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Ecco il Sud che lotta contro la criminalità

Se ne parla in questo articolo, dove viene riportata anche una mia riflessione, relativamente all’impegno e alle finalità etiche della Scuola di Formazione Politica “Antonino Caponnetto”, di cui faccio parte, con orgoglio.

Andrebbe raccontato anche l’impegno delle molte scuole di formazione che cercano di educare ai valori della legalità e dell’impegno civile: tra queste la Scuola di Formazione Politica Antonino Caponnetto, nata nel 2008 da un’intuizione di Nando Dalla Chiesa, e diventata in poco tempo un punto di riferimento importante. “Una scuola per re-imparare il più difficile dei mestieri: quello del cittadino: soggetto che deve essere per definizione corresponsabile rispetto a quello che gli accade intorno”, racconta a iMille Giuseppe Milano, barese e referente per la provincia di Bari dell’associazione  (presente in tutta Italia). Una scuola per educare alla legalità, quindi, “intesa non come mero rispetto delle regole, ma pure come rispetto della dignità di ogni individuo”, spiega Milano.

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Siamo in grado di andare oltre Grillo?

Per Giù al Sud e per #queibraviragazzi.

Giornali e televisioni in questi primi giorni post voto non parlano che di Grillo e del Movimento 5 Stelle, vera sorpresa di queste Amministrative con un exploit nel Centro-Nord, specialmente in quei Comuni dove era molto radicato il fenomeno del leghismo di cui non restano che le ceneri degli scandali che lo hanno arso. Non mi aggiungo, pertanto, alla schiera di improvvisati e sedicenti politologi onniscienti che hanno commentato il successo dei “grillini” etichettandoli, senza conoscerli approfonditamente, con irripetibili epiteti. Sbagliando, peraltro, completamente, dal mio punto di vista, l’analisi poiché Grillo sta dimostrando, invece, di essere un politico consumato e navigato che ha preparato la rotta a tavolino e per tempo. E dove non c’è niente di casuale. Ma, in questo momento, mi preme raccontare l’esperienza del voto nel Mezzogiorno e in Puglia. Giù al Sud il “grillismo” non è esploso. E non perché non vi sia nei cittadini quella consapevolezza civica per cui occorrerebbe cambiare la classe dirigente sia per una questione strettamente anagrafica sia per una questione evidentemente culturale. Ma perché, in realtà, soprattutto in alcuni centri è esplosa la “malapolitica da grilletto”. Ad Apricena (in Provincia di Foggia), pochi giorni prima delle elezioni, è stato arrestato uno dei candidati sindaci in quanto stava predisponendo – secondo l’accusa della magistratura – degli omicidi. La criminalità diffusa è sempre più organizzata e radicata sul territorio, come mai nessun partito è stato ed è capace di fare. Una minoranza che però domina sulla maggioranza tramite l’intimidazione, la corruzione, il voto di scambio e il clientelismo. Le segreterie di partito, di destra come di sinistra, non hanno selezionato accuratamente tutti i candidati, sulla base di una riconosciuta moralità e competenza, ma, nonostante i retorici proclami, hanno individuato i “cavalli vincenti”, i pacchettari di voti. È quello che è successo in molti Comuni. In particolare a Gioia del Colle (Provincia di Bari) che, a dire il vero, dovrebbe chiamarsi “Valle del Dolore”, visto che in sei anni e mezzo si è votato già tre volte, e all’ alternanza al governo della città tra destra e sinistra non è seguita un’alternanza tra gli amministratori che da circa vent’anni sono sempre gli stessi. L’assai probabile (ci sono i ballottaggi) nuovo (si fa per dire) Sindaco del Pd, Sergio Povia – sostenuto anche dall’Udc e dal Fli – è stato Primo Cittadino nel decennio scorso per due volte e sotto la sua responsabilità il Comune è stato violentato urbanisticamente e paesaggisticamente come mai in passato, alimentando quel clientelismo e quel “mecenatismo da mattone” che ha portato ricchezza soltanto a taluni e non mica ai cittadini. I “poteri forti”, come si suol chiamarli, sono scesi in campo anche a Brindisi dove, al primo turno, ha vinto, sempre con il sostegno dell’Udc ma senza quello di Sel e Idv, Mimmo Consales, nelle cui liste pare ci siano stati alcuni aspiranti consiglieri comunali particolarmente affascinati dal “potere mafioso” della Sacra Corona Unita che proprio nel brindisino è ampiamente presente (leggasi recenti intimidazioni ad esponenti illustri dell’antiracket). A Taranto, invece, il Pd e Vendola – che agitano l’istituto delle primarie quando conviene – hanno appoggiato il sindaco uscente Ippazio Stefàno che in questi anni è sembrato più l’emissario sul territorio del Governatore che il garante dei cittadini delusi dal cambiamento tante volte evocato e mai realizzato. A Lecce, infine, il peggior capolavoro che solo dei dilettanti allo sbaraglio – ossia i vertici del Pd Puglia – potevano concepire: far concorrere a sindaco la Vicepresidente regionale Loredana Capone. Costei un paio di anni fa perse la corsa per diventare Presidente della Provincia e, quindi, per meriti sul campo, fu promossa Vicepresidente regionale con delega allo Sviluppo Economico in sostituzione di Sandro Frisullo, altro dalemiano di ferro, indagato per le note vicende baresi a base di cocaina e di escort. Non occorreva un politologo raffinatissimo per capire che la scelta era scellerata perché sul territorio la Capone non aveva alcuna “presa” e non avendo peraltro un forte carisma, la partita era persa in partenza. Non si è perso, infatti. Il Pd e il centrosinistra sono stati letteralmente spazzati ed umiliati. La coalizione ha preso il 26% e il Pd soltanto il 10%. Chi pagherà per questa disfatta? Il Segretario Regionale, peraltro salentino, Sergio Blasi o quei dirigenti che hanno selezionato le candidature, soprattutto le impresentabili? Non pagherà nessuno. Come sempre. Ma la politica non dovrebbe servire per creare le condizioni per accrescere il benessere collettivo? Non dovrebbe essere il mezzo mediante cui si raggiunge la piena uguaglianza sociale e dei diritti? La politica, con la complicità e l’omertà di quei cittadini che hanno assimilato la cultura mafiosa, è diventata, per dirla alla Al Pacino, soltanto chiacchiere e distintivo.

Giancarlo Siani, i giovani e la camorra

Questa una sintesi del comunicato stampa con cui si invitano i giovani e la cittadinanza barese tutta sensibile ai temi della legalità e del contrasto ad ogni forma di criminalità organizzata all’evento previsto a Bari per domani sera.

I giovani e la camorra in Scimmie, nuovo romanzo di Alessandro Gallo, scrittore, attore e regista nato e cresciuto a Napoli, nel Rione Traiano. Il libro – che trae ispirazione dal vissuto dell’autore – verrà presentato a Bari, giovedì 3 maggio alle ore 20.00 al circolo Ricomincio da Tre di via Re David 3/c. Scimmie è un romanzo di formazione che racconta la storia di Pummarò, Panzarotto e Bacchettone, tre adolescenti che nella Napoli degli anni 80 desiderano, a tutti i costi e con tutti i mezzi, entrare a far parte di un clan camorristico e baciare le mani al capo: Antonio Bardellino. La loro vita cambierà grazie all’incontro con Giancarlo Siani, cronista de Il Mattino ucciso dalla camorra nell’85, cui il libro è dedicato e liberamente ispirato. Il testo è in larga parte autobiografico: l’autore la camorra l’ha conosciuta, infatti, molto bene e da vicino, in famiglia. La cugina Nikita è considerata la prima donna killer nella storia della camorra e il padre è stato arrestato per associazione mafiosa. “Di mia cugina – racconta Alessandro Gallo – si diceva che fosse la donna dalla Calibro 38. In famiglia sono l’unico che si è difeso e che ha scelto di difendere la propria storia. Una scelta avvenuta per un’esigenza di rappresentarsi per quel che si è e non per quel che gli altri raccontano. Nel 2004 mio padre – dal quale mia madre aveva divorziato da quando io avevo 4 anni – fu arrestato per associazione mafiosa; in giro mi sentivo coccolato e nello stesso tempo odiato solo perché sulle prime pagine di un giornale scrissero su di lui scissionista (clan che nacque dalla famosa faida di Scampia), parola che tanto si pronunciava nei vicoli e nelle strade di Napoli e che fece, all’improvviso, cadere come un castello di sabbia tutto quel che mia madre aveva costruito negli anni. Ho accettato il silenzio per evitare ritorsioni, minacce e quant’altro durante la mia adolescenza da cugino di Nikita, ma all’età di diciotto anni non potevo accettare che io e i miei fratelli vedessimo bruciare, per colpa di mio padre, quel che mia madre aveva costruito negli anni con onore e coraggio”. Nella scrittura e nel teatro di impegno civile Alessandro Gallo ha trovato la possibilità di un riscatto sociale, uno strumento per mettere la sua storia al servizio dei più giovani. Attualmente l’autore lavora a Bologna come scrittore, attore, regista e formatore nei percorsi di educazione alla legalità nelle scuole. “Credo molto nei giovani e temo che se trascuriamo il tempo da dedicare ai ragazzi rischiamo di trasformarli in scimmie. Per questo ho scelto di lavorare a progetti che possano, attraverso l’uso della scrittura e del teatro, fare in modo che possano raccontare se stessi e soprattutto il territorio in cui vivono, con la speranza che possano inviare un messaggio importante a genitori e istituzioni: “fidatevi, che noi ci siamo e vogliamo esserci, vogliamo contribuire al cambiamento”.

Pio La Torre (e Rosario Di Salvo), trent’anni dopo

Il 30 aprile 1982 moriva, assassinato da Cosa Nostra, Pio La Torre. Come ricorda Francesco, “alle 9:20 una Fiat 131 guidata da Rosario Di Salvo proseguiva verso la sede del PCI. Ad un tratto una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo a fermarsi e in pochi secondi una raffica di proiettili cominciò l’esecuzione. Poco dopo sopraggiunse un’altra macchina a completare l’efferato omicidio”. Come è possibile leggere qui, “Pio La Torre, avendo vissuto la Mafia prima nelle occupazioni delle terre dei contadini siciliani per far applicare i decreti Gullo e poi nella camera del Lavoro di Corleone, conosceva meglio di altri sin dove poteva incunearsi il crimine organizzato e sapeva su quali amicizie poteva contare: Pio La Torre conosceva la Mafia, ma sapeva anche come contrastarla. Dal basso, insieme ai contadini che reclamavano i loro diritti; e dall’alto, nel Parlamento siciliano e in quello italiano, per un contrasto politico e non solo giudiziario-repressivo della mafia. La sua eredità è immensa, tangibile ed estremamente ricca. Ricca di persone, lavoro e legalità. Quelle cooperative che ogni giorno, passo dopo passo, costruiscono un futuro diverso e un’alternativa di società sono il frutto della sua battaglia, della legge a lui intitolata, la legge Rognoni-La Torre, la quale per la prima volta istituisce il reato di associazione mafiosa nell’ordinamento italiano (art.416 bis)”.

Pio La Torre e Rosario Di Salvo con il loro sacrificio hanno dimostrato che la politica è diversa da come viene dipinta oggi. Nel loro omicidio c’è la paura della Mafia verso coloro che prima di altri avevano capito che la Mafia si poteva sconfiggere con più giustizia sociale, con la redistribuzione di ciò che le mafie avevano sottratto al territorio. La mafia è ingiustizia proprio per questo; perpetua il privilegio dell’appartenenza, elargendo privilegi agli affiliati e vessando, in cambio di una finta protezione, coloro che ruotano attorno, anche loro malgrado, a tale cerchia.

Un’altra preziosa testimonianza (oltre a questa dove si ripercorre idealmente la storia della Sicilia e di tutto il Paese dei giusti dagli anni ’50 agli anni ’90) ce la regala Santo della Volpe che ci spiega – ed è una lezione di storia di cui non si dovrebbe fare a meno – come è nato il reato di associazione  a delinquere di stampo mafioso: “per combattere la cupola italo-americana” (leggasi in particolare la vicenda della base militare di Comiso che avrebbe dovuto ospitare 112 missili cruise a testata nucleare, contro la cui realizzazione ci fu un imponente manifestazione europea che mise insieme movimenti pacifisti e movimenti antimafia) e, soprattutto, “il sequestro dei beni mafiosi, leggi che sono dopo la sua morte furono approvate, in particolare quella sul riutilizzo sociale  dei beni dopo  la mobilitazione di Libera nel 1995. È La Torre a conoscere i risvolti più segreti dell’attività del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, a comprendere il peso della P2, ed a intravedere, con nove anni di anticipo, il peso di strutture come Gladio”.

Il Sole 24Ore, infine, illustra la possibilità che, grazie a tutto il nuovo materiale raccolto in questi ultimi anni, si possa aprire una nuova inchiesta sull’omicidio di Pio La Torre, essendoci stati molto probabilmente importanti depistaggi nel passato, in nome di quella “alleanza tra mafia e poteri più o meno occulti”, essendo persona che faceva “paura al potere”.

Io, semplicemente, non dimentico. E la sua esperienza di vita, con la sua coerenza, credo siano i migliori insegnamenti per me e per quelli che come me credono e vorrebbero continuare a credere con fiducia e speranza nel futuro del proprio Paese.

C’é un Sud che vorrebbe parlare al Paese

Dopo il ministro Fabrizio Barca, anche Marco Rossi Doria, Sottosegretario all’Istruzione, scrive a #queibraviragazzi di Giù al Sud. E le sue parole valgono tanto, tantissimo.

E’ importante quindi che un gruppo di persone si faccia carico di un racconto collettivo che restituisca complessità, attualità e capacità di reazione a una Questione Meridionale tutt’altro che superata. E dia voce anche alle molte cose buone e innovative che si sono fatte. Quello che serve è il racconto delle pratiche, delle azioni concrete che si realizzano. Il racconto scevro di autocommiserazione e ricco di impegno civile e quotidiano di chi ha trovato strade- anche se non prive di ostacoli- per affrontare i problemi. In quest’ottica il racconto non è più fine a se stesso- sempre che lo possa essere, dato che raccontare significa restituire con le parole una realtà anche a chi non la vive in prima persona, rendendo possibile la condivisione e quindi l’azione collettiva- ma diventa la premessa per la continuazione e l’estensione di quelle cose che funzionano e per il cambiamento di quelle che irrimediabilmente riproducono e aggravano i problemi.

Al Sud 750 mln contro il dissesto idrogeologico

Il nove marzo già ne avevo scritto, riportando dichiarazioni e promesse elaborate in precedenza. Dopo quasi quattro mesi di annunci e poco più, il Ministro all’Ambiente, Corrado Clini, ha dichiarato che ammonta a 750 milioni di euro il tesoretto che il Governo è riuscito a recuperare per destinarlo a interventi di prevenzione del dissesto idrogeologico e la tutela del territorio nelle regioni del Sud.

Stiamo predisponendo un’ iniziativa di legge che consenta di creare a regime le condizioni per fare in modo che la sicurezza del territorio diventi una misura regolare e permanente. Dobbiamo prevenire le emergenze, su questo stiamo lavorando intensamente e spero che prima della fine dell’ estate si possa avere questo strumento.

Barca parte con #queibraviragazzi

Non si era mai visto in Italia, fino ad oggi, un Ministro – blogger. Non solo perchè in questo Paese, per i protagonisti dell’informazione tradizionale, esisterebbe un “popolo del web” che non incide negli equilibri sociali italiani e distante dai voleri espressi dal popolo vero e proprio, con Internet che non è visto ancora come un asset fondamentale e strategico su cui si dovrebbe investire massicciamente, ma anche perchè negli ultimi decenni la politica ha dimostrato ampiamente e diffusamente, a tutti i livelli, che del volere dei cittadini non gliene frega assolutamente niente. Il Ministro in questione, Fabrizio Barca, invece, titolare della delega alla “Coesione Territoriale”, pensa il contrario. Pensa, addirittura, che l’Italia possa riemergere dalle sabbie mobili se saprà investire nel Sud e nel Mezzogiorno. E ha ritenuto utile, oltre che giusto, condividere le sue riflessioni e le sue speranze, su un blog comunitario, con dei giovani e diversamente giovani uomini e donne del Mezzogiorno che hanno deciso, con il progetto “Giù al Sud” di cui faccio parte anche io con molto onore, di provare a raccontare il proprio territorio in modo diverso. Non lamentoso, non rassegnato all’oblio e all’indifferenza o al disfattismo strutturale, non succube di un destino che altri vogliono pretestuosamente già descritto e raccontato. Ma un Sud che può e vuole andare oltre i suoi problemi e i propri mali endemici. Volitivo, propositivo, artefice della propria rivelazione. Che indurrebbe a una rivoluzione. Di valori e di principi, ma anche di pratiche e di iniziative. Di questa lezione di civiltà, che mi piacerebbe fosse la prima della Prossima Italia, ne hanno scritto, infine, anche Francesco e Tommaso.

Se, anche con questo strumento, il racconto diviene collettivo, se diventa “narrativa nazionale”, allora può aiutare ad aggredire l’ostacolo che lo stesso Cassano vede alla strategia del governo: “l’immagine, tutt’altro che disinteressata, che domina i media e il dibattito pubblico” per cui la trappola del Sud andrebbe alla fine imputata al suo “insuperabile deficit morale e culturale”. È un ostacolo che spezza le gambe a chi prova a cambiare.

L’Italia è fondata sull’abusivismo edilizio?

Inizia, col seguente articolo, la mia collaborazione con Ediltecnico.it, il quotidiano tecnico per i professionisti dell’edilizia e dell’urbanistica curato dall’autorevolissima Maggioli Editore.

Quanti sono gli immobili nel nostro Paese? Quanti, in particolare, gli alloggi? Quanti, tra questi, sono quelli costruiti, nel corso dei decenni, non in conformità alle leggi vigenti? Nonostante ci siano diverse stime – chi dice due milioni, chi dice nove milioni – nessuno può rispondere con precisione a questi quesiti perché mai nel nostro Paese è stato censito tutto il patrimonio urbanistico esistente. Mai i Piani Regolatori Generali (oggi Pug) hanno previsto una simile ricognizione prima della loro approvazione definitiva. Mai i Piani Regolatori Generali sono stati predisposti per elevare prioritariamente la qualità della vita dei cittadini. Il loro benessere. Perché, raramente, la Città è stata considerata un Bene Comune.

Perché, da sempre, l’edilizia – l’ambito grazie al quale i partiti politici, a tutti i livelli, superano i rispettivi ideologismi per compattarsi nell’ideologia e nell’idolatria del capitale – è stata percepita come l’attività umana a più sicura redditività, con la casa considerata il Bene su cui far investire con fiducia i propri risparmi. Lo sa bene pure la criminalità organizzata che da decenni sta investendo nell’edilizia centinaia di milioni di euro accumulati in modo illecito. Questo non avviene più soltanto in Campania, in Sicilia, in Calabria o in Puglia – le regioni del Mezzogiorno dove l’egemonia criminale per alcuni è diventata una tale normalità per cui non ci si scandalizza più – ma anche nel Lazio, nell’Emilia-Romagna, in Lombardia, come non poche inchieste giudiziarie stanno da anni testimoniando.

Si è sempre costruito in Italia, pertanto, perché bisognava farlo nel nome del progresso. Bisognava farlo perché contribuiva a creare occupazione. Nonostante gli allarmi e i suggerimenti dei geologi, si è costruito ovunque, nei posti più impensabili: nei letti dei fiumi, proprio sotto montagne o vulcani, in zone ad alta sismicità, in aree protette o vincolate. Lo si è potuto fare con la complicità di pubblici amministratori ignoranti e disonesti. Con l’omertà e la reticenza di chi doveva controllare e non ha controllato. Perché in questo paese, chi sbaglia, non paga mai.

Negli ultimi quindici anni centinaia sono stati i morti e migliaia i feriti o i dispersi avutisi a causa del dissesto idrogeologico; con danni di diverse decine di miliardi di euro. Con territori cancellati e identità violate. Con patrimoni storici e naturali alienati definitivamente. E che resteranno cosi per chissà quanto tempo visto che, nonostante le promesse politiche, attualmente non ci sono fondi disponibili per ripristinare i luoghi devastati dalla natura. L’uomo che si autodistrugge per il suo egoismo e la sua cupidigia. Un Paese dove la cultura della prevenzione è quasi del tutto assente. Un Paese dove l’etica pubblica, l’etica della responsabilità, la legalità intesa non solo come mero rispetto delle regole ma anche come rispetto delle dignità individuali, scarseggiano. Questo siamo oggi, nonostante rarissime eccezioni e notevolissimi virtuosismi.

La Regione Puglia, la mia regione, per provare, perciò, a mitigare la patologia dell’abusivismo edilizio, su spinta di Angela Barbanente, Assessore Regionale all’Urbanistica, sta predisponendo una legge regionale, il cui disegno è già stato approvato unanimemente dalla commissione consiliare competente, in materia di prevenzione e repressione dell’abusivismo edilizio. È un’iniziativa importante che non ha precedenti in Italia, che ha visto e sta vedendo la collaborazione sia delle associazioni di tutela ambientale sia di alcune Procure della Repubblica. E che si inserisce in un processo normativo di primissimo piano con l’ente che già dispone, da anni, di provvedimenti volti a favorire sia “l’Abitare sostenibile” (Legge Regionale nr. 13/2008) sia la “Rigenerazione urbana (Legge Regionale nr. 21/2008). Nonché di un sistema cartografico sempre più aggiornato e sempre più multimediale, resosi indispensabile per la configurazione orografica e paesaggistica di una Puglia che presenta territori estremamente eterogenei.

Le premesse, pertanto, per cambiare finalmente e definitivamente il paradigma tecnico intorno al quale diverse generazioni di professionisti e pubblici amministratori hanno costruito i propri avvenire, spesso violando le regole, ci sono. Ma le domande a cui si vorrebbe dare risposta esaustiva restano, ad oggi, le stesse di sempre. Quali sanzioni si devono applicare, per esempio, ai responsabili degli uffici tecnici comunali che non assolvono pienamente alle loro funzioni? A chi, insomma, dovrebbe controllare e non controlla i processi edilizi che stanno rendendo le nostre città luoghi invivibili? Perché la Regione non prevede la possibilità di fermare i processi edilizi in quei Comuni che non demoliscono prima tutti i manufatti accertati come abusivi?

Perché, soprattutto, la Regione (o le Regioni) – accogliendo l’appello del Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio – non prevedono l’obbligo per i Comuni di censire tutto il patrimonio edilizio esistente (gli alloggi vuoti, sfitti o inutilizzati sono sicuramente migliaia in tutte le città medio-grandi) nell’ottica di riqualificarlo e di rigenerarlo anche da un punto di vista energetico-bioclimatico? Perché le Regioni, infine, non si impegnano nel contrastare realmente la pratica del consumo di suolo investendo prepotentemente nella prevenzione del dissesto idrogeologico, con la possibilità che questa rivoluzione (che sarebbe anche culturale) produrrebbe nuovi posti di lavoro?

Il Diritto alla Città

Giù al Sud è online da qualche giorno. E’ il primo blog comunitario costituito da giovani e diversamente giovani uomini e donne del Mezzogiorno d’Italia. Campani, pugliesi, calabresi, siciliani, sardi, incontratisi in Rete che hanno deciso di fare rete per provare a raccontare un meridione come mai è stato raccontato. Non finto, non voluttuoso, non generosamente altro da quello che viviamo tutti i giorni. Il nostro Mezzogiorno, soltanto. Per come è e per come non è. Per quello che non ci piace, ma anche, soprattutto, per quello che vorremmo diventasse. Un luogo straordinario dal quale non si fuggisse più per paura o per rassegnazione, ma nel quale tornare con fiducia ed entusiasmo per dimostrare quanto utile possa essere per il Mezzogiorno l’apporto delle sue persone migliori. Quello che segue è il mio primo post.

L’Italia è il secondo Paese in Europa per produzione di cemento. Negli ultimi vent’anni, in Italia, sono stati urbanizzati oltre 2 milioni di ettari: una superficie quasi pari a tutta la Puglia, la mia regione. Negli ultimi anni, poi, pur in presenza di un vistoso e quasi uniformemente distribuito calo demografico, si è continuato a costruire. Quando la nostra regione, in particolare, per la sua configurazione orografica, dovrebbe fare essenzialmente della prevenzione l’architrave della sua politica urbanistica. Questi primi dati per raccontare il fenomeno del consumo di suolo e quanto esso rappresenti un’insidia rilevante per la nostra Regione e per tutta l’Italia. Come l’antropizzazione sia stata la causa della devastazione di interi territori, da sempre.

Basterebbe ricordare la condizione in cui versano i territori messinesi e siciliani sventrati dai terremoti del secolo scorso che ancora non sono stati integralmente ricostruiti o quelli dell’Irpinia sbriciolatisi negli anni ’60. Ma torniamo in Puglia e nell’Area Metropolitana Terra di Bari. Entro i suoi confini, nel decennio 1990 – 2000, sono stati consumati più di 3500 ettari di suolo fertile. Dal 2001 ad oggi, è cresciuta ancora del 13,2% con il capoluogo che ha aumentato la sua urbanizzazione del 5,7%. A Bari, inoltre, circa l’80% della superficie urbana procapite disponibile è occupata dal cemento, tra immobili e strade. Il nuovo Documento Programmatico Preliminare (Dpp) al nuovo Piano Urbanistico Generale (Pug), già adottato dal Consiglio Comunale, pare prevedere inspiegabilmente la conferma dei 15 milioni di metri cubi già previsti nel Piano Quaroni del 1976, redatto sulla base della stima che prevedeva per Bari una popolazione di circa 600 mila persone, quando, oggi, è all’incirca di 320 mila.

Fermiamoci a riflettere. E facciamoci qualche domanda. Perché si continua a costruire nonostante la popolazione residente sia in calo? Perché si continua a costruire, anche dove non sarebbe possibile farlo, quando non c’è – soprattutto in questa fase di crisi finanziaria – una consistente e trasversale domanda? Perché nonostante le nuove costruzioni i prezzi delle abitazioni restano alti? Perché l’espansione urbana sta coinvolgendo soltanto alcune porzioni di territorio?

Uno dei capolavori del neorealismo italiano, “Le mani sulla città” di Franco Rosi, in fondo, non ci diceva già tutto? Il “palazzo del potere” non è mai crollato, nonostante le frane e gli alluvioni. Si è soltanto, nel tempo, rinsaldato nelle sue fondamenta. Il connubio tra una certa imprenditoria e una certa politica c’è sempre stato. E l’affarismo spregiudicato è come la mafia. Non guarda in faccia a nessuno. Non c’è una preferenza per una ideologia politica. L’unica ideologia è quella di accrescere i propri capitali. Tutti i partiti, infatti, da sempre, sono sensibili al fascino dell’edilizia perché sostenere e favorire l’attività di un imprenditore significa avere una possibilità in più nell’arena della politica. E questo costruttivismo è sinonimo di clientelismo. Anche a Bari, dove abbiamo due consiglieri comunali che, di fatto, sono due “palazzinari”. E in Consiglio Comunale non ci vanno praticamente mai. Dati alla mano, sono i più assenteisti. Ma partecipano e decidono da fuori cosa e come devono votare i consiglieri che stanno dentro. Sia di maggioranza sia di opposizione.

L’urbanistica non può più essere materia per soli tecnici e professionisti. L’urbanistica richiama fortemente al nostro, individuale e collettivo, Diritto alla Città. La Città, per citare Antonio Cederna, è un Bene Comune. E oggi lo stiamo violentando. Con il cemento. Il grigio del calcestruzzo armato è diventato il grigiore di tutti quei cittadini che vorrebbero consumare la propria quotidianità in posti dove etica ed estetica possano convivere senza traumi. La cattiva urbanistica italiana, peraltro, è fortemente testimoniata dalla sistematica violazione delle regole. La cultura dell’illegalità, spesso perpetrata originariamente negli uffici tecnici comunali dove si annida in parte il cancro della corruzione, si riverbera impietosamente negli effetti catastrofici provocati dal dissesto idrogeologico, ma anche nel dilagante abusivismo. In Italia sono presenti oltre otto milioni di immobili. Il 60% risulta costruito prima del 1976. C’è poco da aggiungere e molto da fare: bisogna fermare – ed è la ragione sociale del neonato Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio – lo sprawl, la cementificazione selvaggia che trasforma quelli che erano tessuti urbani contigui in unici agglomerati. Bisogna investire prepotentemente nella riqualificazione urbanistica di tutto il patrimonio edilizio di cui disponiamo; efficientarlo energeticamente rendendolo poi autonomo nei fabbisogni con le energie rinnovabili e le smart grids; salvaguardare e valorizzare – come suggerisce anche il mai attuato art. 9 della Costituzione – i nostri patrimoni paesaggistici nei quali sono presenti identità storiche – culturali di pregio per un ecoturismo sostenibile da un lato, e per un ritorno all’agricoltura sociale dall’altro.

Si, esiste un Diritto alla Città. E noi dobbiamo pretendere che questo sia rispettato. A Bari, in Puglia, nel nostro Mezzogiorno logorato dalle “cricche” costituite da politici corrotti, imprenditori spregiudicati e mafiosi. È necessario agire subito. È necessario che il Mezzogiorno lanci la sua sfida all’Italia e all’Europa. Per essere il polo di riferimento culturale e sociale, prima ancora che politico o economico, per un ambientalismo euro – mediterraneo di qualità che punti fortemente sulle principali energie rinnovabili di cui disponiamo: la nostra intelligenza, la nostra creatività e la nostra incapacità alla rassegnazione.

Insegnare è un lavoro artigianale e potente

Un pezzo straordinario di Mila Spicola. Dedicato a tutti quelli che lavorano nella scuola pubblica italiana. Con passione. Con straordinaria vitalità. Con l’idea che l’insegnamento sia una passione da difendere e da testimoniare. Da rilanciare necessariamente. Per creare un sistema virtuoso che raggiunga ogni angolo della penisola. Perchè con la cultura – per smentire la stupida tesi di un ex ministro – non solo si mangia, ma si vive. Meglio, decisamente meglio. Perchè la formazione si accompagna all’educazione.

La dispersione è il mostro non solo per la Falcone ma anche per la Sicilia intera e dunque per l’Italia. L’Europa ci ha chiesto di contenerla da anni, dal trattato di Lisbona. E’ la volta di Rossi Doria. Combattere l’esclusione, parla dei benedetti interventi contro la dispersione. “Spenderemo dei soldi per questo, ma dobbiamo avere l’umiltà di capire insieme dove abbiamo fatto bene, per continuare a farlo e dove abbiamo fatto male, per metterci in discussione e ricominciare”. Sa perfettamente che la scuola, per adesso, non è “tarata” per i peggiori. Parlo proprio dei peggiori peggiori, quelli per cui “è prevista la sospensione dalle lezioni”. E via. Per strada. “Insegnare è un lavoro artigianale e potente”.

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