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“Il Mezzogiorno deve credere di più in se stesso”

Su invito dell’ex Presidente della Fiera del Levante Gianfranco Viesti, è intervenuto a Bari, alcuni giorni fa, per un convegno dedicato alle Politiche di Coesione del Mezzogiorno, il nuovo Ministro alla Coesione Territoriale Carlo Trigilia. L’economista e docente universitario ha scritto un libro (che mi sono imposto di comprare) dal titolo “Non c’è nord senza Sud” che chiarisce perfettamente quale potrebbe e dovrebbe essere, in una società sempre più complessa ed articolata, il ruolo del Mezzogiorno d’Italia. Siamo un territorio con un capitale umano di qualità, nel quale si sta cercando di crescere non solo nel segno della sostenibilità ambientale, ma anche dell’innovazione.

Con l’intento di allargare il bacino delle nostre imprese che, secondo me, dovrebbero cooperare nel modo più strategico possibile per poter con buone possibilità competere nei mercati internazionali e affermare il “made in Puglia”. Ecco perché, probabilmente, la prima rivoluzione da fare, come hanno evidenziato sia il Ministro sia il Rettore Petrocelli, è di stampo sociale e culturale. Fortificare gli anticorpi etici delle nostre comunità perché è solo nella legalità che il Sud può risorgere.

Con passione, fiducia e speranza abbiamo un solo imperativo: andare avanti!

P.s. l’articolo seguente, qui, in formato pdf.

Da Trigilia scossa alle Regioni

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“L’Europa dopo l’Europa”

“L’Europa dopo l’Europa” è il tema della XII edizione dei “Dialoghi di Trani” (iniziativa culturale pluridecennale a cui sono molto legato, a cui ho quasi sempre partecipato negli anni scorsi e che quest’anno, con mio sommo orgoglio, mi vedrà “protagonista” come umile collaboratore dell’ufficio stampa), organizzato dall’Associazione culturale “La Maria del Porto” e promosso da Regione Puglia e Città di Trani, in collaborazione con l’Università degli studi di Bari e sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica.

Dopo l’Europa della crisi, ma a partire dall’Europa con le sue radici e le sue culture interrelate, i “Dialoghi di Trani”, il più importante festival letterario nel Mezzogiorno, organizzato dal 6 al 9 giugno a Trani, propone spunti per una riflessione di ampio respiro sull’Europa vista dal suo Sud affacciato sul Mediterraneo.

In che modo l’Europa può ripartire e ripensare ad un  cammino di rinnovato slancio culturale e di nuova tensione etica sui temi dell’inclusione, della sostenibilità, della giustizia sociale? Che cosa lega ancora quei popoli che, come diceva Nietzsche, «hanno il loro passato comune nella grecità, nella romanità, nell’ebraismo e nel cristianesimo»?

A queste e molte altre domande proveranno a rispondere, tra gli altri: Fabrizio Barca, Marco Revelli, Paolo Flores d’Arcais, Concita De Gregorio, Luca Telese, Vladimiro Giacchè, Maria Pia Veladiano, Franco Cardini, Oliviero Diliberto, Luigi Zoja, Piero Dorfles, Luca Rastello, Andrea De Benedetti, Carlo dell’Arringa, Maria Pia Bruno, Therry Vissol ed Emilio Dal Monte (rappresentanti in Italia della Commissione Europea). Tra gli ospiti internazionali anche Michael Braun (Radio pubblica tedesca), Eric Jozsef (Liberation) e Evgeni Utkin (Il Quotidiano dell’Energia).

Non solo dialoghi su idee, libri e suggestioni al Castello, ma anche eventi dedicati ai giovani lettori, mostre, reading teatrali, concerti, passeggiate “eco-filosofiche” tra gli incantevoli vicoli del borgo medievale ricco di chiese e palazzi o lungo il porto turistico dove spicca la monumentale Cattedrale romanica sul mare e l’antico monastero benedettino di Colonna. Per i lettori appassionati di arte e storia, visite guidate al  quartiere della Giudecca, uno dei più fiorenti insediamenti ebraici in Puglia dove si conservano due sinagoghe.

Trani, uno dei più importanti porti della Puglia, da sempre crocevia di popoli e culture del Mediterraneo, per tre giorni fa rivivere al pubblico dei “Dialoghi” quell’antico fascino e mistero che l’ha consacrata come centro multiculturale e porta per l’Oriente.

Barca: “Non voglio fare il segretario del Pd”

“Ho fatto le mie battaglie: in questo governo c’erano diverse culture. Il punto più debole del nostro esecutivo è stato l’ascolto della società”. E’ questo uno dei passaggi più importanti dell’intervista odierna rilasciata dal Ministro alla Coesione Territoriale, Fabrizio Barca, a Lucia Annunciata, nella trasmissione domenicale “In mezz’ora“. L’ascolto della società e dei cittadini, per comprendere ed interpretare poi correttamente le esigenze dei cittadini, da sintetizzare in congrue e rigorose politiche di sviluppo, sembra essere per il Ministro Barca un aspetto nevralgico. Una pratica necessaria da anteporre, quasi, all’atto politico.

Con questo, tuttavia, che deve essere rivelatore di una visione. Per obiettivi che devono essere raggiunti secondo un cronoprogramma definito e verificabile continuamente. Non poche volte, inoltre, ha spiegato l’importanza di adottare un nuovo metodo, basato, oltre che sulla capacità di ascoltare lealmente i cittadini (oggi parecchio incazzati, proprio perché non vengono mai ascoltati, da molti anni) in nome dei quali si assumono responsabilità politiche, anche sulla condivisione, la trasparenza, il merito. Sa che bisogna rifondare il sistema politico investendo sulla capacità di ricreare fiducia. L’idea che occorra un’empatia anche sentimentale. Per citare Gilioli, che occorra essere interconnessi non soltanto attraverso internet, ma anche attraverso le nostre coscienze.

Sul suo sito, peraltro, ogni azione intrapresa in questi 16 mesi di governo è presentata con numeri e documenti, a tutti accessibili, mediante gli open data. Tra i documenti, per me, più interessanti ed innovativi promossi da Barca, ci sono: “L’Aquila 2030” – Una strategia di sviluppo economico di Antonio Calafati e quello pubblicato qualche giorno fa dal titolo “Metodi e Contenuti sulle Priorità in tema di Agenda Urbana“.

In conclusione, nonostante non poche volte abbia evidenziato l’importanza dei partiti e di come questi debbano tornare a funzionare, si è detto disponibile a collaborare con e nel Pd, non per prenderne le redini, ma per aiutarlo a diventare quel soggetto europeo, inclusivo ed accogliente, fondato su una pluralità di sensibilità e di culture anche diverse, che sappia leggere la complessità della società e sappia affrontare le sfide della contemporaneità, elaborando una proposta per il Paese, tornato autorevole in Europa. E c’è già chi sogna il ticket Barca-Civati: il primo Premier e il secondo Segretario del Pd.

P.s.: Di Fabrizio Barca avevo già parlato qui, qui e qui.

Lavoro. Basta con la propaganda e la speculazione

“Boicottiamo la Bridgestone“. Questo, in estrema sintesi, sembra essere il risultato della conferenza stampa di ieri, convocata da Vendola e da Emiliano, a cui hanno partecipato anche esponenti dell’opposizione di centrodestra, in attesa dell’incontro ministeriale di domani a Roma.

Ecco, vorrei dire, sommessamente, qualcosa. E sarò, mio malgrado e involontariamente, controcorrente. Partendo da alcuni dati, più o meno già noti. Quasi 7 milioni di persone oggi sono in difficoltà, a causa delle condizioni economiche, con un sempre più elevato rischio povertà. La disoccupazione è oltre il 37%. In Italia, da decenni, non esiste una politica industriale. Una visione condivisa che supporti il Paese per farlo competere lealmente con il resto del mondo, schiacciato da una globalizzazione che ha accresciuto il divario tra stati ricchi e stati poveri. L’Italia potrebbe essere una grande potenza mondiale: per i suoi molti talenti nei più variegati ambiti, la sua cultura, i suoi paesaggi. E’, per dirla alla Augé, un non-luogo, invece. E’ l’eterna incompiuta. Divisa da un sistema infrastrutturale obsoleto e mal organizzato (il trasporto su gomma è ancora, per molte aziende, l’unica possibilità); dall’assenza di un vero Piano Energetico Nazionale (la Strategia Energetica Nazionale appena varata è insufficiente, oltre che anacronistica) che alleggerisca gli oneri fissi di chi investe e produce lavoro, predeterminando come effetto che ogni Regione fa i cavoli propri; logorata da una burocrazia lenta e farraginosa che si concede tranquillamente al parassitismo, alla corruzione e al clientelismo; rassegnata allo strapotere delle organizzazioni criminali nel Mezzogiorno del Paese dove il non-stato si fa Stato.

La Regione Puglia, in questi anni, nonostante sia cambiata moltissimo con notevoli progressi conseguiti in molti ambiti, ha fatto poco per contrastare questa “modernità liquida”, per dirla alla Bauman, nella quale a sciogliersi sono i diritti dei lavoratori. Non possono esserci lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. Ci vuole rispetto per la dignità e la sofferenza di quanti temono per il proprio posto di lavoro. Non ci si può speculare sopra, politicamente, rinvigorendo questa eterna ed amorale propaganda elettorale che sta sbriciolando il tessuto sociale italiano. Nascondendo poi quelle che sono anche le proprie responsabilità. La Bridgestone è una multinazionale che in Italia opera da decenni e se oggi, anche per la crisi economica, ha deciso di chiudere uno stabilimento, per quanto discutibili possano essere le ragioni, la politica è chiamata ad interrogarsi sui propri errori, seriamente. In nome di un’esterofobia improvvisa ci si inventa il boicottaggio, invece. L’esaltazione della protesta in sostituzione della concertazione per la redazione di una qualche proposta. Innovativa ed ecologicamente possibile.

Perché, per dire, non si è deciso di boicottare, ma seriamente, il Gruppo Riva per la scellerata gestione dell’Ilva di questi anni, dove oltre al diritto al lavoro è sotto scacco anche il diritto alla salute? I cittadini di Taranto e gli operai dell’Ilva si sentono davvero protetti e tutelati dai nostri amministratori? Gli ultimissimi responsi elettorali hanno testimoniato la rabbia e l’indignazione dei governati rispetto ai governanti. Eppure, nonostante le prese di posizione ufficiali, i Riva sono contigui e immersi in un modello politico dove il profitto è l’unica logica che conta. E in nome della quale si possono aggirare le leggi. E si possono calpestare i diritti.

Dovremmo, forse, ritrovare il senso della misura. Contrastando, se possibile, queste ipocrisie, supportate anche da campagne mediatiche poco oggettive e poco serie. E’ sul rilancio delle politiche del lavoro, fondate sulla conversione ecologica, sull’innovazione tecnologica e sul talento, che dobbiamo confrontarci. Senza pregiudizi e senza privilegi castali da preservare. E’ sulla creazione di una nuova visione, anche mediterranea, ma soprattutto condivisa tra tutti gli attori dei processi industriali, quindi anche con gli operai, che si gioca la partita del futuro. Di un futuro che bussa alle nostre porte e che chiede di essere frequentato con fiducia.

harakiri

Barca: “La coesione territoriale è modernità”

A Bruxells, nei giorni scorsi, si è tenuta una riunione importante che aveva per oggetto il nuovo bilancio comunitario, per il periodo 2014-2020. Per il nostro Paese ha partecipato Fabrizio Barca, ministro alla coesione territoriale, il miglior ministro del Governo Monti, di cui avevo scritto già in questa occasione. Dalla sua pagina facebook si legge che:

2 miliardi di euro aggiuntivi per la politica di coesione, di cui 500 milioni per le aree rurali delle regioni italiane meno sviluppate del Mezzogiorno e oltre 400 milioni per il nuovo fondo per l’occupazione giovanile in larga misura nel Sud. Una percentuale su tutte: rispetto al bilancio 2007-2013, nel bilancio 2014-2020, frutto dell’accordo di oggi tra i capi di Stato e di Governo, la dotazione sul fronte coesione aumenta dell’1% a prezzi costanti mentre il pacchetto globale Ue vede un calo all’incirca del 9%.

Bisogna riprogettare il lavoro, ripensare alle condizioni sociali culturali e politiche che lo determinano. Oggi nefaste perché lo condizionano pesantemente causando il dramma della disoccupazione che conosciamo. Se questi fondi, pertanto, non saranno sprecati, come ci si augura, il Mezzogiorno potrebbe davvero ripartire.

La mobilità del lavoro nel Mezzogiorno

E’ molto più alta rispetto alle altre regioni italiane. Se un tempo, soprattutto alcuni lavori, erano di una tale stabilità che una volta conquistati permetteva all’occupato di programmarsi la vita, oggi, purtroppo, non c’è niente di più precaro e mobile del lavoro. Ho trovato interessante la lettura di questo articolo, nel seguito brevemente sintetizzato.

La crisi economica ha incrementato i movimenti degli individui fra gli stati del mercato del lavoro (occupazione, disoccupazione e inattività), la cosiddetta mobilità del lavoro. In realtà, la mobilità del lavoro è spiegata solo in parte dalla flessibilità. Più importante è il ruolo delle ristrutturazioni industriali che nel contesto di crisi attuale causano una forte distruzione dei posti di lavoro esistenti, generando quindi movimenti fra gli stati del mercato del lavoro. La maggiore mobilità del lavoro nel Sud potrebbe essere la conseguenza di una ristrutturazione industriale permanente nel Mezzogiorno che comporta una nascita e una morte molto veloce delle imprese. In altri termini, la maggiore mobilità del Sud potrebbe dipendere dalla sua difficoltà a far sopravvivere le imprese, soprattutto di piccola e media dimensione. La concorrenza dei paesi emergenti colpisce di più le imprese meno competitive e, quindi, in proporzione toccano di più il Mezzogiorno. Vi sono però fattori più di lungo periodo in grado di spiegare perché alcune Regioni presentano una particolare debolezza di fronte alle crisi economiche, causandone una minore competitività e attrattività agliinvestimenti dall’estero. Vale la pena ricordare: a) il basso livello di capitale umano e fisico; b) gli alti tassi di criminalità, in specie quella organizzata; c) la riduzione nei flussi migratori come meccanismo di aggiustamento; d) la dipendenza economica dalle Regioni più sviluppate. In conclusione, dalla nostra analisi emerge che le imprese del Mezzogiorno sono caratterizzate da un’intima debolezza dovuta a una scarsa competitività. Ciò suggerisce che oltre a politiche dal lato dell’offerta, che aiutino ad aumentare l’occupabilità dei disoccupati, occorrono politiche dal lato della domanda, che siano in grado di ridurre i fattori di debolezza delle imprese meridionali. Dal lato dell’offerta, occorre accrescere il capitale umano dei giovani del Mezzogiorno, combattendo l’alto tasso di abbandono in ogni grado della formazione scolastica e universitaria. Occorre anche favorire politiche di intermediazione più efficaci fra domanda e offerta di lavoro, potenziando i centri pubblici e privati per l’impiego. Anche le politiche attive per l’impiego dovrebbero essere potenziate con maggiori risorse. L’apprendistato dovrebbe diventare la norma come contratto di inserimento, accelerando gli interventi di supporto alla loro diffusione. Dal lato della domanda, occorre rimuovere i fattori che riducono la competitività delle imprese nel Mezzogiorno, in primo luogo la carenza di infrastrutture materiali e immateriali.

Per i ragazzi del Sud non c’è futuro?

L’Italia non è un paese per bambini, soprattutto se nati nel Meridione. Nel Sud sono 417.000 i ragazzini in condizioni di indigenza, 720.000 quelli nelle stesse condizioni in tutto il territorio nazionale. A lanciare l’allarme è Save the Children col nuovo rapporto “Fare comunità educante: la sfida da vincere di crescere al Sud”, realizzato in collaborazione con Fondazione con il Sud. L’Italia, spiegano le associazioni, “non è un Paese adatto per bambini e adolescenti, sono stati dimenticati da tempo, non investe su di loro e sul loro futuro; la deriva più grave riguarda quelli che vivono al Sud”. Tra il 2010 e il 2011, le famiglie con minori povere sono aumentate del 2%. E proprio qui la spesa sociale comunale che li dovrebbe sostenere è la più bassa d’Italia, 61 euro in media nelle principali regioni meridionali  che scendono a 25 in Calabria, rispetto ai 282 dell’Emilia-Romagna o ai 262 del Veneto. Se la povertà pesa così tanto su bambini e adolescenti del Sud, il percorso di crescita e quello educativo spesso non riescono a fare la differenza in positivo. Fra le emergenze, quella dei piccoli da 0 a 2 anni , in regioni come Sicilia, Calabria, Campania e Puglia sono in media solo 5 su 100 quelli presi in carico negli asili nido pubblici o nei servizi integrati, rispetto ai 27 di Valle d’Aosta e Umbria o ai 29 dell’Emilia-Romagna. L’abbandono scolastico precoce nelle stesse regioni riguarda almeno un adolescente su 5. Ma fuori dalla scuola i ragazzi rischiano spesso di cadere nella rete della criminalità organizzata. Sono 681.942 i ragazzini residenti nei comuni sciolti per mafia al Sud, o quelli delle aree contaminate da impianti siderurgici, chimici, petrolchimici, attività portuali, discariche urbane e industriali fuori controllo che soffocano quasi un milione di bambini e adolescenti, più di 840.000 solo in Campania e Puglia. Aree disagiate che finiscono per influire e compromettere il futuro di tanti ragazzini.

A questi dati, per provare a comprendere meglio quanto la crisi stia alterando gli equilibri sociali nel nostro Paese, e quanto stia in parte modificando proprio l’antropologia (con la Banca d’Italia che ci dice che la metà più povera delle famiglie italiane detiene il 9,4% della ricchezza totale, mentre il 10% più ricco ha il 45,9%.), occorre aggiungere quelli forniti dall’Ismu (Iniziative e Studi sulla MUltietnicità) e leggerli tutti insieme. Perché il nostro è il tempo della complessità e dobbiamo sforzarci di articolare le nostre proposizioni sulla base di approcci sempre più multidisciplinari. Come un albero in cui i rami si aggrovigliano spontaneamente. L’Ismu ci dice che dopo Portogallo e Spagna, ora anche in Italia, è in corso un fenomeno particolarmente importante: le emigrazioni sono di più delle immigrazioni. Aumentano gli italiani (+9%), specialmente giovani e qualificati, che scelgono di cercare fortuna altrove: i connazionali residenti all’estero sono 4 milioni e 200 mila, un numero che tocca da vicino quello degli stranieri in Italia. Lo scorso anno sono arrivati 27 mila stranieri mentre hanno fatto le valigie per l’estero 50 mila italiani. Uno scenario impensabile anche solo in tempi recentissimi: dal 2002 al 2009 ha varcato la frontiera italiana una quota oscillante tra i 350 mila e i 500 mila migranti l’anno. Gian Carlo Blangiardo, il docente di Demografia all’Università Milano-Bicocca che ha presentato il rapporto, rivela il dato secondo cui alto è il numero dei migranti che hanno deciso di lasciare il nostro Paese: sulla base del censimento effettuato dall’Istat lo scorso anno, circa 800 mila stranieri iscritti all’anagrafe non sono più presenti sul territorio italiano. Al primo gennaio 2012, inoltre, gli stranieri in Italia erano 5 milioni 430 mila contro i 5 milioni e 403 mila rispetto a un anno prima. Secondo l’Ismu questo non significa che gli stranieri smetteranno di venire e che abbandoneranno gradualmente il Belpaese, significa che l’incremento sarà lento e graduale, con i residenti non italiani che aumenteranno di 6 milioni entro il 2041, passando a rappresentare dall’attuale 8% della popolazione al 18%. E aumentando i migranti che soggiornano da lungo tempo, crescerà il numero delle concessioni di cittadinanza (70 mila solo nel 2011) e diminuirà anche la quota di irregolari (-26%). Se la prossima sfida, perciò, è l’integrazione di coloro che ormai vivono qui stabilmente, occorrerà tenere a mente soprattutto quei 756 mila alunni nati da genitori stranieri che frequentano le nostre scuole e che non possono ottenere la cittadinanza italiana prima della maggiore età.

Chiudo questo intervento con le parole di Alessandro Gilioli.

Usciamo da un’epoca in cui la politica è stata quasi sempre sporcarsi non solo le mani, ma anche l’anima, la coscienza, il cuore. La vera politica invece è come il vero amore: spesso si nasconde. Si nasconde nel bisogno di fare qualcosa, senza accontentarsi più della rabbia, della protesta, del lamento. La vera politica parte dalla consapevolezza che siamo tutti interconnessi, e non da Internet, ma dalle nostre coscienze. Dalla consapevolezza cioè che non può esistere nessuna persona veramente felice se quelle che ha intorno sono disperate. Dalla consapevolezza che la lotta per cambiare gli altri non sarà mai vincente senza una lotta quotidiana per migliorare se stessi. Dalla consapevolezza che i mezzi qualificano il fine e che quindi le nostre pratiche individuali e collettive sono la vera chiave per arrivare il più vicino possibile a ciò che vogliamo.

Dalla Puglia all’Europa un unico mercato del lavoro

“Gli ultimi dati Istat secondo cui la disoccupazione non è mai stata cosi alta negli ultimi vent’anni, con 544 mila inoccupati in più in soli due anni, con percentuali ancora più drammatiche nel Mezzogiorno, contestualmente al varo delle nuove linee guida della Regione Puglia sul mercato del lavoro, ci inducono a fare un’ampia panoramica su come si stanno evolvendo i dinamismi occupazionali. Abbiamo, pertanto, incontrato Carlo Sinisi, consigliere Eures della Regione Puglia”. Apro cosi l’ultimo mio articolo su Gazzetta dell’Economia, pubblicato sabato scorso.

Maurizio Landini e Fabrizio Barca “remano” per un’Europa dei Diritti

Per l’undicesimo anno consecutivo, nella bella Trani, si svolgono i Dialoghi, manifestazione culturale di grande qualità e prestigio che consente ad autori affermati e a illustri intellettuali del nostro Paese di confrontarsi sui temi più interessanti e vari dell’attualità. Ieri ho partecipato all’unico evento che ho potuto seguire in questa edizione, ossia l’incontro dal titolo “L’Italia delle diseguaglianze” con ospiti il Ministro per la Coesione Territoriale Fabrizio Barca e il Segretario Generale della Fiom Maurizio Landini. Con la collaborazione di Francesco Nicodemo, ho scritto il seguente articolo:

“Dopo il fascismo, quel che rimaneva dello Stato doveva essere buttato all’aria e ricostruito. Non è stato fatto. Ed oggi poiché abbiamo lasciato degenerare le strutture dello Stato, come mai è successo nel passato in qualsiasi altra democrazia, la corruzione è diventata la punta di un iceberg che sta facendo sprofondare l’Italia”. Queste parole non sono state pronunciate da un eversivo di sinistra o da un grillino, ma dal Ministro alla Coesione Territoriale Fabrizio Barca, intervenuto, con il Segretario Generale della Fiom Maurizio Landini, ai Dialoghi di Trani. I due relatori, sin dalle primissime battute, appaiono molto più “vicini” rispetto a quel che sarebbe lecito attendersi, avendo percorsi culturali e professionali assai diversi. Ed è una cosa che la platea apprezza. Entrambi convergono sulla necessità e sull’urgenza di costruire un’Europa unita politicamente, e non solo monetariamente, dove alla solidità dell’Unione corrisponda una leale ed effettiva solidarietà tra Paesi. Dove viga un’uguaglianza sociale e dei diritti, tramite i quali sia possibile soddisfare la fortissima richiesta che proviene dal basso di servizi e di lavoro, anche di qualità. Le risposte a questi interrogativi delicatissimi dovrebbero giungere dalle Istituzioni. Ma queste – dice Landini – sono attraversate da una impietosa regressione morale e culturale che hanno svuotato di senso l’istituto della delega che andrebbe, pertanto, ridefinito, e che hanno spinto anche il Presidente Emerito della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, a parlare di “bancarotta della politica”. E da questa paralisi, a cui si è giunti anche perché negli ultimi decenni “il lavoro e l’interesse di chi lavora” non sono stati tra le priorità di chi ha assunto funzioni pubbliche, non si esce soltanto con un esecutivo pienamente legittimato dagli elettori (con l’attuale che per il sindacalista non è un governo “tecnico” ma politico perché politiche sono le scelte che sta adottando e i cui effetti stanno pesantemente incidendo sulla vita delle persone) pronto ad assumersi le proprie responsabilità, ma anche superando quell’approccio troppo liberale che si è imposto in questi anni e che, anche a causa della globalizzazione, ha spinto ad instaurare più una competizione tra lavoratori invece che una correlazione orientata alla qualità del prodotto e dove, contestualmente, i diritti fossero uguali per tutti e sulla base dei quali far nascere uno stato sociale europeo. Con il lavoro diventato una merce di scambio. Diventato precario per definizione. Frammentato per imposizione delle imprese. Le proposte di Landini sono, perciò, essenzialmente due: prevedere una legge sulla rappresentanza sui luoghi di lavoro che tuteli davvero i lavoratori consentendogli di scegliere liberamente i propri sindacalisti senza venire intimiditi o ricattati da quei manager che in base alle loro convenienze si scelgono, oggi, i soggetti con cui interloquire; e la predisposizione di un Contratto Unico Nazionale dell’Industria che superi l’attuale modello dove ciascuno persegue il proprio tornaconto mediante percorsi individuali di concertazione e di mediazione. Il Ministro Barca, invece, dall’alto della sua esperienza pluridecennale di noto economista apprezzato a livello internazionale, si sbilancia nel dire che la crisi economica e finanziaria europea era prevedibile perché negli ultimi 30 anni sono state smantellate tutte le principali regole del capitalismo, e che “è maturato il convincimento che la complessità fortissima del reale non potesse essere governata dalla politica, ma dalle imprese o dalle grandi multinazionali”. L’Europa non ha saputo affrontare questo problema i cui effetti patologici sono oggi sotto gli occhi di tutti essendoci un’ unione monetaria, nata su impulso tecnocratico, ma non politica. Con una crisi politica che, nel caso italiano, si è testimoniata, inoltre, con la quasi inutilità del Parlamento essendo le decisioni assunte altrove. E con l’anomalia di avere una corruzione e un’evasione fiscale tra le più consistenti nel mondo, mai affrontate negli ultimi decenni seriamente come alienazione della stessa politica, ma addirittura accettate come fenomeni con i quali bisognasse conviverci rassegnatamente, è accaduto che – prosegue Barca, con un tono e soprattutto una percezione di autenticità parecchio insolita per un “politico” – “abbiamo lasciato degenerare le strutture dello Stato come mai è successo nel passato in qualsiasi altra democrazia”. Fortissima, inoltre, è la resistenza al cambiamento, la volontà di preservare lo status quo, con un cambiamento soltanto, seppure, evocato, gattopardescamente, proprio per non cambiare concretamente niente, alla fine. Ed oggi se il Paese non è ancora fallito è solo per “l’eroismo” di quelle migliaia di persone, alcune presenti anche nel Sud, che con la loro opera e fatica quotidiana lo stanno appunto salvando, il Paese, anche da se stesso. Il Ministro Barca, infine, cita uno dei suoi formatori, l’economista Napoleoni, per il quale bisogna puntare sulla domanda di servizi, e non sull’offerta. Rimettendo al centro i servizi collettivi e i beni comuni. Riformando l’intero apparato statale valutando il personale a disposizione per la competenza, in modo trasparente, valorizzando le risorse sottovalutate, dando poi la possibilità a quei giovani desiderosi di lavorare con e per lo Stato, di poterlo fare onestamente e in piena libertà, in nome di quell’indomita etica pubblica che per costoro non andrà mai in crisi. E che presto, come cantava Mercedes Sosa – la cui canzone “Todo cambia” ha aperto il dibattito – tutto cambi. Veramente e per sempre. Noi ci siamo e siamo pronti.

Le imprese del Sud

Hanno, a causa della presenza della criminalità organizzata, maggiori costi diretti ed indiretti. Lo ha comunicato il vicedirettore generale della Banca d’Italia Anna Maria Tarantola (nel suo ultimo giorno di lavoro essendo stata poi successivamente nominata dal Premier Monti Presidente della Rai).

I costi diretti e indiretti della criminalità per le imprese valgono il 2,6% del Pil nel Sud e l’1% dello stesso Prodotto interno lordo nel Centro-Nord. I costi vengono calcolati in termini di “spese di anticipazione” (a esempio assicurazioni e sicurezza), “spese di conseguenza” (ad esempio pizzo, refurtiva, i mancati guadagni derivanti dall’effettivo verificarsi del delitto) e infine “spese di reazione” (il costo per indagini ed esecuzioni delle pene).  L’incidenza dei costi così misurati risulta maggiore nel Mezzogiorno (2,6 per cento del Pil, in media) che nel Centro-Nord (1%). Le diverse categorie di costo risultano distribuite in modo eterogeneo: il Mezzogiorno subisce il maggior aggravio per i “costi di conseguenza” (49,3% della relativa spesa nazionale); per contro, nel Centro Nord prevalgono le “spese di anticipazione” (73,1%) e quelle di reazione (63,4%). Per valutare l’impatto economico della criminalità organizzata vanno considerati anche i costi indiretti che le imprese si trovano a sostenere per effetto della presenza delle mafie. Tra questi rilevano quelli dovuti alle inefficienze che si determinano nel mercato del credito e che possono causare effetti negativi rilevanti sulla crescita dei territori.

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