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Dopo i ballottaggi, ci sarà una “rivoluzione politica”?

Così commentavo, a caldo, sul mio profilo Facebook. “Il Pd è considerato da molti italiani il meno peggio. Dove, quindi, si scontrava con il centrodestra o la Lega, impresentabili, ha vinto. Dove si scontrava con qualcos’altro di alternativo (sinistra più estrema, M5S, lista civica), ha perso. Ribadiamo un concetto che sta diventando nauseante: questa classe dirigente ha fallito. Se ne deve andare a casa. E’ la fine. Hanno fatto il loro tempo. Mostrassero un minimo di decenza e di responsabilità”. Perché è accaduto, come scrive Alessandro, che a Genova ha vinto Marco Doria, indipendente sostenuto da Sel, che aveva battuto nelle primarie i due nomi del Pd, a cominciare dal sindaco uscente Marta Vincenzi. A Palermo ha vinto Leoluca Orlando dell’Italia dei Valori (il “Tosi dei Valori” come è stato ribattezzato essendo il movimento dipietrista quasi scomparso come la Lega, anche se nessuno lo dice, a favore dell’astensionismo o dei grillini) che farà il sindaco per la quarta volta, dopo che non aveva partecipato alle primarie vinte da Ferrandelli contro Rita Borsellino che lui sosteneva. A Parma, contro l’attuale Presidente della Provincia Bertazzoli, ha vinto, contro tutti i pronostici, il candidato sindaco del Movimento 5 Stelle, Federico Pizzarotti. Per il resto, vince il Pd praticamente da tutte le parti. Quasi, perché in Puglia e in alcune località del Mezzogiorno, il Pdl resiste e riduce i danni. Quindi, ora, per il centrosinistra va tutto bene? Si può festeggiare e cantar già vittoria per le politiche del prossimo anno? Neanche per idea. Sarebbe un errore imperdonabile. Perché i dati di ieri ci dicono una miriade di cose importantissime, nonostante, ancora una volta, il Pd, a cominciare dai suoi vertici Bersani, Letta (“L’analisi del voto su Parma deve tenere conto del fatto che non si tratta di una città qualunque, ma un capoluogo dove ha sempre vinto il centrodestra, mentre il centrosinistra è sempre stato all’opposizione. Vuol dire che l’elettorato del centrodestra ha preferito il candidato grillino ed è una scelta che deve far riflettere non solo noi ma soprattutto il centrodestra che non è andato nemmeno al ballottaggio”) e Bindi (“Io rispetto sempre gli elettori per cui auguro al sindaco di Parma di fare benissimo, ma se il centrodestra va a votare per Grillo qui c’è la confusione massima. Nessuno mi dica che questo è il cambiamento”), non abbia capito niente di quel che sta avvenendo nel Paese. Il primo partito in Italia è oggi quello dell’astensionismo, con oltre il 45% dei consensi. Che il Pd, in moltissime località soprattutto del centronord, ha vinto perché il Pdl e la Lega si sono massacrate con le loro stesse mani e, quindi, i loro elettori si sono divisi tra, appunto, l’astensionismo e il voto di protesta/proposta alternativa del Movimento 5 Stelle. Ma il Pd, per essere oggettivi, si conferma primo partito nel Paese perché mediante le primarie – non dimentichiamocelo – ha consegnato all’elettorato un nuovo blocco di amministratori giovani, per bene e competenti (fino a prova contraria) che hanno vinto con merito e con percentuali onorevoli. Per quanto attiene, pertanto, la “questione settentrionale”, condividendo questa analisi, risulta chiaro che occorrerebbe avviare o riprendere subito il percorso della concertazione e il dialogo con chi i territori li vive tutti i giorni, con i cittadini. Con tutti i portatori di interesse. Per colmare quanto prima e al meglio i vuoti lasciati dal non-voto. Le Politiche del 2013 non sono poi cosi lontane. E se non si fa un lavoro di qualità, come è successo in passato, puntando prima di tutto su una diversa classe dirigente, che sappia comunicare davvero e sappia trasferire una coerente visione del futuro, poi si perde. Brutalmente. Perché ha ragione chi, come Michele Ainis, sostiene che debbano andare “via i leader con la loro corte dei miracoli, via i gruppi dirigenti, via i parlamentari con cinque legislature sul groppone, via i funzionari stipendiati. Gli elettori non si ribellano ai partiti, bensì agli uomini di partito. Perché hanno trasformato la politica in una professione fin troppo redditizia. Perché in questi ultimi vent’anni hanno governato a turno, col risultato di sbatterci sul lastrico. E infine perché stanno sempre lì, inchiodati alla loro poltrona di broccato. Nella seconda Repubblica sono cambiate più volte le sigle dei partiti, ma le facce no, quelle sono rimaste sempre uguali”. Per questo, pure per questo, il Movimento 5 Stelle è letteralmente esploso. Come, poi, ha scritto Massimo Giannini “con il fallimento del Terzo Polo di Casini e senza una seria riforma della legge elettorale, a Bersani non può sfuggire che di qui al 2013 non ci sono vie d’uscita: può solo riproporre un caravanserraglio simil-unionista, insieme a Vendola e a Di Pietro. Una non-soluzione che forse serve a vincere ma non a governare, e che gli italiani hanno già testato con esiti disastrosi nel 2006. Sfiancati da un quasi ventennio di Forza Italia, gli elettori ora chiedono con forza un’”altra Italia””. Il voto in Puglia, invece, è qui ottimamente riassunto. E, quindi, gira e rigira il problema è sempre lo stesso. Facce nuove, giovani, trasparenti. Altre, diverse. Per proiettarci con fiducia e rinnovata speranza verso la Prossima Italia. Vivremo un’estate, credo, più bollente del solito. Ma, credo, non sarà soltanto colpa  del meteo..

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Vuoi fare politica? Non studiare

Questa aberrante tesi, oggi per niente ripudiata essendo l’incompetenza il requisito principale e fondamentale di coloro che hanno fatto negli ultimi vent’anni circa i parlamentari, è alla base di questo articolo che Michele Ainis scrisse nel 2009 e che volentieri riprendo, proprio per documentare quanto il livello culturale ed umano, nel ceto politico vigente, si sia ulteriormente abbassato in quest’ultimo periodo e come sempre di più chi può dirsi con merito “proprietario” di un talento, in questo Paese, quasi se ne deve vergognare.

Secondo un’indagine Eurostat soltanto il 31% delle nostre classi dirigenti ha una laurea in tasca, contro il 51% degli inglesi, il 58% dei francesi e il 65% dei tedeschi. C’è da sorprendersi se quest’infimo livello d’istruzione si riflette come in uno specchio nelle élite politiche? No, sorprenderebbe casomai il contrario. E infatti in parlamento s’incontrano 9 deputati e 7 senatori con la licenza media, ma in generale i senza laurea sono un terzo alla Camera e oltre un quarto al Senato. La conclusione? C’è da ripensare il concetto stesso di rappresentanza, esigendo qualche competenza in chi reclama il nostro voto. C’è da porre un argine alla politica come professione, dunque ai professionisti della raccolta elettorale, gente che non ha un mestiere cui tornare dopo l’intervallo di governo, e che perciò s’inchioda alla poltrona per tutti i secoli a venire. In breve, c’è bisogno d’una cura contro il potere degli inetti.

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