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Pio La Torre (e Rosario Di Salvo), trent’anni dopo

Il 30 aprile 1982 moriva, assassinato da Cosa Nostra, Pio La Torre. Come ricorda Francesco, “alle 9:20 una Fiat 131 guidata da Rosario Di Salvo proseguiva verso la sede del PCI. Ad un tratto una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo a fermarsi e in pochi secondi una raffica di proiettili cominciò l’esecuzione. Poco dopo sopraggiunse un’altra macchina a completare l’efferato omicidio”. Come è possibile leggere qui, “Pio La Torre, avendo vissuto la Mafia prima nelle occupazioni delle terre dei contadini siciliani per far applicare i decreti Gullo e poi nella camera del Lavoro di Corleone, conosceva meglio di altri sin dove poteva incunearsi il crimine organizzato e sapeva su quali amicizie poteva contare: Pio La Torre conosceva la Mafia, ma sapeva anche come contrastarla. Dal basso, insieme ai contadini che reclamavano i loro diritti; e dall’alto, nel Parlamento siciliano e in quello italiano, per un contrasto politico e non solo giudiziario-repressivo della mafia. La sua eredità è immensa, tangibile ed estremamente ricca. Ricca di persone, lavoro e legalità. Quelle cooperative che ogni giorno, passo dopo passo, costruiscono un futuro diverso e un’alternativa di società sono il frutto della sua battaglia, della legge a lui intitolata, la legge Rognoni-La Torre, la quale per la prima volta istituisce il reato di associazione mafiosa nell’ordinamento italiano (art.416 bis)”.

Pio La Torre e Rosario Di Salvo con il loro sacrificio hanno dimostrato che la politica è diversa da come viene dipinta oggi. Nel loro omicidio c’è la paura della Mafia verso coloro che prima di altri avevano capito che la Mafia si poteva sconfiggere con più giustizia sociale, con la redistribuzione di ciò che le mafie avevano sottratto al territorio. La mafia è ingiustizia proprio per questo; perpetua il privilegio dell’appartenenza, elargendo privilegi agli affiliati e vessando, in cambio di una finta protezione, coloro che ruotano attorno, anche loro malgrado, a tale cerchia.

Un’altra preziosa testimonianza (oltre a questa dove si ripercorre idealmente la storia della Sicilia e di tutto il Paese dei giusti dagli anni ’50 agli anni ’90) ce la regala Santo della Volpe che ci spiega – ed è una lezione di storia di cui non si dovrebbe fare a meno – come è nato il reato di associazione  a delinquere di stampo mafioso: “per combattere la cupola italo-americana” (leggasi in particolare la vicenda della base militare di Comiso che avrebbe dovuto ospitare 112 missili cruise a testata nucleare, contro la cui realizzazione ci fu un imponente manifestazione europea che mise insieme movimenti pacifisti e movimenti antimafia) e, soprattutto, “il sequestro dei beni mafiosi, leggi che sono dopo la sua morte furono approvate, in particolare quella sul riutilizzo sociale  dei beni dopo  la mobilitazione di Libera nel 1995. È La Torre a conoscere i risvolti più segreti dell’attività del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, a comprendere il peso della P2, ed a intravedere, con nove anni di anticipo, il peso di strutture come Gladio”.

Il Sole 24Ore, infine, illustra la possibilità che, grazie a tutto il nuovo materiale raccolto in questi ultimi anni, si possa aprire una nuova inchiesta sull’omicidio di Pio La Torre, essendoci stati molto probabilmente importanti depistaggi nel passato, in nome di quella “alleanza tra mafia e poteri più o meno occulti”, essendo persona che faceva “paura al potere”.

Io, semplicemente, non dimentico. E la sua esperienza di vita, con la sua coerenza, credo siano i migliori insegnamenti per me e per quelli che come me credono e vorrebbero continuare a credere con fiducia e speranza nel futuro del proprio Paese.

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L’oscenità del Potere del Vaticano

L’ultima puntata de “Gli Intoccabili”, soprattutto per la parte conclusiva dedicata alla corruzione morale che sta attraversando con veemenza i corridoi del Vaticano, mi ha lasciato una certa inquietudine. Non bisogna essere ferventi cristiani, infatti, per essere preoccupati per le notizie che ci raccontano dell’attuale regressione morale che ha investito il clero. Lo Stato del Vaticano, per quanto estero e per quanto vincolato all’Italia dai Patti Lateranensi che non sono mai stati rispettati integralmente da ambo le parti, non è uno Stato come gli altri. Piaccia o non piaccia, anche psicologicamente, “i fatti della Curia” hanno sempre avuto una certa presa sui cittadini fedeli al cristianesimo come pure una certa influenza sulle italiche vicende. La puntata e le rivelazioni delle ultime settimane mi hanno fatto tornare in mente una serie di dubbi e di interrogativi che mi accompagnano da qualche anno, da quando con l’associazione di cui faccio parte, la Scuola di Formazione Politica “Antonino Caponnetto”, ho invitato a Bari per alcuni convegni dedicati ai temi della legalità, illustri testimoni del nostro tempo come Antonio Ingroia, Gioacchino Genchi, Salvatore Borsellino. E spesso, avendo letto moltissimi libri in questi anni ed essendo un ragazzo curioso che attraverso la storia del suo Paese cerca di comprendere meglio come mai le mafie non siano mai state debellate – e a causa delle quali oggi l’Italia non è proprio un bel posto –  nei nostri discorsi è finito lo Ior, la Banca Vaticana, per essere stato il luogo nel quale sono confluiti gli interessi di una certa mafia, di una certa massoneria, di una certa politica, di una certa economia, a partire dagli anni ’70 – ’80. Storie, tra loro interconnesse dal sangue, di un Paese che non ha quasi mai conosciuto la verità.

Il seguente pensiero, lo sottolineo a scanso di equivoci, è un mio pensiero che dagli illustri interlocutori non è mai stato confutato e supportato in alcuna maniera. E poggia su alcuni fatti storici accertati che mai sono stati smentiti. E su altri che dovranno necessariamente essere valutati. Ma intanto sono proposti per invitare alla discussione e alla riflessione.

Faccio una premessa storica. In Sicilia, dopo la seconda guerra mondiale, i primi picciotti, sostenuti dagli americani che temevano una possibile ascesa politica dei comunisti, si organizzarono elettoralmente iniziando a sostenere in modo stabile la Democrazia Cristiana. Che infatti sull’isola ha sempre avuto una fertilissima tradizione. E un consenso notevole. E’ degli anni ’50 la strage di Portella della Ginestra, una delle prime stragi mafiose, dove i sindacalisti a difesa dei contadini, come Placido Rizzotto, vennero trucidati violentamente, per aver osato alzare la testa contro certi soprusi per difendere i diritti dei lavoratori. In quegli anni era (già) Ministro dell’Interno un giovanissimo Giulio Andreotti. Il quale in poco tempo divenne il plenipotenziario del partito “amico della Chiesa” e non pochi erano i suoi fedelissimi in Sicilia. Organizzati, dagli anni ’70, in una corrente (quelle attuali, in confronto, sono spifferi!) poichè iniziavano a farsi largo le tesi politiche anche di altri esponenti politici, su tutti Aldo Moro. Sono gli anni del Terrorismo. Sono gli anni della P2. Sono gli anni del superpotere mafioso di Cosa Nostra. Il cui capo è Stefano Bontate. Si scoprirà, poi, che questi era iscritto alla loggia massonica P2.  Un mafioso massone. Inquietante. Alla P2 pare che fosse iscritto pure il cardinale Marcinkus, storico presidente dello Ior.

Il triangolo perverso, pertanto, sembra essere questo: membri di una certa Dc, membri di una certa Cosa Nostra e membri di un certo Vaticano iscritti alla massoneria e con l’interesse di affidare allo Ior i propri capitali, essendo questo un istituto invalicabile e coperto da segreti inespugnabili, trattandosi, peraltro, di uno Stato estero. Nel giro di pochi anni furono uccisi Aldo Moro (a causa del “Compromesso Storico”?), Pio La Torre e il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Non sono state stragi “normali”, ossia per gli esecutori storicamente riconosciuti, ma per i mandanti politici che non si sono mai scoperti e per come esse sono maturate. Per la valenza che hanno avuto. Il Principe, ossia il potere della classe dirigente, che era sovrapposto in non pochi casi al trasversale potere criminale, da queste efferatezze ne è uscito potenziato.  Non voglio, però, ora approfondire questioni pur importanti e delicatissime riguardanti il connubio tra la politica e le mafie, sulle quali potrò anche tornarci con un altro post – nel ventennale delle stragi del 1992 – ma soffermarmi sul Vaticano. Sulla Santa Sede che non deve essere confusa con la Chiesa.

La Chiesa siamo noi tutti. La Chiesa sono le persone umili, pulite e spontanee che si ritrovano nelle parrocchie per testimoniare e difendere la propria fede. La Chiesa è Don Lorenzo Milani, è Don Primo Mazzolari, è Don Pino Puglisi, è Don Peppe Diana, è Don Tonino Bello, è Don Andrea Gallo, è Don Paolo Farinella, e i tanti che ora non ricordo ma che esistono. Il Vaticano è un’altra cosa. La Curia è l’organo politico – decisionale che non ha nulla da invidiare al peggior organo politico parlamentare. E’ di questo che voglio parlare.  Ed è di questo che si dovrebbe parlare. Diffusamente. Enormemente. Con serietà, onestà e competenza. Non inventando tesi o facendo supposizioni istintive. Il nostro Paese, sin dalla sua nascita, ha potuto contare essenzialmente su due pilastri storici che mai sono venuti meno: il Vaticano e le Mafie.

Le storie richiamate in questo post e in generale quelle di cui è possibile venire a conoscenza da non pochi e ben scritti volumi (penso a quello scritto ottimamente da Saverio Lodato e da Roberto Scarpinato, il “Ritorno del Principe”) documentano, con grandissimo realismo, sulla base di oggettive convergenze, come queste due realtà non solo si siano parlate nel corso dei decenni, ma come spesso abbiano intrattenuto rapporti mediante rispettivi componenti, per una questione di potere. Maledettissimo potere. Influenzando vicendevolmente e piegando più agevolmente, con la complicità di corrotti ed infedeli amministratori, l’ordine democratico repubblicano. E’ l”oscenità del potere. L’ob-scenum: il fuori dalla scena. Quella a cui assistono gli italiani sarebbe, perciò, una grandissima messa in scena, una rappresentazione fittizia, finta e menzogniera con protagonisti un manipolo di servi e di furbi. Il vero potere, quello che ha ucciso, forse,  i migliori italiani che il Paese abbia mai avuto, e che continua a muovere le pedine a piacimento e sulla base delle convenienze, è osceno. Non si vede. Ma c’è. Mai, fino ad oggi, per esempio, documenti curiali sono stati consegnati ai giornalisti affinchè fossero pubblicati con il preciso intento di denunciare la corruzione morale e il demonio che vive in certi porporati e nelle più alte sfere della Santa Sede. Qualcuno, probabilmente, se certe denunce dovessero proseguire o dovessero salire di livello, potrebbe iniziare ad avere paura. Ma ormai il dato è tratto. Non si può tornare indietro. Il vaso di pandora è stato scoperchiato. Che Dio aiuti la Chiesa. Che Dio ci aiuti.

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