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I partiti e le primarie. Come ti dimentico la mafia

La riflessione da leggere, da rileggere, da scolpirsi in testa, è di Nando Dalla Chiesa. E la leggete, integralmente, qui.

Ma che diavolo deve succedere in questo paese perché la politica si occupi di mafia? E’ difficile dire quale sia il sentimento che prevale nel vedere partiti così tenacemente assenti, così beatamente refrattari ad affrontare un nemico che si è inchiodato, incistato dentro la vita pubblica e proprio non la molla. E la condiziona, e la inquina, e la travolge. Ci si immaginerebbe che i partiti, davanti al discredito che li circonda, se non altro per un istinto di sopravvivenza, dessero un’occhiata a questo sconcio permanente, ai movimenti di rivolta che scuotono il paese, che riempiono sale e cinema anche nelle sere della nazionale, e decidessero di farsi un lifting. Di darsi una mossa, come si dice. Macché, proprio non ci riescono. Sembrano posseduti da una misteriosa allergia, da una riluttanza malarica, a schierarsi sulla prima frontiera di un paese civile: quella della legge, del diritto, della libertà. Una sola cosa si capisce. Che questo paese è indifeso. Che si dovrà difendere da solo, come un esercito pieno di traditori e abbandonato da ufficiali inetti. Costretto a combattere mentre i generali giocano a canasta. Ma sì, si può fare. Soprattutto si deve fare.

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La “società civile” per Nando

Un grande Nando Dalla Chiesa, ricordando l’esperienza del Movimento di cui fu tra i fondatori nella “Milano da bere” degli anni ’90, scrive parole di grandissimo buon senso, come sempre.

Il fatto è che quell’esperienza aveva uno slogan: “dare voce alla società civile per rendere più civile la società”. Appunto: rendere più civile la società. Che significava dare il giusto primato alle istituzioni e alle leggi, seminare culture del rispetto e della tolleranza, della libertà e della solidarietà. Tenere fuori la politica ma senza demonizzarla, dando giudizi differenti sulle singole persone che la facevano, al di là del partito di appartenenza. Ora riparte il giro. E il guaio è doppio. Perché da un lato i partiti sono fradici e hanno imbarcato una “società civile” debole e insignificante, una manna per chi pretende un diritto divino a comandare, tanto da non volersi più sottoporre a voto popolare. Dall’altro lato chi inneggia alla “società civile”non ha l’aria di volere lottare per rendere più civile la società. A volte sembra dimentico dei grandi valori che danno senso alla tecnica e alle competenze. Altre sembra non sapere che le parole sono pietre e che certe espressioni e immagini viaggiano come veleno nel corpo sociale, contribuendo a corromperlo ulteriormente nella tenzone liberatrice. Siamo in pieno rischio da tempi supplementari. Quando l’ansia di vincere travolge le regole. E i consensi devono arrivare tanti, maledetti e subito. Con la storia recente che ci ha insegnato che per vincere si fa prima a parlare alla pancia della gente.


Per Lea e Denise

“A Milano la mafia non esiste”. Cosi disse, impunemente, qualche anno fa, l’allora prefetto del capoluogo lombardo. Parole durissime che facevano coppia con quelle pronunciate, anni addietro, dall’allora Ministro delle Infrastrutture Lunardi, per il quale con la mafia bisognava conviverci. Ovvio, quindi, che fece molto scalpore quando, con tempi e modalità diverse, prima l’attore teatrale Giulio Cavalli (oggi consigliere regionale finito sottoscorta, proprio per le sue denunce e la sua incapacità a rassegnarsi) e poi Roberto Saviano in televisione nella trasmissione “Vieni via con me”, ma anche esperti autorevolissimi della materia come Nando dalla Chiesa, denunciarono non solo che in Lombardia la ‘ndrangheta aveva messo radici profonde con una perentoria colonizzazione, ma anche che aveva raggiunto un tale livello di penetrazione nelle amministrazioni pubbliche e nel mondo degli appalti. Con tutto questo che richiamava tutti a porsi seriamente il problema, per affrontarlo davvero. In questo substrato di ignoranza, di malafede e di contiguità, o ancora peggio di convergenze, si inseriesce la tristissima storia di Lea Garofalo. Una donna che per amore di sua figlia abbandona il marito e la famiglia mafiosa, scappando via, alla ricerca di un futuro diverso. Lea è stata punita, nel modo più bestiale ed infamante possibile, per la sua scelta. Mi piace sottolineare, però, ma posso sbagliare e nel cui caso sarei immediatamente pronto a chiedere scusa, che da questa storia di dolore e di odio, di prevaricazione e di violenza, ancora più forte è esploso il coraggio della figlia di Lea, Denise, che ha denunciato il padre e la sua famiglia facendoli condannare all’ergastolo, e che a vincere è stata, almeno fino ad oggi, la dignità e la legalità. L’amore per la Giustizia. Questa pagina di storia, tuttavia, deve essere ricordata anche per un’altra ragione, e la racconta Nando: l’importanza della solidarietà e della compartecipazione alla vicenda di Denise da parte di molte ragazze. Giovanissime. Il dolore di Denise, il coraggio di Denise, la voglia di giustizia di Denise, è diventato il loro dolore, il loro coraggio, la loro voglia di giustizia. Ma deve essere anche il nostro dolore. Si chiama empatia. E fa rima con democrazia. La stessa che vorremmo riconoscere sempre, ogni giorno, nel nostro Paese devastato e violentato culturalmente e moralmente dall’odio e dalle illegalità.

La mafia perde e perderà perchè è una merda

Si è svolta a Genova, nello scorso fine settimana, la XVII Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie, promossa congiuntamente da Libera e da Avviso Pubblico. Una grandissima manifestazione, dai mille significati, come ho provato a raccontare in questo articolo. E’ sempre sorprendente la dignità dei familiari delle vittime che chiedono di ottenere verità e giustizia per i loro cari, spesso scomparsi senza una validissima motivazione. Non sbraitano, non urlano, non offendono, non denigrano. Parlano ed ascoltano, con umiltà ed educazione. Il dolore, paradossalmente, addolcisce anche gli animi più severi. La nostra classe dirigente, quella politica in particolare, dovrebbe imparare questa lezione di civiltà e saperla praticare con moralità. Nel ventennale delle Stragi di Stato, nel trentennale dell’omicidio di Pio La Torre, a pochi mesi dal ritrovamento del cadavere di Placido Rizzotto, ci si sarebbe aspettati un messaggio diverso dalla politica. A pochi giorni, inoltre, dalla notizia che la Commissione Europea sta predisponendo una direttiva europea che agevoli sequestri e confische. Mentre il Parlamento Europeo ha approvato il progetto di una Commissione Parlamentare Antimafia Comunitaria. Invece la risposta della politica politicienne è stata, come era lecito aspettarsi, delle peggiori: indifferenza assoluta. Forse, alla fine, è stato meglio cosi. Perchè quando il Parlamento, specchio del Paese, è culturalmente mafioso e moralmente assoggettato al vizio della corruzione e del malaffare, avere suoi illustrissimi rappresentanti in un corteo simile, emblema invero di un’Italia che non si arrende e non si rassegna, avrebbe portato a rovinare una bellissima giornata di festa. Perchè quando la memoria diventa un dono, si fa testimonianza e si realizza compiutamente anche attraverso lo sguardo di quei familiari che portano lo stesso nome dei loro cari trucidati, il dolore lascia spazio alla speranza. Alla fiducia che attraverso il buon esempio si alimenti una diversa consapevolezza e convinzione che soltanto se siamo noi stessi, per primi, frutti di legalità il nostro Paese non sarà in futuro più avvelenato.

La zona grigia è il vero problema. La forza della mafia non sta nella mafia, è fuori, è in quella zona grigia costituita da segmenti della politica, del mondo delle professioni e dell’imprenditoria. Oggi siamo qui per dire che la mafia perde e che noi vinciamo. Qui c’è una parte d’Italia che vuole dire da che parte sta. Vogliamo meno parole e più fatti da parte di tutti. 

Il bello della decenza

Il No-B Day, come molti sapranno, non si è tenuto solo a Roma, dove sono confluite centinaia di migliaia di cittadini indignati ma altrettanto consapevoli dello stato avanzato di imbarbarimento nel quale versa da decenni il nostro Paese, ma anche in diverse città italiane come Milano e Genova. Nelle piazze di queste città si è levato alto, con commozione e veemente forza, il messaggio, che riporto integralmente, di Nando dalla Chiesa.

“Volete voi che vi parli di Gaspare Spatuzza? Volete voi che vi parli dell’avvocato Mills? Non vi parlerò né dell’uno né dell’altro. Vi parlerò invece della decenza. Perché se oggi sono qui è per un bisogno di decenza. Non ho bisogno di rivelazioni. Mi basta, mi avanza, mi toglie quasi il respiro quel che ho visto e sentito in questi anni. Un paese decente non può. Non può avere per capo del governo un signore che disconosce l’autorità delle leggi e pretende di non sottomettersi loro per ciò che ha fatto ieri, che fa oggi e che farà domani. Un capo del governo che insulta senza coraggio (perché sempre pronto a smentirsi) tutte le istituzioni del suo paese, se solo lo ammoniscono che le leggi esistono e vanno rispettate. Un capo del governo che disfa i codici, scassa la giustizia, manda liberi i criminali per non rispondere dei reati che gli vengono contestati. Non è decente un paese in cui sono gli indagati, gli imputati e i pregiudicati a scrivere il codice penale e ad attaccare i loro giudici senza contraddittorio sulle televisioni di Stato. Non lo è nemmeno un paese in cui il capo del governo offre alle sue favorite non gioielli e profumi ma posti di governo, poltrone istituzionali e pubbliche responsabilità in nome del popolo. In cui il capo del governo impiega la metà del suo tempo -di questo sì abbiamo le prove- non a lavorare per il paese ma a corteggiare signorine e tramare contro la giustizia. In cui gli aerei di stato vengono usati per sbarcare menestrelli e ballerine nei luoghi di sollazzo del capo del governo e della sua corte variopinta, minorenni comprese. Nessuna civiltà, nessuna decenza possono riconoscersi a un paese in cui i luoghi sorvegliati e protetti dalle forze dell’ordine vengono violati da donne sconosciute e noleggiate da imputati di traffico di droga per divertire i potenti di Stato, anzi, il più potente tra loro. Non è decente il paese in cui il capo del governo dà pubblicamente e per strada della “stronza” a una cittadina che lo contesta con parole civili. In cui il capo del governo risponde alla giovane che lamenta l’assenza di lavoro invitandola a sposarsi con un ricco. Od offende il sedicenne che gli denuncia l’ indigenza di suo padre rispondendogli “si vede che non ha lavorato abbastanza”.C’è in tutto questo la perdita del decoro; del rispetto e della rispettabilità. Non c’è decoro quando dopo una calamità naturale il capo del governo annuncia pubblicamente ospitalità nelle proprie residenze per i disperati senza tetto e poi non ne dà ad alcuno. Quando le relazioni internazionali del paese si costruiscono su ospitalità libertine e su scherzi d’infanzia o ammiccamenti senza intelligenza. Quando appuntamenti diplomatici di prima importanza vengono disertati d’improvviso per attardarsi in convegni erotici da basso impero. Non c’è decenza se nel paese sfregiato e straziato dalla mafia il capo del governo grida che strozzerebbe con le sue mani chi ha fatto film e libri sulla mafia. Se egli ha tenuto per anni come suo ospite e commensale un capomafia sanguinario spacciandolo per stalliere. Se il suo socio di sempre e senatore definisce quel capomafia un eroe, in un evidente impeto di gratitudine per non avere egli raccontato nulla ai magistrati di quanto aveva visto e saputo. Io non ho bisogno di sapere da Spatuzza della trattativa. A me basta vedere. Vedere che è stato appena deciso che i beni sequestrati alla mafia possono essere rivenduti all’asta, dove la mafia li ricomprerà intimidendo la concorrenza. A me basta vedere la campagna condotta contro i collaboratori di giustizia, indeboliti per legge e bersagliati senza fine dai giornali posseduti o controllati dal capo del governo. A me basta vedere che il carcere duro viene ridotto progressivamente nelle sue applicazioni dai giudici di sorveglianza e dalle burocrazie. Che il concorso esterno in associazione mafiosa (pensato e voluto da Falcone e Borsellino) viene oggi attaccato per salvarsi dai processi. Non ho bisogno di Spatuzza. Io vedo che mentre le forze dell’ordine e i magistrati prendono i latitanti indipendentemente dai governi, le leggi (che sono l’espressione più chiara della volontà politica) rendono sempre più difficili o impossibili i processi e ostacolano le indagini, o rendono irriconoscibili le tracce e i movimenti dei capitali sporchi. E che il governo non scioglie per mafia i comuni che i prefetti e perfino il ministro dell’interno chiedono di sciogliere. Questa è la trattativa.Non è decente un paese in cui l’opposizione e chi non si fa servo nella maggioranza vengono ricattati con video, foto, notizie, minacce di notizie sulla vita privata, a opera dei giornali del capo del governo. In cui si colpiscono le intercettazioni telefoniche legali e si moltiplica il controllo illegale delle persone a opera di gruppi privati, del sottobosco dei servizi o di faccendieri senza scrupoli. Dove i testimoni scomodi vengono ammazzati o intimiditi. Dove i giornalisti e gli opinionisti critici vengono ripetutamente portati in giudizio civile per rovinarli economicamente. Dove i giudici scomodi vengono pedinati e filmati e poi messi alla gogna in pubblico per il colore del calzino. Dove si assiste alla più ossessiva campagna ideologica della storia repubblicana contro i comunisti ma si adottano i metodi di controllo dei regimi comunisti e si innalzano ad amici privilegiati e a esempi di democrazia gli avanzi più ripugnanti di quei regimi. Non è decente un paese dove si continua a parlare di Dio, di patria e di famiglia da gente senza Dio, né patria né famiglia. Dove il potente può tutto, senza confini, e il più debole diventa il capro espiatorio indifeso di tutti i rancori e degli umori peggiori, dei coraggi repressi e delle quotidiane frustrazioni di persone che hanno messo in vendita la loro libertà e la loro pietas. Noi viviamo oggi in un’orgia di indecenza.Ma l’indecenza, cari amici, non sta tutta da una parte. Da quella parte è grande, sterminata. Ma proprio perché lo sapevamo, avremmo dovuto fare l’impossibile perché non tornasse al potere, dopo che per cinque anni di fila gli italiani avevano fatto vincere le elezioni al centrosinistra. L’indecenza sta anche nell’essersi infischiati del pericolo di quella indecenza più grande per inseguire le proprie personali o partitiche ambizioni. Nell’averle messe davanti all’ Italia e agli italiani. Nulla c’entra Berlusconi se un killer della camorra risulta iscritto al Pd, se amministratori del centrosinistra finiscono in scandali di ogni tipo e di ogni livello quasi in ogni regione, se un senatore dell’opposizione divide il suo braccio destro a mezzadria con un boss di Cosa Nostra. Non siamo tutti uguali. Ma a me piacerebbe che questo No B Day fosse l’inizio di una vera, grande, consapevole, partecipata rivolta morale contro tutto ciò che rende possibile il dominio di Berlusconi e ce ne fa assimilare i modelli di vita e di pensiero. Una rivolta morale in nome di un paese capace di riscoprire l’orgoglio di sé. Che scopra la bellezza senza fine, la rigorosa serenità, la grandezza civile della decenza.”

Il bello della decenza, Nando dalla Chiesa

Io So.. E quindi non dimentico..

Il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, il 3 settembre del 1982, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente della scorta Domenico Russo, viene barbaramente ucciso da alcuni boss e sicari della già potentissima organizzazione criminale siciliana, meglio nota con il termine di “Cosa Nostra”.

Nell’82 non ero ancora nato, ma di quegli anni cosi intensi e cosi struggenti, cosi desolanti e cosi ignobili per il nostro Paese, ho imparato a conoscerne gioie e soprattutto dolori, leggendo, negli anni, tantissimi articoli, notizie, appunti, cercando di colmare quel “vuoto storico” che non so se sarò mai in grado di realizzare pienamente.

Pensando ieri alla giornata di oggi e a cosa avrei mai potuto scrivere per ricordare degnamente un uomo straordinario come il Generale, un precursore moderno di quella che sarebbe diventata la “vera antimafia sociale” (oggi sabotata deplorevolmente da quella istituzionalizzata e politicizzata a causa dei meschini interessi che si nascondono nel silenzio e in certe complicità..), con il mio cuore che era fagocitato da emozioni e timori non volendo che mie semplici ed umili riflessioni avessero il contorno della banalità e della pateticità.

E, alla fine, avendo da circa un anno l’incredibile e straordinario onore, oltre che piacere, di conoscere personalmente il Prof. Nando dalla Chiesa, con il quale condivido l’esperienza della Scuola di Formazione Politica Antonino Caponnetto, lui come Presidente e io come semplice Socio, penso che non ci possa essere modo migliore per ricordare un uomo dalla purezza umana esemplare oltre che inemulabile rigore morale, anche alla luce di quali siano oggi i modelli culturali e morali a cui la società nostrana tende ad ispirarsi bastardamente, come il Generale Dalla Chiesa che condividere con Voi tutti alcuni frammenti e stralci che Nando ha inserito nello scritto “Delitto imperfetto. Il generale, la mafia, la società italiana” (Editori Riuniti)

Se è vero che esiste un potere – disse ai primi di maggio, in occasione della festa dei Maestri del lavoro – questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle leggi; non possiamo oltre delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti. Potere può essere un sostantivo nel nostro vocabolario ma è anche un verbo (…). Potere; l’ho sentito questo verbo. Ebbene io l’ho colto e lo voglio sottolineare in tutte le sue espressioni o almeno quelle che così estemporaneamente mi vengono in mente: poter convivere, poter essere sereni, poter guardare in faccia l’interlocutore senza abbassare gli occhi, poter ridere, poter parlare, poter sentire, poter guardare in viso i nostri figli e i figli dei nostri figli senza avere la sensazione di doversi rimproverare qualcosa, poter guardare ai giovani per trasmettere loro una vita fatta di sacrifici, di rinuncia, ma di pulizia, poter sentirci tutti uniti in una convivenza, in una società che è fatta, è fatta di tante belle cose, ma soprattutto del lavoro, del lavoro di tanti, operai, impiegati, dirigenti, che qui oggi (…) rappresentano gli angoli più remoti di questa Sicilia, che vuole essere buona, che vuole essere sana, che vuole essere difesa, vuole progredire, non può restare vittima di chi prevarica, di chi attraverso il potere lucra. E occorre che tutti, gomito a gomito, ci sentiamo uniti, perché anche chi è animato da entusiasmo, anche chi crede, come crede colui che in questo momento vi sta parlando, ha bisogno di essere sostenuto, di essere aiutato, di sentire di vivere in mezzo a chi crede perché, tutti credendo, possiamo raggiungere la meta che auspichiamo: la tranquillità, la serenità“.

Rivolgendosi poi al giovanissimo Nando che evidentemente gli chiedeva le ragioni per un Impegno cosi accentuato e rigoroso (per uno Stato che si sarebbe rivelato oltre che ingrato anche responsabile della sua fine..), andando anche oltre l’ineusaribile Senso del Dovere e Senso dello Stato che soltanto i Giusti sentono di possedere e di poter trasferire con il medesimo amore con cui loro lo vivono, disse, con la dolcezza di una carezza e con l’affetto tipico di un Padre:

Nando, ci sono cose che non si fanno per coraggio. Si fanno per potere continuare a guardare serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei propri figli. C’è troppa gente onesta, tanta gente qualunque, che ha fiducia in me. Non posso deluderla.

Il Procuratore Capo di Torino, Giancarlo Caselli, all’epoca magistrato a Palermo, ricorda l’intervista che il Generale rilasciò a Giorgio Bocca, poco prima di morire, rimasta famosa per l’assoluta lungimiranza dei contenuti, ovviamente, suo malgrado, ancora attualissimi:

“Ho capito una cosa molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi caramente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati”. In altre parole, se i diritti fondamentali dei cittadini non sono soddisfatti, i mafiosi li intercettano e li trasformano in favori che elargiscono per rafforzare il loro potere. Così la mafia vince sempre. E i mafiosi ne sono ben consapevoli. Lo ha spiegato con cinica brutalità – in un colloquio con un magistrato di Palermo – il boss Pietro Aglieri: “Vede, dottore, quando voi venite nelle nostre (sic) scuole a parlare di legalità e giustizia, i nostri (sic) ragazzi vi ascoltano e vi seguono. Ma quando questi ragazzi diventano maggiorenni e cercano un lavoro, una casa, assistenza economica e sanitaria, a chi trovano? A voi o a noi?”

Il Procuratore Capo Caselli, insieme all’ottimo Procuratore Aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato, che ha curato il processo proprio contro l’omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, non si stanca, da anni, di ripetere che certe Verità sono custodite gelosamente (sarebbe ormai il caso quasi di pretenderle) dal Senatore a Vita Giulio Andreotti (probabilmente ricompensato con tale onorificenza proprio per la sua fedele ed imperitura, ad oggi, omertà e mai sbiadita connivenza, come da sentenza) che era l’indiscusso leader della Democrazia Cristiana in Sicilia proprio in quegli anni bui e tremendissimi nei quali la piaga del Terrorismo (in tutta italia, proprio con l’aiuto e l’opera instancabile e fondamentale del Generale Dalla Chiesa) era stata da poco rimarginata e dove, appunto in Sicilia, ci si stava preparando ad altre “stagioni della tensione” che sfocieranno in altri delittuosi omicidi come quelli di Pio La Torre, Rocco Chinnici e poi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino..

Dice ancora Nando, parlando del padre :

Sono stato da Andreotti e quando gli ho detto tutto quello che so dei suoi in Sicilia è sbiancato in faccia“.

Tra i “suoi in Sicilia” il già citato sindaco Nello Martellucci, il segretario regionale Rosario Nicoletti, il Presidente della Regione Mario D’Acquisto. Nonché Salvo Lima e Vito Ciancimino, entrambi, già allora, ospiti fissi degli atti della Commissione Antimafia, nonostante il primo continuasse ad essere l’uomo più potente della parte occidentale dell’isola e il secondo rivestisse la carica di responsabile democristiano per gli enti locali di Palermo.

E che cosa si potrebbe pensare, oggi, di quando il Presidente del Consiglio Spadolini si rivolse a lui, al figlio dell’assassinato, e dopo aver definito la lotta alla mafia una lotta contro i “poteri invisibili” ammonì: E’ ingiusto criminalizzare interi partiti e intere correnti di partito; è ingiusto e grave, abbandonarsi a impostazioni manichee, è pericoloso, oltre che ingiusto, abbandonare i confini ed i metodi della lotta politica anche aspra per aprire “questioni morali”, che, se non rigorosamente provate e se artificiosamente generalizzate, possono solo determinare pregiudizi e sospetti tra le forze politiche tali da impedire di colpire i veri responsabili“??

Oggi, 3 settembre 2009, dopo 27 anni di menzogne e di falsità, oltre che di colpevoli silenzi, nel corso dei quali noi cittadini siamo stati inconsapevolmente complici di questa efferatezza con la nostra indifferenza e mancata voglia di accertare la Verità, continuiamo ad assistere impotenti senza alcuna reazione, nè di orgoglio nè di dignità, davanti non tanto al “discutibile” Presidente del Senato Schifani (noto per essere stato in affari da giovane con il boss mafioso di Villabate Nino Mandalà), quanto piuttosto alle dichiarazioni di oggi del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che parla di un “sacrificio che deve restare vivo nella memoria di tutti imponendo una nuova vigilanza contro le persistenti forme di infiltrazione della criminalità organizzata” che reputo sconcertanti e altamente ipocrite perchè rivelano l’ennesima pugnalata ad un servitore dello Stato, uno dei tantissimi che è caduto negli ultimi 18 anni, del quale ogni giorno, eccetto gli anniversari, ci si dimentica e della cui memoria e dignità si fa sfregio ed oltraggio con condotte non tollerabili per la pubblica decenza e la pubblica opinione, per esempio continuando ad accettare che ci siano parlamentari condannati in via definitiva, anche per mafia, in Parlamento.

Ecco, finché i cittadini, invece dello Stato, troveranno soprattutto i mafiosi, finché saranno costretti a essere sostanzialmente i loro sudditi, la guerra alla mafia non sarà vinta e la qualità della nostra democrazia volgerà sempre al ribasso. Si allontanerà ancora l’obiettivo scolpito nella nostra Costituzione, di realizzare una “democrazia emancipante”, nella quale il compiuto riconoscimento dei diritti di libertà è integrato dalla solenne affermazione del principio di uguaglianza in senso sostanziale, assunto non come semplice aspirazione o obiettivo, ma come dato normativo fondamentale. (Giancarlo Caselli)

Un caro saluto a Teresa Sarti


Il dibattito sulla libertà d’informazione ferve, lo so. Ci tornerò tra poco. Ora però ho l’urgenza di salutare da qui con vero dolore Teresa Strada, la moglie di Gino, anima di Emergency. Se ne è andata dopo una lotta serena e faticosa. Io ne ricorderò sempre la dolcezza e la disponibilità verso chiunque avesse bisogno di lei. E la coraggiosa determinazione con cui si è battuta per i tanti obiettivi e le tante campagne dell’associazione. Penso che nell’Italia limacciosa di questi decenni la sua presenza sia stata una specie di gemma, non riesco a trovare una parola più appropriata. A Gino un abbraccio carissimo, che penso sia condiviso da tutti i blogghisti più affezionati (si può andare sul sito di Emergency, comunque, per un saluto pubblico). Accidenti però, è davvero inutile cercare una proporzione nei fatti della nostra esistenza…
(Nando dalla Chiesa)

Ciao Teresa. Con dolore

Mafia. Se Dell’Utri chiede di indagare.

E dunque si faccia una bella commissione parlamentare d’inchiesta sulla stagione delle stragi di mafia. Siamo sinceri: chi tra gli antimafiosi non direbbe in astratto “finalmente!”? Solo che le cose hanno una loro concretezza…Solo che la proposta l’ha lanciata il senatore Marcello Dell’Utri.

A settembre, se ancora non l’avrà fatto il Pdl, ci penserà lui a metterla nero su bianco. Ossia l’uomo che portò il boss assassino di Cosa Nostra Vincenzo [Vittorio, ndr] Mangano, da lui considerato “un eroe”, a soggiornare nella villa di Arcore. Il parlamentare condannato in primo grado a nove anni di carcere per associazione mafiosa.

Colui che, interrogato sull’esistenza della mafia, rispose plasticamente che, se esiste l’antimafia, vuol dire che esiste anche la mafia. Certo è vero, come egli argomenta, che “non si può stare a sentire parlare di accordo tra Stato e mafia come fosse un accordo tra Confindustria e sindacato”. Ma da quando, ecco la domanda, il senatore considera la mafia un nemico mortale suo, degli italiani e dello Stato? Di nuovo la concretezza. E in effetti chi ha studiato la materia sa che le indagini sulle stragi lambirono, da parte di più procure, l’impero berlusconiano. Senza giungere a conclusioni di rilievo penale, tanto da essere archiviate.

Ma lasciando, nelle carte, tracce di una qualche episodica e inquietante prossimità, connessioni logiche, indizi e supposizioni possibili, che non fu certo un orchestratore occulto a gettare sulle scrivanie degli investigatori. Ora a quelle indagini potrebbero essere offerti nuovi scenari e connessioni dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito Ciancimino, il cervello politico storicamente più vicino ai corleonesi. E non occorre molto per capire che il contenuto delle sue dichiarazioni è il misterioso oggetto del desiderio di chi potrebbe esserne coinvolto, a qualunque titolo. Che un mondo assai articolato è in subbuglio.

Totò Riina ha già detto la sua, in tono vagamente minaccioso. Una commissione d’inchiesta parlamentare, dotata degli stessi poteri della magistratura, avrebbe titolo a chiamare testimoni, a imporre deposizioni, a convocare gli stessi inquirenti. Potrebbe anche, per inesperienza, offrire la ribalta a deposizioni inattendibili, legittimare fior di depistatori per poi accusare di ogni peccato i magistrati. Insomma: se si vuole la verità su quella stagione oggi che le indagini si stanno riaprendo, l’inchiesta parlamentare è del tutto sconsigliabile.

Sarebbe come dare alla politica (che ne può essere toccata) la possibilità di “buttarla in politica” e di indirizzare secondo i suoi interessi la ricerca della verità. Dati fatti e premesse, sarebbe una follia.

Concretamente.

Mafia. Se Dell’Utri chiede di indagare, Nando Dalla Chiesa

Il moralismo degli italiani


Il moralismo è la corruzione della moralità.

Le persone corrette e di sani principi hanno una propria moralità e una propria etica attraverso le quali riconoscono quali sono i valori indissolubili attorno ai quali costruire il proprio vivere.
Oggi le persone, anche corrette, cosi pesantemente influenzate dalle trame e dagli incantesimi orditi e tramati ad arte dai fattucchieri della politica e dell’informazione, tendono a spacciare per moralità il moralismo che è la peggiore forma degenerativa della moralità.
Il moralismo non ti consente di vedere i problemi, di riconoscerne la gravità, di pensare a come risolverli, che ne sminuisce le alternative, che ti corrode dentro senza neanche fartene accorgere facendo credere che la felicità e la serenità siano facilmente perseguibili in un altro modo, quello basato sul sistema della complicità, dell’occultamento della verità, del pressapochismo.

Riporto un articolo tratto dall’Unità del 25 Agosto 2008 dal titolo “Intolleranza. Miss clandestina” di Nando dalla Chiesa, il quale poi lo ha anche pubblicato sul suo interessante blog.

Buona lettura e buona riflessione, per chi sa ancora pensare e meditare..

Chi è la più bella del reame? Al concorso di Miss Muretto poteva diventarlo una bella ragazza di colore. Vent’anni e la fascia di “Miss fotomodella”. Pare che avesse davvero tutti i requisiti per vincere. I lineamenti del volto, il fisico slanciato, la pettinatura alla Naomi, e l’immancabile tocco di fascino esotico. Che le avevano già fatto vincere altre competizioni estetiche a Pontebbia e a Lignano. Insomma, nel giro affollato dei concorsi di bellezza stava nascendo una piccola stella. Forse una carriera televisiva. O almeno, questo sognava la protagonista. Finché, come in tutte le favole che si rispettino, il sogno proibito si è infranto con l’arrivo dei carabinieri. Giunti di notte all’albergo del Sestriere in cui si tenevano le selezioni piemontesi del concorso. Motivo: Mame Ndaye, che ambiva a farsi chiamare Beatrice, è immigrata clandestina. E’ arrivata in Italia dal Senegal nella primavera del 2007, ha ricevuto un decreto di espulsione due mesi fa dalla questura di Pordenone per essere priva di permesso di soggiorno, e soprattutto ha esibito al concorso un documento contraffatto. Una carta d’identità rilasciata dal comune di Milano e inesistente all’anagrafe.Sembrerebbe tutto chiaro. Esiste una legge, la legge è uguale per tutti, presentare documenti falsi è un reato. Punto. Risulta perfino ozioso disquisire dell’opportunità che i carabinieri la dichiarassero in arresto prima della conclusione del concorso. Si rischierebbe di impelagarsi in sedicesimo, con sprezzo del ridicolo, in polemiche tipo “gogna mediatica” o “giustizia a orologeria”.C’è qualcosa di più sostanziale invece. Mame-Beatrice viveva vicino a Udine con un fidanzato. E nei due mesi trascorsi dal decreto di espulsione nessuno aveva segnalato alla questura udinese la presenza della ragazza sul territorio. Nessuno si era scandalizzato della sua scelta di continuare a vivere in Italia, almeno il tempo di provare a guadagnare qualcosa o farsi una piccola fama. Lo scandalo è nato quando la ragazza di colore ha iniziato a infilare nel suo “palmares” una miss dietro l’altra. Allora si è mossa l’indignazione legalitaria del cittadino o, più verosimilmente, della cittadina per bene, forse una concorrente. Allora le informazioni “riservate” sono state messe nero su bianco in una lettera anonima, corredate dell’allarme sul pericolo di fuga (“se non vi affrettate scappa in Francia”). E’ questa ipocrisia sociale che scuote e fa riflettere. L’ipocrisia senza la quale non ci sarebbero leggi di severità draconiana, che rendono possibili le manette e un processo per direttissima (previsto per oggi) in cui la ragazza, incensurata, rischia dai due ai sei anni. Si tratta dell’ipocrisia che porta a contemplare l’esistenza dei clandestini nelle pieghe e nelle piaghe della nostra società. A osservarli con indifferenza mentre cercano di sfangarsela in tutti i modi per raggranellare di che vivere. O a cercare di non vederli, come gli operai cinesi rinchiusi nel capannone vicentino di proprietà dell’assessore leghista. Ma a non tollerare che mettano il naso fuori. Che pensino di potere far fortuna, vincere qualcosa, salire il primo gradino della scala sociale. Possono esistere purché non abbiano grilli per la testa, meglio se si fanno sfruttare senza fiatare in qualche fabbrica clandestina, in qualche cantiere fuorilegge o su qualche circonvallazione, al riparo della vista dei nostri bambini. Questo ci racconta la vicenda di Mame-Beatrice, più ancora dell’ingiustizia di una legge. A noi, a cui tocca riflettere sui valori e sulle leggi, si pone però il problema di aprire gli orizzonti della discussione. E di chiederci, partendo da un caso che investe di striscio un mondo e una carriera comunque molto ambiti, quelli delle tivù e delle veline, quanti siano i giovani che ospitiamo clandestinamente che, al di là dell’avvenenza fisica, potrebbero immettere energie e talenti nei mondi del lavoro, del commercio, della stessa produzione intellettuale. Che, cioè, potrebbero aiutare il paese a crescere. Per chi non darebbe mai il voto amministrativo nemmeno a chi risiede e paga regolarmente le tasse in Italia, questo non è un problema. Per noi, invece, dovrebbe incominciare a diventarlo.

19 Luglio a Bari. I saluti di Nando dalla Chiesa

Riporto qui il messaggio che Nando dalla Chiesa mi ha inviato, come saluto, lo scorso 19 luglio per la nostra manifestazione di Bari alla quale non ha potuto prendervi parte essendo già impegnato a Genova. Il mio più sincero ringraziamento ad una persona speciale.
Caro Giuseppe, ricordare un magistrato come Paolo Borsellino, e insieme con lui i cinque agenti di scorta che con lui furono uccisi, è sempre, come si dice, cosa degna e giusta. Tanto più nel giorno dell’anniversario di quella strage che lasciò l’Italia sgomenta, e che fece piangere tanti di noi di dolore, di rabbia e di disperazione. Hai fatto bene a chiamare a ricordarlo tanti ospiti di valore (che vorrei attraverso di te salutare). La nostra Scuola di formazione politica Antonino Caponnetto ha in quella tragedia, e nelle lealtà e nei coraggi che vi si vollero annientare, una sua sorgente ideale, storica, inestinguibile. Da giovane, ricorda più e meglio che puoi. Per i giovani di oggi e per i nuovi giovani che verranno.
Con affetto, Nando dalla Chiesa

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