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“I disonesti sono sempre gli altri”

Frammento finale di “Benvenuto Presidente”, il film in questi giorni in proiezione nelle sale cinematografiche, visto in anteprima qualche settimana fa al Bif&st, con Claudio Bisio che interpreta, benissimo, il ruolo del Presidente della Repubblica.

Non si deve dimettere più nessuno? O forse tu? Tu, che punti il dito e dici “i politici sono ladri” e poi magari evadi le tasse, parcheggi in doppia fila, paghi in nero convinto di risparmiare un pò; tu che non fai il politico ma ti piacerebbe farlo per poter piazzare i parenti, arraffare qualche cosa anche tu, tu che riesci a fare la tac in due giorni perché conosci il primario; tu che timbri il cartellino e poi ti imboschi; tu che magari sei anche onesto, ma se vedi qualche amico che fa qualche abuso non dici niente tanto sono inezie.

Tu non ti puoi dimettere perché non sei rappresentante di niente, ma dovresti dimettere la tua furbizia se no i prossimi saranno peggio di questi perché questi qua sono figli nostri, di un paese dove le regole non le rispetta più nessuno.

I disonesti sono sempre gli altri.

Ma gli altri chi? Gli altri chi? Gli altri chi?

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Scegliamo, bene, i nostri parlamentari!

Dopo quelle per la scelta del candidato premier, il Pd farà le primarie per far scegliere al proprio elettorato potenziale i parlamentari che dovrebbero poi rappresentarlo al meglio. E’ questa una grande vittoria politica di Pippo Civati e del suo laboratorio politico “Prossima Italia“, sebbene in pochissimi lo dicano, visto che chiedono da quasi due anni che fossero espletate. Essendo centrali, con questo tipo di consultazione, i temi della rappresentanza, della fiducia e del consenso. Lunedi dovrebbe essere, inoltre, la giornata in cui la Direzione Nazionale del Pd dovrebbe ufficializzare il regolamento e la nuova accensione di tutta la macchina organizzativa per la giornata del 30 dicembre. Ecco, sulla data, ci sono alcune divergenze di vedute. Per Matteo Orfino, uno dei “giovani turchi” che sostengono Bersani, la data è quasi obbligatoria essendo le elezioni politiche il 17 febbraio e non sarebbe possibile farle successivamente. Come, invece, affermano lo stesso Civati e Salvatore Vassallo, autori, ad oggi, dell’unico vero regolamento per le #parlamentarie del Pd, e mai oggetto di una discussione plenaria autentica, che propongono la data del 13 gennaio convinti in tal modo di agevolare la partecipazione ed una maggiore contendibilità delle primarie stesse. Su una cosa, però, Orfino e Civati concordano: che la lista definitiva dei parlamentari non debba prevedere quote bloccate a favore dei maggiorenti del partito che quasi mai col consenso si sono confrontati, essendo stati sempre cooptati; o che questa quota, eventualmente, se prevista, serva per portare in Parlamento, come valore aggiunto, quegli esponenti della cosiddetta “società civilissima” in possesso di importanti requisiti morali e professionali che non avrebbero materialmente il tempo di farsi conoscere al grande pubblico nei pochi giorni di campagna elettorale. Anche Sel, infine, nello stesso giorno e presso le medesime sedi, per evitare possibili brogli, farà le primarie per la scelta dei parlamentari. Dopo che Vendola, per molto tempo, aveva escluso categoricamente questa ipotesi – nonostante in Puglia lui sia il “signore delle primarie” difendendone la dignità dell’istituto con grande tenacia in due occasioni (forse perché favorivano lui?) – e aver ripetuto anche negli ultimi giorni che avrebbe voluto “poter portare in Parlamento un pezzo vero di classe dirigente”. Come? Con la cooptazione, ovviamente. Anche perché Sel non esiste, è un non-partito. Ma davanti all’ottima accelerazione data da Bersani su questo fronte, ha dovuto immediatamente adeguarsi. E fare buon viso a cattivo gioco, per non accusare il colpo mediaticamente. La speranza è che possano essere una grande occasione di confronto per parlare del Paese, di quello che occorre fare per migliorarlo e riformarlo nel modo più innovativo possibile. Insomma che si parli davvero degli italiani, di noi. Di noi che sogniamo uno Stato a misura di uomo, donna, bambino. Con una politica capace di farci anche emozionare e appassionare.

Gli effetti del Fondo Salva Stati Europeo

Rischiano di essere devastanti. Quello che potrebbe succedere all’Italia e ai tanti Paesi dell’Unione Europea non ancora salvi dal pericolo rappresentato dal default finanziario, è spiegato in questa lettera. Scritta al leader Di Pietro e al candidato sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, da una dimissionaria dirigente regionale siciliana dell’Italia dei Valori, partito che dovrebbe evidenziare le incongruenze dell’esecutivo Monti, essendo all’opposizione, ma che in realtà tace sul machiavellico disegno.

Gli italiani hanno il diritto di sapere che Italia dei Valori sta appoggiando, soprattutto con il proprio silenzio, la proposta del governo Monti di trasferire 125 miliardi di euro (minimo) ad una organizzazione finanziaria intergovernativa, l’Esm, ambiguamente definita “fondo salva-stati”, che, fra immunità, esenzioni, condoni ed altri privilegi, si propone di concedere finanziamenti agli Stati in difficoltà in cambio della possibilità di potere imporre “rigorose condizionalità” da far gravare sulle spalle del popolo. Sapete benissimo che la ratifica del trattato Esm (non ancora in vigore) comporterà l’incremento delle politiche di austerity, ossia l’imposizione di ulteriori interventi “lacrime e sangue” che colpiranno soprattutto le fasce più deboli e che metteranno in crisi anche coloro che ancora oggi riescono ad arrivare a fine mese.  Chi si avvantaggerà dell’entrata in vigore dell’Esm? I poteri finanziari, in primis le banche. Lo Stato in difficoltà potrà usufruire dei piani di finanziamento concessi dal “fondo salva-stati“ soltanto se, oltre a cedere pezzi di sovranità riguardanti scelte di politica interna, si impegnerà a pagare un tasso di interesse il cui limite non è stato nemmeno definito nel trattato, e intanto le banche hanno ottenuto un trilione di euro dalla BCE all’1%. Poiché l’organizzazione intergovernativa si riserva la possibilità di attingere al mercato finanziario per potere a sua volta erogare il prestito allo Stato, chi garantisce che non saranno le stesse banche, o addirittura la criminalità organizzata a lucrare, mediante i finanziamenti dell’Esm, sul debito pubblico e ad incidere sulle decisioni politiche della nazione debitrice?

 

La nostra Civiltà? Arrestata!

Il Ministro della Giustizia,  Paola Severino, nella sua relazione in Parlamento sullo “stato di salute” della giustizia in italia, ha evidenziato e confermato quanto deficitario sia il sistema. E come potrebbero servire a poco, per non dire a niente, le primissime misure adottate per provare ad alleggerire gli alti tassi di sovraffollamento negli istituti penitenziari, se poi questi provvedimenti non dovessero confluire in un progetto strutturale dell’apparato. Oggi affossato, tuttavia, non solo dai circa nove milioni di cause in esubero, tra processi civili e penali, con durate medie rispettivamente di 7 e 5 anni – con evidentissime ripercussioni sull’efficienza del potere giudiziario, oggi peraltro carente di mezzi e di risorse umane – ma anche dalle condizioni in cui versano i 206 Penitenziari italiani.

A questo proposito l’ex Ministro dell’Interno, Giuliano Amato, ha affermato che il carcere è lo specchio della civiltà di un Paese“, con i 66 suicidi di detenuti del 2011 riflettenti la gravità dello stato di salute del “pianeta carceri”. Le 206 carceri italiane stanno scoppiando, riempite come sono all’ inverosimile: in 45mila e 654 posti, sono stipati più di 68 mila detenuti, il 30 per cento stranieri. La qualità della vita s’è abbassata anche perché – lo denuncia il Gruppo Abele – dal 2007 al 2010 è stata ridotta la spesa annua, passata da 13170 euro pro-capite a 6275. Il carcere, inoltre, è un mondo nel quale “guardie e ladri”, detenuti e agenti, sono accomunati da un’unica tragica disperazione. Ai 66 suicidi dei carcerati, infatti, si contrappongono quelli dei poliziotti, diciotto negli ultimi 5 anni.

In Puglia, nella mia Puglia amatissima, nonostante le “narrazioni epiche” di un cantastorie moderno, abbiamo i dati peggiori. Subiamo la situazione più drammatica ed allarmante. Con Bari costretta, purtroppo, ad indossare la “camiseta a strisce verticali” per essere la città che accoglie i detenuti nel modo più inumano possibile. Una cella pensata per quattro persone è occupata da dieci. I letti a castello incastrati come Lego, uno sopra l’altro. Chi sta più in alto dorme con il soffitto a pochi centimetri dalla testa.

In Puglia, il tasso di sovraffollamento – il rapporto tra la capienza regolamentare e il numero reale di detenuti reclusi – è dell’ 183% (dato tratto dall’ultimo Rapporto Antigone). Ma non è solo una questione di numeri. Nella nostra Regione è avvenuto un episodio che rischia di diventare un precedente importante a cui potrebbero aggrapparsi decine di migliaia di persone oggi detenute in Italia. Perchè, nel giugno 2011, il detenuto tunisino Slimani Abdelaziz ha fatto causa al ministero della Giustizia, ottenendo un risarcimento simbolico di 220 euro per aver vissuto nel carcere di Lecce in condizioni disumane e degradanti. Per essere vittima di un sovraffollamento che nuoce moltissimo sulla psiche e che viola l’art. 27 della Costituzione che prevede per la pena “una funzione rieducativa”.

Quello che vediamo nelle carceri italiane offende la coscienza di un paese civile. La civiltà si è estinta? Non lo sappiamo. Crediamo, più verosimilmente, che oggi la nostra civiltà si sia arrestata. In tutti i sensi.

Le primarie per i parlamentari

Non è un discorso universale, ma spesso sottovalutiamo che una delle leggi più importanti, per la tenuta del nostro regime democratico, affinchè lo si possa considerare effettivamenta tale, è quella elettorale. Quella che consente ai cittadini, in una repubblica rappresentativa come la nostra, di scegliere coloro che in Parlamento, avendo ricevuto la delega dagli aventi diritto, hanno l’onere di varare tutti quei provvedimenti medianti i quali accrescere il nostro benessere e il progresso collettivo.

Cosi dovrebbe essere. Invece, la realtà è un’altra. Purtroppo, già da tempo. Da quando, nel 2006, negli ultimi mesi del suo penultimo governo, Berlusconi e Calderoli fecero approvare in Parlamento il cosiddetto Porcellum che permetteva ai segretari di partito di cooptare i parlamentari, da inserirsi in liste bloccate secondo le preferenze di costoro – o, meglio, sulla base di certi interessi da salvaguardare o da promuovere –  predeterminando, pertanto, da allora, un Parlamento di servi. Che per definizione, ubbidiscono. I servi non conoscono la bellezza della ribellione davanti alle ingiustizie e alle impudicizie del sistema. Chi solleva critiche rischia seriamente di non vedersi confermato al giro successivo. Fosse anche il più operoso e il più valido nell’impegno. I Leader di Partito – tutti, da destra a sinistra – hanno, di fatto, un potere spropositato: il “diritto di vita e di morte politica” degli stessi parlamentari. Che per lo più – salvo rarissime eccezioni, che ci sono e che non è giusto denigrare nell’onore a causa della pochezza collettiva – sono soggetti mediocri culturalmente, incompetenti professionalmente e trasformisti politicamente. Scilipoti è solo un esempio. Ma la storia parlamentare, degli ultimi vent’anni almeno, è piena di vicende umane analoghe non propro mirabili.

Per provare ad arginare questa deriva soprattutto culturale che comporta lo smottamento di questa pseudopolitica, Pippo Civati e gli amici di Prossima Italia, da quasi un anno, hanno posto tra le priorità del loro agire politico il tema delle “primarie per i parlamentari”, per restituire dignità ai cittadini, e permettergli, permetterci, di tornare a scegliere i nostri parlamentari. Da Albinea 2011, sede del campeggio estivo, da dove partì ufficialmente questa operazione di bonifica della politica, dal basso, per un’altra e un’alta idea della politica stessa, emersero più proposte e più spunti di riflessione che nei giorni scorsi, dopo un più che simbolico incontro a Quarto (la famosa location da dove partirono i Mille), hanno trovato una validissima sintesi in questa proposta di regolamento.

I candidati si impegnano a rispettare lo Statuto, il Codice etico e il Regolamento per le primarie, il quale dovrà stabilire rigorosi criteri e limiti per la raccolta dei fondi, l’usi dei mezzi di comunicazione e la rendicontazione delle spese per la propaganda elettorale; è fatto in ogni caso divieto ai dirigenti e ai quadri del PD di utilizzare risorse finanziarie e organizzative, mezzi di comunicazione interna o personale dipendente del partito per promuovere specifiche candidature; il mancato rispetto di tali norme comporta l’esclusione dalla candidatura al Parlamento nelle liste del Partito Democratico;

Possono votare tutti i cittadini che il giorno delle primarie si recano al seggio del territorio in cui risiedono, esibiscono il loro certificato elettorale ed un valido documento di identificazione, sottoscrivono un documen- to in cui dichiarano di essere “Elettori del Partito Democratico”, autorizzano l’inclusione dei loro dati anagrafi- ci nel relativo “Albo degli elettori” che verrà reso pubblico su Internet

Un regalo alle Mafie

Il governo fa cassa con i beni confiscati alla mafia. Un emendamento alla Finanziaria prevede che possano essere venduti gli immobili di cui non sia effettuata la destinazione entro i novanta giorni imposti dalla legge. Ma complessità delle procedure e carenza di risorse finanziarie per la ristrutturazione rendono molto difficile rispettare questi termini. Dunque, la norma abolisce di fatto l’uso sociale dei beni confiscati e ne impedisce la restituzione alle collettività. Anzi, rischia di restituirli alle organizzazioni criminali, già pronte a riacquistarli dallo Stato.

La settimana scorsa il Senato ha approvato un emendamento alla Finanziaria che consente la vendita dei beni confiscati alle mafie. Don Ciotti ha subito lanciato un appello a tutte le forze politiche perché la proposta, “che rischia di tradursi in un ulteriore regalo alle mafie, venga abolita nel passaggio alla Camera”.

IMPOVERIRE LE MAFIE ATTRAVERSO LA CONFISCA

Impoverire le mafie attraverso la confisca dei loro patrimoni è una strategia che aveva già capito bene più di venti anni fa, Pio La Torre, parlamentare ucciso a Palermo nel 1982. Non a caso, la legge che introduce la confisca dei beni mafiosi porta il suo nome, insieme a quello dell’allora ministro dell’Interno, Virginio Rognoni. (1)
Successivamente, le norme introdotte nel 1996, con la legge 109 di iniziativa popolare, sostenuta dalla raccolta di oltre un milione di firme, e nel 2007 con la Finanziaria, prevedono la destinazione a finalità istituzionali o sociali dei beni confiscati.
L’utilizzo a fini sociali di tali patrimoni ha un valore rilevante e insostituibile: in primo luogo di riaffermazione dell’autorità dello Stato, che restituisce alle comunità locali i beni illecitamente sottratti dalle organizzazioni criminali. E in secondo luogo di promozione di iniziative sociali (educative, culturali, di lotta all’emarginazione, di sostegno alla legalità, eccetera) volte a ricostruire parte di quel tessuto sociale depauperato dalla criminalità.

CHE COSA PREVEDONO LE NORME IN VIGORE

La legge attuale prevede che i beni e le aziende dei quali sia stata accertata la proprietà da parte di soggetti appartenenti a organizzazioni mafiose vengano confiscati, cioè sottratti definitivamente ai proprietari, e possano essere destinati a finalità di carattere sociale.
Ciò si realizza attraverso l’assegnazione dei beni immobili confiscati a comuni, province, regioni, associazioni di volontariato, cooperative sociali, e cos via per realizzare scuole, comunità di recupero, case per anziani, centri per rifugiati politici, e altro ancora. Frequenti sono anche i casi di terreni destinati a cooperative sociali di giovani, che hanno così modo di avviare una attività lavorativa, di produzione di prodotti agricoli, in territori dove la prossimità fra disoccupazione e criminalità è fattore di rischio per le giovani generazioni.
I beni mobili e le aziende confiscate vengono per lo più trasformati in denaro contante e il ricavato viene versato nel Fondo unico per la giustizia.

CHE COSA È STATO FATTO FINO AD OGGI

Grazie all’attività del commissario straordinario per la gestione e la destinazione dei beni confiscati alla mafia, reintrodotto dal governo Prodi nel 2007 dopo che il governo Berlusconi l’aveva soppresso nel 2003, è possibile oggi avere un quadro sufficientemente chiaro delle dimensioni del fenomeno. I dati sono aggiornati al 30 giugno 2009.
Il valore economico dei beni confiscati è molto elevato. Complessivamente, si stima che siano stati destinati beni per un valore di 725 milioni di euro, di cui ben 225 negli ultimi diciotto mesi, grazie all’attività del commissario straordinario, e solo 500 nei dodici anni precedenti.
I beni immobili confiscati sono 8.933, di cui ben 46 per cento in Sicilia, 15 per cento in Campania e 15 per cento in Calabria. Di tutti i beni immobili confiscati, il 60 per cento ha già trovato una destinazione: la maggior parte è stata consegnata agli enti locali per finalità sociali, il restante è stato mantenuto allo Stato per fini istituzionali.
Le aziende confiscate alla criminalità sono 1.185, di cui 38 per cento in Sicilia, 19 per cento in Campania e 14 per cento in Lombardia. Operano principalmente nel settore delle costruzioni, della ristorazione e del turismo. Di tutte le aziende confiscate, solo il 33 per cento ha trovato una destinazione: attraverso la vendita o l’affitto e, più frequentemente, attraverso la liquidazione (una azienda su tre risulta infatti già in liquidazione prima della confisca definitiva).
I dati indicano la difficoltà a procedere alladestinazione dei beni confiscati, difficoltà particolarmente rilevanti fino al 2007, mentre in epoca successiva l’azione di coordinamento del commissario straordinario di governo ha notevolmente accelerato laconsegna agli enti locali degli immobili confiscati (vedi grafico).I problemi sono, ancora oggi, legati alla complessità delle procedure(per esempio, inagibilità, ipoteche o procedure giudiziarie in corso, occupazioni, contenziosi causati dalle impugnazioni delle ordinanze di sgombero) e alla carenza di risorse finanziarie per la ristrutturazione dei beni. Al superamento di tali ostacoli dovrebbero in primo luogo essere orientate le azioni del governo. Ma l’emendamento va nella direzione opposta.

LA NORMA INSERITA IN FINANZIARIA

L’emendamento appena approvato dal Senato prevede che possano essere venduti i beni immobili di cui non sia possibile effettuare la destinazione entro i termini previsti dalla legge, cioè entro novanta giorni dalla proposta dell’Agenzia del demanio, che possono diventare centottanta in casi particolarmente complessi.
Viste le difficoltà a portare a termine le procedure di destinazione, la norma abolisce di fatto l’uso sociale dei beni confiscati e ne impedisce la restituzione alle collettività. Anzi, la prevista vendita rischia di favorire la restituzione del patrimonio “alle organizzazioni criminali, capaci di mettere in campo ingegnosi sistemi di intermediari e prestanome e già pronte per riacquistarli, come risulta da molteplici segnali arrivati dai territori più esposti all’influenza dei clan”.
In sintesi, l’emendamento ignora, anzi penalizza, gli sforzi messi in atto negli ultimi anni per accelerare l’utilizzo a fini sociali dei beni confiscati e apre la strada alla vendita alle organizzazioni criminali dei beni a loro sottratti.

(1) La legge 13 settembre 1982, cosiddetta Rognoni–La Torre, integrando la legge 31 maggio 1965 n. 575 “Disposizioni contro la mafia”, introduce accanto alle misure di prevenzione di carattere personale quelle di carattere patrimoniale del sequestro e della confisca dei beni.

Un regalo alle Mafie, Nerina Dirindin, La Voce

P.s.: Suggerisco la lettura, per gli interessati, anche della nota “Quanto valgono i Beni confiscati alla Mafia

I tempi (lunghi) del Parlamento

Gran parte dell’attività è dedicata alla verifica di provvedimenti dell’esecutivo: 87 testi approvati su 102. In aula da 9 a 16 ore a settimana.

Le leggi? Come tutti sanno si fanno in Parlamento. Ma per cercare chi le firma, cioè chi le propone, biso­gna, quasi nove volte su dieci, bussare al portone di Palazzo Chigi. Loro, i parla­mentari, possono vantare solo rari «suc­cessi autonomi», appena 15 leggi su 102. Come la creazione della commissione Antimafia e quella sul «ciclo dei rifiuti». Due organismi importanti. Ma anche la valorizzazione dell’Abbazia della Santis­sima Trinità di Cava de’ Tirreni e la candi­datura dell’Italia come Paese ospitante del campionato mondiale di rugby. «Grandi» e «piccole» leggi, tra le poche che sono frutto dell’esclusivo lavoro dei parlamentari dall’inizio dell’attuale legi­slatura (28 aprile 2008) fino allo scorso agosto. Perché presentate direttamente da deputati e senatori. E il resto? La gran­de maggioranza, gli altri 87 testi approva­ti in via definitiva dal Parlamento, sono decreti e disegni di legge di iniziativa del Governo. Che quindi fa la parte del leo­ne nell’attività legislativa italiana.

L’iniziativa governativa
È il primo dato, quello che più colpi­sce, nella non facile analisi del lavoro svolto finora dal Parlamento eletto alle ultime politiche, nell’aprile del 2008. Il nostro, si sa, è un sistema parlamentare. E quindi Camera e Senato dovrebbero es­sere i principali attori legislativi. Eppure – ed è un fenomeno riscontrabile non solo con questo governo (Berlusconi), ma anche, come tendenza, con gli ultimi esecutivi che lo hanno preceduto – capi­ta che l’attività di deputati e senatori sia in gran parte consacrata alla verifica, al controllo e all’eventuale modifica di ini­ziative assunte dal Consiglio dei mini­stri. Ciò non vuol dire che il Parlamento non lavori per «confezionare» le stesse leggi di iniziativa governativa. Anzi: ap­pena un testo viene depositato alla Ca­mera o al Senato inizia la battaglia per cercare di modificarlo, almeno nelle par­ti più sensibili, come è ad esempio avve­nuto per il decreto sicurezza. Ma il dato complessivo, 102 leggi promulgate, di cui 87 di iniziativa governativa e appena 15 di iniziativa parlamentare, cioè scrit­te da deputati o senatori, dà bene l’idea di come la «mente» non solo politica, ma anche legislativa, abiti molto più a Palazzo Chigi che a Montecitorio o a Pa­lazzo Madama.

Le leggi «dei parlamentari»
Tanto per scendere nei dettagli, oltre alle leggi già citate, i parlamentari sono riusciti a fare approvare i seguenti prov­vedimenti: l’arruolamento dei congiun­ti di appartenenti alle Forze armate vitti­me del dovere, la ratifica della Conven­zione Onu contro la corruzione, l’adesio­ne al Trattato sulla cooperazione tran­sfrontaliera, l’istituzione della giornata nazionale contro la pedofilia e la pedo­pornografia, la disciplina per lo svolgi­mento del referendum sulla legge eletto­rale, lo sbarramento del 4 per cento alle europee, l’ammissione al voto domicilia­re degli elettori gravemente infermi, il passaggio di alcuni Comuni dalle Mar­che all’Emilia Romagna, l’istituzione del premio «Arca dell’Arte», la modifica del­la Commissione infanzia e la proroga delle missioni internazionali. Mentre il governo si è dedicato, certamente, an­che a «piccoli» provvedimenti (basta pensare ai tantissimi, che riguardano re­altà locali, contenuti nei decreti cosid­detti omnibus), ma soprattutto a leggi di impianto generale come, appunto, il pacchetto sicurezza, il federalismo fisca­le (a cui mancano però i decreti attuati­vi), la riforma della scuola o lo scudo fi­scale che dovrebbe essere approvato og­gi, in via definitiva, alla Camera. Oppure a interventi sensibili come il lodo Alfa­no (l’immunità per le più alte cariche dello Stato) che ha fatto scatenare la bat­taglia tra maggioranza e opposizione. Se invece si prendono in considerazio­ne i testi presentati, ma non ancora ap­provati, alla Camera e al Senato, allora le cifre si ribaltano: su 4385 disegni di leg­ge ben 4200 vengono da deputati e sena­tori e solo 150 dal governo. Che vuol di­re una cosa importante: le proposte par­lamentari per lo più si arenano nelle sab­bie legislative. Per tanti motivi, tra cui anche il superamento da parte di altri ddl, ma soprattutto per la priorità che il calendario parlamentare assegna ai prov­vedimenti considerati più importanti dal governo in carica.

Il lavoro nelle Camere
Ma quanto lavorano i parlamentari? Se lo sono chiesto, proprio in questi gior­ni, con una punta polemica, sia l’ex presi­dente della Camera, Pier Ferdinando Ca­sini («Il Parlamento lavora sempre me­no ») ed Enrico Letta rispetto alla ridotta attività di Montecitorio dopo la pausa estiva. Impossibile quantificare il lavoro realmente svolto nei loro uffici privati al Senato o alla Camera. Come è arduo fare una media di quello consumato nelle commissioni, di cui, per forza di cose, si può avere solo un dato complessivo (quelle permanenti di Montecitorio han­no totalizzato finora 4788 sedute per un impegno di 2595 ore e 15 minuti). Un da­to che invece si può conoscere è quello relativo al lavoro in aula. Facendo la me­dia (comprensiva anche dei giorni di ri­poso) viene fuori che un deputato lavora al massimo 16,52 ore a settimana men­tre il collega senatore 9 ore e mezza. Mentre partecipa a 3,04 sedute a settima­na contro le 3,7 di Palazzo Madama. È be­ne però precisare che si tratta del «massi­mo » di lavoro che ogni parlamentare ha effettuato in questo primo scorcio di legi­slatura, perché, come tutti sanno (e co­me appare evidente dai resoconti parla­mentari ormai anche via tv), le assenze in aula sono molto consistenti. In totale, da fine aprile del 2008 all’agosto del 2009 alla Camera si sono svolte 212 sedu­te per una durata complessiva di 1152 ore e 39 minuti e al Senato 258 sedute per 672 ore e 57 minuti.

La settimana tipo
Questa la settimana tipo del parlamen­tare: arrivo a Roma (per chi ha residenza altrove) il lunedì, solo per i pochi che partecipano alla discussione generale di una legge o, normalmente, il martedì mattina, aula dal martedì al giovedì, poi si riprende la settimana successiva. Per­ché solo raramente si lavora il venerdì e rarissimamente il sabato e la domenica. Quasi sempre, anche alla Camera, nono­stante il presidente Gianfranco Fini ab­bia proposto una mini-riforma organiz­zativa che prevede la «settimana lunga» (da lunedì a venerdì) per concentrare in sette giorni al mese la pausa che permet­te a deputati e senatori di essere presenti nei collegi in cui si è stati eletti. Le vacan­ze sono fissate in genere dall’inizio di agosto a metà settembre e nel periodo natalizio.

Il confronto con la Francia
Così solo in Italia? Se si getta uno sguardo ai «cugini» francesi che hanno ugualmente un sistema bicamerale e con numeri simili (577 deputati all’As­semblea nazionale contro i 630 della no­stra Camera e 343 senatori contro i no­stri 315), si scopre che le cose non van­no in modo tanto diverse. Risalendo al­l’anno legislativo che va dal primo otto­bre 2007 al 30 settembre 2008, l’ultimo di cui si hanno dati ufficiali, si scopre che su 103 leggi approvate ben 89 sono «projets de loi», cioè di iniziativa gover­nativa, mentre solo 14 sono «proposi­tions de loi», di iniziativa parlamentare. Con un ritmo di lavoro leggermente più alto rispetto a Montecitorio, prendendo in considerazione l’Assemblea naziona­le: 246 sedute con una media di 4,7 a settimana e 919,50 ore con una media di 17,7 ore a settimana.

I tempi (lunghi) del Parlamento, Paolo Foschi e Roberto Zuccolini, Il Corriere della Sera

Contro l’omofobia

Che cosa deve ancora succedere perché la politica e le istituzioni affrontino il grave problema dell’omofobia nel nostro paese? Deve succedere qualcosa di irreparabilmente grave perché ci si assuma questa responsabilità in parlamento? Credo di no. Credo che un paese che si definisce civile debba avere il coraggio di guardare negli occhi questa escalation di violenza omofoba e transfobica.

Debba saperne parlare; saper dire che sì, nel nostro paese la paura del diverso è riaffiorata con violenza e che il razzismo e l’omofobia hanno una matrice comune e vanno affrontati insieme.

Questo bisogna fare e bisogna agire. Sono relatrice della legge contro l’omofobia in discussione in Commissione Giustizia alla Camera.

Una discussione lenta.

Ora, dopo l’ennesimo episodio di violenza omofoba a causa del quale due ragazzi hanno rischiato la vita, il Parlamento sembra essersi svegliato. Per ora il Partito democratico, che per fortuna compattamente ha inserito la proposta di legge contro l’omofobia tra le sue priorità di settembre.

Ora tocca al centrodestra dire se voglia affrontare seriamente e senza ideologie il problema dell’omofobia.

E’ una legge che dovrà essere approvata da tutto (o quasi) il Parlamento. Perché è una legge di civiltà e tutti se ne devono fare carico: maggioranza e opposizione. Quei due ragazzi che qualche sera fa a Roma hanno rischiato di morire, hanno come unica colpa quella di essere se stessi.

Questo non è più accettabile. L’omofobia è lo specchio di una società, quella italiana, che ogni giorno si scopre più razzista, intollerante e chiusa.

Dobbiamo fermarci ed invertire questa rotta tutti insieme, sia dentro le istituzioni che nella società. La legge contro l’omofobia può essere un primo passo.

Contro l’omofobia, Anna Concia, Articolo 21

Un politico Strano (Nino)


“Sei un cesso corroso! Sei un frocio mafioso! Sei una merda! Sei una checca squallida!”

Queste gentili parole sono state pronunciate il 24 gennaio 2008 a Palazzo Madama dall’allora senatore della Repubblica Nino Strano, che ce l’aveva col suo (si fa per dire) collega, il senatore dell’Udeur Stefano Cusumano, reo di aver votato la fiducia al Governo Prodi.

Governo Prodi che non ce la fece comunque e, quello stesso giorno, cadde. Allora il nostro Strano festeggiò a spumante e mortadella (una “sottile” allusione a Romano Prodi) che trangugiava avidamente spingendola colle mani fin dentro la bocca spalancata per la diretta televisiva. Dopo queste eroiche gesta però si spensero i riflettori sul catanese Nino Strano, ormai orfano di An e triplicemente trombato, a cominciare proprio dalla caduta di Prodi, poi alle politiche del 2008 e infine alle europee dello scorso giugno, in entrambi i casi candidato del cosiddetto Popolo delle Libertà.

Si ricordò di lui, invece, la Giustizia. E nel maggio dello scorso anno l’ex senatore Strano fu condannato in primo grado a due anni e due mesi di reclusione insieme all’allora sindaco di Catania Scapagnini (il medico–guru amico del premier) e altri 5 assessori della giunta: abuso d’ufficio e violazione della legge elettorale per i contributi previdenziali concessi – guarda caso tre giorni prima delle elezioni comunali del 2005 – dal Comune di Catania ai dipendenti per i danni causati dalla cenere dell’eruzione dell’Etna nel 2002.

Insomma Strano ha un curriculum che non lascia indifferenti. Se n’è subito ricordato il Presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo – nelle scorse settimane alle prese con pasti e rimpasti della sua Giunta ballerina e perciò alla ricerca di tipi tosti – che si dev’esser rivisto su You Tube il filmato che mostra Strano in tutta la sua natura (e che il Nostro non è riuscito, finora, a far rimuovere minacciando You Tube e scrivendo una lettera di fuoco ma dall’italiano un po’ incerto all’autrice del Post) prima di chiamarlo nella sua nuova compagine di governo e dandogli naturalmente la delega al Turismo: chissà, almeno saprà come promuovere i prodotti tipici dell’Isola, il salame di Sant’Angelo di Brolo, il cacio ragusano e via – avrà pensato Lombardo.

Ma Strano però, forse per il colesterolo alto, ha abbandonato i salumi per una nuova e più conveniente passione: le coste siciliane. Ché ce n’è ancora qualche tratto sperduto scampato alla solita colata di cemento dell’invincibile lobby dei palazzinari sempre pronti a elargir danari. Così Strano ma vero ecco la sua crociata già divampata: “Voglio incontrare i sindacalisti e le associazioni ambientaliste per ridiscutere l’attuale divieto a costruire entro i 150 metri dalla costa(…) Bisogna capire quali siano le ragioni del vincolo, senza escludere la possibilità di variare questo parametro.” – ha dichiarato qualche giorno fa. Ché dà fastidio il divieto (anche se abbondantemente ignorato) di costruire entro i 150 metri (prima erano 300) dalla costa e bisogna arrivare a una modifica della norma grazie alla quale “sarà possibile ridurre ulteriormente la distanza dal mare, se sarà ritenuto opportuno o, al contrario, a seconda dei casi, aumentarla – chiosa Strano – ma costruire non è sempre negativo, pensiamo al Colosseo” (…).

Strano. Ma vero.


Un politico Strano (Nino)
, Alessio Gervasi, Antefatto

"Mentì per salvare Berlusconi"

Il Tribunale di Milano nello scorso mese di febbraio ha condannato David Mills alla reclusione per 4 anni e sei mesi, senza concessione delle attenuanti generiche, oltre al pagamento delle spese processuali, al risarcimento del danno e alla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici.

Oggi è stata depositata la motivazione della sentenza.

Il reato accertato è quello di corruzione in atti giudiziari commesso da David Mills. Mills è stato pagato da Silvio Berlusconi perchè rendesse false testimonianze in alcuni processi che lo riguardavano (“Guardia di finanza”e “All Iberian”).

La Presidenza del Consiglio si era costituita parte civile e le è stato riconosciuto il risarcimento del danno conseguente al reato commesso da Mills, che ha leso i diritti fondamentali della pubblica amministrazione. La somma liquidata per risarcire il danno è di € 250.000 oltre alle spese processuali pari a 25.000 € (calcolati sulla base delle 47 udienze che si sono svolte).

Il processo per la corruzione di David Mills da parte di Silvio Berlusconi si era aperto con il rinvio a giudizio di entrambi nel 2006 (per i reati previsti dagli articoli 110, 319, 319ter e 321 del codice penale e commessi fino al 1998). La posizione di Berlusconi era stata stralciata in seguito all’entrata in vigore del “lodo Alfano” sull’immunità alle c.d. alte cariche dello stato.

Il Tribunale ha motivato con queste parole la sanzione irrogata a Mills:

Alla dimostrata colpevolezza segue l’applicazione a Mills Mackenzie Donald David delle sanzioni di seguito indicate.

Nel determinare l’entità della pena da infliggere deve essere, in primo luogo, considerata l’oggettiva gravità della condotta, di assoluta rilevanza nei procedimenti in cui è stata posta in essere, anche in ragione della qualità e del numero dei reati ivi giudicati;

va poi considerato il ruolo istituzionale di alcuni dei soggetti imputati nei procedimenti penali in cui David Mills rendeva falsa testimonianza;

lo spessore degli interessi economici in questione;

l’entità del danno causato alla parte lesa, come verrà infra illustrato.

Deve parimenti essere tenuta in considerazione l’inusitata intensità del dolo, evidenziata dalla natura non occasionale delle condotte e dalla inflessibile determinazione con cui le stesse sono state progettate e portate a compimento dall’autore in tempi diversi ed innanzi ad Autorità giudiziarie differenti.

Da ultimo, non può non evidenziarsi il movente sotteso alle condotte di Mills. Egli ha certamente agito da falso testimone, da un lato, per consentire a Silvio Berlusconi ed al Gruppo Fininvest l’impunità dalle accuse o, almeno, il mantenimento degli ingenti profitti realizzati attraverso il compimento delle operazioni societarie e finanziarie illecite compiute sino a quella data; dall’altro, ha contemporaneamente perseguito il proprio ingente vantaggio economico.

Il collegio deve sottolineare che parte del lavoro dibattimentale svolto è stato dedicato specificamente alla approfondita verifica della tesi difensiva offerta dallo stesso imputato in ordine alla provenienza alternativa, di carattere lecito, della somma corruttiva; tesi rivelatasi alla fine totalmente falsa e frutto di un astuto tentativo personale di precostituzione di prove“.

19 maggio 2009: la sentenza del Tribunale di Milano che condanna David Mills

Leggere anche:

Sentenza Mills: “15 anni di schifezze. Illeciti, reati penali, violazioni fiscali…”

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