinarlo principalmente al traffico merci, la condivisione dei costi con la Francia è svantaggiosa. Eppure su questi ed altri motivi di perplessità, a quel che pare, è vietato discutere. È giusto spendere per la Tav, quando sono allo sfascio ferrovie minori e treni notturni, anche internazionali? Non sarebbe meglio potenziare le strutture esistenti, a cominciare dalla cintura ferroviaria di Torino? È meglio costruire nuove grandi opere o arrestare il degrado dei servizi sociali e della scuola? Viene prima la difesa del paesaggio, dell´agricoltura e dell´ambiente o la (presunta) convenienza economica della Tav?

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Il Treno ad Alta Voracità

Ieri sera, nella trasmissione di Michele Santoro –  “Servizio Pubblico” – Marco Travaglio ha ripercorso la cronistoria del progetto sulla Tav con al suo fianco il segretario del Pd, Bersani. Il vicedirettore del Fatto Quotidiano, da vero giornalista, si è curato poco di quella presenza e ha ricordato anche le corresponsabilità non solo politiche del centrosinistra di ieri come di quello di oggi. Bersani ha cambiato volto. Stravolto. Ecco, sarebbe il caso, forse, che si faccia chiarezza. L’alternativa è andare a casa.

Il fascismo di Grillo

Quando ho pubblicato il precedente post, dedicato alla deprecabile violenza di alcuni appartenenti del Movimento No Tav, con l’amarezza che a causa della condotta indecente di pochi fosse danneggiato l’impegno legittimo e condivisibile di molti, non avevo ancora letto le opinioni e i commenti, sulla vicenda, di Travaglio, Mercalli e Grillo. Se il primo dice sostanzialmente quel che dico anche io, ripercorrendo le tappe della vicenda, mentre il secondo sottolinea, partendo da una premessa di natura tecnica, quanto dannosa ed inutile, economicamente ambientalmente e socialmente, sia questo progetto infrastrutturale, sono le parole dell’ex comico genovese che mi hanno lasciato alquanto perplesso. Un’ironia viscosa poiché respinge il fluido del buonsenso e del principio di legalità, per il quale la legge è uguale per tutti e il magistrato deve esercitare la sua funzione, rispettando la Costituzione, in nome e per conto del Popolo Italiano, senza guardare in faccia a nessuno.  Se questa omissione culturale fosse stata testimoniata da quella trasversale componente politica che in questo ventennio ha banchettato al tavolo del malcostume e del malaffare, quasi nessuno si sarebbe stupito. Ma che questa vergognosa filippica contro Giancarlo Caselli giunga da chi si è issato sul piedistallo della “buonapolitica”, ritenendo arrogantemente che il suo pensiero e le sue parole siano il solo antidoto necessario che occorre irrorare sui parassiti che costituiscono la nostra vigente classe dirigente, mi fa decisamente schifo. Perchè il problema, come sempre del resto, non è politico o personale, è culturale. E di coerenza.

Intervista a Paolo Barnard

Riporto l’intervista rilasciata da Paolo Bardard ad Agoravox Italia, sito che propugna per una libera informazione da garantire secondo la modalità del giornalismo partecipativo.

Paolo Barnard è un giornalista che ha lavorato in RAI per circa quindici anni. E’ uno dei fondatori del programma Report, ha lavorato come corrispondente dall’estero per i più importanti quotidiani Italiani e negli ultimi anni ha scritto diversi libri tra cui: “Perché ci odiano“, libro cosidetto “scomodo”, considerato dallo stesso autore come uno dei libri più censurati della saggistica italiana.

Non aggiungo altro perchè l’intervista parla da sé. Buona lettura.

Ciao Paolo, io collaboro con AgoraVox, un sito di giornalismo partecipativo. Conosci questa nuova forma di Giornalismo? Che opinione hai a riguardo? Secondo te può servire realmente a creare un nuovo modo di informarsi per il cittadino?

Non ne sono un conoscitore, per cui preferisco non avventurarmi in giudizi perentori. Posso solo dire che il giornalismo richiede delle capacità e dei mezzi che sono indispensabili, e che il professionista (in teoria) possiede. Temo che coloro che si lanciano nel modello partecipativo non sempre posseggano quelle prerogative, e questo può rivelarsi fin drammatico. La Rete infatti esprime oggi ampie fasce di informazione del tutto inadeguata e inaffidabile.

Qual è secondo te lo stato di salute del giornalismo in Italia?

Non c’è uno stato di salute. E’ morto e decomposto da tempi immemorabili.
Ti copio qui ciò che ho già scritto in proposito:
“Il mestiere del giornalista, in Italia più che altrove, è anch’esso male interpretato. La più bella definizione di cosa significhi fare il nostro mestiere l’ho sentita anni fa da una giornalista straordinaria, l’israeliana ebrea Amira Hass. Disse: “Il nostro compito principale è di monitorare le fonti del potere”. Semplice e cristallino. Monitorare le fonti del potere significa scandagliarne quattro primariamente: le tre della notissima suddivisione di Montesquieu – esecutivo, legislativo e giudiziario – e l’ultimo arrivato, il quarto potere, cioè proprio l’informazione. Per fare ciò, il giornalista necessita di una dote sopra a tutte: saper essere un professionista solo. Significa essere un libero battitore, capace di guardare e se necessario criticare a 360 gradi tutto e chiunque, e cioè gli sconosciuti e i distanti, ma anche i conosciuti e i compagni di strada. In particolare questi ultimi, perché è proprio all’interno del proprio cortile di casa (o ‘parrocchia’) che spesso si annidano i misfatti più difficili da snidare. Ne consegue appunto che il giornalista non deve mai far comunella con alcuno, con i politici, con i magistrati, con i colleghi ecc., e deve tenersi da tutti a debita distanza”. “Invece in questo Paese la norma è che i giornalisti facciano ‘parrocchia’ con altri ‘compagni di merenda’, che siano visti a cena con legislatori, in vacanza con industriali o con giudici, allo stadio con amministratori pubblici, ai dibattiti a braccetto coi magistrati, ai convegni coi banchieri, e che se ne vantino. Capita in Italia di vedere dilagare la banda dei quattro col comico, il politico, il cronista e il manager occulto che fanno e disfano mischiando deplorevolmente giornalismo, politica, attivismo, business, manipolazione di massa col codazzo di altri volenterosi giornalisti; capita che un direttore di giornale si vanti dell’amicizia personale con l’ex presidente del Senato grazie alla cui firma il suo quotidiano esiste, in un incredibile conflitto d’interessi; capita che la nota firma di prestigio saltelli con disinvoltura dentro e fuori dai poteri che dovrebbe monitorare, parte PR man-manager-affarista, parte diplomatico-lacché di potente famiglia, e poi di nuovo giornalista, tutto in uno; capita che giornalisti e magistrati si abbraccino a tal punto da sfondare nell’ambito del movimentismo, quasi ci si aspetta di vederli fare picchetti e volantinaggio di fronte ai palazzi di Giustizia. Alla faccia dei checks and balances che la tradizione anglosassone ci ha così opportunamente tramandato. Essere ‘compagni di merenda’, gemelli combattenti, amici degli amici, cordata di colleghi, commilitoni addirittura, è la norma qui da noi nel giornalismo“.

Consiglieresti a un neolaureato di intraprendere la tua professione?

No. Se però ha una famiglia che lo può sostenere economicamente, ed è disposto a pagare prezzi carissimi per la sua indipendenza e libertà, allora può provarci.

Ho notato sul web, che ci sono un sacco di persone che ti domandano cosa ne pensi del Signoraggio. Qual è la tua opinione in materia? Pensi che esista realmente o che magari i problemi reali siano altri?

Mi sto informando. Ho appurato finora che le Banche Centrali sono in effetti private; che l’emissione di banconote è ad appannaggio della BCE cui vengono pagati interessi per le somme emesse. Già questo non depone bene, ma sto approfondendo. Credo che data la presunta centralità del problema, ogni giornalista che si occupi di economia, politica o giustizia debba almeno prendere in considerazione l’argomento. Dire “non me ne occupo perché non è la mia materia” è come dire “non mi interessa la Storia d’Italia perché mi occupo di finanza”.

Quali sono stati a tuo avviso i più grandi errori dell’uomo moderno?

Domanda troppo ampia, impossibile rispondere.

Ultimamente si parla di te riguardo la querelle che stai avendo con un noto giornalista italiano, da te definito come un “paladino dell’Antisistema”. Ci sono novità a riguardo? O come di solito accade, tutto è caduto sotto silenzio?

Come al solito c’è un vespaio sulla Rete, ma nessuno sa agire per fare qualcosa di concreto. Ho criticato il fatto che il massimo esponente italiano della morale e della giustizia nei media, Marco Travaglio, è un negazionista immorale e iniquo della tragedia Palestinese. Ho scritto: “Negare questo è come negare l’Apartheid, Srebrenica, Marzabotto, le Ardeatine, Auschwitz. Perché il negazionismo di fronte alla realtà innegabile dell’orrore inflitto agli innocenti, di fronte alle immagini di Gaza, di Soweto, di Monte Sole o di fronte ad Arbeit Macht Frei, non perde d’infamia se i morti sono 300, 20.000, invece di sei milioni; se i mezzi sono le mitragliatrici e le bombe al fosforo, invece che i forni crematori. Il negazionismo non si misura a peso di cadaveri. E’ negazionismo, è rivoltante sempre. E allora perché io devo provare una nausea rabbiosa verso le smorfie di Priebke teletrasmesse ancora oggi, ma tranquilla attenzione al cospetto del volto di Lerner, Colombo, Sofri, e Marco Travaglio sullo schermo? Al cospetto cioè di questi negazionisti ’accettabili’?” Il fatto è gravissimo, anche perché costui è adorato da masse di italiani che si stanno affidando a un uomo dalla morale doppia, che fa il ‘paladino’ dei principi part time. Vi fidereste delle mie battaglie per la giustizia globale se scopriste che ho negato la tragedia del Ghetto di Varsavia?

Secondo te l’Occidente riuscirà in un futuro prossimo a riappacificarsi col mondo Islamico?

No. Facciamo tutto fuorché capire perché ci odiano e perché gli estremisti hanno sempre più consensi. Obama ha già dimostrato di non voler cambiare rotta rispetto a Bush sui temi più importanti. I suoi cambiamenti sono solo cosmetici finora. Ha sposato in pieno la retorica sulle ragioni della Guerra al Terrorismo; la chiusura di Guantanamo è stata una farsa, perché gli USA manterranno aperta la prigione di Bagram in Afghanistan che conterrà il triplo dei prigionieri di Guantanamo e sempre senza processo; ha negato l’estensione dei diritti legali ai torturati di Bargram; sta intensificando i bombardamenti di Pakistan e Afghanistan; manterrà in Iraq una forza di 140.000 mercenari, e il controllo di fatto di Baghdad; su Israele è stato silente, non ha condannato i massacri di Gaza, ha permesso una gigantesca fornitura di armi illegali a Israele contro la stessa legge americana, è di fatto silente sull’espansione degli insediamenti a Gerusalemme est, e non ha condannato il muro; e ha dichiarato che Gerusalemme sarà al capitale di Israele. Peggio di così…

Tu in un’intervista sul web parli dei “discorsi nei bar degli italiani”. Come sarebbe possibile secondo te fare “informazione attiva” verso il cittadino Italiano medio, che solitamente si informa solo tramite la TV?

Ecco come:

– Formarci in un esercito di attivisti compatto, disciplinato.
– Capire che cosa, in questo periodo della Storia, innesca il cambiamento, quale vettore, quale tipo di interazione umana. Individuare queste chiavi di svolta con precisione, così come si isola una molecola benefica.
– Studiare di conseguenza una comunicazione immensamente abile per attirare l’attenzione del mondo della GENTE COMUNE.
– Studiare i metodi per rendere la comunicazione gradevole ma penetrante.
– Diffonderci nei luoghi della gente comune, implacabili, pazienti, tutto l’anno, per tentare di creare un consenso opposto a quello oggi dominante usando quei metodi attentamente studiati.
– Essere molto ben finanziati, cioè cercare e ingaggiare sponsor ‘illuminati’ capaci di vedere il vantaggio di lungo termine di un mondo più giusto.
– Sapere che è una strada in salita, poiché si tratta di invitare milioni di persone a scelte impopolari, a rinunce, a mutazioni di stili di vita importanti, e a saper vedere però la convenienza finale di un mondo più in equilibrio.
– Mettere da parte le differenze che separano i nostri gruppi che formano il Movimento, cioè rinunciare ai nostri individualismi per un fronte comune, unico, compatto, disciplinato, implacabile di attivisti al lavoro ovunque, sempre, con linee guida universali, sempre le stesse e i metodi di cui sopra. Cioè cambiare il consenso dei popoli, verso la rinascita del primato del Bene Comune. Per un mondo finalmente più giusto.

Guardi ancora la Televisione?
No, mai, da quattro anni.

Intervista a Paolo Barnard, Agoravox Italia.

Bocca della verità

Meno male che c’è Giorgio Bocca, ultimo grande vecchio del giornalismo italiano, che a quasi novant’anni ha avuto il coraggio di scrivere sull’ultimo numero dell’Espresso ciò che tutti sanno, ma nessuno osa dire: e cioè che anche insigni esponenti dell’Arma dei Carabinieri hanno avuto (e probabilmente hanno ancora) una parte importante nella connivenza-convivenza fra Stato e mafia.

Bocca non ha scritto, naturalmente, ciò che qualche furbastro tenta di attribuirgli per squalificare il suo pensiero: e cioè che “i Carabinieri”, nel senso di tutti e di sempre, hanno convissuto e convivono con Cosa Nostra. Ha scritto invece che: il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l’illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L’essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso. Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l’assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell’ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice: è l’ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale… Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri ‘nei secoli fedeli’ si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la ‘onorata società’… Una ragione del ‘comportamento speciale’ della più efficiente polizia italiana verso la mafia c’è ed è evidente: i Carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia”.
Apriti cielo: una raffica di Gasparri, Cicchitto, Latorre, Minniti, La Russa, Casini, Maroni – insomma tutti i partiti tranne Leoluca Orlando (Idv) – ha investito il grande giornalista. Casini ha osato persino dargli dell’”infame”: lui, il leader del partito di Totò Cuffaro, con una densità di imputati di mafia che nemmeno a Corleone. Anche i soliti impuniti del Giornale berlusconiano, tradizionali protettori dell’ala deviata dell’Arma, hanno sparato a palle incatenate contro Bocca.

Il gioco è semplice e spudorato: far dire a Bocca che tutti i carabinieri sono mafiosi. Il che, oltrechè una palese falsità, è anche una sciocchezza e un sintomo di ignoranza storica: nel 1982, poco prima di morire nei suoi 100 giorni a Palermo, il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (promosso superprefetto senza poteri dal governo dell’epoca) chiamò proprio Bocca per dettargli la sua ultima intervista-testamento sulla mafia. Da grande giornalista e storico antimafia, Bocca sa benissimo che Cosa Nostra ha eliminato nella sua storia anche 33 carabinieri, oltre a centinaia fra magistrati, giornalisti, poliziotti, sindacalisti, politici, cittadini comuni. Ma sa anche che erano carabinieri coloro che inscenarono la pantomima dell’omicidio di Salvatore Giuliano per coprire i mandanti di Portella della Ginestra; che sono carabinieri il generale Mori e il colonnello De Donno che trattavano con il mafioso Vito Ciancimino durante le stragi del 1992 e che, secondo Ciancimino jr., ricevettero il celebre “papello” di Totò Riina, ma si guardarono bene dal denunciare alla magistratura quell’estorsione mafiosa allo Stato; che erano carabinieri gli ufficiali filmati per ultimi in via d’Amelio mentre portavano via la borsa di Paolo Borsellino appena assassinato, borsa contenente (secondo la vedova del giudice) la famosa “agenda rossa” scomparsa; erano carabinieri gli uomini del Ros che arrestarono Riina il 15 gennaio ’93, ma “dimenticarono” di perquisirne il covo, lasciandolo svuotare con tutte le sue carte compromettenti dai mafiosi rimasti a piede libero e ingannando la Procura di Palermo; che sono carabinieri il generale Mori e il colonnello Obinu, imputati a Palermo per favoreggiamento alla mafia con l’accusa di aver lasciato scappare Provenzano nel 1995; che sono carabinieri il generale Ganzer (nientemeno che comandante del Ros) e alcuni suoi uomini imputati a Milano per traffico di droga; e che sono ancora carabinieri quelli che nel 2005 perquisirono la casa di Ciancimino jr., ma si scordarono di aprire la sua cassaforte, in cui secondo il padrone di casa era all’epoca custodito il papello di Riina; e potremmo andare avanti ancora.

Su queste vicende gravissime, i vertici dell’Arma sono rimasti “nei secoli silenti”: mai una parola, mai un provvedimento per censurare certe condotte indecenti e per allontanarne o almeno sospenderne i responsabili (l’assoluzione di Mori per il covo di Riina, per esempio, parla di pesanti responsabilità disciplinari, rimaste ovviamente impunite). Silenzio di tomba, copertura totale (esattamente come fa la Polizia di Stato con i torturatori e i picchiatori del G8 di Genova 2001, vedi Diaz e Bolzaneto).Invece, rompendo una lunga tradizione di silenzio stampa, il comando generale dell’Arma ha deciso di replicare a Bocca con un comunicato del generale Leonardo Gallitelli che “respinge con fermezza e con indignazione” le “ingiustificate e infamanti accuse che si risolvono nella delegittimazione dell’operato di fedeli servitori dello Stato”. Il generale fa il furbo, scrivendo che Bocca “sorprendentemente accosta Dalla Chiesa a figure come Totò Riina e Massimo Ciancimino, entrambi arrestati dai Carabinieri”.

Già, peccato che quegli stessi carabinieri del Ros (Mori e De Donno) stessero trattando col mafioso Riina tramite il mafioso Ciancimino, come hanno essi stessi ammesso dinanzi alla magistratura, ma solo quando non potevano più negarlo (ne aveva parlato Giovanni Brusca, persino lui più pronto di loro a raccontare la verità). Profittando dell’improvvisa loquacità del Comando Generale, sarebbe interessante sapere se i vertici dell’Arma erano informati di quella trattativa; e chi l’aveva autorizzata; e perché uomini in divisa negoziavano con noti mafiosi mentre Falcone, Borsellino e gli uomini delle scorte saltavano in aria a Capaci e in via d’Amelio; e perché sono ancora al loro posto, anzi hanno fatto carriera. Finchè il generale Gallitelli o chi per lui non risponderà a queste domande, è meglio che lasci in pace Giorgio Bocca. Anche perché ciò che il grande giornalista ha scritto sull’Espresso è ampiamente confermato dalle sentenze definitive sulla strage di via d’Amelio: per esempio quella emessa il 18 marzo 2002 dalla Corte d’assise d’appello di Caltanissetta nel processo Borsellino-bis, confermata dalla Cassazione il 3 luglio 2003, a carico dei mandanti diretti (ma non di quelli occulti, esterni a Cosa Nostra).

Chi volesse darci un’occhiata, trova le sentenze sul sito della rivista Antimafia 2000 e su quello di Salvatore Borsellino (19luglio1992.org). Al capitolo V (pagina 732 e seguenti), i giudici esaminano la possibile convergenza di interessi palesi e occulti nella strage, individuando tre moventi che portarono all’accelerazione della fase esecutiva dell’omicidio Borsellino. Questi:1) L’intervista rilasciata il 21 maggio 1992 da Borsellino ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, in cui si parla del riciclaggio del denaro mafioso al Nord e di un’indagine ancora aperta sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e lo “stalliere di Arcore” Vittorio Mangano, “testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia per il traffico di eroina”. “Non è detto – scrivono i giudici di appello a pagina 756 – che i contenuti di quell’intervista non siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno non ne abbia informato Salvatore Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze, visto che, come abbiamo detto in precedenza, questa Corte ritiene, come Brusca e non come Cancemi, che il Riina possa aver tenuto presente nel decidere la strage gli interessi di persone che intendeva ‘garantire per ora e per il futuro, senza per questo eseguire un loro ordine o prendere formali accordi o intese o dover mantenere promesse’…”.2) “La seconda ‘anomalia’ o ‘patologia’ che spiega l’anticipazione della strage – aggiunge la Corte a pagina 758 – attiene alla vicenda della ‘trattativa’ con Cosa nostra di cui ha parlato Giovanni Brusca.

Le indicazioni che offre il Brusca sono illuminanti. Per Brusca, Borsellino muore il 19 luglio 1992 per la trattativa che era stata avviata fra i boss corleonesi e pezzi delle istituzioni. Il magistrato era venuto a conoscenza della trattativa e si era rifiutato di assecondarla e di starsene zitto. Nel giro di pochi giorni dall’avvio della trattativa Borsellino viene massacrato”. E’ la trattativa di Mori e De Donno con i vertici di Cosa Nostra tramite Ciancimino: “Non disponiamo di riscontri al se, come e quando Borsellino abbia saputo della trattativa che era stata avviata. Che la trattativa vi sia stata è stato confermato dal generale Mori e dal capitano De Donno. E che Riina legasse la strage eseguita e quelle pianificate dopo Capaci a questa trattativa ci è dichiarato a chiare lettere da Brusca… L’ufficiale (Giuseppe De Donno) precisava che l’obiettivo ultimo era di arrivare ad una collaborazione formale del Ciancimino ma che la proposta iniziale era stata di farsi tramite, per conto dei carabinieri, di una presa di contatto con gli esponenti dell’organizzazione mafiosa per un dialogo finalizzato all’immediata cessazione della strategia stragista (…).

In tutti i casi, questa vicenda rappresenta un fattore che ha interferito con i processi decisionali della strage. Al di là delle buone intenzioni dei carabinieri che vi hanno preso parte, chi decise la strage dovette porsi il problema del significato da attribuire a quella mossa di rappresentanti dello Stato; il significato che vi venne attribuito, nella complessa partita che si era avviata, fu che il gioco al rialzo poteva essere pagante” (pagine 765-766). In parole povere: anziché fermare le stragi, la trattativa del Ros le incentivò e le moltiplicò. Infatti, dopo Capaci, vi fu subito via d’Amelio e, visto che i due alti ufficiali dell’Arma continuavano a trattare, venne pianificata la strategia terroristica del 1993 (che sfociò nelle bombe di Roma, Milano e Firenze fra il maggio e il luglio del 1993).3) “La terza chiave interpretativa dell’‘anomalia’ e ‘patologia’ nella tempistica della strage si aggancia alla proposta (da parte del governo dell’epoca, ndr) di Paolo Borsellino quale candidato al posto di Procuratore nazionale antimafia dopo la morte di Giovanni Falcone” (pagina 767). Ce n’è abbastanza per dare ragione a Giorgio Bocca e torto ai suoi infami detrattori. E per dimostrare ancora una volta, semmai ve ne fosse bisogno, che non è più questione di destra o di sinistra.
Oggi la scelta è fra il partito della menzogna, dell’impunità e dell’oblio, e quello della verità, della giustizia e della memoria.

Bocca della verità, di Marco Travaglio, Antefatto

La Mafia parla, lo Stato tace

Ora che ne parla persino Totò Riina (a Bolzoni e Viviano, su la Repubblica di ieri), forse è il caso che anche i rappresentanti dello Stato dicano qualcosa sulle stragi del 1992-’93 e sulle trattative retrostanti. Dal ’96 sappiamo da Giovanni Brusca, poi confermato dagli interessati e da Massimo Ciancimino, che due ufficiali del Ros dei Carabinieri, il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, dopo la strage di Capaci andarono a «trattare» con Vito Ciancimino e, tramite lui, con i capi di Cosa Nostra: Riina e Provenzano.

Sappiamo che Borsellino, dopo la morte dell’amico Giovanni Falcone, lottò contro il tempo per individuare i mandanti di Capaci, e mentre interrogava uno dei primi pentiti, Gaspare Mutolo, fu convocato d’urgenza al Viminale dove si era appena insediato il ministro Nicola Mancino, poi tornò da Mutolo letteralmente sconvolto. Pochi giorno dopo, saltò in aria anche lui in via D’Amelio. La trattativa del Ros con Ciancimino e i corleonesi proseguì, tant’è che i secondi fecero pervenire ai due ufficiali un “papello” con le richieste della mafia per interrompere le stragi.

Ora, dal racconto di Ciancimino jr., apprendiamo che suo padre ricevette tre lettere di Provenzano indirizzate a Berlusconi: una all’inizio del 1992, prima delle stragi; una nel dicembre ’92, dopo Capaci e via d’Amelio e prima delle bombe di Roma (via Fauro, contro Costanzo), Firenze, Milano e Roma (basiliche); una nel ’94, dopo la discesa in campo del Cavaliere, non a caso chiamato «onorevole». Nell’ultima lo Zu’ Binnu prometteva all’attuale premier, che aveva appena fondato Forza Italia e vinto le elezioni, un sostanzioso «appoggio politico» in cambio della disponibilità di una delle sue tv, guardacaso protagoniste in seguito di feroci campagne contro i magistrati antimafia e in difesa di imputati eccellenti nei processi su mafia e politica.

Sappiamo infine che nei momenti topici delle stragi si agitavano misteriosi soggetti dei servizi segreti, tra i quali uno col volto mostruosamente sfregiato. Ci stanno lavorando le Procure di Palermo e Caltanissetta, accerchiate dal silenzio tombale della politica e delle istituzioni. Eppure protagonisti e comprimari di quella stagione dalla parte dello Stato sono vivi e vegeti, anzi han fatto carriera. Mancino, indicato da Brusca e Massimo Ciancimino come al corrente della trattativa, nega di aver mai visto o riconosciuto Borsellino nel fatidico incontro al Viminale, ed è vicepresidente del Csm.

Mori – imputato di favoreggiamento mafioso per la mancata cattura di Provenzano nel ’96 dopo essere stato assolto con motivazioni severe dall’accusa di aver favorito la mafia non perquisendo il covo di Riina dopo la sua cattura – è stato a lungo comandante del Sisde e ora è consulente per la sicurezza del sindaco Alemanno. Gli ex procuratori di Palermo, Grasso e Pignatone, che nel 2005 trovarono a casa Ciancimino l’ultima lettera di Provenzano a Berlusconi e non ne fecero un bel nulla, sono rispettivamente procuratore nazionale antimafia e procuratore di Reggio Calabria.

La Mafia parla, lo Stato tace, di Marco Travaglio, l’Unità, 20 luglio 2009

Promemoria. 15 anni di storia d’Italia ai confini della realtà

“La prima Repubblica muore affogata nelle tangenti, la seconda esce dal sangue delle stragi, ma nessuno ricorda più nulla. Si dice che la storia è maestra, ma nessuno impara mai niente”.

Promemoria è la novità editoriale di Marco Travaglio. Un libro in formato inedito per il giornalista torinese che per la prima volta propone un suo testo accompagnato da un Dvd con le riprese dello spettacolo omonimo, vero e proprio fenomeno della stagione teatrale in corso, accolto ovunque con il tutto esaurito.

Promemoria (collana Promo Music Books) descrive i fatti che intercorrono dagli anni di Tangentopoli fino ai nostri giorni. Nel racconto di Travaglio sfilano le vicende che abbiamo visto scorrere sotto i nostri occhi, e spesso sentito sulla nostra pelle, negli ultimi quindici anni di cronache italiane: Tangentopoli, le stragi di mafia, i ricatti incrociati della politica, l’attacco alla Costituzione.

Un promemoria per non dimenticare, proposto da un giornalista che, come ha detto Indro Montanelli, “non uccide nessuno con il coltello, ma usa un’arma molto più raffinata e non perseguibile penalmente: l’archivio”.

In un paese che dimentica con facilità la sua storia, far riaffiorare il ricordo di eventi rimossi nel giro di pochi anni costituisce già in sé un atto eversivo, una sfida al potere opprimente dell’oblio. In Promemoria Travaglio fa ampio ricorso alla sua tagliente, feroce ironia, quello stile corrosivo che è ormai il tratto inconfondibile del suo lavoro di giornalista. Ma l’autore non rivendica a sé tutti i meriti: “I testi sono miei. Le battute migliori sono dei politici”.

Il libro offre una lettura implacabile di documenti, connessioni, storie, citazioni di atti processuali, intercettazioni, interrogatori, e denuncia la corruzione morale e l’incapacità politica della nostra classe dirigente. Usando un linguaggio semplice e trasparente, Promemoria si presenta in forma di memorandum, suddiviso in sei quadri più un epilogo. Il percorso parte dalle ceneri della prima Repubblica, per arrivare sino ad oggi, dai sette milioni di tangenti a Mario Chiesa che innescarono Mani pulite, allo stalliere mafioso di Arcore, dalle spartizioni delle tangenti tra Dc, Psi, Pci e gli altri partiti, al rimpianto finale per gente onesta come Ambrosoli, Borsellino e Berlinguer. E a Berlinguer è dedicato il finale di Promemoria. Travaglio riporta un estratto della celebre intervista a Eugenio Scalfari sulla questione morale del 28 luglio 1981. “Quale politico oggi sarebbe capace di parlare così?”, conclude Travaglio. “Forse è il caso di portarcelo Berlinguer, nel Pantheon del Partito Democratico, anzi in tutti i Pantheon di tutti i partiti: perché, da morto, è molto più vivo di tanti morti viventi”.

Al libro è allegato il Dvd dello spettacolo che documenta l’inedita esperienza teatrale di Travaglio. Il giornalista si presenta per la prima volta sul palco nel ruolo di narratore, capace di calamitare su di sé l’attenzione del pubblico. Nel suo teatro civile Travaglio coniuga l’implacabile impegno giornalistico con la musica che intervalla le parti del testo. Il pubblico si appassiona e si lascia trasportare in un viaggio dalle tinte contrastanti, ora ironico, ora drammatico, a tratti senza speranza.

Fonte

Perchè Berlusconi ha vinto..

Scrivere post come questo che mi accingo a comporre è tra le cose che onestamente più mi irrita perchè significa riconoscere, oggettivamente, che Berlusconi merita di essere Presidente del Consiglio dei Ministri Italiani per la terza volta da quando è sceso in campo nel 1994.

Perchè se si leggono i contenuti delle diverse testimonianze che sono state elaborate da coloro che ieri sono intervenuti alla manifestazione di Piazza Navona, indetta dalla rivista Micromega, e non volendo fare stupidamente i demagoghi o i politici di bassissimo livello, è difficile non ammettere e non riconoscere negli interventi in modo particolare di Beppe Grillo e di Sabina Guzzanti qualcosa che non risponde più a una accentuata satira e spinta comicità ma risponde, purtroppo, a una vis polemica robusta che sfocia in una delirante diffamazione.

Non ho bisogno di dimostrare a nessuno di essere una persona intellettualmente onesta (anche perchè chi ha la sfortuna di conoscermi personalmente può riconoscerlo autonomamente nonostante come tutti io abbia i miei difetti) e non schiava delle correnti del momento, ma da membro, da marzo 2006, del meetup amici di beppe grillo di bari, etichettatura spesso ingiustamente vituperata e offesa, oggi sono abbastanza deluso, amareggiato, probabilmente indignato.

Non perchè nessuno debba esprimersi liberamente e come meglio crede essendo peraltro responsabile di quello che dice, ma è detestabile, quindi contestabile, non solo come certe invettive siano state fuori luogo, rispetto ai motivi per i quali ci si incontrava, ma che provengano da una frangia di estremisti che hanno fatto delle loro estremizzazioni la loro forza e la loro politica accrescendone il consenso attraverso puntigliose ma sempre rispettabili satiriche orazioni.

Ora questa loro deleteria dialettica e questo modus comportandi non solo rischia di nuocere alla loro credibilità e reputazione, facendo onestamente vergonare chi e quanti su di loro aveva riposto della fiducia, ma peggio determina come effetti immediati che non solo non si parli esaustivamente dei contenuti della manfestazione, ossia protestare e denunciare tutte le porcate politiche del Presidente del Consiglio, che si arroga anche diritti e poteri che non ha, inveendo tranquillamente a destra e a manca secondo una logica eversiva, il ricatto, che a sinistra chiamano “dialogo“, ma anche che quella maggioranza politica cosi variopintamente composta, da corrotti e da puttanieri, sia giustificata e legittimata a contestare, criticando ferocemente, cosa è accaduto ieri enfatizzando anche l’inopportuno e attraverso tutti i servili organi di informazione di cui dispongono accrescere ulteriormente un consenso meschino e fittizio potendo usufruire di questa sorta di bonus mediatico, di questa manna dal cielo piovutagli addosso senza che l’avessero ricercata, per meglio incentivare le loro politiche assurde e liberticide senza che l’opinione pubblica possa obiettare in qualsivoglia maniera visto chi sono gli antagonisti e i loro presunti paladini.

Tutto questo è assurdo!

Doveva essere una manifestazione utile, efficace, necessaria per gridare all’italia quali sono i misfatti che sono imputabili al terzo Governo Berlusconi in questi primi mesi di legislatura:

Disegno di legge sulle Intercettazioni che imbavagliano praticamente l’Informazione e la cronaca giudiziaria non consentendo più all’opinione pubblica di venire a conoscenza dei fatti di rilevanza nazionale fino a quando non si chiudono i processi e con i tempi della giustizia italiana le informazioni rischiano di conoscersi dopo molti anni quando ai cittadini ormai non interesserebbero più; i trasgressori, inoltre, oltre a penali pesantissime dal punto di vista economico e giudiziario, verrebbero puniti ulteriormente nell’umiliazione di vedere compromessa la loro attività professionale. I principali destinatari di questi provvedimenti sono i magistrati e i giornalisti, cioè quelli che con la loro opera dovrebbero esercitare un controllo sul potere politico in nome della democrazia e in nome del popolo italiano;

Emendamento Blocca – Processi atto a impedire al processo Mills, nel quale Berlusconi è indagato per corruzione in atti giudiziari, di giungere a sentenza definitiva (prevista in teoria per fine luglio) a causa della quale, ove condannato, avrebbe seri problemi di tenuta dell’esecutivo. Emendamento che irresponsabilmente bloccherebbe circa altri centomila processi, giusto per salvarne uno, anche di reati gravissimi, giustificato dall’urgenza di portare all’attenzione della magistratura quei processi dal forte impatto sociale che non possono essere più rinviati;

Lodo Alfano che dovrebbe garantire alle 4 più alte cariche dello stato (Presidente della Repubblica, delle Camere e del Consiglio dei Ministri) l’immunità parlamentare impedendo che su di esse la magistratura esegua, ove ce ne fossero le ragioni, i controlli necessari a garantire una Legge uguale per tutti e in nome del Popolo Italiano per il quale essa è chiamata ad operare.

Si sarebbe dovuto e potuto parlare di questo, di come specialmente per il “Dolo” Berlusconi (cioè il lodo) sia incomprensibile la scelta della data del 30 giugno 2002 (infatti solo i suoi processi sono attinenti a quella data), di come sia una norma a rischio di incostituzionalità in quanto viola i contenuti e i capisaldi morali presenti in diversi articoli della Costituzione (art.3, 110 e seguenti) in base alla quale non ci può essere una Giustizia per alcuni “più uguale” che per altri, non ci possono essere discriminazioni di varia natura.

Si sarebbe ancora dovuto e potuto parlare dell’aggravante razziale che questi stregoni della politica nostrana hanno inserito nel Disegno di legge sulla Sicurezza, insieme a tutte le inesattezze e pericolose iniezioni xenofobe discriminanti che vorrebbero iniettarci sottocute, in base alla quale se lo stesso identico reato è commesso da un italiano e da un immigrato clandestino, il secondo, essendo etnicamente diverso da noi indigeni, prende una pena , maggiore rispetto a quella che sarebbe assegnata all’italico delinquente, commisurata alla sua natura e alla sua condizione di apolide. Di questa Legge Razziale, tipica del Nazismo, non parla nessuno e nessuno si scandalizza nel veder violata non solo la Costituzione, ancora una volta, ma anche la Carta Internazionale dei Diritti dell’Uomo.

Di tutto questo si sarebbe potuto e dovuto parlare e non dei meriti da talamo della Carfagna, di quanto sia capace nelle sua attività private ed extraparlamentari, del viagra del nostro latrin lover presidente del consiglio, del Papa che piaccia o no e che per quanto contestabile, con me in prima fila, non può essere vittima di tali deplorevoli insulti per finire al Presidente della Repubblica che per quanto, anche lui, possa piacere o no, e a me non piace essendo soltanto un’ombra e una chimera rispetto ad alcuni suoi illustri predecessori, merita, comunque, tutto il rispetto che si deve rispetto alla carica che occupa e per essere stato, nonostante quelli che possono sembrare degli errori in materia di leggi berlusconiane, l’unico ad alzare la voce più volte sulle cosiddette “morti bianche” nei luoghi di lavoro a causa della mancanza di prevenzione e di sicurezza.

Per tutto questo, per quello che doveva essere e non è stato, ha ragione Berlusconi quando dice di aver vinto e noi italiani che vorremmo un Paese migliore non possiamo per ora che abbassare la testa, mettendo da parte la nostra rabbia e il nostro sincero sconcerto, e riconoscere con umiltà e indignazione che se non cambiamo una intera classe generazionale di dirigenti e di pseudo politici, il domani certamente non migliora da solo..

Incontro con Marco Travaglio


Ieri sera il Meetup de I Grilli Attivi di Bari ha avuto il piacere e la possibilità di incontrare Marco Travaglio.

Questi infatti è stato invitato a presentare il suo ultimo libro “Se li conosci li eviti” in due diversi appuntamenti: prima presso Piazza Aldo Moro a Bitonto e poi presso lo Shelter Club di Modugno.

Quello che non finisce di stupire di questo professionista è il seguito che continua ad avere e di come questo lo abbia reso indiscutibilmente un personaggio, un divo osannato ovunque vada.

Ruolo che probabilmente gli piacerà anche e che nel suo caso è anche molto calzante, ma da attento osservatore di certi fenomeni sociali, prima ancora che da semplice cittadino che apprezza certe “testimonianze”, non vorrei che si contaminasse la sua bontà intellettuale e che anche lui, dietro la moda dei tempi, perda l’incisività nel raccontare i Fatti e non delle Opinioni.

Che anche lui, come molti di noi, diventi un tossicodipendente drogato da un sistema informativo assolutamente cancerogeno e dannoso per le nostre coscienze civiche.

Tra le tantissime cose ascoltate ieri nel corso dei due appuntamenti, molte delle quali già di mia conoscenza per averle lette e approfondite, attraverso la Rete, sui blog e sui luoghi dell’Informazione presso i quali lui e altri giornalisti scrivono, mi ha colpito in modo particolare la sua opinione su Romano Prodi.

Non che mi fosse totalmente nuova, ma ha destato sorpresa il modo con cui ha affrontato la discussione. Romano Prodi dopo aver perso le recenti elezioni ha praticamente chiuso con la Politica, ritirandosi a vita privata, avendo anche rinunciato alla presidenza del Partito Democratico per presumibili contrasti con Walter Veltroni.
Ma perchè non ricordare che Prodi quando è stato chiamato come leader del fu centro sinistra ha vinto le elezioni battendo Berlusconi? (Due volte su due)
Perchè non ricordare che in entrambe le occasioni nelle quali questo è successo è stato poi messo nella condizione di non proseguire il proprio lavoro dopo un anno e mezzo?
Perchè non ricordare che nel Governo appena caduto, per quanto siano state impopolari le sue scelte e alcune sue condotte, stava riuscendo con Padoa Shioppa a ripianare la crisi economica cosi come dimostrato dalle relazioni dell’Unione Europea dopo il quasi crack finanziario lasciato da Tremonti e da Berlusconi?
Perchè non ricordare, inoltre, che a seguito delle stesse, ha preferito il silenzio, da persona educata e rispettosa, piuttosto che i grandi proclami e i miei culpa?
Perchè non ricordare, infine, tutte le calunnie che questi ha ricevuto per esempio da Guzzanti, senatore del Pdl, che lo accusava (sulla scia delle dichiarazioni del suo super consigliere, poi arrestato, Scaramella) di essere un agente segreto del Kgb manipolato dalla Russia per poter esercitare chissà quale influenza sulla Politica Italiana?
(Poi, come direbbe Travaglio, con la faccia che si ritrova, potrebbe mai uno come Prodi fare l’agente segreto..?)

So che sembrerà banale, ma questa cosa, per la modalità dialettica con cui è stata resa mi ha colpito di più dell’apprendere delle Ecoballe che vengono quotidianamente raccontate sulla situazione dei Rifiuti e di come questa non si risolverà – spero di sbagliarmi – mai per quanti, non solo camorristi, hanno interesse che “l’emergenza” prosegua per continuare a specularci sopra, delle falsità colossali che ci sono dietro il cosiddetto pacchetto Sicurezza (alla fine un vero e proprio pacco..) sul quale si esprime (qui) in modo assolutamente perfetto e indiscutibile un magistrato del calibro e dello spessore di Bruno Tinti relazionando, come dovrebbe essere, sui Fatti e sui documenti che è assurdo ma i nostri politici neanche leggono (perchè se leggessero i testi scoprirebbero che nel Pacchetto Sicurezza non si parla, come reato, di immigrazione clandestina ma di ingresso illegale..).
Proseguendo poi per le sue recenti “dispute” ad Annozero con Tosi e Castelli per attraversare le critiche avanzate dalle pagine de La Repubblica dal suo vice direttore D’Avanzo che lo ha criticato per il suo modo di fare giornalismo e tentando di minarne l’onorabilità professionale dicendo che a Marco erano state pagate le vacanze da un mafioso; toccando poi ovviamente tutti gli impresentabili che grazie alla certezza dell’impunità, miglior biglietto da visita dell’Italia per chi la vede dall’estero, clandestini delinquenti compresi, scontano in Parlamento la loro esecranda condanna piuttosto che nelle patrie galere come sarebbe lecito attendersi in ogni paese neanche democratico, ma almeno “normale”.
Quindi gli ovvi riferimenti a Berlusconi, a Maroni, a tutti i parlamentari condannati in via definitiva o semplicemente indagati, prescritti e inquisiti, naturalmente bipartisan, in modo molto onesto e oggettivo, che trovano nell’Eldorado del Parlamento italiano la loro gloria e il loro godimento.

Perchè la mafia, la corruzione, l’amoralità e l’ineticità di questi pseudo rappresentanti o beceri “dipendenti” di noi cittadini veri “datori di lavoro”, non può essere nè di destra nè di sinistra nè di centro.

E’ cosi e basta. Purtroppo.

Come, per fortuna, è giusto sottolinearlo, non sono tutti cosi, non sono tutti una classe di manigoldi perchè questo si che sarebbe un attacco qualunquista e da popolani della peggior specie, il non saper riconoscere delle virtù e delle differenze evidenti pur nella palude della Casta o meglio della Cosca.

Non solo tra quelli che risiedono fieri nei loro scranni ma anche e soprattutto tra quelli che, proprio per questo, non sono stati ricandidati e sottoposti alla fiducia dell’elettorato visto che è noto che le recenti incostituzionali elezioni sono state studiate e definite a tavolino dalle segreterie di partito.

La conclusione di tutto questo è che noi, giovani e meno giovani, abbiamo il diritto e il dovere tanto di essere informati quanto di informarci sempre più evitando cosi di andare incontro alle bufale spaziali, che sarebbero cosi più facilmente sbugiardate dal popolo che resta la maggioranza assoluta, rispetto a loro, esigua minoranza, che ci vogliono propinare supinamente da quindici anni lasciandoci nel torpore dell’indifferenza e dell’ignoranza, stadio velleitario che consentirebbe loro di continuare a godere con indiscutibile malaffare dei loro privilegi a dispetto della democrazia e dello Stato di cui dovrebbero essere testimoni oculari.

P.s. Starò via alcuni giorni, nel non leggermi non disperatevi.. 🙂

Fate piuttosto i bravi!!

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