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Via d’Amelio. Vicini alla verità?

La Procura di Caltanissetta e la Direzione Investigativa Antimafia hanno eseguito quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere. Tali provvedimenti sono stati resi possibili grazie alle rivelazioni, ritenute credibili, fatte dal superpentito Gaspare Spatuzza. Ossia colui che ha rubato la 126 che fu imbottita di esplosivo e mediante la quale fu fatto saltare in aria Paolo Borsellino e la sua scorta, il 19 luglio del 1992. Due, inoltre, gli aspetti fondamentali che emergono. Il primo è che fu “quasi certamente Giuseppe Graviano che azionò il telecomando”. Il secondo la poca credibilità di Massimo Ciancimino che per diversi mesi è stato incensato da una certa stampa “pseudoindipendente” che ha consentito a questo machiavellico soggetto di dire su giornali e televisioni quel che gli pareva.

Ma Ciancimino junior ha deluso, e non poco. Per il resto, i pm nisseni parlano di “un giudizio finale sostanzialmente negativo sull’attendibilità intrinseca” di Massimo Ciancimino. In un altro passaggio, i magistrati parlano addirittura di “pseudo collaborazione  di Ciancimino”, che “sembra essere più favorevole agli interessi di Cosa nostra che a quelli dello Stato”. Ma perché questo atteggiamento? I pm ipotizzano che Ciancimino voglia ancora “salvaguardare il proprio patrimonio”, ma ipotizzano pure che dietro di lui “si nasconda una occulta cabina di regia”.

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“Mi torturavano. E ho mentito per paura”

A parlare è Vincenzo Scarantino, il super finto pentito di mafia che con le sue dichiarazioni mendaci ha ingannato i magistrati che stavano indagando sulle Stragi del ’92, e in particolare su quella che causò la morte di Paolo Borsellino. Processi conclusi con sentenze definitive che sono destinati ad essere macerati. Si dovrà riscrivere la Storia di questi ultimi vent’anni fatta di depistaggi e sabotaggi vari – con il coinvolgimento di non pochi servitori infedeli dello Stato – per non consentire agli organi inquirenti di accertare la verità. L’esatta ricostruzione dei fatti. Ora, invece, grazie alla riscontrata attendibilità di Gaspare Spatuzza, la Procura di Caltanissetta – con i suoi magistrati coordinati dai Procuratori Scarpinato e Lari – una volta ottenuta la revisione dei processi “falsi”, avvierà quelli, si spera, “veri” con l’obiettivo dichiarato di conoscere finalmente i veri mandanti della Strage di Via d’Amelio. E di conoscere soprattutto le ragioni di tanta efferatezza che comportò la morte anche degli agenti della scorta.

 

La Mafia parla, lo Stato tace

Ora che ne parla persino Totò Riina (a Bolzoni e Viviano, su la Repubblica di ieri), forse è il caso che anche i rappresentanti dello Stato dicano qualcosa sulle stragi del 1992-’93 e sulle trattative retrostanti. Dal ’96 sappiamo da Giovanni Brusca, poi confermato dagli interessati e da Massimo Ciancimino, che due ufficiali del Ros dei Carabinieri, il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, dopo la strage di Capaci andarono a «trattare» con Vito Ciancimino e, tramite lui, con i capi di Cosa Nostra: Riina e Provenzano.

Sappiamo che Borsellino, dopo la morte dell’amico Giovanni Falcone, lottò contro il tempo per individuare i mandanti di Capaci, e mentre interrogava uno dei primi pentiti, Gaspare Mutolo, fu convocato d’urgenza al Viminale dove si era appena insediato il ministro Nicola Mancino, poi tornò da Mutolo letteralmente sconvolto. Pochi giorno dopo, saltò in aria anche lui in via D’Amelio. La trattativa del Ros con Ciancimino e i corleonesi proseguì, tant’è che i secondi fecero pervenire ai due ufficiali un “papello” con le richieste della mafia per interrompere le stragi.

Ora, dal racconto di Ciancimino jr., apprendiamo che suo padre ricevette tre lettere di Provenzano indirizzate a Berlusconi: una all’inizio del 1992, prima delle stragi; una nel dicembre ’92, dopo Capaci e via d’Amelio e prima delle bombe di Roma (via Fauro, contro Costanzo), Firenze, Milano e Roma (basiliche); una nel ’94, dopo la discesa in campo del Cavaliere, non a caso chiamato «onorevole». Nell’ultima lo Zu’ Binnu prometteva all’attuale premier, che aveva appena fondato Forza Italia e vinto le elezioni, un sostanzioso «appoggio politico» in cambio della disponibilità di una delle sue tv, guardacaso protagoniste in seguito di feroci campagne contro i magistrati antimafia e in difesa di imputati eccellenti nei processi su mafia e politica.

Sappiamo infine che nei momenti topici delle stragi si agitavano misteriosi soggetti dei servizi segreti, tra i quali uno col volto mostruosamente sfregiato. Ci stanno lavorando le Procure di Palermo e Caltanissetta, accerchiate dal silenzio tombale della politica e delle istituzioni. Eppure protagonisti e comprimari di quella stagione dalla parte dello Stato sono vivi e vegeti, anzi han fatto carriera. Mancino, indicato da Brusca e Massimo Ciancimino come al corrente della trattativa, nega di aver mai visto o riconosciuto Borsellino nel fatidico incontro al Viminale, ed è vicepresidente del Csm.

Mori – imputato di favoreggiamento mafioso per la mancata cattura di Provenzano nel ’96 dopo essere stato assolto con motivazioni severe dall’accusa di aver favorito la mafia non perquisendo il covo di Riina dopo la sua cattura – è stato a lungo comandante del Sisde e ora è consulente per la sicurezza del sindaco Alemanno. Gli ex procuratori di Palermo, Grasso e Pignatone, che nel 2005 trovarono a casa Ciancimino l’ultima lettera di Provenzano a Berlusconi e non ne fecero un bel nulla, sono rispettivamente procuratore nazionale antimafia e procuratore di Reggio Calabria.

La Mafia parla, lo Stato tace, di Marco Travaglio, l’Unità, 20 luglio 2009

La vittoria di Via D’Amelio e l’omerta’ della stampa di stato

Poca gente, fallimento, insuccesso, niente politici… questo quanto fatto emergere dal mainstream della stampa di stato sulle giornate appena trascorse a Palermo in ricordo del giudice Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta: Emanuela Loi, Eddi Cosina, Vincenzo Fabio Li Muli, Agostino Catalano e Claudio Traina.

Quattro gatti sotto il sole cocente a rassicurare la coscienza ipocrita e sporca degli italiani stravaccati al mare, quelli tantissimi invece, che hanno fatto bene a non scomodarsi perché tanto è inutile. Beh peccato che le cose non siano andate esattamente così.
Se da una parte è vero che gli italiani e i siciliani erano vergognosamente pochissimi ad omaggiare la memoria di servitori dello Stato che hanno sacrificato la loro vita e la felicità delle loro famiglie per restituire un po’ di dignità al nostro popolo molliccio ed egoista che ben si identifica nella sua classe politica corrotta e clientelare, dall’altra non si può accettare che si neghi quanto di importante sia accaduto a Palermo in questi tre lunghi e intensi giorni.

Dopo tantissimo tempo, forse più di dieci anni, senza che vi sia stato, grazie a Dio, nessun morto oltraggiato dal piagnucolio di stato, più di cinquecento italiani si sono organizzati tramite la rete e a spese loro, adattandosi al caldo torrido di una Palermo trascurata, sporca e dimenticata, sono venuti a dimostrare di avere compreso, di essere consapevoli, che la lotta alla mafia non è di esclusiva competenza della magistratura e delle forze dell’ordine ma è quel movimento culturale, soprattutto di giovani, che tanto auspicava Paolo Borsellino.

In più di duecento persone hanno accettato la sfida di farsi quattro chilometri e mezzo in salita, alle tre del pomeriggio palermitano, da via D’Amelio fino su al castello Utveggio da dove potrebbe essere stato azionato il comando che ha ucciso Paolo Borsellino e i suoi ragazzi, per chiedere con la loro agenda rossa in mano verità e giustizia su quella e sulle altre stragi attraverso le quali si è fatta politica in Italia e attraverso le quali personaggi squallidi, lugubri e criminali hanno costruito il loro potere e lo detengono occupando indegnamente, come ricorda Salvatore Borsellino, le più alte cariche dello stato. Quest’uomo coraggioso e arrabbiato che ha girato tutta l’Italia per risvegliare in tutti noi quei valori di cui suo fratello Paolo era rappresentante e baluardo. Quei valori di correttezza, rigore, pulizia interiore, semplicità, forza, coraggio, senso del dovere, umanità, solidarietà che, così come quelli di Giovanni Falcone, incutevano terrore nei mafiosi di Cosa Nostra e nei mafiosi del potere perché avrebbero potuto ostacolare i loro piani e far diventare il nostro un Paese degno, civile e democratico invece di questa italietta da quattro soldi che si vende al miglior offerente per un piatto di lenticchie.
Al grido di giustizia di Salvatore Borsellino hanno risposto più di settecento persone sabato sera, 18 luglio 2009, nell’atrio della facoltà di giurisprudenza di Palermo. Per non contare tutte quelle altre (almeno 300) collegate in diretta streaming da tutta Italia. Un convegno bellissimo, emozionato, partecipato. I relatori, a partire dal saluto iniziale di Rita Borsellino, sono stati continuamente interrotti da uno scrosciare costante, forte e commosso di applausi. Erano anni che a Palermo non si assisteva ad un evento del genere. E invece cosa ha scritto e trasmesso la stampa locale e nazionale? Niente. Un paio di righe qua e là e se citata la conferenza sono stati ben attenti i “nostri colleghi” a non scrivere che è stata organizzata da ANTIMAFIADuemila e che l’appello al sostegno dei magistrati Antonio Ingroia e Nino Di Matteo oltre che alla procura di Caltanissetta impegnati nelle delicatissime indagini sui mandanti impuniti, proprio il titolo della nostra conferenza ignorato da tutti, non è stato lanciato da un fantasma, da un soggetto indefinito, ma dal nostro direttore Giorgio Bongiovanni.
Si sono ben guardati i grandi giornalisti della grande stampa nazionale di riportare poi con attenzione e con il rispetto della completezza dell’informazione le parole dei relatori: Antonio Ingroia, Salvatore Borsellino, Luigi De Magistris e Beppe Lumia.
Informazioni importanti, nuove, esclusive, emozionanti, indice di voglia di riscatto e libertà: una notizia!!!! Ma dove eravate, cari, presunti colleghi, a dormire?
Stesso dicasi per il 19 luglio in via D’Amelio.

L’obiettivo che si era prefissato Salvatore Borsellino e tutti noi che lo abbiamo accompagnato era di impedire che come ogni anno quella strada teatro di una delle peggiori pagine della nostra storia forse oltraggiata dalle solite corone di fiori come per assicurarsi – dice sempre Salvatore – che Paolo Borsellino sia morto davvero. Al loro posto quest’anno c’era invece un grande striscione con su scritto “quest’anno i fiori portateli sulla tomba dei vostri eroi” e a fianco c’era una lapide di cartone con la fotografia e le date di nascita e di morte di Vittorio Mangano.
Questa sarebbe dovuta essere la foto di apertura di tutti i giornali almeno per par condicio a tutto lo spazio dato al signor Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a nove anni e mezzo per concorso esterno in associazione mafiosa, e “all’utilizzatore finale” dei suoi buoni contatti, cioè il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, quando hanno inneggiato al loro eroe, assassino e mafioso. E invece non è stata nemmeno accennata.
Sta di fatto che le corone di fiori lì a marcire sul marciapiede quest’anno non c’erano e che i politici non sono venuti a fare la loro passerella.

Questo vuol dire solo una cosa: che Salvatore Borsellino ha vinto la sua sfida!

La vittoria di Via D’Amelio e l’omerta’ della stampa di stato, di Anna Petrozzi, Antimafia Duemila (con Fotogallery all’interno)

Il silenzio non paga.. Mai..

Riporto il testo del mio intervento pronunciato Sabato 19 luglio, nel giorno del 16° anniversario della Strage di Via d’Amelio, quando abbiamo ricordato Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta durante un dibattito tenutosi presso la Sala Consiliare del Comune di Bari.

Lo riporto solo ora essendo stato molto impegnato con gli esami universitari, conclusisi oggi, sia perchè da oggi il blog va ufficialmente in vacanza per alcune settimane e ci tenevo a salutare i miei affezionati lettori ed amici, che ringrazio sinceramente per le loro assidue presenze in questo blog in questi mesi, con un messaggio che ancora una volta sposa l’antimafia, per me tema molto caro.

Quel giorno, il 19.07.1992, da bambino di neanche 9 anni non lo ricordo chiaramente. Per molto tempo, invece, ricordai il dolore e lo sgomento che un tale evento suscitarono. Imparai, anche, ad associare il dolore per la perdita di Paolo Borsellino con quell’altro ancora vivo e bruciante provato dall’anima collettiva per la scomparsa di Giovanni Falcone. Crescendo acquisii la piena consapevolezza che il 19 luglio del 1992 l’Italia era stata ferita gravemente nel suo intimo, perchè si portava a compimento il disegno criminale di coloro che – indisturbati – avevano scientemente deciso di privarci di due magistrati di primissimo valore che della lotta alla mafia avevano fatto la loro ragione di vita. Capivo che da quel momento nulla sarebbe stato più come prima e che a nessuno poteva essere consentito di sottovalutare l’imperante egemonia mafiosa. Un sistema che ancora oggi trova le sue deviate alleanze e collusioni nella società civile a tutti i livelli e qualche volta, purtroppo, anche in quelle istituzioni che dovrebbero essere deputate a contrastarle, dimostrando cosi che il passato è stato speso inutilmente. Noi, però, siamo qui per testimoniare che, ancora, e nonostante tutto, le Sue idee camminano sulle nostre gambe. Siamo qui per testimoniare che Paolo Borsellino per noi tutti è stato modello esemplare di lealtà e di giustizia che ha sacrificato la sua vita per ciascuno di noi e per il nostro presente, esortando ad acogliere in noi, come doni irrinunciabili da presidiare con una valida cultura di pace e con coraggio di idee, il suo Impegno e la sua lotta alle mafie, affinchè queste, ricordando una frase di Giovanni Falcone, essendo un fenomeno umano, come hanno avuto un inizio, un giorno, abbiano anche una fine. E, in un giorno di cosi grande emozione, mi piace ricordare Don Luigi Ciotti che in questa città, lo scorso 15 marzo, in occasione della Giornata nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo di tutte le vittime di mafia, invitò tutti, da semplici cittadini a nostri amministratori, di tutti i livelli, ad una migliore e più proficua corresponsabilità affinchè nessuno possa dire “io non lo sapevo”. Una corresponsabilità che sproni la nostra coscienza civile e la nostra dignità a reagire sempre e comunque contro le mafie, in qualunque modo esse si manifestino. Solo cosi potremo dire con orgoglio che le Sue idee camminano sulle nostre gambe.

http://video.google.com/googleplayer.swf?docid=-5199883156248767562&hl=it&fs=true

P.s. Anche su Il cannocchiale

19 Luglio a Bari. I saluti di Nando dalla Chiesa

Riporto qui il messaggio che Nando dalla Chiesa mi ha inviato, come saluto, lo scorso 19 luglio per la nostra manifestazione di Bari alla quale non ha potuto prendervi parte essendo già impegnato a Genova. Il mio più sincero ringraziamento ad una persona speciale.
Caro Giuseppe, ricordare un magistrato come Paolo Borsellino, e insieme con lui i cinque agenti di scorta che con lui furono uccisi, è sempre, come si dice, cosa degna e giusta. Tanto più nel giorno dell’anniversario di quella strage che lasciò l’Italia sgomenta, e che fece piangere tanti di noi di dolore, di rabbia e di disperazione. Hai fatto bene a chiamare a ricordarlo tanti ospiti di valore (che vorrei attraverso di te salutare). La nostra Scuola di formazione politica Antonino Caponnetto ha in quella tragedia, e nelle lealtà e nei coraggi che vi si vollero annientare, una sua sorgente ideale, storica, inestinguibile. Da giovane, ricorda più e meglio che puoi. Per i giovani di oggi e per i nuovi giovani che verranno.
Con affetto, Nando dalla Chiesa

Ci manchi!!

In attesa di pubblicare tutto quello che la manifestazione di oggi di Bari produrrà, emozione compresa, e invitando sempre tutti ad una sincera quanto importante riflessione sul ruolo sociale che ciascuno di noi può e deve avere, chiamati come siamo alla corresponsabilità davanti a quello che accade, vorrei solo lanciare, ora, un piccolo messaggio sperando che Paolo, lassù, da qualche parte, ci ascolti e si senta un minimo orgogliosi di noi e del nostro affetto:

Paolo, ci manchi..!!

Si ricorda Paolo Borsellino

Sabato prossimo a Bari, come anche a Palermo, si ricorderà, nel 16° Anniversario della Strage di Via d’Amelio, Paolo Borsellino.

Tutti possono scaricare questa locandina e aiutarmi nella diffusione dell’evento trasmettendola ad amici, conoscenti, colleghi e incollarla in bar, uffici, poste, supermercati, università, cinema, spiagge.

Ovunque vogliate in questo Paese che ha sete di Giustizia e di Legalità.

Grazie a tutti.

Indiano

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