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Per la Giornata della Memoria

Don Paolo Farinella, sul suo blog del Fatto Quotidiano, usa queste mirabilissime parole. Che emozionano profondamente.

«Caro professore, sono un sopravvissuto di un campo di concentramento. I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti; bambini uccisi con  veleno da medici ben formati; lattanti uccisi da infermiere provette; donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiore e università. Diffido – quindi – dall’educazione. La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti. La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani».

(Fonte: Anniek Cojean, Les mémoires de la Shoah, in Le Monde del 29 aprile 1995).

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A un giovane italiano

E’ il titolo dell’ultimo libro che l’ex amatissimo Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ha scritto, dedicandolo principalmente a noi giovani di oggi, per invitarci a non mollare, a non rassegnarci davanti alle numerose frustrazioni che riceviamo, ma a fortificarci per mezzo di esse, per ripartire di slancio e rilanciare la nostra condivisa e corale voglia di progresso.

Questo un frammento del libro, sicuramente da leggere.

 

Buone intenzioni, esortazioni virtuose, richiami ai valori, ne hai già sentiti esprimere molti; fatti, ne hai visti seguire molto pochi: diciamoci la verità, non è forse questo il pensiero che ti sta attraversando la mente? Non so darti torto. Non ti biasimo se obietti che un presente così difficile e un futuro così incerto ti fanno inclinare alla rinuncia e al ripiegamento in te stesso, piuttosto che all’impegno fattivo, a prove di forte volontà. Non mi sentirei di deplorare in te anche la tentazione di «rovesciare il tavolo». Comprendo le tue obiezioni, ma ti dico di no; sono strade senza uscita. No, giovane amico, vale sempre la pena di impegnarsi.

Giornata della memoria. Colombo: "la Shoah, un delitto tutto italiano"

“La domanda è se un “Giorno della Memoria” serve; se non è un meccanismo di ripetizione, che evoca un evento, ma esenta dal partecipare in prima persona. Basta l’automatismo della data, un minimo di rispettosa citazione per aver compiuto un dovere. Se quel dovere non c’era, più o meno, tutto andava avanti come prima: buoni, cattivi, un’immensa zona grigia. Quel che è stato è stato e ci pensa la storia che, comunque, in momenti diversi viene riscritta. So che la domanda “serve un Giorno della Memoria?” è inutile, perché gettata nel vuoto. Ma ho voluto ripeterla perché sono il proponente e autore di quella legge. E perché la domanda viene proposta davvero. E non solo da persone irritate che hanno voglia di ricordare altre cose. Ma anche — con profonda buona fede — da persone che temono che un’iniziativa, buona quanto si vuole, sia però o sbagliata o inutile.”

Così scrive l’onorevole Furio Colombo per il quale il “Giorno della Memoria” ha rappresentato il principale impegno quando era deputato dell’Ulivo nella tredicesima legislatura (maggioranza centrosinistra e governi Prodi, D’Alema e Amato) Camera e Senato hanno votato la prima legge italiana per l’istituzione di un Giorno della Memoria.
Unica legge approvata all’unanimità ha come punto di riferimento la Shoah, insieme al ricordo di tutti coloro che hanno pagato con la vita la loro coraggiosa opposizione politica o la loro presunta diversità.

Che significato doveva avere istituire questa giornata?
Interrompere il cerchio secondo cui la Shoah era parte della guerra e dentro la guerra. Un capitolo della cattiveria dei tedeschi quindi. Dal canto loro film, bibliografia e il lungo silenzio dei supersiti e dei sopravvissuti ci aveva persuaso che si trattasse di un delitto tedesco.
C’era chi diceva che i tedeschi si erano comportati male, per alcuni era stata una grande ingiustizia per altri un orrendo progetto nei confronti degli Ebrei. L’idea insomma era che fosse stato un delitto commesso da altri. Nella mia prima proposta (caduta per il cambio della data) ho subìto un violento fuoco di sbarramento da parte di Forza Italia e da molta An ma anche sussurri e grida di una parte della sinistra che temeva la glorificazione a favore di Israele.

Perché in Italia?
Allora l’obiezione principale alla quale ho dovuto fare fronte era che anche nei gulag sovietici erano stati compiuti delitti così come nelle foibe. Mi suggerivano quindi di promuovere una giornata per ricordare tutte le vittime assieme. A questa corrente di pensiero ho sempre risposto che stavo parlando, piuttosto, di un delitto tutto italiano perché le leggi nei confronti degli Ebrei, nella loro formulazione, sono state persino più gravi di quelle tedesche. Di certo sono state diverse le modalità operative nell’applicarle ma l’ Italia è stata complice dello sterminio perché di fatto si privavano i cittadini ebrei-italiani (in contrasto con lo statuto Albertino allora in vigore) di qualsiasi diritto civile umano e giuridico.
Istituire un “Giorno della Memoria” ha significato illuminare un delitto tutto italiano perpetrato in pieno ventesimo secolo interrompendo la malformazione e l’illusione che si trattasse solo di una immane cattiveria tedesca.

Ha ancora senso celebrare un “Giorno della Memoria”?
Ha certamente senso a giudicare dalla scarsità di informazioni e l’incapacità delle scuole di insegnare ciò che è accaduto. Ha senso anche perché siamo stati testimoni del negazionismo di laici e religiosi impegnati nel tentativo di fingere che tutto quanto non fosse accaduto. Un tentativo sempre in agguato.

Dal suo punto di vista esiste una connessione tra quello che è accaduto con le leggi razziali e ciò che potrebbe accadere nel nostro Paese rispetto ai fatti di razzismo e xenofobia?
Molto prima di ciò che chiamiamo Olocausto Paesi come Francia, Germania e gli stessi Stati Uniti sono stati percorsi da piccoli episodi di antisemitismo che hanno più o meno attraversato tutto il mondo occidentale anche se l’ideologia politica li ha cristallizzati solo in Germania e in Italia. Prima era un brulicare di episodi definiti “non così gravi”. Ma in realtà erano segni premonitori del successivo sterminio; le leggi razziali non avvengono di colpo ma gradualmente e attraverso il peggioramento della condizione dell’ umanità.
Il pericolo è sempre in agguato perché fatti erroneamente considerati sporadici vengono sottoposti ad una politicizzazione che nasconde l’esplosione dell’evento stesso.

Spesso si considera l’Italia un Paese senza Memoria. Che peso ha in questo l’informazione?
Per una volta cambierei il capo di imputazione nel senso che l’informazione per sua natura si nutre di attualità e non di memoria. Ma la vera colpa del sistema dell’informazione è che se avvengono tre gravi fatti razziali è come se fossero isolati. Viene accreditata l’idea che sia solo colpa di balordi e che non sussista alcun legame tra quanto è accaduto. Ogni volta l’informazione è come se ricominciasse da capo. I fatti di Rosarno oggi sembrano ormai lontanissimi e se accadessero situazioni simili potremmo contare, forse, al massimo su di un inciso tipo “come accaduto a Rosarno”.
Ecco quindi personalmente all’ informazione in particolare quella televisiva rimprovero l’assoluta mancanza di sistematicità. La mancanza di memoria invece è una grave colpa della scuola italiana.

Giornata della memoria. Colombo: “la Shoah, un delitto tutto italiano”, Elisabetta Reguitti per Articolo 21

I nemici della memoria

Chi è stato a rubare l’insegna di Auschwitz, recando offesa alla memoria degli ebrei e a chi è impegnato a tutelarla? Da dove vengono? Che intenzioni hanno, qual è il loro progetto? Questo incidente criminale riverbera la sua immagine in tutto il mondo e suscita stupore, shock e rabbia.

Cosa avevano in mente i ladri quando hanno rimosso l’iscrizione che centinaia di migliaia di vittime, arrivate nel campo, vedevano ogni giorno, ogni sera? Cosa immaginavano di poter fare? Di venderla in televisione per enormi somme di denaro? Di tenerla incorniciata a casa loro? Quale idea perversa può aver motivato un simile abominio?

In questa nostra era di confusione e sfiducia, la Verità è sempre in prima linea, al fronte, e i suoi nemici sono i nemici della Memoria. Dunque, quel Luogo è d’importanza e significato speciale, perché si basa su entrambi quei valori costitutivi, Verità e Memoria. Chiunque voglia cancellare il passato ha naturalmente interesse a rimuovere quella scritta, che è parte così visibile del Passato della Memoria.

In un certo senso, si può esprimere sorpresa per il fatto che non si sia mai tentato prima di compiere quanto è accaduto oggi. È così facile distruggere, è così facile rubare, eppure, grazie al cielo, persino quelli che sono i nostro nemici non avevano osato, fino ad oggi, di intraprendere un simile furto.

In virtù di ciò che è avvenuto all’interno di quell’incommensurabile cimitero di cenere, Auschwitz deve restare un monumento intoccabile al dolore, allo strazio e alla morte di più di un milione di ebrei e altre minoranze. Benché protetto a livello internazionale dalla rabbia e dalla pietà che suscita in centinaia di migliaia di visitatori provenienti da tutto il mondo, il campo necessita ovviamente di maggior sicurezza.

Devono provvedervi le autorità polacche ai massimi livelli. Tutto ciò che si trova entro le recinzioni di filo spinato deve restare immutabile e intatto per generazioni e generazioni. Quanto ai ladri, verranno senza dubbio interrogati a lungo da personale specializzato, psichiatri inclusi. Siamo tutti ansiosi di conoscere ogni aspetto della loro personalità, del loro carattere, del loro passato. E di conoscerne l’appartenenza ideologica.

Hanno agito da soli? Appartengono a gruppi neonazisti? Volevano dimostrare qualcosa entrando in possesso dell’insegna, e se sì, che cosa? “Arbeit macht frei” era, ed è ancora, massima espressione di cinismo, inganno e brutalità. Dietro quel cancello il lavoro non portava libertà. Agli ebrei e agli altri portava fatica, umiliazione, fame e morte. Dentro tutto equivaleva alla morte. È questo che il ladro voleva cancellare?

I nemici della memoria, Elie Wiesel, La Repubblica

Verso Contromafie

Gli Stati Generali Antimafia indetti da Libera parleranno ai vivi, ma non scorderanno i morti.

Per il dovere della memoria, ma ancor più perché affermare i diritti di tutti contro il crimine e la corruzione è combattere la stessa battaglia nella quale tanti hanno perso la vita. Significa che la loro battaglia è ancora aperta e che va portata avanti, se non vogliamo che ne resti solo il rimpianto. Un’identica battaglia, nonostante molti non l’abbiano capito o fingano di non averlo compreso, per convenienza o per viltà o, come gran parte dei media, l’abbiano rimosso per ignavia e per i condizionamenti del potere.

Nonostante gli assassinati rappresentino la parte migliore del nostro mestiere e ci indichino oggi la strada da seguire, la difesa a oltranza della libertà di stampa, mentre si fa più pesante la pressione intimidatrice, l’aria mefitica del regime, l’attacco in corso contro le istituzioni e i diritti di tutti i cittadini a essere informati. Per questo motivo, sentiamo la necessità di rivolgere la parola ai giornalisti assassinati dalle mafie, ai loro familiari, ai magistrati, agli investigatori, a tutti coloro che non considerano quei delitti come numeri negli archivi, mummificati da sentenze che non hanno chiarito moventi, mandanti, complicità, situazioni ambientali.

Per questo vogliamo rivolgerci a coloro che sono stati colpiti negli affetti più cari, ma che non si arrendono. Penso a Claudio ed Elena Fava, che portano avanti con orgoglio l’eredità di Pippo Fava, ma Claudio deve poi scrivere nel suo “I disarmati” delle tante occasioni perdute e di quelle tradite, in un’Italia malgovernata e disinformata, in una Catania ancora prigioniera del malaffare e della corruzione. E ai giornalisti della nidiata de “I Siciliani”, cronisti coraggiosi e penne di grande valore, poi dispersi nel mare del mercato editoriale, ma a volte, come per Riccardo Orioles, animatori di mille battaglie sconosciute, tenacemente costruite dal basso, formative per tanti altri giovani. Senza soldi, ma anche senza paura.

Penso a Mauro Rostagno e alle tormentate vicende che hanno dovuto affrontare la figlia Maddalena, la sua compagna Chicca e la sorella Carla, per tenere aperte indagini che portassero a una verità ancora lontana, ma per la quale si sono adoperati cittadini, magistrati capaci come Antonio Ingroia, validi investigatori come Giuseppe Linares a Trapani.

Penso a Giovanni Impastato, che in ogni parte d’Italia porta non solo il ricordo di Peppino, di Radio Aut e della lunga guerra giudiziaria per fare emergere una verità nascosta, deformata da complicità e silenzi, ma anche per difendere il patrimonio civile e morale di suo fratello dagli atti di aggressione e sottocultura che si susseguono ormai nel Paese.

Penso a Sonia Alfano, che ha trasferito nel parlamento di Strasburgo l’impegno civile cresciuto dopo l’uccisione del padre Giuseppe. Penso a Paolo Siani, che porta il sorriso gentile del fratello Giancarlo, assassinato a 26 anni, nel cuore di manifestazioni che premiano giovani che hanno scelto la strada del giornalismo d’inchiesta, in un film, nella pubblicazione di articoli che ridanno il senso di una passione civile e professionale, oggi insultata e aggredita come mai è avvenuto in un paese democratico.

Penso a Mauro De Mauro e alla sua famiglia, che ancora non sa dallo Stato perché, come e da parte di chi il giornalista de “L’Ora” di Palermo fu rapito e ucciso quarant’anni fa, sullo sfondo di cospirazioni contro le istituzioni, deviazioni, intrecci che riportano agli inquietanti segnali che costellano anche questi nostri anni e che si profilano nell’immediato futuro.

Penso al giovanissimo Giovanni Spampinato, ucciso nel ’72 a Ragusa e a suo fratello Alberto, che tanti anni dopo ne ha tratteggiato la drammatica storia in un bel libro, mentre sta formando un osservatorio appoggiato dalla FNSI per non lasciare soli e indifesi i giornalisti, circa 200 negli ultimi anni, aggrediti o minacciati dalle mafie per il loro impegno di lavoro. Una cifra enorme, non conosciuta, che ricorda tristemente alcuni paesi latino-americani in mano ai narcotrafficanti.

Penso alle battaglie condotte dalla famiglia di Mario Francese per riaprire l’inchiesta ormai chiusa sull’uccisione del bravissimo cronista del “Giornale di Sicilia” e al mistero che ancora circonda l’assassinio di Cosimo Cristina, il primo giornalista ucciso nel 1960.

Penso infine a Giorgio e Luciana Alpi, indomiti genitori che chiedono da 15 anni verità e giustizia sulla morte di Ilaria, assassinata a Mogadiscio insieme con l’operatore Miran Hrovatin, mentre realizzava una delicatissima inchiesta sui traffici d’armi e rifiuti tossici con l’Italia, dove anche gli interessi mafiosi erano presenti. Mentre emerge la realtà delle “navi dei veleni” affondate nel Mediterraneo, con la rete di complicità e gli intrecci affaristici che ne formano lo sfondo, l’attualità di questo giornalismo colpisce come uno schiaffo morale coloro che vogliono imporre il bavaglio alla libertà di stampa, annullando i pochi spazi critici non piegati dal conformismo e dalla subalternità al potere che sta stravolgendo il Paese.

Se ne parlerà a Contromafie.

E il respiro che ancora sale dalle vite spezzate di quei nostri fratelli, caduti sul fronte delle notizie come gli inviati di guerra, farà più forte l’impegno.

Verso Contromafie, Roberto Morrione, Libera Informazione

Io So.. E quindi non dimentico..

Il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, il 3 settembre del 1982, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente della scorta Domenico Russo, viene barbaramente ucciso da alcuni boss e sicari della già potentissima organizzazione criminale siciliana, meglio nota con il termine di “Cosa Nostra”.

Nell’82 non ero ancora nato, ma di quegli anni cosi intensi e cosi struggenti, cosi desolanti e cosi ignobili per il nostro Paese, ho imparato a conoscerne gioie e soprattutto dolori, leggendo, negli anni, tantissimi articoli, notizie, appunti, cercando di colmare quel “vuoto storico” che non so se sarò mai in grado di realizzare pienamente.

Pensando ieri alla giornata di oggi e a cosa avrei mai potuto scrivere per ricordare degnamente un uomo straordinario come il Generale, un precursore moderno di quella che sarebbe diventata la “vera antimafia sociale” (oggi sabotata deplorevolmente da quella istituzionalizzata e politicizzata a causa dei meschini interessi che si nascondono nel silenzio e in certe complicità..), con il mio cuore che era fagocitato da emozioni e timori non volendo che mie semplici ed umili riflessioni avessero il contorno della banalità e della pateticità.

E, alla fine, avendo da circa un anno l’incredibile e straordinario onore, oltre che piacere, di conoscere personalmente il Prof. Nando dalla Chiesa, con il quale condivido l’esperienza della Scuola di Formazione Politica Antonino Caponnetto, lui come Presidente e io come semplice Socio, penso che non ci possa essere modo migliore per ricordare un uomo dalla purezza umana esemplare oltre che inemulabile rigore morale, anche alla luce di quali siano oggi i modelli culturali e morali a cui la società nostrana tende ad ispirarsi bastardamente, come il Generale Dalla Chiesa che condividere con Voi tutti alcuni frammenti e stralci che Nando ha inserito nello scritto “Delitto imperfetto. Il generale, la mafia, la società italiana” (Editori Riuniti)

Se è vero che esiste un potere – disse ai primi di maggio, in occasione della festa dei Maestri del lavoro – questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle leggi; non possiamo oltre delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti. Potere può essere un sostantivo nel nostro vocabolario ma è anche un verbo (…). Potere; l’ho sentito questo verbo. Ebbene io l’ho colto e lo voglio sottolineare in tutte le sue espressioni o almeno quelle che così estemporaneamente mi vengono in mente: poter convivere, poter essere sereni, poter guardare in faccia l’interlocutore senza abbassare gli occhi, poter ridere, poter parlare, poter sentire, poter guardare in viso i nostri figli e i figli dei nostri figli senza avere la sensazione di doversi rimproverare qualcosa, poter guardare ai giovani per trasmettere loro una vita fatta di sacrifici, di rinuncia, ma di pulizia, poter sentirci tutti uniti in una convivenza, in una società che è fatta, è fatta di tante belle cose, ma soprattutto del lavoro, del lavoro di tanti, operai, impiegati, dirigenti, che qui oggi (…) rappresentano gli angoli più remoti di questa Sicilia, che vuole essere buona, che vuole essere sana, che vuole essere difesa, vuole progredire, non può restare vittima di chi prevarica, di chi attraverso il potere lucra. E occorre che tutti, gomito a gomito, ci sentiamo uniti, perché anche chi è animato da entusiasmo, anche chi crede, come crede colui che in questo momento vi sta parlando, ha bisogno di essere sostenuto, di essere aiutato, di sentire di vivere in mezzo a chi crede perché, tutti credendo, possiamo raggiungere la meta che auspichiamo: la tranquillità, la serenità“.

Rivolgendosi poi al giovanissimo Nando che evidentemente gli chiedeva le ragioni per un Impegno cosi accentuato e rigoroso (per uno Stato che si sarebbe rivelato oltre che ingrato anche responsabile della sua fine..), andando anche oltre l’ineusaribile Senso del Dovere e Senso dello Stato che soltanto i Giusti sentono di possedere e di poter trasferire con il medesimo amore con cui loro lo vivono, disse, con la dolcezza di una carezza e con l’affetto tipico di un Padre:

Nando, ci sono cose che non si fanno per coraggio. Si fanno per potere continuare a guardare serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei propri figli. C’è troppa gente onesta, tanta gente qualunque, che ha fiducia in me. Non posso deluderla.

Il Procuratore Capo di Torino, Giancarlo Caselli, all’epoca magistrato a Palermo, ricorda l’intervista che il Generale rilasciò a Giorgio Bocca, poco prima di morire, rimasta famosa per l’assoluta lungimiranza dei contenuti, ovviamente, suo malgrado, ancora attualissimi:

“Ho capito una cosa molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi caramente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati”. In altre parole, se i diritti fondamentali dei cittadini non sono soddisfatti, i mafiosi li intercettano e li trasformano in favori che elargiscono per rafforzare il loro potere. Così la mafia vince sempre. E i mafiosi ne sono ben consapevoli. Lo ha spiegato con cinica brutalità – in un colloquio con un magistrato di Palermo – il boss Pietro Aglieri: “Vede, dottore, quando voi venite nelle nostre (sic) scuole a parlare di legalità e giustizia, i nostri (sic) ragazzi vi ascoltano e vi seguono. Ma quando questi ragazzi diventano maggiorenni e cercano un lavoro, una casa, assistenza economica e sanitaria, a chi trovano? A voi o a noi?”

Il Procuratore Capo Caselli, insieme all’ottimo Procuratore Aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato, che ha curato il processo proprio contro l’omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, non si stanca, da anni, di ripetere che certe Verità sono custodite gelosamente (sarebbe ormai il caso quasi di pretenderle) dal Senatore a Vita Giulio Andreotti (probabilmente ricompensato con tale onorificenza proprio per la sua fedele ed imperitura, ad oggi, omertà e mai sbiadita connivenza, come da sentenza) che era l’indiscusso leader della Democrazia Cristiana in Sicilia proprio in quegli anni bui e tremendissimi nei quali la piaga del Terrorismo (in tutta italia, proprio con l’aiuto e l’opera instancabile e fondamentale del Generale Dalla Chiesa) era stata da poco rimarginata e dove, appunto in Sicilia, ci si stava preparando ad altre “stagioni della tensione” che sfocieranno in altri delittuosi omicidi come quelli di Pio La Torre, Rocco Chinnici e poi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino..

Dice ancora Nando, parlando del padre :

Sono stato da Andreotti e quando gli ho detto tutto quello che so dei suoi in Sicilia è sbiancato in faccia“.

Tra i “suoi in Sicilia” il già citato sindaco Nello Martellucci, il segretario regionale Rosario Nicoletti, il Presidente della Regione Mario D’Acquisto. Nonché Salvo Lima e Vito Ciancimino, entrambi, già allora, ospiti fissi degli atti della Commissione Antimafia, nonostante il primo continuasse ad essere l’uomo più potente della parte occidentale dell’isola e il secondo rivestisse la carica di responsabile democristiano per gli enti locali di Palermo.

E che cosa si potrebbe pensare, oggi, di quando il Presidente del Consiglio Spadolini si rivolse a lui, al figlio dell’assassinato, e dopo aver definito la lotta alla mafia una lotta contro i “poteri invisibili” ammonì: E’ ingiusto criminalizzare interi partiti e intere correnti di partito; è ingiusto e grave, abbandonarsi a impostazioni manichee, è pericoloso, oltre che ingiusto, abbandonare i confini ed i metodi della lotta politica anche aspra per aprire “questioni morali”, che, se non rigorosamente provate e se artificiosamente generalizzate, possono solo determinare pregiudizi e sospetti tra le forze politiche tali da impedire di colpire i veri responsabili“??

Oggi, 3 settembre 2009, dopo 27 anni di menzogne e di falsità, oltre che di colpevoli silenzi, nel corso dei quali noi cittadini siamo stati inconsapevolmente complici di questa efferatezza con la nostra indifferenza e mancata voglia di accertare la Verità, continuiamo ad assistere impotenti senza alcuna reazione, nè di orgoglio nè di dignità, davanti non tanto al “discutibile” Presidente del Senato Schifani (noto per essere stato in affari da giovane con il boss mafioso di Villabate Nino Mandalà), quanto piuttosto alle dichiarazioni di oggi del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che parla di un “sacrificio che deve restare vivo nella memoria di tutti imponendo una nuova vigilanza contro le persistenti forme di infiltrazione della criminalità organizzata” che reputo sconcertanti e altamente ipocrite perchè rivelano l’ennesima pugnalata ad un servitore dello Stato, uno dei tantissimi che è caduto negli ultimi 18 anni, del quale ogni giorno, eccetto gli anniversari, ci si dimentica e della cui memoria e dignità si fa sfregio ed oltraggio con condotte non tollerabili per la pubblica decenza e la pubblica opinione, per esempio continuando ad accettare che ci siano parlamentari condannati in via definitiva, anche per mafia, in Parlamento.

Ecco, finché i cittadini, invece dello Stato, troveranno soprattutto i mafiosi, finché saranno costretti a essere sostanzialmente i loro sudditi, la guerra alla mafia non sarà vinta e la qualità della nostra democrazia volgerà sempre al ribasso. Si allontanerà ancora l’obiettivo scolpito nella nostra Costituzione, di realizzare una “democrazia emancipante”, nella quale il compiuto riconoscimento dei diritti di libertà è integrato dalla solenne affermazione del principio di uguaglianza in senso sostanziale, assunto non come semplice aspirazione o obiettivo, ma come dato normativo fondamentale. (Giancarlo Caselli)

A Giovanni Falcone

Il 23 maggio del 1992, alle 17:58, il neo Procuratore Nazionale Antimafia, istituzione da lui fortemente voluta, Giovanni Falcone, con la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della sua scorta, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Di Cillo, saltano in aria, con cinque quintali di tritolo ammucchiato in un cunicolo sotto il manto dell’autostrada tra l’aeroporto e Palermo, all’altezza di Capaci.

Con il cuore affranto, ma nel quale si cela una imperitura speranza e una mai doma voglia di Resistenza, sgorgano parole dalla profondissima emotività e commozione, a testimonianza di una ferita mai del tutto cicatrizzata e di un dolore che solo la Verità e la Giustizia potrebbero, forse, lenire.

E una carezza è rappresentata non soltanto dalla seguente poesia di una mia carissima amica, ma anche dalla successiva riflessione di un amico siciliano, che meglio di molta altra gente, ha la capacità e la forza di trascinarci, corresponsabilmente, in un Passato che non è passato, ma che è un eterno Presente.

Cari Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vi scrivo sperando che lassù in cielo, da qualche parte, tra una stella e l’altra, possiate ascoltare queste mie parole..
Ero piccola quando appresi la notizia della vostra morte, sapevo poco di voi, sapevo solo che eravate due bravi giudici, era quello che sentivo dire dai miei genitori..

Di quei giorni ho solo un vago ricordo sbiadito.. ma una cosa fu per me chiara da subito.. Sarà stata la sensibilità e la percezione innata dei bambini, a farmi capire che era successo qualcosa di molto grave.. avevo capito che la vostra morte non era la solita notizia da radio e telegiornale.. come se ne sentono ogni giorno..

Avevo capito che la gente aveva perso degli angeli.. qualcosa di prezioso..
E cosi sono cresciuta.. e crescendo ho imparato a conoscervi e ad amarvi leggendo la vostra storia, le vostre vicende.. ed ho imparato ad apprezzare il vostro coraggio, a lottare per le cause giuste, a credere nella giustizia e in un mondo migliore.. perchè con voi lo è stato..

Ho imparato a credere nel valore dell’onestà e non mi vergogno a dire che tuttora quando si parla di voi, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il mio cuore trabocca.. e un misto di emozioni, di tristezza e di dolore lo pervadono.. è piu’ forte di me.. ma accanto al mio dolore ci sono sensazioni di gioia e felicità derivanti dal pensiero che anche se per poco, persone meravigliose come voi, hanno potuto gestire e fare onore al nostro sistema giudiziario che ormai va sempre più a fondo..

Mi chiedo se voi foste qui cosa pensereste.. cosa direste, cosa consigliereste a noi giovani cosi desiderosi di cambiare il mondo.. mi chiedo se dinanzi allo schifo a cui stiamo assistendo conservereste ancora quel vostro splendido e dolcissimo sorriso che porto dentro me da sempre..

Caro Giovanni, caro Paolo, mi mancate davvero.. ma anche se non siete qui fra noi farò in modo che ogni mia scelta di vita, ogni mio gesto e azione sarà riflesso dei vostri insegnamenti e del vostro esempio..

Il cielo nonostante la sua immensità non potrà mai contenere tutta la vostra Grandezza…
E forse è per questo che una parte di voi è rimasta qui sulla Terra.. nei nostri cuori e nelle nostre vite..

E sarà cosi per sempre..

Vi voglio Bene. Mariella

Da leggere, Falcone. Un uomo e la sua solitudine di Pino Finocchiaro

Indigniamoci, indigniamoci, indigniamoci

Segnalo questa interessante lettura:
“Indigniamoci, indigniamoci, indigniamoci” di Sergio Lepri, tratta da Articolo 21

Cari amici, mi spinge a scrivervi il convegno che si è svolto giorni fa nella sede del Cnr, organizzato dall’Anpi, dall’università di Roma “Tor Vergata”, dall’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione della stampa. Tema: “Informazione, cuore della democrazia”. Tanti sono stati i problemi sollevati; mi fermo su due. Il primo problema, denunziato dal Rettore: la perdita della memoria storica; il secondo problema, denunziato da Sergio Zavoli: la non percezione del pericolo. Ossia: è grave dimenticare le esperienze del passato; è grave che ci sia un pericolo, ma è ancora più grave che del pericolo non ci si renda conto.

Per la sua età il Vecchio Giornalista è largamente portatore di memoria e come tale non manca di percepire quei pericoli del momento che hanno molte analogie con pericoli antichi.
Il Vecchio Giornalista è nato e cresciuto sotto il fascismo e dei tanti brutti ricordi di quei tempi lontani ne ha uno che lo angustia ancora oggi e lo preoccupa: l’indifferenza, l’accettazione passiva da parte dei cittadini di ogni provvedimento del Regime, stupido o drammatico che fosse.

Ci dicevano un giorno che era proibito darsi del lei e bisognava darsi del voi; che stupidaggine, pensavamo, e ci davamo, in pubblico, del voi. Ci dicevano che non si doveva dire “insalata russa” (che brutto forestierismo!), ma “insalata tricolore”; che stupidaggine, pensavamo, e nei ristoranti chiedevamo, annoiati, “insalata tricolore”. Leggevamo che Tunisi e Biserta erano una “pistola puntata verso l’Italia”; ma questo è un accenno di guerra, pensavamo, e cambiavamo discorso. Peggio: nel luglio del 1938 leggemmo il manifesto degli scienziati razzisti; antisemitismo? che stupidaggine, pensammo; e, non prevedendo quello che sarebbe accaduto solo un mese e mezzo più tardi, ne parlammo con gli stessi nostri amici ebrei e insieme (sì, anche loro) dicemmo: che stupidaggine. Stupidaggine e basta.

E’ un fenomeno che il Vecchio giornalista ha ritrovato più tardi nelle società rette da sistemi autoritari, nella Spagna di Franco, nell’Unione Sovietica, di fronte alle parole e agli atti del Potere: non la rassegnazione, che comporta uno stato emotivo, ma l’accettazione passiva, indifferente di quelle parole e di quegli atti. Come quando grandina, e ci limitiamo a non uscire da un chiuso e rimanere al coperto.

Non succede oggi, amici, qualcosa del genere? Sono soltanto io, siamo soltanto in pochi a reagire con indignazione a certe decisioni del governo, a certi fatti abnormi nel campo dell’informazione?
Mi sembra che sia così, purtroppo. Conflitto di interessi, limitazione delle intercettazioni, lodo Alfano? parlarne è quasi una noia. E l’informazione dei telegiornali del Servizio pubblico? Anni fa ci scandalizzammo del “panino”. Vi ricordate? “Panino”, prima versione: “Dichiarazione del governo” – “Commento dell’opposizione” – a chiusura “Commento della maggioranza”. “Panino”, seconda versione (un perfezionamento): “Dichiarazione del governo” – “Commento dell’opposizione” – a chiusura “Commento della maggioranza non alla dichiarazione del governo ma al commento dell’opposizione”.

Oggi, altro che “panino”; abbiamo la “fetta imburrata”: “Dichiarazione dell’opposizione” e subito dopo, a volte in diretta, “Commento della maggioranza”, a base di solidi argomenti come “Sono tutte falsità”, “Sono farneticazioni”, “Avrebbe fatto meglio a tacere” e così via.

Incredibile è che questa che Sergio Zavoli ha chiamato “mancanza di percezione del pericolo” si diffonda anche nella stampa che non è di Berlusconi o non gli è sottomessa. Esempio. Il rapporto annuale dell’americana “Freedom House, trasmesso dall’Ansa il 39 aprile scorso: l’Italia è in Europa il fanalino di coda in termini di libertà di stampa; l’Italia è scesa dalla fascia alta, quella dei paesi liberi, alla fascia intermedia dei paesi “parzialmente liberi”, unico paese dell’Europa occidentale; la colpa: della concentrazione dei mezzi di comunicazione pubblici e privati nelle mani di un solo magnate.

Nessuna sorpresa se i telegiornali, anche quelli del Servizio pubblico, hanno ignorato il rapporto 2009 di un’organizzazione indipendente come “Freedom House“, fondata negli Stati Uniti nel 1941 per la difesa della democrazia e della libertà nel mondo e la cui prima presidenza fu di Eleanor Roosevelt, la “first lady”. Sorprende che ne abbiano parlato poco o niente anche i giornali che non appartengono all’area di destra e centrodestra. Giorni fa un collega che lavora in un uno di questi giornali, un giornale nazionale, mi ha detto di aver faticato a convincere direttore e colleghi a pubblicare un sunto del servizio dell’Ansa; è stato poi pubblicato, ma in una pagina interna, in basso.

Manca la percezione del pericolo, come dice Zavoli; manca l’indignazione, aggiungo io. Indigniamoci, amici, e facciamo sentire meglio la nostra indignazione; e sùbito; poi sarà troppo tardi.
Non sarà, forse, regime; non sarà dittatura; ma sicuramente qualcosa che non ci piace.

La strage di via dei Georgofili

Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993, a Firenze, viene fatta esplodere un’auto imbottita da duecento chili di tritolo nei pressi della storica Torre dei Pulci, tra gli Uffizi e l’Arno, sede dell’Accademia dei Georgofili.

Nell’immane esplosione 48 persone rimangono ferite e 5 persone perdono la vita: la custode dell’Accademia Angela Fiume di 36 anni, suo marito Fabrizio Nencioni di 39 anni, i loro piccolissimi figli Nadia di 9 anni e la neo battezzata Caterina di soli 50 giorni di vita, lo studente universitario di architettura Dario Capolicchio di 22 anni che viveva di fronte l’Accademia.

Il bersaglio dell’attentato era la Galleria degli Uffizi e il Corridoio Vasariano che proprio qui si dirama verso il Lungarno, ma questi edifici ebbero danni non gravissimi, con la distruzione di alcune tele, anche se i capolavori più importanti erano protetti da vetri che attutirono l’urto.

L’Accademia, che ha sede nella Torre Pulci, già abitata dallo scrittore Luigi Pulci, fu seriamente danneggiata. I libri dell’accademia invece furono miracolosamente recuperati.

La strage venne inquadrata nell’ambito della feroce risposta del clan mafioso dei Corleonesi di Totò Riina all’applicazione dell’articolo 41 bis che prevedeva il carcere duro e l’isolamento per i mafiosi. Analoghi attentati vennero compiuti nella notte tra il 27 e 28 luglio 1993 a Roma (alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro) e a Milano in via Palestro; in quest’ultimo attacco persero la vita altre 5 persone (quattro vigili urbani, intervenuti sul posto, e un immigrato marocchino che dormiva su una panchina).

Oggi le tracce dell’attentato in via dei Georgofili sono visibili nei palazzi ricostruiti, dove sono stati lasciati dei segni che identificano la parte riedificata. A ricordo della strage è stato posto un “Olivo della pace”, con scritte di pace in molte lingue diverse.

Associazione tra i familiari delle Vittime della Strage di Via dei Georgofili

La Strage di Capaci

Il 23 Maggio del 1992 non avevo ancora 9 anni e di quel giorno, purtroppo, non ho nessun ricordo.

E crescendo, con nessuno che mi inculcasse il valore e l’importanza della Memoria, il 23 maggio era un giorno del calendario come gli altri, nè più nè meno.

Da diversi anni, invece, grazie all’impegno profuso verso i temi della Legalità, della Giustizia, dell’Informazione, della Memoria, ho intrapreso un nuovo percorso che mi ha imposto determinate scelte e mi ha suggerito di assumere determinati comportamenti.

Quando ho letto la prima volta la biografia di Giovanni Falcone ho pianto.

Ho pianto per la vergogna di non essere venuto prima a conoscenza di certe storie, ho pianto per la paura che quello che era successo a lui (e a Paolo Borsellino) potesse ripetersi ancora, ho pianto per la rabbia di vedere uno Stato incapace di proteggere i Suoi Figli e i Suoi Eroi.

Dopo l’omicidio del Giudice Terranova, da Trapani dove era sostituto procuratore, giunge a Palermo, chiamato da Rocco Chinnici per indagare su Rosario Spatola.

Alle prese con questo caso, Falcone comprese che per indagare con successo le associazioni mafiose era necessario basarsi anche su indagini patrimoniali e bancarie, per ricostruire il percorso del denaro che accompagnava i traffici ed un quadro molto complesso del fenomeno.

Sono anni tumultuosi che vedono la prepotente asc
esa dei Corleonesi, i quali impongono il proprio feudo criminale insanguinando le strade a colpi di omicidi. Emblematici i titoli del quotidiano palermitano L’Ora, che arriverà a titolare le sue prime pagine enumerando le vittime della drammatica guerra di mafia. Tra queste vittime anche svariati e valorosi servitori dello Stato come Pio La Torre, principale artefice della legge Rognoni-La Torre (che introdusse nel codice penale il reato di associazione mafiosa), e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Infine lo stesso Chinnici, al quale succedette Antonino Caponnetto.

Caponnetto si insedia concependo la creazione di un pool di pochi magistrati che, così come sperimentato contro il terrorismo, potessero occuparsi dei processi di mafia, esclusivamente e a tempo pieno, col vantaggio sia di favorire la condivisione delle informazioni tra tutti i componenti e minimizzare così i rischi personali, che per garantire in ogni momento una visione più ampia ed esaustiva possibile di tutte le componenti del fenomeno mafioso.

E uno dei successi più prestigiosi del pool fu l’arresto di Tommaso Buscetta che si rivelò poi estremamente “utile” come pentito in quanto con le sue dichiarazioni si rivelerà determinante per la conoscenza non solo di determinati fatti, ma specialmente della struttura e delle chiavi di lettura dell’organizzazione definita Cosa nostra.

Con queste premesse si giunse al primo maxi processo contro la mafia che si concluse il 16 novembre del 1987 con 360 condanne per complessivi 2665 anni di carcere determinando un grande successo per il lavoro svolto da tutto il pool antimafia.

Incredibilmente, poi, lo Stato e la Politica, invece di mettere sempre più tali risorse nella condizione di sfruttare al meglio le conoscenze acquisite per continuare nel non facile impegno di provare a sconfiggere le Mafie, contribuiscono, con una perversa collusione con gli apparati della magistratura contaminati, a determinare la fine del pool antimafia prima nominando Antonino Meli come successore di Caponnnetto, poi non proteggendo Falcone adeguatamente, sia mediaticamente sia fisicamente, e in occasione del fallito attentato all’Addaura nel giugno dell’89 e in occasione della cosiddetta “stagione dei veleni“, inaugurata dal sindaco di palermo leoluca orlando con una serie di dichiarazioni atte a minarne la credibilità e l’onorabilità professionale, che sancirono il suo totale isolamento e il più infausto dei presagi.

Sono le 17:58 del 23 Maggio quando sull’autostrada A29 Trapani – Palermo, all’altezza del territorio tra Capaci e l’Isola delle Femmine, avviene una spaventosa deflagrazione a causa della quale la Croma marrone guidata da Vito Schifani, e nella quale trovano posto anche gli altri agenti della scorta Antonio Montinaro e Rocco Di Cillo, viene completamente carbonizzata e ridotta in briciole con la Croma bianca sulla quale viaggiavano Francesca Morvillo e Giovanni Falcone seriamente danneggiata con “i nostri” che moriranno in ospedale alcune ore dopo l’attentato nonostante il disperato tentativo dei medici di salvarli (con la Croma azzurra su cui viaggiavano altri agenti della scorta invece lesa non in maniera letale).

Pierluigi Vigna, ex – Procuratore Nazionale Antimafia, nel 1997, parlando di Falcone e di Borsellino espose che:

Si trattava di obiettivi che, con grande probabilità, avrebbero potuto essere annientati con diverse e meno appariscenti e tragiche modalità. Perché allora si vollero le stragi con la devastazione di un tratto di autostrada nell’un caso e di numerosi edifici ed abitazioni nell’altro? La risposta sta nel fine che si intendeva perseguire: non solo eliminare due nemici storici della mafia, ma affermare, con quelle stragi, la permanente potenza dell’associazione dopo la sconfitta subita a seguito del maxi-processo, definito, con irrevocabili sentenze di condanna, il 30 gennaio 1992. A mio parere, a parte altri concorrenti scopi che con l’eliminazione di quei magistrati si volevano raggiungere, il ricorso, come mezzo di attuazione dei delitti, allo stragismo, rivela il fine di dimostrare, non solo agli uomini d’onore ed ai contigui, ma alla stessa società civile che le condanne del maxi-processo non avevano inciso sulla capacità operativa del gruppo. Un messaggio di vita diretto ai mafiosi, un messaggio di morte diretto a chi pensava che Cosa Nostra era vinta.

Le successive confessioni dell’esecutore materiale del delitto, il mafioso Giovanni Brusca, non possono non lasciare, anche a distanza di tanti anni da quel lontano 1992, nei cuori e nell’animo di chi ha tanto pianto Giovanni Falcone e il simbolo che era diventato per moltissimi italiani, un profondo e sincero sgomento, una lacerante delusione e una grandissima rabbia nel tentativo irrisolto di capire le ragioni per le quali un uomo può arrivare a nutrire cosi tanto odio, cosi tanta cattiveria verso un suo simile che meritava di essere cancellato non solo fisicamente ma anche dalle coscienze e dalle memorie.

Ma come ricorderebbe Giovanni Minoli “La Storia siamo Noi” e come tale non possiamo dimenticare nè far finta di niente rispetto a quello che è accaduto.

E per quanto gli assassini infernali di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino potranno restare per ancora molto tempo dei misteri tanto irrisolti quanto ignobili per un Paese che non ha ancora dimostrato la volontà di voler sconfiggere completamente Le Mafie con parte delle Istituzioni che sono state e sono spesso colluse con quella mafia, portatrice di ricatti oltre che di opportunità politiche ed economiche da cui può dipendere oggi parte del prestigio della Casta tanto giustamente vilipesa e contestata, mi fa essere speranzoso e fiducioso nel futuro il fatto che oggi, sempre più ragazzi e giovani adolescenti, anche se sempre in nefasta minoranza rispetto ai loro coetanei che preferiscono il Grande Fratello ed Amici, si interessano ai temi della legalità, della giustizia, della memoria, decidendo con convinzione, con gioia, con orgoglio, con entusiasmo, con dignità, con educazione, di farsi loro stessi testimoni di una nuova età e di un nuovo messaggio di civiltà, affinchè un giorno, non tanto remoto, tutti noi potremo sentirci ancora fieri di essere italiani perchè saremo riusciti a sconfiggere le mafie.

“La mafia non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano; vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente ricattata e intimidita che appartiene a tutti gli strati della società … Il pericolo più grande è il possibile collegamento tra Cosa nostra e le organizzazioni criminali a livello internazionale”

Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.

Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana”.

«Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola.».

«Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l’essenza della dignità umana».

L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altirmenti non è più coraggio ma incoscienza.

La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.

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