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Quello che non farà il Governo Letta-Letta

Ad oggi ancora non conosciamo i nomi dei 101 parlamentari del Pd che hanno, consapevolmente e premeditatamente, affossato la candidatura di Prodi per il Quirinale per allearsi con B. Ma basta leggere i nomi dei Ministri, dei Vice e dei neo-Sottosegretari per farsi un’idea. Ad oggi ancora non conosciamo gli elementi sulla base dei quali Letta e B. hanno stretto, con la benedizione e l’approvazione di Napolitano, la loro intesa politica. Ma basta sentir parlare i berlus-clones per farsi un’idea. I cittadini in questo Paese non contano niente. Gli elettori di centrosinistra hanno votato una coalizione per mandare B. a casa e si ritrovano B. come alleato. Meglio: B. è il vero azionista di maggioranza di questo Governo. Infatti vuole presiedere la “Nuova Bicamerale”.

Non verrà fatta una legge anti-corruzione (come richiede l’Europa dal 1999); non verrà fatta una legge sul conflitto di interessi; non verrà fatta una legge sul falso in bilancio; non verrà fatta una legge per velocizzare la consegna a cooperative sociali dei beni confiscati alle mafie, che non saranno minimamente toccate nei loro ingenti patrimoni riutilizzati in attività borderline (vedasi i compro-oro, le agenzie per le scommesse sportive, le sale giochi con i videopoker, forse i nuovi negozi dove acquistare sigarette elettroniche).

Non verrà fatta una legge per salvaguardare il paesaggio e dichiarare illegittimi tutti i condoni edilizi; non verrà fatta una legge per imporre ai privati la bonifica di tutti i siti contaminati, perché il diritto alla salute non può essere barattabile; non verrà fatta una legge per mettere in sicurezza tutte le strutture pubbliche a cominciare dalle scuole che si trovano in territori a rischio idrogeologico. Non verrà fatta una legge per favorire l’adozione di provvedimenti volti a migliorare l’efficienza energetica di tutto il nostro patrimonio edilizio esistente, manco censito.

Non verrà fatta una legge per confiscare i beni ai grandi evasori fiscali; non verrà fatta una legge per portare la banda larga in tutto il Paese con l’intento di favorire nuovi processi culturali; non verrà fatta una legge per stimolare l’innovazione tecnologica e scientifica; non verrà fatta una legge per garantire pieni e veri diritti civili e sociali a tutte le cosiddette “minoranze” di questo Paese; non verrà fatta una legge per ridurre drasticamente gli sprechi da armamenti, dovendo essere in teoria un Paese che ha “il diritto alla pace” nella Costituzione ignorata, ma esaltata all’occorrenza; non verrà fatta una legge per imporre ai partiti di tenersi fuori dalla Rai, da Finmeccanica, da Eni, da Enel, con i vertici nominati sulla base delle loro capacità; non verranno abolite le Provincie, non verranno accorpati i piccoli Comuni che potrebbero condividere funzioni e servizi, né verranno ridimensionati gli sprechi della Pubblica Amministrazione.

Non verrà, insomma, fatto un cazzo (eufemismo tecnico). Quel poco che sarà prodotto da questa sorda e cieca e irresponsabile e amorale classe dirigente sarà poi, peraltro, ampiamente enfatizzato da una mansueta ed addomesticata categoria di giornalisti che l’etica della responsabilità non sa neanche cosa sia. E tutto questo sarà possibile perché l’Italia è un Paese diviso su tutto, da tutti o quasi, con una cittadinanza imbarazzante e gretta e ignorante che non può disprezzare questa classe politica che la malgoverna da 20 anni perché la guarda con ammirazione, la idolatra, vorrebbe sostituirsi ad essa solo per poter disporre degli stessi privilegi che critica ingiuriosamente; né può, quindi, non avendone gli anticorpi, ribellarsi, essendo inconsapevole e accettando quel che gli è stato messo velenosamente nel piatto in questi anni senza mai interrogarsi scrupolosamente o farsi attraversare dal dubbio che si stava (e si sta) consumando sui propri diritti e principi costituzionali un massacro etico ed estetico.

Con il paradosso finale che chi, invece, si impegna senza alcun eroismo per ricercare una nuova ed urgente coesione emotiva e politica e sociale viene ostracizzato, per invidia e malafede e ignoranza, da chi, anche nell’alveo del centrosinistra, è complice o corresponsabile di questo disastro prolungato.

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Il Paese vuole il cambiamento. La politica lo rifiuta

Giorgio Napolitano è stato (ri)eletto Presidente della Repubblica. Per la prima volta nella Storia del nostro Paese. La conferma, giunta dopo una settimana di grandissime tensioni e divisioni, è arrivata con i voti di Pd, Pdl, Scelta Civica e Lega. E con Grillo che ha gridato al “golpe”. Ritrattando, parzialmente, poi le parole pronunciate a caldo, ieri sera. Nel mezzo, non solo si è consumata la fine ingloriosa del Partito Democratico, almeno per come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi, ma anche si è vissuto, forse, l’ultimo e definitivo strappo tra la nazione e la politica. I cittadini, in questi anni, non unicamente ma soprattutto quelli che si riconoscono “nell’area del centrosinistra”, con una pluralità di scelte e di testimonianze – vedi il successo dei quesiti referendari, vedi la partecipazione attiva delle donne di “Se non ora quando”, vedi la richiesta di coinvolgimento dei cittadini della Val di Susa nell’ambito della Tav Torino-Lione, vedi l’affermazione “anti-sistema” del M5S alle ultime elezioni (dopo i successi a Parma e in Sicilia) – hanno posto, con tenacia, una domanda di cambiamento.

La risposta è stata, invece, la peggiore che poteva essere data. Indifferenza totale. Sordità estrema davanti all’urlo di dolore di un Paese inferocito e sfiduciato. Come ho scritto stanotte su Fb, il voto del 25 febbraio ha bocciato Monti e le larghe intese che lo hanno sostenuto: ora riavremo un governo pressoché identico, ma con interpreti diversi. In queste settimane ci sono stati appelli e mobilitazioni per sostenere la candidatura al Quirinale di Stefano Rodotà, nome autorevolissimo su cui buona parte del Paese ha riposto la propria speranza per poterlo finalmente cambiare in meglio, con questa proposta sostenuta dal M5S, da una parte minoritaria del Pd e da Sel: ma la politica ha scelto Napolitano.

Addossare la responsabilità di questo disastro unicamente a Bersani sarebbe scorretto; ma è indubbio che, da segretario (dimissionario), abbia le responsabilità più grandi, non essendo riuscito a governare le mille correnti createsi venendo, pertanto, travolto da questo fiume carsico mosso spavaldamente soprattutto dalla bramosia di potere di taluni sedicenti “giovani”. Tutti devono prendersi la propria parte di responsabilità. La profonda lacerazione interna, all’interno di un sistema politico già in profonda crisi etica e culturale, sta seriamente facendo sprofondare il Paese in una dimensione di assoluta pericolosità, non potendo nessuno escludere che l’attuale instabilità possa degenerare, prossimamente, in tensioni sociali di una certa entità. Sul Sole 24Ore D’Alimonte illustra, con grande chiarezza, le ragioni dell’implosione del Pd, sostanzialmente mai affermatosi per la sua identità e per l’assenza di un progetto credibile di futuro, avviatasi con la sconfitta elettorale del 25 febbraio (elezioni a cui si è giunti senza aver cambiato la legge elettorale, a causa della quale i parlamentari non usciti dalle primarie di fine dicembre non rispondono che ai loro capibastone – e azzardo alla luce dei fatti – con il bastone usato da questi, per esempio, contro Prodi).

Le ceneri finora tiepide si sono surriscaldate di colpo e rischiano di ardere quel che resta di un soggetto politico nato morto, anche per la folle egolatria dei “padri nobili” il cui unico fine è sempre stato la conservazione del proprio status quo. E anche l’analisi di Alessandro, amarissima ma oggettiva, imporrebbe un dibattito autentico e franco. Teso a rifondare sulla base di una prospettiva collettiva e condivisa. Anche per questo, parlare oggi di scissione, è fin troppo facile. Ma non è questa la soluzione. Bisogna restare uniti, come dice Pippo. Mandando, però, urgentemente, a casa “quelli-di-sinistra-che-odiano-la-sinistra” perché quel che occorre “non è una rottamazione, ma una rivoluzione”.

E questa, per realizzarsi, e compiersi quella metamorfosi della politica, dice Barca all’Unità (ma lo dice anche Pippo, da tempo), deve prevedere un nuovo legame costitutivo tra i cittadini e nei territori sanando quella ferita ad oggi profondissima che risiede nella mancanza di fiducia degli elettori. Una palingenesi culturale, etica e sociale dei partiti nei quali si possa tornare a confrontarsi costruttivamente, non criminalizzando chi la vede diversamente, e valorizzando chi, portatore di saperi ed esperienze chiare e genuine, sappia proporre soluzioni condivise ai mali della propria comunità.

“La libertà non può mai essere barattata”

Era il 1978 e queste parole, pronunciate dal neoeletto Presidente della Repubblica Sandro Pertini, nel suo primo discorso – eletto con 832 preferenze su poco più di 900 grandi elettori – risuonarono prepotentemente nell’aula di Montecitorio. Pertini è stato, con Ciampi, forse, il Presidente più amato nella storia della nostra Repubblica. C’era tra lui e il popolo una profondissima e limpida  empatia. Dovuta alla sua autenticità ed autorevolezza. Aveva una storia personale che lo rendevano credibile. Con la sua vita, imbevuta di coerenza e spesa nel nome della giustizia, incarnava perfettamente i valori costituzionali.

Sono passati 35 anni. Il Paese, già allora in difficoltà, oggi – la sensazione è fortissima – è un non-Paese. Diviso in tutto. Non c’è alcuna unità e coesione. La ragione individuale ha preso il sopravvento su quella collettiva. Al bene comune e a quello dei cittadini sono completamente indifferenti i vertici delle Istituzioni e la gerontocratica classe dirigente di questa nazione. La “questione sociale” è totalmente posta in secondo piano. Non si ha la minima percezione che potrebbe scoppiare una ribellione civile, tanto inattesa quanto violenta e rabbiosa.

Ci sarebbe bisogno, oggi più che mai, di un Pertini o di un Ciampi. Proprio per quel bisogno ineludibile di poterci affidare a qualcuno di credibile. Di avere un punto di riferimento che sappia accogliere i malumori dei cittadini e sappia andare oltre il semplice monito, esigendo un cambiamento non solo di paradigmi, ma anche uno stravolgimento di prospettive e di visioni. Per poter progredire con meno ansia ed inquietudini verso il futuro. Un Presidente-partigiano che, nel nome della Costituzione, predetermini  una pacifica rivoluzione culturale e morale che trasformi dal basso e in profondità questo Paese. Che sia l’interprete più appassionato di una palingenesi sociale. Ma tutto questo, temo, difficilmente avverrà.

Nonostante una spontanea e bellissima mobilitazione popolare – rinvigorita moltissimo dai social media e network – a favore della candidatura al Quirinale di Stefano Rodotà (qui una sua intervista per l’Espresso, tra le tante che potrebbero citarsi in queste ore), insigne giurista e mite innovatore, ad oggi, e soprattutto dopo la burrascosa assemblea di ieri sera dei parlamentari del Pd (all’interno del quale, per correttezza, è opportuno indicare chi, da tempo e con coerenza, la vede diversamente) – che non hanno recepito all’unanimità la proposta formulata dal M5S (invitato mediaticamente da più fonti, razionalmente, verso questa ipotesi autorevolissima) – Bersani, Berlusconi e Monti, con le rispettive pattuglie di parlamentari consenzienti, nel nome di “un’unità nazionale” che intravedono però solo loro, voteranno il candidato Franco Marini. Si, l’ex sindacalista della Cisl che occupa le Istituzioni da decenni e la cui storia personale – ecco ancora una volta la nostalgia per Pertini – è ignota ai più. Nel senso, non si capisce per queli meriti politici e civili una simile figura meriti un riconoscimento cosi elevato. Parliamo, per intenderci ancora meglio, di quel Marini che con D’Alema (altro nome, con Amato, rimasto segretamente papabile nel caso le votazioni per Marini dovessero andare per le lunghe) nel 2001 complottò contro Prodi. Ecco, non sappiamo cosa accadrà oggi, e quale sarà il destino del nostro Paese, nel prossimo futuro, quello a cui guardo con grande preoccupazione – essendo, nonostante tutto, un innamorato pazzo del mio Paese, fondato sulla Costituzione e sul sangue dei tanti miei coetanei, e non solo, che per la sua Unità sono morti – ma forse Alessandro ha ragione. E anche Michele Serra, qui sotto. Povera Italia.

Silvio si riprende il Paese?

13 04 2013 silvio a bari

E’ possibile, se non probabile. Tocca essere oggettivi e provare a rispondere a questo quesito, che in qualsiasi altra parte del mondo non sarebbe manco ipotizzabile se associato al politico che ha governato il Paese per quasi 9 degli ultimi 12 anni e per la cui gestione fallimentare ed irresponsabile – senza considerare, in questa sede, i suoi vizi privati a causa dei quali siamo stati sputtanati nel mondo – ci siamo ritrovati l’esecutivo Monti (con la complicità del Presidente Napolitano che lo ha detronizzato pur in assenza di una sfiducia politica/parlamentare e con quel che è sembrato un abuso di potere legittimato da quello superiore dei “mercati europei”), con la giusta dose di onestà intellettuale.

Per quanto la risposta, per la medesima onestà, e senza alcuna ipocrisia, mi generi una certa inquietudine. Avendo a cuore la tenuta etica e sociale del nostro Paese. Oggi soffocato dalla più grave crisi economica e finanziaria di sempre, corroborata dalla più grave crisi morale ed etica di sempre, con entrambe che hanno ottenebrato, pericolosamente, il senso dello Stato di tutta la classe dirigente italiana, gerontocratica e autoreferenziale.

E considerata, inoltre, la complicità e la contiguità culturale dell’attuale establishment del centrosinistra (praticamente lo stesso da 30 anni o quasi) che rappresenta il principale alleato politico dello “statista di Arcore”, pronto a rianimarlo politicamente ad ogni occasione, non essendo capace di concepire e di progettare, senza di lui, il cambiamento ineludibile di cui questo Paese ha un tremendo bisogno, mettendosi autocriticamente in discussione per le sue “mirabili e continue vittorie”.

“Il comizio di domani – scrivevo ieri – è il primo della nuova campagna elettorale che potrebbe aprirsi a breve se i suoi approcci “inciucisti” verso il Pd dovessero fallire“.

E sostanzialmente ha confermato, oggi pomeriggio, la mia riflessione:

“Ci sono due possibilità: o governo politico di larghe intese o si vota a giugno”.

Il comizio, in una gremita Piazza Prefettura, e introdotto dal contestatissimo striscione apposto arbitrariamente e scorrettamente sul Municipio dal Sindaco Emiliano (che ha cercato furbescamente, con questa iniziativa fintamente garbata ed ironica, di farsi pubblicità a livello nazionale), è stato, peraltro, assai deludente. Lo “shock” annunciato non c’è stato. Nè è stato annunciato il nuovo partito. E’ stato, invece, e come peraltro già annunciato nel post di ieri, il copione di sempre, recitato quasi con “sobrietà” non volendo far naufragare definitivamente la scialuppa di salvataggio su cui vorrebbe far salire Bersani, per un governo di larghe intese finalizzato soprattutto ad amnistiarlo, con un Presidente della Repubblica “gradito”, ove condannato. Con il saluto finale, anche questo da grandissimo comunicatore qual è, percepito come l’ennesimo “arrivederci”:

“Voglio ringraziarvi di nuovo per essere venuti qui. Grazie di avermi ascoltato con tanta attenzione. Vi ho fatti partecipi dei nostri propositi, speranze e preoccupazioni. La notte è più buia prima dell’alba. Non riusciranno a toglierci la nostra positività e le proposte per cambiare in meglio il Paese che amiamo. Vi abbraccio tutti. Continuate a volervi bene. Viva l’Italia, viva Forza Italia, viva il pdl, viva la libertà, viva la nostra e la vostra libertà”.

 

La (poca) saggezza di chi ci governa

Basta con questi esasperanti politicismi, miseri e di parte, alimentati da oltranzisti irresponsabili che fanno finta di non vedere una cosa semplicissima: l’elastico della pazienza si è spezzato. Nel nostro Paese potrebbe esplodere, da un giorno all’altro, una guerriglia. E non lo dico per fare dell’allarmismo sociale; ma perché l’indifferenza verso “la questione sociale” non è più tollerabile. Da questa derivano quella politica ed economica. Non sono pochi, ormai, anche tra i politologi e gli opinionisti su tutto dei giornali e gli aspiranti omologhi sui loro blog virtuali, quelli che dichiarano che la vera partita politica è la nomina del prossimo Capo dello Stato.

Il ruolo del Presidente della Repubblica è fondamentale, delicato, strategico, mai come in questi ultimi anni nei quali il mondo è cambiato, anche se non tutti lo hanno capito. Questa elezione, però, in un Paese normale doveva diventare occasione di coesione, per unire, per il bene degli italiani, una terra lacerata da divisioni di ogni tipo, spesso pretestuose e per questo ancor più inaccettabili, da un punto di vista etico. In Italia, no. Come se non ci fosse una delle più gravi crisi di sempre. Come se l’ennesimo bollettino sulla disoccupazione, soprattutto giovanile (il 64% dei miei coetanei pronti a trasferirsi all’estero, avendo perso, forse, non soltanto la speranza), riguardasse i marziani, e non gli italiani.

Dal Presidente della Repubblica ancora in carica, perciò, forse, ci saremmo aspettati qualcosa di più. Alla luce, soprattutto, di un settennato non proprio indimenticabile. C’è stata la crisi, certo. C’è stato un decadimento sconcertante, soprattutto morale, della classe dirigente politica di questo Paese. Ma un Presidente, proprio in virtù di queste vicende che non possono diventare alibi, doveva cercare un confronto maggiore con i cittadini. Il loro ascolto. Per proteggerli meglio e maggiormente. Essendo rimasto, per tanti, legittimamente, l’unico punto di riferimento istituzionale. Per dare, pertanto, conforto e fiducia, nonostante tutto. Non lo ha fatto, per tante ragioni. Ora, non essendo un costituzionalista, non mi permetto di giudicare giuridicamente le sue ultime scelte; ma da cittadino, preoccupato, qualche considerazione, non volutamente polemica, vorrei farla.

Il Paese uscito dalle urne non è parente di quello che vi è entrato. Questa verità, non percepita dalla stragrande maggioranza dei componenti della gerontocratica classe dirigente di questo Paese, si è manifestata in modo violento: essenzialmente con il successo larghissimo di Grillo e del suo Movimento, ma anche con la spietata bocciatura dell’esecutivo di Monti (imposto da Napolitano, nonostante una non-sfiducia politica e parlamentare di Berlusconi, costretto col Pd, poi, a sostenere questo nuovo esecutivo benedetto dall’oligarchia bancaria europea). Il Paese esigeva ed esige un cambiamento reale e leale. Immediato. Non è avvenuto, ad oggi, niente di tutto questo. E non credo, a meno di clamorose rivoluzioni politiche ad oggi manco ipotizzabili, avverrà prossimamente.

Il Paese è spaccato in tre parti, quasi uguali. Ciascuna esprime anche una visione culturale. Ed è, per questo, che la vera crisi, come ripeto da tempo, è soprattutto di questo tipo: morale e culturale. La disperazione porta, purtroppo, da un lato al fanatismo e dall’altro alla cecità, quando entrambi gli atteggiamenti, singolarmente o insieme, nuociono poi a tutta la comunità nella quale queste fazioni cercano di imporre la propria egemonia.

Questo Parlamento, grazie al(l’elettorato del) Pd e al M5S (dati alla mano), come mai nella Storia del nostro Paese, è costituito da giovani e da donne (con le donne assenti, ingiustificatamente, nelle due commissioni di saggi predisposte da Napolitano) a dimostrazione dell’occasione irripetibile, che stiamo sprecando a causa di immorali veti incrociati e per la criminale idiosincrasia di Grillo per la Costituzione, di cambiare le cose in questo Paese, per riscriverne, forse, la Storia e consentire, a noi e a chi verrà dopo di noi, di frequentare il futuro con meno inquietudine e ansia.

All’elezione del nuovo Capo di Stato, si dice, sarà collegato il nuovo e forse ultimo tentativo di formare un governo, prima di tornare alle urne. Col rischio, concretissimo, di tornarci con questa legge elettorale e con tutte le criticità di questo Paese ancora irrisolte. Con la possibilità di ritrovarci tra 6 mesi esattamente nella stessa condizione. O, verosimilmente, peggio, se dovessimo andare incontro ad un default finanziario con ripercussioni per tutta l’euro-zona.

Nessuno conosce l’epilogo di questo film horror all’italiana. Manca il coraggio e la generosità, la volontà di sovvertire lo status quo (democraticamente e pacificamente) e una visione. Ed è questa, almeno per me, la cosa più preoccupante.

Come ti cancello l’Ambiente dalle Agende: verso le Politiche/3

Non solo non parlandone affatto o peggio farlo attraverso consumati impegni che poi concretamente rivelano progetti poco puliti, ma anche non candidando chi per questo tema si è battuto e ne ha difeso i principi nelle Istituzioni. Mario Monti, non proprio un ambientalista, e prima di candidare la Presidente del Fai Ilaria Borletti Buitoni (criticata duramente per questa scelta da Salvatore Settis con questa breve lettera), aveva invitato il suo Ministro dell’Ambiente Corrado Clini a predisporre un documento diventato poi l’Agenda Verde per la Crescita. Nel leggere la nota diramata dal medesimo Ministero, ci sarebbe di che essere positivamente sorpresi, essendo molteplici gli ambiti di interesse, ma poi non si illustra il “come” realizzare questi interventi evocati. E i dubbi, poi, non possono non sorgere dopo un anno nel corso del quale le politiche ambientali sono state incerte e molto contestate. Penso da un lato al provvedimento predisposto dal Ministro dell’Agricoltura Mario Catania per limitare il consumo di suolo (ne parlo pure qui e qui) poi arenatosi non soltanto per l’interruzione della legislatura; dall’altro all’inazione e alla mal concertazione avutesi dopo gli ultimi dissesti idrogeologici (ne parlo anche qui) e il terremoto in Emilia. Senza dimenticare, soprattutto, il “Caso Ilva”. Dove oltre a Clini sono coinvolti praticamente tutti. Vendola, Bersani, il Pd. Al primo, non uscito proprio benissimo dalle intercettazioni con Archinà, è stato dedicato dal Fatto Quotidiano questo ulteriore approfondimento. Con Archinà, però, ha parlato pure Ludovico Vico, che non è proprio uno qualsiasi a Taranto. E’ l’ex segretario della Cgil locale che per anni, invece di rappresentare dignitosamente i lavoratori e tutelarne il diritto alla salute, ha banchettato con i vertici del Gruppo Riva. Ha fatto carriera: è diventato parlamentare del Pd. Per lui i “nemici politici” da affrontare e con cui scontrarsi anche duramente, non erano quelli degli altri partiti, no. Era il Senatore Della Seta, del suo stesso partito, il Pd. Reo di essere un ambientalista che propugnava la salvaguardia ambientale della città di Taranto con provvedimenti rigorosi che dovevano abbassare la soglia minima di benzopirene consentito. Il 30 dicembre si sono celebrate in Puglia le parlamentarie del Pd: Vico, col suo terzo posto, sarà confermato parlamentare. Della Seta, invece, è fuori. Insieme ad un altro ambientalista, Ferrante. Con Realacci, invece, inserito in uno dei collegi della Lombardia in posizione eleggibile ma molto bassa a conferma di un non-interesse, ancora una volta, per i temi ambientali. Su questa amara e sporca dicotomia politica si è espresso anche Pippo. Non conosciamo ancora la proposta ambientale del Movimento guidato da Ingroia, mentre siamo consapevoli che il Movimento 5 Stelle di Grillo proprio sull’ambiente ha investito da tempo le sue migliori energie. Ma stupisce ed amareggia che la coalizione che, probabilmente, andrà al Governo del Paese, all’alba del 2013, mostri una tale arretratezza culturale sui temi della green economy, della conversione ecologica del modello industriale, della possibilità di avere un Piano Energetico Nazionale innovativo ed evoluto che contribuisca a creare lavoro e a rendere il mercato appetibile anche agli investitori stranieri. Abbiamo, oltre al sole, al mare e al vento, una grande energia rinnovabile, noi italiani: la nostra intelligenza. Sarebbe, semplicemente, molto stupido non impiegarla per cambiare questo Paese e per iniziare a frequentare davvero – come direbbe Pippo – con speranza ed entusiasmo il futuro.

#listacivicachepassione: verso le Politiche/1

L'Italia Giusta di Bersani

Il Presidente del Consiglio, il sedicente “tecnico” Mario Monti, dopo aver indugiato e tentennato settimane, ha sciolto le riserve: ha deciso “di salire” in campo e proseguire la sua esperienza politica. Candidandosi a fare ancora il Premier, ma non direttamente e in prima persona essendo senatore a vita. Sostenuto da Fini, Casini, Montezemolo, Riccardi, Passera, da ex democratici, ex democristiani, ex pidiellini, ex di qualsiasi cosa come Mastella, oggi ha presentato il logo della sua Lista dopo aver reso pubblica la sua Agenda. Leggendola, emergono alcune certezze, ma anche alcuni dubbi: se il reddito minimo garantito sembra cosa buona e giusta come la prosecuzione del contrasto all’evasione fiscale o l’implementazione di un’agenda digitale che riduca il gap del nostro Paese rispetto agli altri europei con cui si dice di volerci federare in un’Unione stile quella americana; la totale assenza dei diritti sociali e civili, la possibilità che il nostro Paese sia investito da una profonda e strutturale conversione ecologica del modello economico ed industriale, la tutela e la valorizzazione del paesaggio, lascia alquanto preoccupati. Inoltre, a lasciare perplessi, non è solo la confusione generata dalle diverse sensibilità (lo so che è bizzarro, ma c’è anche Alemanno) pronte a sostenere questo “Grande Centro”, ma pure la dialettica utilizzata. Monti in questo anno ha fatto politica, con i partiti, e uno dei suoi principali sostenitori è lo stakanovista della politica Pierferdinando Casini; eppure parla, moltissimo, di civismo e di società civile. Ecco, non mi sembra coerente. Il civismo per me è un’altra cosa. E la società civilissima merita di essere rispettata per davvero. Non presa in giro in questo modo subdolo. Da parte di chi, in possesso certamente di una notevole cultura accademica, testimonia poi un’ arrogante insofferenza verso quelli che sono percepiti come nemici alla sua visione. Se queste sono le premesse, per Monti la strada non può che essere tutta in salita.

L’altra grande novità di queste settimane è la Lista “Rivoluzione Civile” (ecco il logo) di Antonio Ingroia. Sulla candidatura dell’ex Procuratore Aggiunto della Repubblica di Palermo, responsabile delle più delicate inchieste di mafia degli ultimi anni e uno dei principali bersagli della stampa berlusconiana, moltissimo si è discusso nelle ultime settimane, con una netta distinzione tra quanti sostengono entusiasticamente l’iniziativa (Benny Calasanzio) e quanti, non mettendo in discussione il valore dell’uomo e del magistrato, sono rimasti turbati da questa scelta (Peter Gomez e Nando Dalla Chiesa), proprio per un fatto di opportunità. Personalmente non ho condiviso questa scelta per alcune ragioni di principio per me fondamentali. Eccole: 1) l’idea che solo il magistrato possa bonificare la contaminata politica italiana la trovo aberrante, e dopo le esperienze di Di Pietro, Emiliano, De Magistris, Carofiglio (giusto per citare quelli schierati con il centrosinistra) credo sia legittimo desiderare qualcosa di diverso; 2) il sospetto sacrosanto che le inchieste siano state impiegate per accrescere la propria visibilità e la propria accountability presso quella parte di opinione pubblica particolarmente sensibile sui temi della legalità e della giustizia non sparirà presto e facilmente; 3) il non dimettersi dalla magistratura quando si decide di intraprendere questo nuovo percorso senza far passare poi del tempo tra le due attività, senza prestare cosi il fianco ad alcuna strumentalizzazione, è ancora una scelta poco condivisibile; 4) come pure quella di farsi sostenere dai leader politici che in questa immorale Seconda Repubblica hanno fatto solo disastri vivendo esclusivamente della propria iconografia, del proprio divismo, del proprio individualismo politico. Ma, nonostante questi dubbi, si cercherà di valutare il movimento di Ingroia sulla base della sua proposta politica e della capacità di innovare il sistema, pure con metodi e approcci diversi.

E parliamo, infine, del Partito Democratico. Dopo le primarie per la scelta del candidato premier, il 29 e il 30 dicembre scorso, in una data assai infelice, sono stati scelti i parlamentari. Era una delle battaglie politiche di Pippo Civati e di Prossima Italia. In pochissimi lo hanno riconosciuto e lo hanno ringraziato per questo. Per quanto non siano state perfette e la competizione non è sembrata proprio totalmente contendibile e aperta a tutti come non pochi avrebbero desiderato (in quest’ottica si leggono le candidature della siciliana Finocchiaro a Taranto e della toscana Bindi a Reggio Calabria, giusto per fare due esempi), bisogna anche ammettere che senza questa possibilità una candidatura come quella di Liliana Ventricelli non ci sarebbe stata. Invece non solo c’è stata. Ma è stato anche un trionfo. Come vincente è stata la campagna di Antonio Decaro, colui che più di altri ha testimoniato in Puglia i valori e le buone pratiche di Prossima Italia, con la sua sapienza sulla mobilità sostenibile, fronteggiando suo malgrado i colpi bassi del Sindaco Emiliano che ha candidato suo fratello Alessandro, non proprio uno statista e un politico raffinato. Ma il Pd, in queste ultime ore, e dopo aver “ingaggiato” anche lui il suo magistrato (il Procuratore Grasso), è impegnato nella scelta dei profili di alto livello che andranno ad occupare i posti nei listini bloccati. In Puglia come in tutto il Paese. E dalla scelta di queste figure si capirà se e quanto questo Paese sarà in grado di risollevarsi, uscendo a testa alta dalla palude della crisi e riconsegnando una speranza di futuro ai propri cittadini. Speriamo bene. Ma teniamo tutti alta l’attenzione e la concentrazione. Perché non possiamo più sbagliare.

Liliana Ventricelli: “La politica è vita quotidiana”

liliana ventricelli

E’ la 26enne laureanda in Giurisprudenza di Altamura che i Giovani Democratici della Terra di Bari hanno candidato alle Primarie dei Parlamentari che, in Puglia, si svolgeranno il prossimo 30 dicembre, per delle elezioni primarie inedite. Ho avuto il piacere di rivolgerle alcune domande, per conoscerla meglio.

Liliana Ventricelli, laureanda 26enne in giurisprudenza di Altamura e militante da diversi anni nei Giovani Democratici, da questi è stata candidata alle primarie dei parlamentari del pd. Come nasce ed è maturata questa candidatura?

L’idea di questa candidatura è stata la naturale conseguenza di un percorso che ben abbiamo avviato in questi anni. Siamo impegnati da tempo all’interno dei circoli del partito democratico e abbiamo assunto ruoli di guida. Siamo radicati in ogni città, i giovani democratici sono la spina dorsale di questo partito e proporci con un nostro nome in questa tornata elettorale ci è sembrato doveroso. Abbiamo lavorato molto e siamo convinti che l’organizzazione sia pronta per una tale sfida. Abbiamo condiviso un percorso tutti assieme e giovedì scorso la direzione provinciale dei giovani democratici ha approvato all’unanimità questa candidatura. Non è solo il mio nome che stiamo proponendo ma un progetto di rinnovamento fatto da tanti ragazzi che si impegnano quotidianamente nelle proprie città sacrificando tempo per qualcosa in cui davvero credono, che ci mettono passione, impegno, idee e che si propongono come nuova classe dirigente; ecco perché questa candidatura incarna il vero spirito delle primarie.

La Politica, si ripete spesso da anni quasi come uno slogan, non è più in grado di rispondere alle esigenze dei cittadini, i quali non hanno più fiducia nelle Istituzioni e nei Partiti. I giovani, in particolare, oggi sono più attratti, a quanto pare, dal M5S di Grillo, in attesa di valutare il Movimento Arancione di Ingroia. Per lei cosa è la politica?

La politica è vita quotidiana. Credo che tutti indipendentemente dall’età dovrebbero interessarsi alla politica intesa come organizzazione della vita in società. Il movimento di Grillo raccoglie certamente i malumori di questo particolare periodo storico ma è un errore pensare che possa essere la soluzione. Ritengo che il ruolo delle istituzioni sia qualcosa in cui credere a prescindere dalle delusioni, dagli scandali, dalle crisi. Ho sempre poco apprezzato chi contesta senza agire, chi si lamenta e non fa nulla per cambiare ciò che lo circonda e contesto chi non vota, chi non si impegna politicamente, chi non si schiera, chi insegue ora una bandiera poi un’altra. La politica è qualcosa di totalizzante che non può trovarci disinteressati e i partiti pur con tutti i loro limiti sono il necessario strumento di raccordo tra società e istituzioni.

La sua candidatura ha un valore anche simbolico. I giovani che trovano il coraggio di osare e di rischiare in prima persona, testimoni di un cambiamento che vuole essere praticato e non soltanto evocato. Ma immaginiamo che voglia essere valutata soprattutto sulla base della sua proposta. Su quali temi, quindi, spingerà in questa campagna elettorale? Quali temi le stanno più a cuore e potrebbe portare con lei in Parlamento?

Puntiamo sicuramente sui temi a noi piu vicini, quali quello della scuola e dell’università per cui tanto ci siamo battuti in questi anni, ma anche il lavoro precario, software libero, tematiche ambientali. I temi su cui lavorare sono tanti, partiamo da tutto quello che abbiamo fatto in questi anni. Questa candidatura vuol essere un segnale per tutti quei cittadini che ancora credono nella buona politica e per coloro che purtroppo sono delusi. Vogliamo dare fiducia, creare entusiasmo, non solo perche siamo un gruppo di ragazzi, ma perché mettiamo impegno e competenze in quello che facciamo. Non vogliamo pacche sulle spalle o applausi per il coraggio dimostrato proponendoci in queste elezioni primarie, ma vogliamo essere un’ancora e una speranza, dimostrando di essere credibili nonostante la giovane età.

Scegliamo, bene, i nostri parlamentari!

Dopo quelle per la scelta del candidato premier, il Pd farà le primarie per far scegliere al proprio elettorato potenziale i parlamentari che dovrebbero poi rappresentarlo al meglio. E’ questa una grande vittoria politica di Pippo Civati e del suo laboratorio politico “Prossima Italia“, sebbene in pochissimi lo dicano, visto che chiedono da quasi due anni che fossero espletate. Essendo centrali, con questo tipo di consultazione, i temi della rappresentanza, della fiducia e del consenso. Lunedi dovrebbe essere, inoltre, la giornata in cui la Direzione Nazionale del Pd dovrebbe ufficializzare il regolamento e la nuova accensione di tutta la macchina organizzativa per la giornata del 30 dicembre. Ecco, sulla data, ci sono alcune divergenze di vedute. Per Matteo Orfino, uno dei “giovani turchi” che sostengono Bersani, la data è quasi obbligatoria essendo le elezioni politiche il 17 febbraio e non sarebbe possibile farle successivamente. Come, invece, affermano lo stesso Civati e Salvatore Vassallo, autori, ad oggi, dell’unico vero regolamento per le #parlamentarie del Pd, e mai oggetto di una discussione plenaria autentica, che propongono la data del 13 gennaio convinti in tal modo di agevolare la partecipazione ed una maggiore contendibilità delle primarie stesse. Su una cosa, però, Orfino e Civati concordano: che la lista definitiva dei parlamentari non debba prevedere quote bloccate a favore dei maggiorenti del partito che quasi mai col consenso si sono confrontati, essendo stati sempre cooptati; o che questa quota, eventualmente, se prevista, serva per portare in Parlamento, come valore aggiunto, quegli esponenti della cosiddetta “società civilissima” in possesso di importanti requisiti morali e professionali che non avrebbero materialmente il tempo di farsi conoscere al grande pubblico nei pochi giorni di campagna elettorale. Anche Sel, infine, nello stesso giorno e presso le medesime sedi, per evitare possibili brogli, farà le primarie per la scelta dei parlamentari. Dopo che Vendola, per molto tempo, aveva escluso categoricamente questa ipotesi – nonostante in Puglia lui sia il “signore delle primarie” difendendone la dignità dell’istituto con grande tenacia in due occasioni (forse perché favorivano lui?) – e aver ripetuto anche negli ultimi giorni che avrebbe voluto “poter portare in Parlamento un pezzo vero di classe dirigente”. Come? Con la cooptazione, ovviamente. Anche perché Sel non esiste, è un non-partito. Ma davanti all’ottima accelerazione data da Bersani su questo fronte, ha dovuto immediatamente adeguarsi. E fare buon viso a cattivo gioco, per non accusare il colpo mediaticamente. La speranza è che possano essere una grande occasione di confronto per parlare del Paese, di quello che occorre fare per migliorarlo e riformarlo nel modo più innovativo possibile. Insomma che si parli davvero degli italiani, di noi. Di noi che sogniamo uno Stato a misura di uomo, donna, bambino. Con una politica capace di farci anche emozionare e appassionare.

L’endorsement di Emiliano per Bersani

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