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I killer di Roberto Calvi sono protetti dallo Stato e dalla P2

Ringraziamo, si fa per dire, il mafioso Francesco Di Carlo per la conferma ai tanti dubbi che diventano con il tempo certezze per coloro i quali le collusioni ancora oggi in piedi tra “politici, presidenti di banca, militari, vertici della sicurezza” hanno avvelenato il nostro Paese. Che non risorgerà mai fintanto che queste convergenze mafiose, annidate nelle Istituzioni, resteranno.

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L’oscenità del Potere del Vaticano

L’ultima puntata de “Gli Intoccabili”, soprattutto per la parte conclusiva dedicata alla corruzione morale che sta attraversando con veemenza i corridoi del Vaticano, mi ha lasciato una certa inquietudine. Non bisogna essere ferventi cristiani, infatti, per essere preoccupati per le notizie che ci raccontano dell’attuale regressione morale che ha investito il clero. Lo Stato del Vaticano, per quanto estero e per quanto vincolato all’Italia dai Patti Lateranensi che non sono mai stati rispettati integralmente da ambo le parti, non è uno Stato come gli altri. Piaccia o non piaccia, anche psicologicamente, “i fatti della Curia” hanno sempre avuto una certa presa sui cittadini fedeli al cristianesimo come pure una certa influenza sulle italiche vicende. La puntata e le rivelazioni delle ultime settimane mi hanno fatto tornare in mente una serie di dubbi e di interrogativi che mi accompagnano da qualche anno, da quando con l’associazione di cui faccio parte, la Scuola di Formazione Politica “Antonino Caponnetto”, ho invitato a Bari per alcuni convegni dedicati ai temi della legalità, illustri testimoni del nostro tempo come Antonio Ingroia, Gioacchino Genchi, Salvatore Borsellino. E spesso, avendo letto moltissimi libri in questi anni ed essendo un ragazzo curioso che attraverso la storia del suo Paese cerca di comprendere meglio come mai le mafie non siano mai state debellate – e a causa delle quali oggi l’Italia non è proprio un bel posto –  nei nostri discorsi è finito lo Ior, la Banca Vaticana, per essere stato il luogo nel quale sono confluiti gli interessi di una certa mafia, di una certa massoneria, di una certa politica, di una certa economia, a partire dagli anni ’70 – ’80. Storie, tra loro interconnesse dal sangue, di un Paese che non ha quasi mai conosciuto la verità.

Il seguente pensiero, lo sottolineo a scanso di equivoci, è un mio pensiero che dagli illustri interlocutori non è mai stato confutato e supportato in alcuna maniera. E poggia su alcuni fatti storici accertati che mai sono stati smentiti. E su altri che dovranno necessariamente essere valutati. Ma intanto sono proposti per invitare alla discussione e alla riflessione.

Faccio una premessa storica. In Sicilia, dopo la seconda guerra mondiale, i primi picciotti, sostenuti dagli americani che temevano una possibile ascesa politica dei comunisti, si organizzarono elettoralmente iniziando a sostenere in modo stabile la Democrazia Cristiana. Che infatti sull’isola ha sempre avuto una fertilissima tradizione. E un consenso notevole. E’ degli anni ’50 la strage di Portella della Ginestra, una delle prime stragi mafiose, dove i sindacalisti a difesa dei contadini, come Placido Rizzotto, vennero trucidati violentamente, per aver osato alzare la testa contro certi soprusi per difendere i diritti dei lavoratori. In quegli anni era (già) Ministro dell’Interno un giovanissimo Giulio Andreotti. Il quale in poco tempo divenne il plenipotenziario del partito “amico della Chiesa” e non pochi erano i suoi fedelissimi in Sicilia. Organizzati, dagli anni ’70, in una corrente (quelle attuali, in confronto, sono spifferi!) poichè iniziavano a farsi largo le tesi politiche anche di altri esponenti politici, su tutti Aldo Moro. Sono gli anni del Terrorismo. Sono gli anni della P2. Sono gli anni del superpotere mafioso di Cosa Nostra. Il cui capo è Stefano Bontate. Si scoprirà, poi, che questi era iscritto alla loggia massonica P2.  Un mafioso massone. Inquietante. Alla P2 pare che fosse iscritto pure il cardinale Marcinkus, storico presidente dello Ior.

Il triangolo perverso, pertanto, sembra essere questo: membri di una certa Dc, membri di una certa Cosa Nostra e membri di un certo Vaticano iscritti alla massoneria e con l’interesse di affidare allo Ior i propri capitali, essendo questo un istituto invalicabile e coperto da segreti inespugnabili, trattandosi, peraltro, di uno Stato estero. Nel giro di pochi anni furono uccisi Aldo Moro (a causa del “Compromesso Storico”?), Pio La Torre e il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Non sono state stragi “normali”, ossia per gli esecutori storicamente riconosciuti, ma per i mandanti politici che non si sono mai scoperti e per come esse sono maturate. Per la valenza che hanno avuto. Il Principe, ossia il potere della classe dirigente, che era sovrapposto in non pochi casi al trasversale potere criminale, da queste efferatezze ne è uscito potenziato.  Non voglio, però, ora approfondire questioni pur importanti e delicatissime riguardanti il connubio tra la politica e le mafie, sulle quali potrò anche tornarci con un altro post – nel ventennale delle stragi del 1992 – ma soffermarmi sul Vaticano. Sulla Santa Sede che non deve essere confusa con la Chiesa.

La Chiesa siamo noi tutti. La Chiesa sono le persone umili, pulite e spontanee che si ritrovano nelle parrocchie per testimoniare e difendere la propria fede. La Chiesa è Don Lorenzo Milani, è Don Primo Mazzolari, è Don Pino Puglisi, è Don Peppe Diana, è Don Tonino Bello, è Don Andrea Gallo, è Don Paolo Farinella, e i tanti che ora non ricordo ma che esistono. Il Vaticano è un’altra cosa. La Curia è l’organo politico – decisionale che non ha nulla da invidiare al peggior organo politico parlamentare. E’ di questo che voglio parlare.  Ed è di questo che si dovrebbe parlare. Diffusamente. Enormemente. Con serietà, onestà e competenza. Non inventando tesi o facendo supposizioni istintive. Il nostro Paese, sin dalla sua nascita, ha potuto contare essenzialmente su due pilastri storici che mai sono venuti meno: il Vaticano e le Mafie.

Le storie richiamate in questo post e in generale quelle di cui è possibile venire a conoscenza da non pochi e ben scritti volumi (penso a quello scritto ottimamente da Saverio Lodato e da Roberto Scarpinato, il “Ritorno del Principe”) documentano, con grandissimo realismo, sulla base di oggettive convergenze, come queste due realtà non solo si siano parlate nel corso dei decenni, ma come spesso abbiano intrattenuto rapporti mediante rispettivi componenti, per una questione di potere. Maledettissimo potere. Influenzando vicendevolmente e piegando più agevolmente, con la complicità di corrotti ed infedeli amministratori, l’ordine democratico repubblicano. E’ l”oscenità del potere. L’ob-scenum: il fuori dalla scena. Quella a cui assistono gli italiani sarebbe, perciò, una grandissima messa in scena, una rappresentazione fittizia, finta e menzogniera con protagonisti un manipolo di servi e di furbi. Il vero potere, quello che ha ucciso, forse,  i migliori italiani che il Paese abbia mai avuto, e che continua a muovere le pedine a piacimento e sulla base delle convenienze, è osceno. Non si vede. Ma c’è. Mai, fino ad oggi, per esempio, documenti curiali sono stati consegnati ai giornalisti affinchè fossero pubblicati con il preciso intento di denunciare la corruzione morale e il demonio che vive in certi porporati e nelle più alte sfere della Santa Sede. Qualcuno, probabilmente, se certe denunce dovessero proseguire o dovessero salire di livello, potrebbe iniziare ad avere paura. Ma ormai il dato è tratto. Non si può tornare indietro. Il vaso di pandora è stato scoperchiato. Che Dio aiuti la Chiesa. Che Dio ci aiuti.

La loggia Cosentino

In origine fu la P2 di Licio Gelli, quell’associazione di massoni che puntava a destabilizzare lo Stato italiano, ribaltandone l’ordine democratico. Nella famosa lista, composta da 962 affiliati e rinvenuta nel marzo dell’81, oltre a Berlusconi e a Cicchitto, figuravano anche magistrati, forze dell’ordine, banchieri, imprenditori e giornalisti: insomma la classe dirigente di allora che, non totalmente, fu spazzata via con “Mani Pulite” e altre inchieste. Sebbene la Commissione Parlamentare presieduta da Tina Anselmi avesse già descritto benissimo il fenomeno occulto.

Dopo più di 28 anni, a luglio 2010, si viene a sapere di un incontro per lo meno particolare: intorno ad un tavolo, infatti, sono accomodati Denis Verdini, il vero legame con la cricca dei costruttori; Marcello Dell’Utri, indicato come uomo di “Cosa Nostra” e già condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa; il faccendiere Flavio Carboni, influentissimo per i suoi trascorsi proprio nella P2 e per il suo potere occulto alimentatosi nei sottoboschi del Palazzo; esponenti del “fu” governo berlusconiano e della magistratura; infine due signori campani, poco propensi a finire sui giornali: Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino.

Perchè queste persone, dai profili tanto diversi, si incontravano? Per organizzare una rimpatriata tra mafiosi o massoni? Da quanto si apprese l’obiettivo era quello di proteggere “Cesare” – “l’Imperatore di Arcore” – dai suoi guai giudiziari, nella fattispecie provare a influenzare i giudici della Corte Costituzionale che dovevano pronunciarsi sulla legittimità del Lodo Alfano. Lombardi e Martino, entrambi campani, nonchè amici e sponsor politici di Cosentino, a quell’incontro lo rappresentano totalmente, come se ci fosse proprio lui. Lo scenario, quindi, è di quelli agghiaccianti: “magistrati misti a personaggi che, direttamente o indirettamente, evocano comunque all’osservatore l’ombra, nell’ordine, della Cricca, di Cosa Nostra, della P2 e dei Casalesi”.

Come ha scritto Nando dalla Chiesa, in questo post del suo blog, abbiamo

“di qua gli ambienti più contigui alla sfera illegale del Paese. Di là una pletora di magistrati distaccati ai ministeri, consiglieri di Stato, magistrati Tar, che amministrano i poteri di governo assai più dei sottosegretari e di quasi tutti i ministri, unica eccezione quelli che possono incidere sulle loro carriere. Questi due mondi si incrociano di frequente, non tutti con tutti, si capisce”.

Ed essendo, oggi, questo “potere sempre meno occulto”  – basato sulla disponibilità a farsi ricattare e corrompere dei colletti bianchi da parte delle “multinazionali del malaffare” – più forte del potere dello Stato, ecco che il referente Cosentino, pure per i segreti che potrebbe detenere, è stato salvato dal carcere.

Ma in galera, probabilmente, è finita la dignità della politica e della classe dirigente di questo Paese che per l’ennesima volta ha mostrato tutta la sua incapacità e la sua immoralità.

Fabrizio Cicchitto, l’ultrà di Silvio ferito

Altro che “abbassare i toni”.

Fabrizio Cicchitto suona la carica: «A condurre la campagna d’odio contro Silvio Berlusconi è un network composto dal gruppo editoriale Repubblica-L’Espresso, da quel mattinale delle procure che è il Fatto, da una trasmissione di Santoro e da un terrorista mediatico di nome Travaglio, oltre che da alcuni pubblici ministeri che hanno nelle mani alcuni processi, tra i più delicati sul terreno del rapporto mafia-politica e che vanno in tv a demonizzare Berlusconi».

Poi Cicchitto ha qualche parola buona anche per Antonio Di Pietro: «È un partito come l’Idv, con il suo leader Di Pietro, che in questi giorni sta evocando la violenza, come se volesse trasformare lo scontro politico in atto in guerra civile fredda, che coinvolge anche settori più giustizialisti del suo partito, caro onorevole Bersani». Dunque, conclude Cicchitto, «la mano di chi ha aggredito Berlusconi è stata armata da una spietata campagna di odio: ognuno si assuma la propria responsabilità. Ci auguriamo che questa aggressione e questo ferimento servano a qualcosa di più e che dal male venga qualcosa di bene». Come? «Da questa situazione si esce solo disinnescando con leggi funzionali quell’uso politico della giustizia, un cancro che ha distrutto la prima Repubblica e sta minando anche la seconda».

Ecco quindi il programma. Approfittare del gesto di uno squilibrato per attaccare la libera informazione (avete notato? Tutti i “mandanti” indicati da Cicchitto sono, se si esclude Di Pietro, non politici, ma giornali e giornalisti). E poi stravolgere la Costituzione, puntando diritto all’autonomia della magistratura da colpire a morte, per rendere la politica improcessabile.

Quanto tempo è passato da quando Cicchitto era un militante massimalista e movimentista del Partito socialista, lombardiano e antiamericano. Sentite che cosa scriveva negli anni Settanta, quando il “clima d’odio” c’era davvero e lo scontro politico era feroce. Nell’introduzione a un libro uscito nel 1975 (“Sid e partito americano”. Sottotitolo: “Il ruolo della Cia, dei servizi segreti e dei corpi separati nella strategia dell’eversione”, scritto da Marco Sassano ed edito da Marsilio), gli avversari politici li chiama, senza mezzi termini, “mostri”: «I mostri sono i servizi segreti, una struttura sempre più corposa e dinamica che interviene in modo continuo, massiccio, oppressivo sulla realtà politica e sociale». E ancora: «Nel 68-69 la contestazione del sistema ha fatto tremare l’ordine costituto e esso, a sua volta, ha cercato di recuperare in diversi modi, uno dei quali è stata l’organica attività terroristica, provocatoria, violenta di precisi settori dei corpi separati dello Stato». Infine: «I mostri fabbricano gli opposti estremismi: la pupilla del regime, la Rai tv, si occupa di amplificare la distorsione, obiettivizzandola; Sid e Rai tv, due realtà molto lontane eppure così vicine quando si tratta di sorreggere, nelle scelte drammatiche, il regime Dc». In questo scenario, anche le Br sono manovrate dallo Stato: infatti, «puntuali all’appuntamento, le Brigate rosse ricompaiono in ogni vigilia elettorale».

Poi Cicchitto si ravvede. Fulminato da Licio Gelli sulla via di villa Wanda, nel dicembre 1980 s’iscrive alla P2. A presentarlo al Venerabile è Fabrizio Trifone Trecca, che della loggia segreta è capo del “gruppo 17”, quello in cui sono inquadrati molti giornalisti (da Maurizio Costanzo a Gustavo Selva, da Roberto Ciuni a Giorgio Zicari) e che ha il controllo di fatto del Corriere della sera. Il “gruppo 17” ha il seguente organigramma: numero uno Trecca; numero due Franco Di Bella, che del Corriere è il direttore; numero tre un costruttore emergente, tal Silvio Berlusconi.

L’anno prima, Bettino Craxi aveva proposto la sua “grande riforma” costituzionale: cioè il passaggio dalla Repubblica parlamentare alla Repubblica presidenziale. E aveva ottenuto così l’appoggio degli uomini della P2, che individuano nell’ “anticomunista” Craxi l’uomo che può realizzare il Piano di rinascita democratica. Proprio nel 1979 Craxi incontra Gelli al Raphael. È l’autunno di quell’anno tumultuoso, e nel paese è in corso la tempesta dello scandalo Eni-Petromin (una complicata faccenda di petrolio arabo con annessa supertangente e connesso scontro feroce dentro il Psi tra Craxi e Claudio Signorile). Sullo scandalo si allungheranno prima le ombre della P2, poi il segreto di Stato.

Ma intanto anche Cicchitto capisce che, se non vuole restare ai margini di un processo ormai irreversibile, deve fare le sue scelte. Entra nella P2, tessera 2232. Quando le liste della loggia diventano pubbliche, lui ammette l’affiliazione e il vecchio Riccardo Lombardi lo schiaffeggia davanti a tutti. Poi fa qualche anno di purgatorio, finché Bettino lo recupera. Ma Mani pulite gli blocca la seconda carriera. La terza, la fa nelle schiere di Forza Italia. Alla grande. Il suo numero tre d’un tempo è diventato numero uno.

Fabrizio Cicchitto, l’ultrà di Silvio ferito, Gianni Barbacetto, Società Civile

Gelli, tangenti amici e trame

Militari, politici, dirigenti ministeriali, direttori di banca, magistrati, professionisti, industriali e faccendieri. Una nuova rete di “personaggi appartenenti a tutti i settori che contano della vita pubblica e privata”. Con una copertura associativa di stampo massonico, che garantisce vantaggi “a tutti e a ciascuno”, attraverso “stretti legami di fratellanza e mutua assistenza”. E in cima alla piramide, lui: Licio Gelli, l’immarcescibile maestro venerabile della P2.

Dalla scoperta della lista dei 962 affiliati alla sua loggia segreta, è passato più di un quarto di secolo. Dal 1981 ad oggi Gelli ha accumulato condanne definitive per reati che hanno fatto storia: principale responsabile della bancarotta dell’Ambrosiano di Roberto Calvi; stratega dei più gravi depistaggi del Sismi (la prima delle tante false piste internazionali) per la strage di Bologna. Gelli ha scontato la pena a casa, nella villa aretina intitolata alla moglie Vanda Vannacci, per gravi motivi di salute, che peraltro dieci anni fa non gli impedirono di evadere. Nel 2003, intervistato da ‘Repubblica’, aveva scherzato sulle analogie tra il suo piano di rinascita e il programma del governo presieduto dal suo più ricco affiliato, Silvio Berlusconi: “Sì, forse dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa”. Oggi, festeggiati i 90 anni, Gelli non è solo il custode di segreti di un passato che non passa. È il protagonista di nuovi intrighi. Riceve industriali. Tratta affari. Istruisce colonnelli. Offre appoggi. E fa da consigliere all’organizzatore di una nuova rete di “fratelli”.

A documentare il ritorno di Gelli è l’inchiesta di una piccola procura del Nord, ora trasmessa ai pm antimafia di Palermo. A Verbania, pochi giorni fa, i magistrati hanno chiuso le indagini su una cordata di imprenditori che facevano i soldi con le fatture false. Organizzavano finte esportazioni di macchinari, creando crediti Iva fittizi. E per cinque anni, oltre a non pagare le tasse, sono riusciti a farsi rimborsare dallo Stato “almeno 9 milioni di euro”. La parte del leone l’ha fatta la Tubor spa, una fabbrica di termosifoni con 170 operai, lasciata fallire dopo il sequestro del bottino. Per frodare il fisco questa “associazione per delinquere” aveva bisogno di azzerare i controlli. E a garantire “l’ombrello fiscale”, come lo chiamano gli inquisiti, erano due imputati di corruzione: Rolando Russo, dirigente dell’Agenzia delle Entrate di Verbania, e Delio Cardilli, tenente colonnello della Guardia di Finanza, in servizio dal ’69. I due, secondo l’accusa, si sono divisi tangenti per un milione e 748 mila euro. Benché indagato a Roma già dal 2002, Cardilli fino al 2006 era al comando generale, come “capo ufficio operazioni del nucleo speciale evasione contributiva”, e poi è diventato “comandante del centro addestramento regionale” di Perugia. Prima di essere arrestato, nel giugno 2008, insegnava alla “Libera Universitas” di Orvieto e scriveva di fisco sui quotidiani economici.

Per comunicare con gli altri indagati, Cardilli usava 72 schede telefoniche e 29 cellulari. Ad ogni numero corrispondeva un solo interlocutore. Per poterlo intercettare, i finanzieri onesti hanno dovuto nascondergli una microspia in ufficio, riuscendo ad ascoltarlo solo per un paio di mesi. Il colonnello è affiliato ai Templari, l’antico ordine cavalleresco che oggi è un’associazione lecita come la massoneria. Nell’ordine d’arresto, i magistrati precisano che “era in lizza per diventare vice-priore nazionale”. E trascrivono una telefonata in cui lo stesso Cardilli illustra a un “cavaliere” quale “utilità” si può ricavare dalla sua rete associativa: “Io voglio fare una forza che, con l’obiettivo umanitario, poi diventa anche economica e addirittura una forza politica… Politica nel vero senso del termine. Perché quando io alzo il telefono e dall’altra parte c’ho il cavaliere templare che è procuratore della repubblica di Roma, ti faccio un esempio, io sto già più tranquillo. Mica dobbiamo fare chissà cosa, però c’hai un amico. Anche per un consiglio, no? Dall’altra parte alzi il telefono e trovi il direttore delle entrate… E c’hai un amico. A me piace fare una coalizione: tutti in uno. Hai capito? Che tu hai bisogno di qualsiasi cosa, e ognuno di noi deve avere l’etica di aiutare l’altro. Per la Finanza ci sono io, poi c’è il collega dei carabinieri, quell’altro dell’esercito… C’è tanta gente… Ci sono quelli della pubblica amministrazione, diversi imprenditori… Così si fa!”.

Questa intercettazione-chiave è del 16 giugno 2007. Per tutta l’estate Cardilli si sente con Gelli. Il colonnello telefona a Villa Vanda e si presenta come “Delio”. Il tono è amichevole, ma Cardilli pende dalle labbra di Gelli. Assicura di essere a sua completa disposizione “tranne una settimana di ferie”. Le intercettazioni documentano una forte intesa, una sorta di alleanza tra l’ufficiale inquisito e il capo della P2. Gelli e Cardilli però sospettano di essere intercettati. Parlano con allusioni e mezze frasi. Si promettono favori, ma non precisano nomi e fatti. Molte telefonate servono solo a fissare appuntamenti a tu per tu. A fine agosto le intercettazioni s’interrompono, perché Cardilli continua a cambiare telefoni. Nei nastri restano registrate le sue insistenze per sapere se ci sono “novità” su un misterioso gruppo dei “cinque”, che Gelli sta segretamente organizzando. Cardilli gli chiede se ha contattato un “imprenditore di Milano”, ma non fa nomi.

Le indagini documentano almeno un incontro. Il colonnello accompagna nella villa di Gelli un industriale che lui stesso identifica come Pietro Mazzoni, titolare dell’omonimo gruppo con interessi dagli appalti ambientali all’energia, dalle pulizie alle telecomunicazioni. All’uscita Cardilli riferisce a un “fratello” che Mazzoni chiama Gelli “commendatore”, che i due hanno parlato di affari e che il venerabile ha promesso appoggi. Il colonnello aggiunge che deve rivedere Gelli con urgenza, perché “il maestro” gli deve “parlare a quattr’occhi” di “una cosa importante”. Tanto che Mazzoni, imbarazzato, voleva lasciarli soli.

Negli stessi giorni Cardilli convoca i templari per la festa del 15 settembre al Castello dell’Oscano di Perugia. Il colonnello chiede ai suoi cavalieri se sia il caso di ammettere altri “pezzi da 90” nel sottogruppo “nostro”: “Io volevo far entrare due assessori regionali, due magistrati: i procuratori di Roma e di Pisa sono amici miei… Come il senatore Colucci di Forza Italia… Il senatore Schifani è un altro amico mio… Il procuratore di Bologna pure… Io c’ho diverse nomine, ma finché non vedo le cose chiare, non le faccio entrare. Io ho fatto entrare il vicepresidente della Finmeccanica (ingegner Sabatino Stornelli, secondo i pm)… Il prefetto di Napoli sta nella mia comanderia… Abbiamo i notai, abbiamo i migliori avvocati, deputati, onorevoli, abbiamo addirittura un viceministro dell’interno che voleva entrare, ti dico pure il nome: Minniti”.

Solo vanterie? Frequentazioni di lavoro che il colonnello spaccia per amicizie interessate? L’inchiesta di Verbania ha verificato l’appartenenza ai templari dei soli professionisti e funzionari direttamente coinvolti nei fatti di corruzione. Su tutto il resto, ora indaga Palermo. I pm antimafia hanno infatti scoperto che il colonnello Cardilli, il 6 giugno 2008, ha incontrato una poliziotta poi arrestata come complice di una consorteria massonica: una banda in grado di rinviare e aggiustare anche processi di mafia in Cassazione. Il presunto capo, Rodolfo Grancini, è un massone di Orvieto in rapporti con Marcello Dell’Utri. La poliziotta, Francesca Surdo, voleva entrare nei servizi segreti. Al che Grancini le ha chiesto un curriculum e fissato un appuntamento con Cardilli, che si è qualificato come “già destinato ai servizi”. All’incontro, il colonnello le ha presentato l’ennesimo amico importante: Roberto Mezzaroma, costruttore romano ed ex europarlamentare di Forza Italia. La poliziotta ricorda che “portava sulla giacca il prisma simbolo dei circoli di Dell’Utri”.

Gelli, tangenti amici e trame, di Lirio Abbate e Paolo Biondani, L’Espresso

Licio Gelli e il Piano di Rinascita Democratica

Ricevuta di pagamento per l’iscrizione
del dott. Silvio Berlusconi alla loggia massonica P2


Il vero potere risiede nelle mani dei detentori dei Mass Media(Licio Gelli)

Ieri, dopo un periodo abbastanza lungo di relativa tolleranza, nonostante lo sforzo di perseverare nella pazienza e nella sopportazione, logorato e sfinito dalle montagne di menzogne che quotidianamente vengono propinate da Politici e Giornalisti che trasversalmente cooperano nella realizzazione di un disegno criminale volto a smantellare il nostro Paese passando dall’esautoramento dei valori della Costituzione, ho dichiarato “Guerra” al mio Paese nell’accezione che il “mio” Paese sia quello di oggi nel quale una intera generazione si sta consumando alla velocità di una candela, illusa e avvolta da pericolose tenebre e ombre con la luce della Democrazia prossima ad estinguersi e a dissolversi.

E allora se “Guerra” deve essere, che “Guerra” sia..

L’ unica arma di cui disporrò sarà il mio pensiero, alimentato dalla voglia di non arrendermi, dalla voglia di non voler veder consegnato a una banda di eversivi e di terroristi quello che è anche il mio Paese per il quale migliaia di persone, ieri come oggi, sono morte e muoiono convinti che ci siano Diritti e Doveri a cui ciascuno deve assolvere e che soprattutto Tutti sono Uguali davanti alla Legge.

E se questa arma farà “male” vorrà dire che avrò espresso correttamente il mio pensiero, attraverso le parole usate, tale che qualcuno si senta indolenzito, leso, denigrato nella stessa misura nella quale io, come cittadino, sono stato fino ad oggi, offeso e vilipeso nella mia dignità e nella mia moralità.

Ora basta.

La stagione, per quanto mi riguarda, nella quale giornalisti, magistrati, politici, industriali non devono rendicontare più a nessuno del loro operato tradotto in misfatti, asservendo al criterio che tanto nessuno li possa smuovere dalle loro salde e ferree posizioni, arroccati nel loro potere, e protetti nel loro regno, volge al termine.

Attenendomi alla Costituzione, la mia unica Bibbia, e ai valori morali ed etici che uomini come Peppino Impastato, Antonino Caponnetto, Rosario Livatino, Don Peppino Diana, Don Tonino Bello, e altri, hanno lasciato in eredità a diverse generazioni, ho intenzione di non trattenere più in un assordante silenzio e in una impietosa omertà che mi renderebbe colpevolmente complice, quelli che sono i miei pensieri e le notizie che mi procurerò dalla Rete affinchè la gente sappia, sia informata, ragioni e abbia la dignità prima che l’orgoglio di smuoversi dalla propria passività e dalla propria acceccante invidia per il prossimo.

Oggi parlo di Licio Gelli e della loggia massonica Propaganda Due, più nota come P2. E di quali risvolti si celano dietro il cosiddetto Piano di Rinascita Democratica.

Gelli, un piccolo imprenditore toscano che in passato si era schierato sia col fascismo (tanto da andare a combattere come volontario nella guerra civile spagnola e da essere poi agente di collegamento con i nazisti durante l’occupazione della Jugoslavia), sia con l’antifascismo, godeva anche di profonde aderenze presso la “corte” del generale argentino Juan Domingo Perón: una famosa fotografia lo ritrae alla Casa Rosada insieme al presidente ed a Giulio Andreotti. Circa le motivazioni per le quali personaggi tanto affermati avrebbero aderito alla P2, secondo taluni l’abilità di Licio Gelli sarebbe consistita nel sollecitare il diffuso desiderio di mantenere ed accrescere il proprio potere personale; a costoro, l’iscrizione alla loggia sarebbe apparsa di estrema opportunità per raggiungere posizioni di potere di primaria importanza, anche eventualmente partecipando ad azioni coordinate al fine di assicurarsi il controllo sia pure indiretto del governo e di numerose alte istituzioni pubbliche e private italiane. Secondo altre interpretazioni, la loggia altro non sarebbe stata che un punto di raccordo fra diverse spinte che già prima andavano organizzandosi per influire sugli andamenti politici dello Stato. Non va dimenticato che proprio in quegli anni montava la strategia della tensione e che da molte parti della società si auspicava una svolta politica di impronta decisa, capace di sopperire alla perniciosa inefficienza sociale, economica e pratica dell’impianto statale. Il 17 marzo 1981 i giudici istruttori Gherardo Colombo e Giuliano Turone, nell’ambito di una inchiesta sul presunto rapimento dell’avvocato e uomo d’affari siciliano Michele Sindona, fecero perquisire la villa di Gelli ad Arezzo, “Villa Wanda”, e la fabbrica di sua proprietà (la “Giole”); l’operazione, eseguita dalla sezione del colonnello Bianchi della Guardia di Finanza, scoprì fra gli archivi della “Giole” una lista di quasi mille iscritti alla loggia P2, fra i quali il comandante generale dello stesso corpo, Orazio Giannini (tessera n. 832). Lo stesso Michele Sindona comparve nella lista degli iscritti alla P2, confermando le intuizioni dei giudici istruttori. Il colonnello Bianchi resistette a vari tentativi di intimidazione, in quanto erano ancora al potere gran parte delle persone che ivi erano citate, e pubblicò la lista.
(Wikipedia,
P2)

Nella lista degli appartenenti (le liste dei nomi sono riportate nella “Relazione Anselmi”, presentata il 12 luglio 1984 dalla deputata democristiana Tina Anselmi, a conclusione dei lavori della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla loggia massonica P2, commissione che la stessa Tina Anselmi aveva presieduto per quasi tre anni), oltre a diversi alti ranghi delle forze dell’ordine come generali e a vari industriali, tra i quali anche l’importante editore Angelo Rizzoli, colui che rilevò il Corriere della Sera per volere di Gelli che ambiva a controllare l’Informazione, era presente il nome anche di un giovane e ambizioso imprenditore ma anche di personaggi dello spettacolo molto noti come Silvio Berlusconi, tessera 1816, e Maurizio Costanzo.

E’ quindi accertato che colui che sarebbe diventato Presidente del Consiglio fece parte di una Loggia Massonica tesa a sovvertire gli equlibri di uno Stato di Diritto come l’Italia attraverso la realizzazione del Piano di Rinascita Democratica che prevedeva in particolare il controllo dell’Esecutivo sull’attività del Consiglio Superiore della Magistratura, la divisione delle carriere tra magistrati e pm delegando ad essi l’arbitrarietà sul come espletare le indagini e l’attività investigativa, il controllo dell’Informazione per manipolare l’opinione pubblica a piacimento (infatti l’acquisizione del Corriere della Sera era volto in questa direzione essendo la testata più autorevole) e il depotenziamento delle sinergie tra i sindacati. E cosa disse, invece, nel 2000, a Repubblica, il “sempre credibile” Silvio che mai si contraddice -secondo lui- ben sapendo che l’italiano cialtrone, propenso a dimenticare ,non avendo il dono della Memoria non avrebbe più affrontato questo discorso? Esattamente questo: “Essere piduisti non è un titolo di demerito“.

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