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Lo stesso mandante per Aldo e Peppino?

Questa domanda mi tormenta, a dire il vero, da anni (ne ho scritto anche qui e qui). E, probabilmente, resterà una domanda che non riceverà risposta alcuna, non essendoci niente, ad oggi, che possa indurre i curiosi a fare considerazioni diverse, a cominciare da pronunciamenti definitivi della magistratura. Giusto, quindi, sottolineare questo aspetto, in apertura, ma è altrettanto legittimo, però, partire da alcuni fatti certi per elaborare alcune considerazioni. Esercitando scrupolosamente il dubbio.

Il 9 maggio 1978 è uno dei giorni più infelici della Storia di questo Paese. Vengono assassinati Aldo Moro e Peppino Impastato. Uno a Roma, l’altro a Cinisi. Uno dalle Brigate Rosse – secondo la vulgata dominante – l’altro da Cosa Nostra. Il primo sarebbe stato rapito ed ucciso per il suo disegno “eversivo” di superare le consolidate divisioni politiche tra democristiani (divisi in varie correnti) e comunisti (divisi in varie correnti) per dare finalmente una stabilità e una governabilità al Paese, lacerato già allora da politicismi inauditi e da veti dettati più dall’opportunismo di salvaguardare uno status quo che dall’opportunità coraggiosa di cambiare il Paese; il secondo, invece, fu fatto esplodere, nel vero senso della parola, per la sua capacità ritenuta insopportabile di sbeffeggiare, con ironia e spontaneità, il superboss Gaetano “Tano Seduto” Badalamenti.

Ora, lo dico subito, anche a rischio di essere preso per uno che farnetica, io alle coincidenze non ci credo. Non posso crederci perché la Storia di questo Paese è anche una Storia criminale (come ha pure scritto Roberto Scarpinato ne “Il Ritorno del Principe”). Sin dalla sua origine. Fondata sul mistero e sull’occulto. Basterebbe ricordare l’inchiesta a fine Ottocento del filantropo meridionalista Leopoldo Franchetti o il primo eccellente e misterioso delitto di mafia con vittima Notarbartolo.

La Democrazia Cristiana è sempre stata il braccio politico del Vaticano. Il Papa Paolo VI era – parole sue – molto vicino per sensibilità e cultura ad Aldo Moro. Pur cristiano praticante, Aldo Moro aveva, verso la politica, un approccio laico, pragmatico, risolutivo. Aveva capito che l’unica possibilità per cambiare e riformare radicalmente il Paese, accettando qualche compromesso, era  quella di stringere un’alleanza con i comunisti di Berlinguer, il quale, pur muovendo da una cultura antitetica, condivise enormemente, da persona politicamente saggia, l’approccio dello statista democristiano. I comunisti erano, però, i nemici pubblici principali per gli americani e per la Curia (e con un flash mi torna in mente pure quel Pio La Torre, segretario comunista siciliano ucciso dalla mafia, sempre in quegli anni). Se fossero andati al Governo del Paese sarebbe stata una sciagura. Sarebbe stata scritta un’altra storia. E forse, oggi, avremmo un altro Paese. Con il rapimento di Moro e la sua successiva eliminazione, il disegno fu stracciato.

Gli esecutori materiali furono rintracciati nei brigatisti. Dopo alcuni anni, soprattutto con Giancarlo Caselli e il Generale Dalla Chiesa, il terrorismo fu sconfitto. Con la dimostrazione, quindi, che se appoggio politico c’era stato, con la fine di questa stagione dolorosa, era venuto meno. Usati ed abbandonati. Almeno ufficialmente, fino ad oggi e fino a prova contraria, nessuno ha sollevato il dubbio che possa esserci stato anche un coinvolgimento, seppur indiretto, di Cosa Nostra.

In quegli anni, tuttavia, non possiamo dimenticare lo strapotere eversivo della Loggia di Rinascita Democratica P2. E’ fatto, ormai, storicamente comprovato che erano suoi illustri componenti il plenipotenziario della Dc, Giulio Andreotti, il cardinale Marcinkus che  gestiva lo Ior e il primo superboss di Cosa Nostra Stefano Bontate. Bontate era siciliano. E la Sicilia non era solo un feudo politico della Dc. Era un feudo di Andreotti.

Ma Bontate non era l’unico “capo”. L’altro superboss di Cosa Nostra era Tano Badalamenti. Colui che nel 2002 fu condannato all’ergastolo per l’omicidio di Peppino Impastato. Il pentito Buscetta (che si fidava soltanto di Giovanni Falcone), in uno degli interrogatori a cui fu sottoposto, parlando dell’omicidio del giornalista Pecorelli, rivelò di un avvenuto incontro a Roma tra il boss e Andreotti, chiamato, affettuosamente, “zio” dai picciotti. Non è mai stato provato. E per il delitto Pecorelli, Andreotti fu assolto. Con la strage rimasta senza mandante.

Come è rimasta sostanzialmente impunita e avvolta nel mistero, ancora una volta con la figura di Andreotti sullo sfondo, la Strage di Via Carini del 3 settembre 1982, quando fu ucciso il Generale dei Carabinieri e Prefetto di Palermo Dalla Chiesa, avvenuta secondo una ritualità – hanno sempre dichiarato negli anni gli studiosi e gli esperti – non tipicamente mafiosa. Venendo colpita, per esempio, anche la moglie Manuela Setti Carraro. Una sorta di “femminicidio” ante-litteram, potremmo definirlo oggi. Ma dopo oltre tre decenni, purtroppo, la Verità sembra ancora lontana.

Da quel 9 maggio 1978 sono trascorsi 35 anni. L’Italia è oggi un Paese culturalmente ed eticamente fallito. Le diverse organizzazioni criminali hanno inquinato tutti i gangli della nostra società. Non si può più parlare di infiltrazione mafiosa. Dovremmo, semmai, parlare di infiltrazione politica. Le mafie sono dentro le Istituzioni. La mafiosità, intesa come cultura dell’Anti-Stato, permea la quotidianità. E’ diventata la nostra cultura, senza accorgercene. Perché noi non ci accorgiamo più di niente. Non ci indigniamo più davanti agli scandali. Li accettiamo, li tolleriamo e proseguiamo come se non fossero, ciascuno di essi, una coltellata alla nostra dignità e moralità.

E niente cambierà se non inizieremo ad assumerci la nostra quotidiana e doverosa parte di corresponsabilità. E ad agire di più, parlando di meno, con coraggio. Con passione. Con umiltà. Ricordando l’esemplarità, non soltanto in giornate commemorative come questa, di figure come il democristiano Aldo Moro e il comunista Peppino Impastato. Tanto diverse quanto simili. Abbattute, forse, se non dagli stessi mandanti politici e morali, certamente dallo stesso Potere criminale ed occulto, composto anche da servitori infedeli dello Stato. Due facce di una stessa medaglia. Quella di un’Italia che ha perso l’opportunità di cambiare la sua Storia e di consegnare alle future generazioni un Paese dove sia bello vivere nel rispetto delle regole e nel rispetto reciproco.

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Pertini:”Viva la Resistenza!”

liberazione

Il 25 aprile, per me, non è, da sempre, una giornata come le altre. Non è soltanto il giorno della Liberazione, ma è il giorno in cui si celebra la “rinascita” del nostro Paese. Almeno cosi dovrebbe essere. Ma non è. Da anni. A me sembra, infatti, che l’Italia (sia la classe dirigente sia la cittadinanza) abbia, consapevolmente, smarrito – e lo dico con grande amarezza, ma anche con sincera preoccupazione – quel patrimonio storico e culturale, dal valore inestimabile, su cui è stata edificata la Resistenza. E queste notizie non aiutano certamente a ritrovare serenità e fiducia in coloro che la Costituzione – eredità genetica di quella stagione da cui noi proveniamo – dovrebbero difenderla. Mi affido, pertanto, alle parole del partigiano Sandro Pertini. Ho estrapolato questi brevi frammenti, di interventi più lunghi del 1968 e del 1970, non solo per la loro straordinaria attualità, ma perché rappresentano, ancora una volta, degli ideali testimoni per noi giovani cittadini antifascisti di questo Paese, chiamati a difenderne la dignità, nei valori della libertà e della giustizia sociale. Salvaguardando ed esercitando la memoria, come esempio di civiltà, di chi ha sacrificato la sua vita per noi. Contro tutti i fascismi di ogni epoca.

Scritto il 25 aprile 1968:

In Italia la matrice della Resistenza è stata la lotta antifascista. La Carta Costituzionale racchiude in sé il patrimonio politico, sociale e morale della lotta antifascista e della Resistenza se essa fosse applicata integralmente, darebbe alla libertà il suo naturale contenuto sociale ed oltre alla democrazia politica avremmo una democrazia economica e sociale. Diverrebbe allora la libertà una conquista duratura, radicata nelle masse lavoratrice e non più alla mercé di pericolose avventure. Ma norme fondamentali della Costituzione sono tuttora lettera morta. Ma non avremmo mai una sana e vera democrazia e tradiremmo il disinteressato sacrificio dei nostri caduti, che solo ad un alto ideale di libertà hanno fieramente offerto la loro vita, se non vigilassimo perché con onestà e rettitudine sia amministrata la cosa pubblica. La corruzione è nemica della libertà ed apre la strada a pericolose avventure. Entri la democrazia, questa conquista della Resistenza nelle scuole. I professori debbono stabilire rapporti umani con la gioventù studentesca, sentirsi ”maestri” nell’accezione antica della parola e quindi discutere con i loro discepoli, ascoltare i loro dissensi, le loro ansie, prendere in esame le loro proposte. Hanno il compito, prima di tutto, di plasmare la coscienza dei giovani, di fare di questi giovani degli uomini liberi. Perché, nessuno lo dimentichi: i giovani di oggi saranno i dirigenti di domani della nostra società. Se il solco di diffidenza ed anche di ostilità che divide gli anziani dai giovani, non sarà colmato da una umana reciproca comprensione, giorni tristi maturerebbero per la nostra democrazia e andrebbe disperso il patrimonio morale e politico della Resistenza.

Discorso pronunciato alla Camera dei Deputati il 23 aprile 1970:

Siamo qui per riaffermare la vitalità attuale e perenne degli ideali che animarono la nostra lotta. Questi ideali sono la libertà e la giustizia sociale, che costituirono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro; non può esservi vera libertà senza giustizia sociale e non si avrà mai vera giustizia sociale senza libertà. E sta precisamente al Parlamento adoperarsi senza tregua perché soddisfatta sia la sete di giustizia sociale della classe lavoratrice. I compagni caduti in questa lunga lotta ci hanno lasciato non solo l’esempio della loro fedeltà a questi ideali, ma anche l’insegnamento di un nobile ed assoluto disinteresse. Generosamente hanno sacrificato la loro giovinezza senza badare alla propria persona. Questo insegnamento deve guidare sempre le nostre azioni e la nostra attività di uomini politici: operare con umiltà e rettitudine non per noi, bensì nell’interesse esclusivo del nostro popolo. Onorevoli colleghi, questi in buona sostanza i valori politici, sociali e morali dell’antifascismo e della Resistenza, valori che costituiscono la ”coscienza antifascista” del popolo italiano. Non permetteremo mai che il popolo italiano sia ricacciato indietro, anche perché non vogliamo che le nuove generazioni debbano conoscere la nostra amara esperienza. Nei giovani noi abbiamo fiducia. Certo, vi sono giovani che oggi ”contestano” senza sapere in realtà che cosa vogliono, cioè che cosa intendono sostituire a quello che contestano. Contestano per contestare e nessuna fede politica illumina e guida la loro ”contestazione”. Oggi sono degli sbandati, domani saranno dei falliti. Ma costoro costituiscono una frangia della gioventù, che invece si orienta verso mete precise e che dà alla sua protesta un contenuto politico e sociale. Non a caso codesta gioventù si sente vicina agli anziani antifascisti ed ex partigiani, dimostrando in tal modo di aver acquisito gli ideali che animarono l’antifascismo e la Resistenza. Ad essi vogliamo consegnare intatto il patrimonio politico e morale della Resistenza, perché lo custodiscano e non vada disperso: alle loro valide mani affidamo la bandiera della libertà e della giustizia sociale perché la portino sempre più avanti e sempre più in alto. Viva la Resistenza!

Oggi, 8 anni fa: Giovanni Paolo II

Quando andai ad Auschwitz

memoriaNon avevo ancora compiuto 16 anni. Era il luglio del 1999. Quando partii per la Polonia, per Cracovia, per uno scambio culturale promosso da un’associazione di Bari, non immaginavo assolutamente che avrei vissuto una esperienza tanto forte quanto indimenticabile, per l’orrore che avrei visto. Quando arrivammo ad Oswiecim (il paesino polacco distante circa 60 km da Cracovia che ospita il Museo nato dai resti del campo di concentramento), anche noi in treno, mi stupì subito che, a distanza di decenni, molte parole erano ancora espresse sia in polacco sia in tedesco. Auschwitz in tedesco, Oswiecim in polacco. Una volta oltrepassato il paradossale cancello d’ingresso, fummo accolti da una guida che, con linguaggio particolarmente sereno ma severo, volle subito ricordare a noi giovanissimi visitatori che eravamo in un museo ma che soprattutto eravamo liberi di interrompere l’esplorazione in qualsiasi momento, se turbati da ciò che avremmo osservato. Trovai la forza e il coraggio di completare la passeggiata, ma ricordo che rimasi in silenzio per moltissime ore, che non mangiai per un giorno e mezzo, che quando tornai a casa piansi moltissimo. Oggi, a distanza di alcuni anni, ricordo ancora con sgomento le vetrate con tutte le divise numerate consunte e accatastate, quelle con le scarpe o gli oggetti personali, da un lato; o i grandi casolari dove dormivano, i muri – dove venivano fucilati gli ebrei – ancora anneriti dalla polvere da sparo, i forni crematori che ti trasferivano la percezione e i brividi di respirare ancora l’odore di morte, dall’altro lato. E nonostante abbia letto dei libri, ascoltato diverse testimonianze, visto dei film, esaltato ogni anno la Giornata della Memoria, non riesco a non chiedermi ogni volta come sia potuto accadere che la follia di un solo uomo o di pochissime persone, assemblate in un’oligarchia del male, abbia prodotto un genocidio di tale portata. Oltre sei milioni di morti. E miliardi di sogni, di speranze, di desideri. Uno sterminio dettato dall’intolleranza verso coloro che erano considerati di rango inferiore e non degni di attraversare quel medesimo tempo della storia. Da cristiano mi sono sempre chiesto, senza aver mai ottenuto o trovato un’esaustiva e plausibile risposta, perché Dio abbia permesso tutto questo. Perché abbia acconsentito al sacrificio, soprattutto, di tanti bambini. Per punire l’Uomo per il suo egoismo? Per la sua superbia e delirante bramosia di potere? Per la sua incapacità ad essere promotore e protagonista di un tempo scandito da un amore pacifico, reciproco, solidale tra tutte le genti? Davvero, e senza voler entrare nei pur legittimi storicismi o ideologismi che ci hanno accompagnato in questi decenni con certe polemiche (come quelle promosse dai negazionisti) mai sopite del tutto, non riesco ancora a darmi risposta.  E l’unica, forse piccola, verità che mi risuona prepotentemente in testa, che scuote la mia coscienza, ogni qual volta penso a quanta disumanità lo stesso uomo è stato capace di creare vigliaccamente e follemente, è che tutti noi probabilmente “non siamo stati (e non siamo) abbastanza vivi, se qualcuno è morto (e muore ancora nei quotidiani e dimenticati genocidi che si consumano nel mondo)”. Ed è per questo ancora più necessario, indispensabile, urgente, fondamentale, vivere l’esperienza della Memoria, custodirla per saperla trasferire. E praticare con fierezza e dignità, nel nostro quotidiano, la nobilissima arte e dote morale della Resistenza. Ora e sempre.

Benigni: “Il Paesaggio Italiano è un marchio”

“Una volta c’erano i campi di sterminio. Ora c’è lo sterminio dei campi. Ma è la stessa violenza, quella della guerra. Distruggiamo quello che loro (i padri costituenti) ci hanno tutelato. Noi viviamo a spese delle generazioni future”.

Gli italiani sono regrediti a servi volontari

Questa Festa della Repubblica cade purtroppo in un tempo buio e assai disonorevole per il nostro Paese, dilaniato dalla faziosità più becera della sua classe dirigente, totalmente sorda alle urla di dolore di un popolo sfiduciato, rassegnato, arrabbiato. La politica carismatica e responsabile, capace di interpretare e di affrontare i problemi reali e percepiti, non esiste più. E nel pensare, perciò, alla Repubblica, al nostro Paese, a quello che è stato, mi sono tornate in mente le parole del politologo Maurizio Viroli, tratte dal libro “La Libertà dei Servi” (edito da Laterza).

Con la nascita della Repubblica, i servi che si emancipano non diventano subito cittadini liberi, ma liberti: “gli sventurati, dice Calamandrei, che hanno ancora sui polsi le lividure delle catene ventennali e nella schiena l’anchilosi dell’assuefazione agli inchini; e non riescono a sentire i nuovi doveri della libertà”. A più di 60 anni di distanza dobbiamo malinconicamente constatare che gran parte degli italiani non si sono elevati da liberti a cittadini liberi, ma sono regrediti da liberti a servi volontari. Il dovere di resistenza senza il dovere di lealtà distrugge la legalità, che è il fondamento della libertà repubblicana; il dovere di lealtà senza il diritto e il dovere di resistenza dissolve la fierezza civile che è sostegno altrettanto necessario della libertà repubblicana. Sul costume si agisce con l’educazione civica. Alla formazione di una persona libera devono concorrere la ragione, nelle sue diverse forme, e talune passioni. Insegnare a ragionare su questioni morali è forse in Italia il più urgente impegno civile.


Bari ricorda Giovanni Falcone

Il 23 maggio del 1992, alle ore 17:58, saltavano in aria – per effetto dei 500 kg di tritolo nascoti da Brusca in un cunicolo presente sotto l’autostrada – Giovanni Falcone e la compagna Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Di Cillo. Oggi, quasi in tutta Italia, ci sono state varie tipologie di manifestazioni per ricordare, a vent’anni di distanza da quella che è stata etichettata “Strage di Stato”, queste figure e cosa hanno rappresentato per il Paese. Giovanni Falcone, in particolare. Il magistrato siciliano che, per primo, insieme a Paolo Borsellino e ad altri valenti colleghi, istruì il maxiprocesso a Cosa Nostra che, contestualmente, veniva sbattuta in prima pagina come un’organizzazione criminale pericolosissima i cui interessi erano convergenti con quelli della politica, e non come una mera banda di delinquenti. Da vivo, Falcone, forse anche per il suo innato talento di saper interpretare prima e meglio di altri i fenomeni della quotidianità e di saperli immediatamente tramutare in attività investigative di qualità – leggasi l’urgenza secondo lui di seguire il movimento dei soldi cosi da capire quali ambiti produttivi o decisionali fossero a rischio – a causa dell’irresponsabilità di una certa stampa (si ripropone il vecchio articolo de La Repubblica del ’93), è stato abbondantemente isolato e denigrato. Dava fastidio. Le sue utopie rischiavano di danneggiare l’immagine di Palermo. Di più: la sua convinzione, plausibile già allora, che la mafia fosse stratturata in un compartimento militare-operativo e in un compartimento culturale-teorico, ha prodotto che fosse inviso anche ad una certa politica, che sarebbe stata messa presso alla gogna di fronte alle proprie responsabilità, se il magistrato avesse avuto altro tempo per operare, per il bene della Sicilia e del Paese tutto. Ma gli fu impedito, vigliaccamente. Ed oggi, sia quelli che lo avevano osteggiato e diffamato (vedi il quarta volta sindaco di Palermo, Leoluca Orlando), sia quelli che si erano mostrati, pure in buona fede, scettici verso la sua intraprendenza e verso la sua voglia di arginare il fenomeno mafioso che per lui era pericoloso in quanto fenomeno anche culturale, assai ipocritamente, sono scesi nelle piazze e tra i cittadini, per manifestare la loro vile solidarietà. Il dono ed il valore della memoria che diventa testimonianza ed esperienza educativa non può che abbracciare, prima di tutto e senza escludere le persone oneste di tutte le età, quei ragazzi e ragazze che sono giunti in Sicilia da tutto il Paese con la nave della legalità, proprio per dire chiaramente che “le loro idee camminano (e cammineranno) sulle nostre gambe”. Anche a Bari c’è stata, per il ventennale dalla morte, una bellissima manifestazione “Insieme per la Legalità” in Piazza del Ferrarese indetta dall’Ordine degli Avvocati di Bari e dall’Associazione Nazionale Magistrati – Distretto di Bari, con la collaborazione di tante altre sigle associative presenti sul territorio, a cui hanno preso parte centinaia di persone e in modo particolare alcune scuole della provincia, coinvolte sin dall’inizio, proprio per la valenza fortemente culturale che devono avere oggi le rassegne dedicate all’educazione alla legalità. Io ho portato il mio umile contributo leggendo il seguente passo, tratto dal libro “La Convergenza” di Nando Dalla Chiesa, per Melampo.

Frank Coppola (uno dei primissimi superboss di Cosa Nostra arrestati) e Giovanni Falcone dicono a chi voglia ascoltarli una cosa di una straordinaria semplicità didascalica: che dove comanda la mafia i posti nelle istituzioni vengono tendenzialmente affidati a dei cretini. A degli idioti, termine con cui indichiamo “l’uomo inetto a partecipare alla cosa pubblica”. Ma che vi diventa adatto e prendi anzi a parteciparvi, anche ai livelli più alti, appunto per assecondare le esigenze della mafia. Il cretino farà spontaneamente, spesso in buona fede, ciò di cui la mafia ha bisogno. Di più: lo farà gratis. E se ci sarà da omettere, ometterà. Più in generale: se bisognerà non capire, lui non capirà. Anzi, porterà a sostegno delle azioni od omissioni desiderate dai clan nuove e insospettabili argomentazioni. Talora con un entusiasmo da neofita. Userà parole che i clan, o gli ambienti ad essi vicini, non avrebbero saputo inventare o rendere credibili. È una inettitudine relativa quella di queste persone, nel senso che esse non vedono, o non sanno misurare, sulla base delle loro priorità culturali, il pericolo mafioso. La vera forza della mafia sta fuori dalla mafia. Sta nelle complicità, nelle convergenze che si realizzano su condotte concrete. Su delitti specifici. O negli scambi di favori. O in campagne politiche o di opinione che convengono, per separate e autonome ragioni, sia alla mafia sia ad altri soggetti. Giovanni Falcone sosteneva che la lotta alla mafia avrebbe avuto bisogno di un delitto “eccellente” all’anno: per scuotere la gente, per impegnare e costringere la politica, per non fare addormentare le coscienze. È la ragione per cui, simmetricamente, nella trattativa tra mafia e politica quest’ultima ha posto ai suoi interlocutori il ferreo principio della rinuncia ai delitti “eccellenti”: condizione per poter arrivare in modo morbido e progressivo alle concessioni promesse. È il lavoro ben fatto che presidia i principi di verità e di bellezza, di solidarietà e di responsabilità, nel regime che si fonda sulla menzogna e sul grigiore estetico, sulla delazione tra vicini e tra parenti e sull’alibi degli ordini superiori. Il lavoro ben fatto corrisponde al “fare il proprio dovere”, è il più efficace anticorpo, la mina silenziosa che si può mettere ogni giorno sotto l’edificio delle convergenze. La sciatteria, l’assenza di qualità, l”ignoranza dei principi etici ed estetici, l’evaporazione del principio di responsabilità sociale sono il brodo primordiale e a volte la testa d’ariete della mafia cosi come delle altre organizzazioni criminali similari.

Per la prima volta, se ci riferissimo agli ultimi 25 anni, a Palermo e nel suo bunker di falconiana memoria, sia il Presidente della Repubblica sia il Presidente del Consiglio dei Ministri hanno partecipato agli eventi della giornata commemorativa. Ed entrambi hanno usato parole importanti, sul tema del contrasto alle mafie, a cui non eravamo sinceramente più abituati. “L’unica ragione di Stato è la ricerca della verità”? Bene, Presidente Monti. Apra subito gli “armadi” in cui sono custoditi come scheletri i documenti dei più grandi misteri; sia fatta finalmente giustizia e siano banditi per sempre gli scandali dalla matrice terroristica-mafiosa che hanno condizionato la storia del nostro Paese.

I killer di Roberto Calvi sono protetti dallo Stato e dalla P2

Ringraziamo, si fa per dire, il mafioso Francesco Di Carlo per la conferma ai tanti dubbi che diventano con il tempo certezze per coloro i quali le collusioni ancora oggi in piedi tra “politici, presidenti di banca, militari, vertici della sicurezza” hanno avvelenato il nostro Paese. Che non risorgerà mai fintanto che queste convergenze mafiose, annidate nelle Istituzioni, resteranno.

Giancarlo Siani, i giovani e la camorra

Questa una sintesi del comunicato stampa con cui si invitano i giovani e la cittadinanza barese tutta sensibile ai temi della legalità e del contrasto ad ogni forma di criminalità organizzata all’evento previsto a Bari per domani sera.

I giovani e la camorra in Scimmie, nuovo romanzo di Alessandro Gallo, scrittore, attore e regista nato e cresciuto a Napoli, nel Rione Traiano. Il libro – che trae ispirazione dal vissuto dell’autore – verrà presentato a Bari, giovedì 3 maggio alle ore 20.00 al circolo Ricomincio da Tre di via Re David 3/c. Scimmie è un romanzo di formazione che racconta la storia di Pummarò, Panzarotto e Bacchettone, tre adolescenti che nella Napoli degli anni 80 desiderano, a tutti i costi e con tutti i mezzi, entrare a far parte di un clan camorristico e baciare le mani al capo: Antonio Bardellino. La loro vita cambierà grazie all’incontro con Giancarlo Siani, cronista de Il Mattino ucciso dalla camorra nell’85, cui il libro è dedicato e liberamente ispirato. Il testo è in larga parte autobiografico: l’autore la camorra l’ha conosciuta, infatti, molto bene e da vicino, in famiglia. La cugina Nikita è considerata la prima donna killer nella storia della camorra e il padre è stato arrestato per associazione mafiosa. “Di mia cugina – racconta Alessandro Gallo – si diceva che fosse la donna dalla Calibro 38. In famiglia sono l’unico che si è difeso e che ha scelto di difendere la propria storia. Una scelta avvenuta per un’esigenza di rappresentarsi per quel che si è e non per quel che gli altri raccontano. Nel 2004 mio padre – dal quale mia madre aveva divorziato da quando io avevo 4 anni – fu arrestato per associazione mafiosa; in giro mi sentivo coccolato e nello stesso tempo odiato solo perché sulle prime pagine di un giornale scrissero su di lui scissionista (clan che nacque dalla famosa faida di Scampia), parola che tanto si pronunciava nei vicoli e nelle strade di Napoli e che fece, all’improvviso, cadere come un castello di sabbia tutto quel che mia madre aveva costruito negli anni. Ho accettato il silenzio per evitare ritorsioni, minacce e quant’altro durante la mia adolescenza da cugino di Nikita, ma all’età di diciotto anni non potevo accettare che io e i miei fratelli vedessimo bruciare, per colpa di mio padre, quel che mia madre aveva costruito negli anni con onore e coraggio”. Nella scrittura e nel teatro di impegno civile Alessandro Gallo ha trovato la possibilità di un riscatto sociale, uno strumento per mettere la sua storia al servizio dei più giovani. Attualmente l’autore lavora a Bologna come scrittore, attore, regista e formatore nei percorsi di educazione alla legalità nelle scuole. “Credo molto nei giovani e temo che se trascuriamo il tempo da dedicare ai ragazzi rischiamo di trasformarli in scimmie. Per questo ho scelto di lavorare a progetti che possano, attraverso l’uso della scrittura e del teatro, fare in modo che possano raccontare se stessi e soprattutto il territorio in cui vivono, con la speranza che possano inviare un messaggio importante a genitori e istituzioni: “fidatevi, che noi ci siamo e vogliamo esserci, vogliamo contribuire al cambiamento”.

Puglia: una terra da bonificare

Linkiesta ha pubblicato oggi un elenco particolare: tutti i siti inquinati presenti nel Paese. Sono 57. E sono stati già spesi, talvolta sprecati, diverse centinaia di milioni di euro per interventi in parte inefficaci. In Puglia troviamo 4 aree da bonificare: il polo chimico di Manfredonia, il petrolchimico e le due centrali elettriche a carbone di Brindisi, l’ acciaieria Ilva e la raffineria Eni di Taranto, la Fibronit di Bari. Questo elenco mi consente di fare un commento sul problema dell’amianto, uno di quelli che ancora non occupa l’agenda politica dei nostri amministratori, i quali esprimono tutto il loro dolore quando intervengono decessi per mesotelioma pleurico, salvo poi disinteressarsene nuovamente dal giorno successivo. Alcuni giorni fa – come ci ha ricordato Legambiente – si è celebrato il ventennale dell’entrata in vigore della legge 257/92 con cui si mise al bando l’amianto in Italia.

Il CNR ha calcolato che ci sono oltre 32 milioni di tonnellate presenti sul territorio nazionale, mentre secondo i dati elaborati da Legambiente in un dossier ancora oggi sono in attesa di bonifica circa 50 mila edifici pubblici e privati, e 100 milioni di metri quadrati per strutture in cemento-amianto, a cui vanno aggiunti 600 mila metri cubi di amianto friabile.

Il dato pugliese è stato fornito qualche giorno fa, in conferenza stampa, direttamente dal Presidente Vendola.

Dai censimenti della Regione Puglia iniziati nel 2005 ci sono 5mila tetti di Puglia ancora composti da amianto, la massima parte concentrata nelle aree industriali: la stima fatta da Vito Antonio Uricchio, che ha partecipato alla redazione del piano amianto, è di 1 milione e 750mila metri cubi di amianto disseminati per la Puglia.

Legambiente, inoltre, nella sua nota evidenzia due aspetti fondamentali: il tema della salute perché in tantissimi continuano ad ammalarsi e a morire;

Secondo gli ultimi dati pubblicati dal Registro Nazionale Mesoteliomi istituito presso l’Inail (ex Ispesl) (che dal 1993 censisce il tumore dell’apparato respiratorio strettamente connesso all’inalazione di fibre di amianto) sono oltre 9 mila i casi riscontrati fino al 2004, con un esposizione che circa il 70% delle volte è stata professionale. Nessuna regione è esclusa. E si prevede che i casi tenderanno ad aumentare nei prossimi anni.

e quello della bonifica della aree inquinate dove si potrebbero collocare impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili per cui erano previsti minimi incentivi statali che sembrerebbero sparire se la bozza del Quinto Conto Energia restasse nella sua configurazione attuale.

Addirittura rischiano di essere cancellati anche provvedimenti positivi nella lotta all’amianto come l’extra-incentivo di 5 centesimi a kwh, previsto dal quarto conto energia, per chi sostituisce le coperture in eternit con pannelli fotovoltaici. Un provvedimento che ha permesso di realizzare ottimi risultati, come dimostra la campagna di Legambiente e AzzeroCO2 Eternit Free.

La partita, quindi, della bonifica prima e della riqualificazione urbanistica di tutte le aree contaminate è tutta da giocare. Ma ci vorrebbero squadre leali pronte a concorrere per uno sviluppo ecologico e sostenibile delle nostre città. E ad oggi sembra che gli unici pronti a scendere in campo siano i cittadini. Anche solo per non vedere stracciata la bandiera della memoria. La memoria di quanti, a causa dell’amianto, sono morti innocentemente e ingiustamente.

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