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I giovani del pd: vero rinnovamento?

No a chi ha conflitti d’interesse. No a chi ricopre già altri incarichi pubblici. No a chi ha già fatto tre mandati consecutivi. No a chi ha procedimenti penali in corso. Pierpaolo Treglia, laureando barese in Architettura e Responsabile regionale dei Giovani Democratici, è perentorio nel suo atto d’accusa al partito. “Il Pd in questi mesi”, dice Treglia, “sta sfibrando l’entusiasmo di tutti quei giovani militanti che non si riconoscono nello sterile scontro più anagrafico che programmatico tra Bersani e Renzi”. Si parla poco e male di contenuti e di proposte. “Il rinnovamento è tale soltanto se condiviso dal basso da chi ha la stessa interpretazione della politica come bene comune”, prosegue il responsabile dei Gd di Puglia, evidenziando, pertanto, che il cambiamento non può essere soltanto evocato, ma costruito seriamente, giorno dopo giorno. E loro si sentono, legittimamente e pienamente, fortificati dalla pluralità di iniziative promosse da tempo sul territorio, dal lavoro all’ambiente, dal diritto allo studio all’open source, gli interpreti più autentici di questo rinnovamento.

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Agcom, che vergogna

Negli ultimi due giorni la classe politica italiana, non è una novità ma disgusta profondamente constatare ogni volta la sua sempre più grave regressione, ha dato il peggio di sé. Se da un lato ci sono le storie della rinnovata “fiducia” tra Pdl e Lega a favore di Formigoni alla Regione Lombardia e il salvataggio in Parlamento dagli arresti domiciliari per l’ex dipietristra De Gregorio; dall’altro ci sono le nomine dei partiti politici dei componenti delle Authority della Comunicazione e della Privacy. Ha ragione Gramellini, infatti, quando dice che “lavorano tutti per Grillo, ormai. Per Grillo o per qualcosa di molto peggio, perché dopo giornate come quella di ieri risulta ancora più difficile (anche se indispensabile) separare la politica da «questa» politica e la democrazia da «questi» partiti”. Queste due Autorità dovrebbero essere indipendenti e trasparenti, per la loro funzione pubblica. Dovrebbero, perciò, essere selezionati componenti competenti e politicamente inattaccabili. Nulla di tutto questo è avvenuto, come si può desumere da qusta lettura. Per l’ennesima volta. E nonostante i vari proclami delle scorse settimane. In particolare le parole del sen. Ignazio Marino del Pd dovrebbero far riflettere profondamente su cosa siano diventate oggi le nostre Istituzioni e su come vengano spartite le postazioni di comando, in un eterno ed infinito scambio di favori.

Due dei quattro membri dell’authority che dovrà garantire la correttezza dell’informazione radiotelevisiva sono stati scelti da Silvio Berlusconi mentre il Pd ha rinunciato a scegliere due membri per consentire a Pierferdinando Casini di nominarne uno. E quindi il Pd non sarà determinante nello scrivere le regole per l’assegnazione dei nuovi sei canali digitali che l’authority dovrà indicare entro l’estate. Frequenze di grande interesse economico per le aziende di Berlusconi il quale, se avrà il sostegno del membro dell’authority scelto dall’Udc, potrà acquisirle. Vedremo come andrà a finire.

A conferma, inoltre, della più totale inadeguatezza della nostra classe dirigente politica e a condivisione delle parole del sen. Marino, arrivano pure le parole di Milena Gabanelli, la quale oggi scrive che “la legge richiede indipendenza e riconosciuta competenza nel settore, poiché senza indipendenza la competenza può essere utilizzata per favorire una parte contro l’altra, e senza competenza l’indipendenza è inutile e fonte di decisioni casuali”.

In sostanza il commissario Posteraro (dell’Udc), con competenze limitate o assenti, deciderà sul futuro delle comunicazioni italiane. E questo dipenderà da dove si posizionerà Casini. Poteva andare diversamente se il Pd, dopo aver sbraitato per mesi su competenza e curricula, avesse indicato e preteso due tecnici autorevoli, indipendenti e competenti. Avremmo ora la garanzia di affrontare nel merito ogni singola questione, e con un importante ruolo “super partes” del Presidente in caso di parità tra i membri di nomina parlamentare. Purtroppo non sarà così e ce ne accorgeremo molto presto.

La fine del Pd

Si avvicinerebbe, secondo me, con la costituzione di una lista civica – come suggerisce Scalfari – per le prossime Politiche, poichè verrebbe meno proprio il senso per cui era nato il Pd. Ossia, come scrive Pippo, “non per unire Ds e Margherita (i soliti) ma per aprire una stagione nuova, in cui si componesse finalmente il dissidio tra partiti e società civile”. Senza badare, poi, ad uno degli aspetti principali: se già nel Pd la parola “primarie” fa terrore, tanto è vero che quelle per la scelta dei parlamentari o del candidato premier non sembrano sia attualmente all’ordine del giorno, chi sceglierà e con quale metodo di valutazione i componenti di questo listone? Ecco perché il Pd rischia di fare una brutta fine. Perché non c’è chiarezza. Non c’è trasparenza. Non c’è una visione di futuro. L’unica salvezza è che la cosiddetta “base” reagisca definitivamente con l’intento di imporre un nuovo modello politico, che sia prima di tutto culturale e morale. E’ l’unica via per tornare a governare, poi, anche il Paese.

Dopo i ballottaggi, ci sarà una “rivoluzione politica”?

Così commentavo, a caldo, sul mio profilo Facebook. “Il Pd è considerato da molti italiani il meno peggio. Dove, quindi, si scontrava con il centrodestra o la Lega, impresentabili, ha vinto. Dove si scontrava con qualcos’altro di alternativo (sinistra più estrema, M5S, lista civica), ha perso. Ribadiamo un concetto che sta diventando nauseante: questa classe dirigente ha fallito. Se ne deve andare a casa. E’ la fine. Hanno fatto il loro tempo. Mostrassero un minimo di decenza e di responsabilità”. Perché è accaduto, come scrive Alessandro, che a Genova ha vinto Marco Doria, indipendente sostenuto da Sel, che aveva battuto nelle primarie i due nomi del Pd, a cominciare dal sindaco uscente Marta Vincenzi. A Palermo ha vinto Leoluca Orlando dell’Italia dei Valori (il “Tosi dei Valori” come è stato ribattezzato essendo il movimento dipietrista quasi scomparso come la Lega, anche se nessuno lo dice, a favore dell’astensionismo o dei grillini) che farà il sindaco per la quarta volta, dopo che non aveva partecipato alle primarie vinte da Ferrandelli contro Rita Borsellino che lui sosteneva. A Parma, contro l’attuale Presidente della Provincia Bertazzoli, ha vinto, contro tutti i pronostici, il candidato sindaco del Movimento 5 Stelle, Federico Pizzarotti. Per il resto, vince il Pd praticamente da tutte le parti. Quasi, perché in Puglia e in alcune località del Mezzogiorno, il Pdl resiste e riduce i danni. Quindi, ora, per il centrosinistra va tutto bene? Si può festeggiare e cantar già vittoria per le politiche del prossimo anno? Neanche per idea. Sarebbe un errore imperdonabile. Perché i dati di ieri ci dicono una miriade di cose importantissime, nonostante, ancora una volta, il Pd, a cominciare dai suoi vertici Bersani, Letta (“L’analisi del voto su Parma deve tenere conto del fatto che non si tratta di una città qualunque, ma un capoluogo dove ha sempre vinto il centrodestra, mentre il centrosinistra è sempre stato all’opposizione. Vuol dire che l’elettorato del centrodestra ha preferito il candidato grillino ed è una scelta che deve far riflettere non solo noi ma soprattutto il centrodestra che non è andato nemmeno al ballottaggio”) e Bindi (“Io rispetto sempre gli elettori per cui auguro al sindaco di Parma di fare benissimo, ma se il centrodestra va a votare per Grillo qui c’è la confusione massima. Nessuno mi dica che questo è il cambiamento”), non abbia capito niente di quel che sta avvenendo nel Paese. Il primo partito in Italia è oggi quello dell’astensionismo, con oltre il 45% dei consensi. Che il Pd, in moltissime località soprattutto del centronord, ha vinto perché il Pdl e la Lega si sono massacrate con le loro stesse mani e, quindi, i loro elettori si sono divisi tra, appunto, l’astensionismo e il voto di protesta/proposta alternativa del Movimento 5 Stelle. Ma il Pd, per essere oggettivi, si conferma primo partito nel Paese perché mediante le primarie – non dimentichiamocelo – ha consegnato all’elettorato un nuovo blocco di amministratori giovani, per bene e competenti (fino a prova contraria) che hanno vinto con merito e con percentuali onorevoli. Per quanto attiene, pertanto, la “questione settentrionale”, condividendo questa analisi, risulta chiaro che occorrerebbe avviare o riprendere subito il percorso della concertazione e il dialogo con chi i territori li vive tutti i giorni, con i cittadini. Con tutti i portatori di interesse. Per colmare quanto prima e al meglio i vuoti lasciati dal non-voto. Le Politiche del 2013 non sono poi cosi lontane. E se non si fa un lavoro di qualità, come è successo in passato, puntando prima di tutto su una diversa classe dirigente, che sappia comunicare davvero e sappia trasferire una coerente visione del futuro, poi si perde. Brutalmente. Perché ha ragione chi, come Michele Ainis, sostiene che debbano andare “via i leader con la loro corte dei miracoli, via i gruppi dirigenti, via i parlamentari con cinque legislature sul groppone, via i funzionari stipendiati. Gli elettori non si ribellano ai partiti, bensì agli uomini di partito. Perché hanno trasformato la politica in una professione fin troppo redditizia. Perché in questi ultimi vent’anni hanno governato a turno, col risultato di sbatterci sul lastrico. E infine perché stanno sempre lì, inchiodati alla loro poltrona di broccato. Nella seconda Repubblica sono cambiate più volte le sigle dei partiti, ma le facce no, quelle sono rimaste sempre uguali”. Per questo, pure per questo, il Movimento 5 Stelle è letteralmente esploso. Come, poi, ha scritto Massimo Giannini “con il fallimento del Terzo Polo di Casini e senza una seria riforma della legge elettorale, a Bersani non può sfuggire che di qui al 2013 non ci sono vie d’uscita: può solo riproporre un caravanserraglio simil-unionista, insieme a Vendola e a Di Pietro. Una non-soluzione che forse serve a vincere ma non a governare, e che gli italiani hanno già testato con esiti disastrosi nel 2006. Sfiancati da un quasi ventennio di Forza Italia, gli elettori ora chiedono con forza un’”altra Italia””. Il voto in Puglia, invece, è qui ottimamente riassunto. E, quindi, gira e rigira il problema è sempre lo stesso. Facce nuove, giovani, trasparenti. Altre, diverse. Per proiettarci con fiducia e rinnovata speranza verso la Prossima Italia. Vivremo un’estate, credo, più bollente del solito. Ma, credo, non sarà soltanto colpa  del meteo..

La corruzione è il “nemico pubblico” numero uno

Il prolungato ostruzionismo parlamentare del Pdl nella Commissione della Camera in cui si sta discutendo il disegno di legge contro la corruzione – ieri, intanto, a maggioranza è passato l’emendamento del Pd per l’innalzamento consistente delle pene – con la conseguente intimidazione di stampo “criminale” da parte di Angelino Alfano che ha ammesso come l’esecutivo Monti potrebbe perdere l’appoggio del suo partito se questo intero provvedimento diventasse una legge dello Stato, oltre ad evidenziare una volta di più quanta indisponibilità ci sia nell’accogliere il valore della legalità, mi ha sollecitato un approfondimento sul tema della corruzione. E in questo, perciò, mi è stata assai utile la lettura di questo articolo, per la Voce.info, di Alberto Vannucci, esperto pluridecennale del tema, che ho avuto il piacere di ascoltare dal vivo e di persona a marzo scorso quando ho partecipato all’assise nazionale contro la corruzione che si è svolta a Canossa.

Simile in questo ai “crimini senza vittime”, la corruzione si fonda di regola su un “patto di ferro” tra corrotti e corruttori, dal quale entrambi ricavano benefici – a danno della collettività – e che nessuno dei partecipanti ha interesse a denunciare. Le vicende di corruzione sistemica rivelano una rete di accordi sotterranei tra una pluralità di attori pubblici e privati, entro la quale obbligazioni reciproche e impegni assunti sono regolati da vere e proprie “norme non scritte”, della cui applicazione si fanno carico “garanti” specializzati, diversi a seconda dei centri di spesa interessati (boss politici, alti burocrati, faccendieri, imprenditori, mafiosi). Una visione d’insieme dell’ultimo rapporto di Eurobarometro conferma in prospettiva comparata l’allarme per la situazione italiana: l’87 per cento dei cittadini italiani ritiene la corruzione un serio problema nel proprio paese, in crescita del 4 per cento rispetto a 2 anni prima (la media europea è del 74 per cento); il 95 per cento degli italiani ritiene che vi sia corruzione nelle proprie istituzioni nazionali (in crescita del 6 per cento rispetto a 2 anni prima), il 92 per cento in quelle regionali e locali (la media europea è, rispettivamente, del 79 e 75 per cento); il 12 per cento degli italiani si è visto chiedere una tangente nei dodici mesi precedenti (la media europea è dell’8 per cento); il 75 per cento degli italiani ritiene che gli sforzi del governo per combattere la corruzione siano stati inefficaci (la media europea è del 68 per cento).

Qui ci vuole una rivoluzione, pacifica e politica

Alfano, Bersani e Casini, il triumvirato della vergogna, con la nuova riforma elettorale – l’ultima bozza discussa è assolutamente indecente – puntano a rinsaldare sé stessi e le loro oligarchie di potere consunte. I Cittadini hanno, ormai, un unico dovere morale: fare una rivoluzione pacifica e politica, di quelle che in Italia mai si sono viste. ABC vogliono continuare ad avvelenarci con il loro vocabolario novecentesco tramite il quale non comunicano più niente, non avendo alcuna visione sul futuro da poter trasferire? La rivoluzione che partendo da noi si dovrebbe configurare come una rivelazione, parta dal linguaggio. Da un nuovo glossario. Da parole semplici, ma chiare, nette, rigorose. E’ il momento di cambiare passo. Perché di tempo ne abbiamo perso tutti tantissimo. E cosi non si può più andare avanti.

Quello che non hanno capito i nostri sempiterni leader è che di fronte a quello che sta accadendo, ci vuole una rivoluzione. Sì, proprio una rivoluzione. Di fronte al crollo di questa Italia, non si può traccheggiare. Non ci si può abbandonare al politicismo. Non si può discutere come se il mondo si riducesse a tre palazzi romani e a due segreterie di partito. No, non si può. Non solo è sbagliato, è quasi immorale. Perché l’Italia può e deve essere meglio di così. E di fronte a quello che abbiamo visto negli ultimi vent’anni, bisogna esagerare. Dall’altra parte. Sognare qualcosa di nuovo, la notte, e, durante il giorno, saperlo spiegare con parole chiare. La rivoluzione, ci vuole. Una rivoluzione che riguardi prima di tutto noi stessi. E poi ci vuole una rivoluzione della politica. Che tolga argomenti alla famosa anti-politica (che si sono inventati i cattivi-politici), che si rivolga agli astensionisti sempre più numerosi. Due mandati possono bastare, si può rinunciare alla pensione, si può ridurre del 20-30% lo stipendio senza che accada nulla. Si può immaginare che chi spreca e sperpera, in un momento del genere soprattutto, torni a fare il proprio lavoro, se ce l’ha, o ne cerchi uno, se ha sempre vissuto di politica. Ho detto lavoro, non un consorzio o un ente pubblico. Tutto quello che è successo in questi ultimi vent’anni, è sbagliato. Abbiamo buttato via tempo e denaro. Abbiamo perso un miliardo di occasioni. Cambiare il sistema elettorale è uno strumento, cambiare la politica e la società sono i nostri obiettivi. (Pippo Civati)

La proposta di legge regionale contro il conflitto di interessi

Ne avevo già parlato qui, qualche giorno fa. Oggi, in conferenza stampa, è stato presentato il testo, che riporto integralmente qui sotto. L’iniziativa è stata assunta dal Pd Puglia, per volontà politica del segretario regionale, Sergio Blasi, e del capogruppo alla regione, Antonio Decaro.

Art. 1. Ambito soggettivo di applicazione.
1.Agli effetti della presente legge, per titolari di incarichi di rappresentanza e di governo regionale si intendono il presidente della giunta regionale, i consiglieri, gli assessori, i concessionari di servizi pubblici regionali nonché i titolari di incarichi di amministrazione, direzione e controllo in enti, istituti, agenzie, aziende o società dipendenti, controllati, vigilati, finanziati o partecipati, a qualsiasi titolo e anche indirettamente, dalla Regione.
Art. 2. Obbligo di astensione.
1.I soggetti di cui al comma 1 dell’articolo 1 nell’esercizio delle loro funzioni devono dedicarsi esclusivamente alla cura degli interessi pubblici; essi hanno l’obbligo di astenersi da ogni atto idoneo ad influenzare, specificamente o anche soltanto astrattamente, in virtù dell’ufficio ricoperto, gli interessi propri, del coniuge e dei parenti e affini entro il secondo grado.
2.I soggetti di cui al comma 1 non possono partecipare alle deliberazioni degli organi di appartenenza, né adottare atti di rispettiva competenza, in situazioni o materie che possano coinvolgere, direttamente o indirettamente, interessi propri, del coniuge e di parenti e affini entro il secondo grado.
3.Sulla sussistenza delle situazioni e delle materie determinanti l’obbligo di astensione di cui al comma 2, per i consiglieri delibera il consiglio, per il presidente della giunta e per gli assessori delibera la giunta, per gli altri soggetti provvede il presidente della giunta.
4.I regolamenti del consiglio e della giunta, da adottarsi entro tre mesi dall’entrata in vigore della presente legge, assicurano adeguate forme di pubblicità agli adempimenti di cui al comma 2, rendendo noti i casi di mancata partecipazione a deliberazioni e mancata adozione di atti motivate ai sensi del medesimo comma.
Art. 3. Incompatibilità con funzioni pubbliche, rapporti di lavoro dipendente, incarichi direttivi in enti pubblici e imprese.
1.E’ incompatibile con la carica di consigliere e con gli incarichi di governo regionale ogni impiego pubblico e privato nonché ogni carica o ufficio privato e pubblico diverso dal mandato consiliare regionale e non inerente alla funzione svolta.
2.I dipendenti pubblici e privati che assumono la carica di consigliere o un incarico di governo regionale sono collocati immediatamente in aspettativa, senza pregiudizio della propria posizione professionale e di carriera. Si applicano le disposizioni concernenti l’aspettativa per mandato elettivo regionale vigenti nei rispettivi ordinamenti.
3.I consiglieri regionali e i titolari di incarichi di governo regionale non possono esercitare, in enti pubblici nonché in enti privati aventi ad oggetto anche non principale lo svolgimento di attività imprenditoriali, funzioni di presidente, amministratore, liquidatore, sindaco o revisore, né analoghe funzioni di responsabilità comunque denominate.
4.I consiglieri regionali e i titolari di incarichi di governo regionale, che esercitino attività professionali o comunque di prestazione di servizi, non possono assumere incarichi di qualsivoglia natura da parte della Regione, degli Enti Territoriali nonché da parte di enti pubblici dagli stessi controllati o partecipati; il divieto si estende alle associazioni di professionisti di cui i consiglieri regionali ed i titolari di incarichi di governo regionale fanno parte ovvero alle società di professionisti nelle quali gli stessi detengano una quota ovvero una partecipazione superiore al 10%.
5.I consiglieri regionali e i titolari di incarichi di governo regionale devono rimuovere ogni situazione di incompatibilità entro il termine perentorio di un mese a decorrere dalla proclamazione nella carica o dall’assunzione dell’incarico.
6.In caso di inottemperanza, il presidente del consiglio per i consiglieri e il presidente della giunta negli altri casi assegnano un termine non superiore a trenta giorni per la cessazione della causa di incompatibilità, decorso il quale viene dichiarata la decadenza, rispettivamente dal consiglio per i consiglieri, dalla giunta per gli assessori, dal presidente della giunta negli altri casi.
6.Se inottemperanti sono il presidente del consiglio o il presidente della giunta, il termine è assegnato dal consiglio.
Art. 4. Dichiarazione della proprietà fondiaria e delle attività economiche.
1.Entro venti giorni dall’assunzione dell’incarico i soggetti di cui all’articolo l comunicano alla presidenza del consiglio e alla presidenza della giunta tutti i dati relativi alla proprietà di immobili in territorio della Regione e alle imprese delle quali, direttamente o indirettamente, essi stessi, il loro coniuge, i loro parenti e affini entro il secondo grado detengono o hanno detenuto nei dodici mesi precedenti la titolarità o il controllo ai sensi dell’art. 2359 del codice civile, dell’articolo 7 della legge 10 ottobre 1990 n. 287 e delle altre disposizioni di legge vigenti in materia, ovvero una partecipazione superiore al due per cento del capitale sociale. Essi sono tenuti ad analoga comunicazione per ogni successiva variazione dei dati forniti, entro quindici giorni dal verificarsi della stessa.
2.Entro quarantacinque giorni dalla comunicazione di cui al comma 1, la presidenza del consiglio per i consiglieri e la presidenza della giunta negli altri casi accertano, tenendo conto delle eventuali precisazioni degli interessati e di ogni altro elemento, se le proprietà e le attività economiche di loro pertinenza sono rilevanti, allo stato, ai fini della presente legge.
3.La mancata o tardiva comunicazione di cui al comma 1 determina una situazione di incompatibilità, con attivazione della procedura di cui ai commi 4, 5 e 6 dell’articolo 3.
Art. 5. Proprietà fondiaria rilevante.
1. Sono proprietà rilevanti ai fini della presente legge quelle che superano l’estensione di un ettaro in territorio urbano e di cinque ettari in territorio extraurbano.
Art. 6. Attività economiche rilevanti.
1.Sono attività economiche rilevanti ai fini della presente legge:
a)le imprese esercenti mezzi di comunicazione di massa;
b)le imprese operanti nel settore dell’edilizia e dei lavori pubblici;
c)le imprese commerciali e di servizi che abbiano partecipato negli ultimi tre anni a gare di appalto pubblico bandite nel territorio della Regione o abbiano comunque fornito beni o prestazioni a enti pubblici o a enti, istituti, agenzie, aziende o società dipendenti, controllati, vigilati, finanziati o partecipati – anche indirettamente e a qualsiasi titolo – dalla Regione o da altri enti pubblici;
d) i concessionari di servizi pubblici.
2.Il competente ufficio di presidenza comunica immediatamente all’interessato l’esito dell’accertamento di cui al comma 2 dell’articolo 3.Un decimo dei componenti del consiglio regionale può comunque chiedere al competente ufficio di presidenza, in ogni tempo e a distanza di non meno di sei mesi dal precedente accertamento, di disporre nuovo accertamento ai sensi del comma 2 dell’ articolo 5.
Art. 7. Limiti alla trasformazione edilizia della proprietà.
1.I soggetti di cui all’articolo 1, qualora siano titolari di proprietà rilevanti ai sensi dell’articolo 5 o di attività economiche rilevanti ai sensi dell’ articolo 6 comma l lettera b) della presente legge, per tutta la durata del mandato non possono ottenere l’approvazione di strumenti urbanistici esecutivi e progetti riguardanti anche parzialmente i suoli di loro proprietà. In caso di approvazione di strumenti di pianificazione urbanistica generale e loro varianti, nonché di pianificazione territoriale e paesaggistica, nessuna trasformazione edilizia può essere assentita in loro favore se la nuova disciplina risulti più favorevole.
Art. 8. Limiti all’esercizio delle attività economiche rilevanti.
1. I soggetti di cui all’ articolo 1, qualora siano esercenti attività economiche rilevanti ai sensi dell’articolo 6, comma 1 della presente legge, per tutta la durata del mandato non possono partecipare a gare per appalti pubblici di lavori, servizi e forniture banditi dalla Regione e dagli altri soggetti di cui all’articolo 1 o finanziati anche parzialmente dalla Regione stessa, o sottoposti ad approvazioni, autorizzazioni o controlli regionali anche di tipo settoriale, comunque denominati, né altrimenti acquisire commesse o instaurare rapporti contrattuali a qualsiasi titolo.
Art. 9. Decadenza.
1.In caso di inottemperanza alle disposizioni di cui agli articoli 4, 5, 6, 7 e 8 della presente legge, l’interessato decade dall’incarico.
2.La decadenza è dichiarata, previo procedimento In contraddittorio con l’interessato, dal consiglio regionale per i consiglieri e per il presidente della giunta, dalla giunta per gli assessori e dal presidente della giunta negli altri casi.

La Puglia contro il “conflitto di interessi”?

Dovevano scoppiare gli ultimi ed ennesimi scandali politici per spingere alcuni amministratori pugliesi a predisporre una proposta di legge regionale contro il conflitto di interessi? Forse si, ma ci perdoneranno se non siamo orientati a crederci fino in fondo in questo progetto, salvo essere smentiti dai fatti, non solo perchè leggi di questo tipo – pur indispensabili – da decenni in Italia non sono mai state varate perchè il potere della finanza o della comunicazione è stato più forte del potere della politica, ma anche perchè se fosse applicata si svuoterebbero il Parlamento, i Consigli Regionali e Comunali delle realtà italiane più importanti. Talmente è forte la commistione tra diverse sfere e talmente è forte la sfiducia dei cittadini nei confronti dei propri rappresentanti – sempre gli stessi da decenni, anche in ragione del proprio status quo che devono preservare – che non brillano, nonostante rare eccezioni, per moralità ed etica pubblica, per etica della responsabilità e capacità di dare il buon esempio. Con l’amministrazione della cosa pubblica che è diventata una pratica privata, da gestire in modo oligarchico. Ed occulto. La trasparenza non è concepita come virtù. Nella certezza che tanto chi controlla non lo fa mai, perchè fa parte, spesso, dello stesso sistema malavitoso che ha inquinato la politica o lo accetta, tuttavia, per inconsistenza morale, optando per il quieto vivere, e nella certezza che le leggi italiane sono fatte per essere aggirate o essere annullate nei suoi effetti con sistematiche deroghe o proroghe. E poi si stupiscono della distanza siderale tra “Palazzo e Piazza”. Ma, nonostante queste premesse, vorremmo sbagliarci e confidare serenamente che le cose, a cominciare dalla nostra Puglia, possano cambiare, anche con un provvedimento simile, contro il conflitto di interessi, certamente innovativo e dal forte valore legalitario.

Dal Porcellum al Casinum

La nuova legge elettorale non c’è ancora, ma già fa discutere. Avevamo abbozzato un ragionamento dopo le Primarie di Palermo, sulla base dei tumulti politici che erano avvenuti durante tutta la campagna elettorale, con il sospetto principale che l’idea di un partito unico potesse migrare presto dal capoluogo siciliano a Roma. La Direzione Nazionale del Pd dei giorni scorsi non ha, onestamente, contribuito a far cambiare idea o ad avere un atteggiamento meno critico. Non c’è ancora un testo definitivo e naturalmente ciascun partito, più o meno demagogicamente, cerca di portare acqua al proprio mulino commentando la bozza preliminare predisposta dai tre leader della maggioranza che sostiene l’esecutivo Monti. Con polemiche molto forti sul web da parte di tanti cittadini, non solo quelli che hanno raccolto le firme per l’ultimo referendum, proprio su questa materia, cassato dalla Cassazione. Pippo commenta quel che sta avvenendo, citando Claudio Tito.

La paura di perdere le prossime elezioni. Sembra questo l’architrave su cui poggia l’accordo trovato dai tre partiti della maggioranza che sostiene il governo “tecnico”. Sull’idea che nessuna forza politica – a cominciare da Pdl, Pd e Udc – sia in grado di scommettere sul risultato delle prossime elezioni politiche. E lo dimostra l’idea di tornare a un sistema sostanzialmente proporzionale, cancellando il vincolo di coalizione e assegnando un premio che non determina la maggioranza.

Ma una congrua e valida riflessione su tutto quel che c’è e che non c’è, che ci sarebbe o che si potrebbe scatenare, la fa, ed io la condivido molto, su Prossima Italia, Paolo Cosseddu.

L’idea era quella di poter scegliere il candidato, non di passare da una lista bloccata lunga e una lista bloccata corta: il problema non è la lunghezza, ma il fatto che sia bloccata, evidentemente giova ripeterlo. Da liste bloccate, lunghe o corte, risulterà unParlamento di nominati, alcuni (molti) dei quali particolarmente indegni, né più né meno come quelli che sono stati protagonisti negativi di questa legislatura. Si è anche sentito ribattere che le preferenze sono un male, che generano clientele, ed è un’affermazione che ha purtroppo forti elementi di verità. Ma non si è detto in quale altro modo si dovrebbe restituire la famosa scelta ai famosi elettori. Scelta del candidato, del partito, della coalizione, e del candidato premier: sarebbero diritti democratici molto banali, e invece.

Il Pd tra riforma del lavoro e legge elettorale

Si è svolta a Roma, dopo diversi mesi dall’ultima convocazione, la Direzione Nazionale del Pd. Che sin dalle prime battute è stata molto scoppiettante perchè il segretario Bersani nella sua relazione, nonostante le forti preoccupazioni di tutti gli apparati sociali e politici vicini al Pd per la nuova riforma del lavoro, non ha puntato l’indice contro il governo Monti, invitato piuttosto a portare il provvedimento in Parlamento affinchè sia emendato positivamente e le “lacune” siano colmate. Si è parlato, inoltre, anche di legge elettorale e, conseguentemente, del ricambio generazionale. In particolare ha parlato dell’istituto delle primarie che sarebbe da riformare, senza però indicare con quali modalità e per ottenere quali fini, dopo che nei mesi scorsi aveva assunto altri impegni, volendo tutelare le primarie per scegliere i parlamentari. Poi, dopo il segretario, come ha commentato su twitter sarcasticamente Sandro Gozi, è iniziata una puntata speciale di “Ballarò”, essendo intervenuti in successione Bindi, Letta, Franceschini, D’Alema, Veltroni per ripetere le cose che ripetono da almeno quindici anni e che sono politicamente evanescenti perchè non rappresentano affatto un valore aggiunto nella discussione. Sulla riforma del lavoro (il Pd dovrebbe spingere sulla buona proposizione avanzata da Boeri e Garibaldi), tema sul quale si gioca la credibilità l’esecutivo Monti, anche perchè rappresenterebbe la potenziale chiave di volta per aprire nuovi scenari occupazionali, c’è molta confusione e ognuno – partiti, sindacati, tecnici, studiosi – punta a portare acqua al proprio mulino. Anche perchè le elezioni amministrative si avvicinano. Sul lavoro lo sforzo e la corresponsabilità, pertanto, dovrebbe essere massima e leale da parte di tutti, perchè è nella dignità del lavoro che si trova la dignità di un Paese. E’ il lavoro che crea benessere individuale e collettivo. E’ il lavoro giusto ed equamente retribuito che preserva la coesione sociale evitando tumulti e rivolte. Nel merito, invece, tutti quelli che parlano con superficialità e ignoranza di “modello tedesco” e di cogestione del lavoro dovrebbero leggere prima la riflessione di questo operaio italiano radicatosi in Germania per lavorare in Volkswagen, azienda che versa ai propri dipendenti un salario medio di 2600 euro che gli omologhi italiani si possono solo sognare. Come finirà, purtroppo, nessuno può dirlo ancora con certezza.

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