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Operazione Guardie Svizzere

Il 18 febbraio scorso, su Prossima Italia, Rita lanciava l’ “Operazione Guardie Svizzere”. Poi immediatamente ripresa e rilanciata da Pippo. Anche se, a dire il vero, come rivela l’Espresso, il primo a sollecitare un’azione italiana per il recupero degli ingenti fondi evasi depositati nelle banche svizzere, è stato il Capogruppo alla Camera dell’Italia dei Valori, Massimo Donadi. Con il paese elvetico, vero paradiso fiscale al centro dell’Europa che fino ad oggi ha saputo solo chiedere sacrifici ai paesi dell’Unione rispetto ai quali è stata poco leale e solidale, prima la Gran Bretagna, poi la Germania, ora l’Austria, hanno stipulato accordi bilaterali per introitare appunto i fondi evasi, a percentuali concordate, garantendo, tuttavia, l’anonimato dei disonesti. Si ritiene che in Svizzera ci siano almeno 150 miliardi di euro italiani e, sulla base del tasso che potrebbe essere concordato, il nostro erario potrebbe recuperare una cifra importantissima. Dai 37 ai 50 miliardi di euro, come stima Il Fatto, che riporta in un primo momento la contrarietà di Monti per un’operazione di questo tipo essendo il capo del governo uno strenuo fautore dell’unione fiscale europea (che sarebbe stata messa in pericolo dalle iniziative arbitrarie condotte dai tre paesi) e del massimo rigore. Ma “nella conferenza stampa di mezzogiorno del 17 aprile il commissario europeo alla Fiscalità, Algirdas Šemeta, spiega ai giornalisti che gli accordi di Gran Bretagna, Germania e Austria con la Svizzera sono compatibili con il diritto comunitario. E quindi nel 2013 produrranno i loro effetti”. Oggi, nonostante la gaffe colossale e penosa del Corriere della Sera di ieri, probabilmente confortato dalla stessa Europa ma anche forse pressato da un Paese che non potrà reggere ancora per molto l’alta pressione fiscale a fronte di un’equità contributiva che proprio non si vede e a fronte di un processo di crescita non ancora avviato del tutto – come rivela ancora una volta Il Fatto – Mario Monti sembra aver cambiato idea. Sarà vero? Attendiamo fiduciosi e speranzosi i prossimi passaggi e soprattutto i primi risultati, poichè sarebbe non poca cosa avere in tempi rapidi a disposizione risorse cosi cospicue per rilanciare l’economia e l’occupazione, dando fiato a chi si sente strangolato e soffocato dalla pressione fiscale da un lato e dall’impossibilità di recuperare i crediti dovuti in tempi ragionevoli dall’altro.

Pippo, infine, ci ricorda che “l’operazione guardie svizzere” su facebook, la trovate qui: Operazione Guardie Svizzere. E su twitter, la parola chiave da seguire è: #ogs.

Si parla molto di Europa, ma può esistere un’area politica, economica e monetaria, con un paradiso fiscale al centro? Senza regole, con banche che includono gli spalloni nel servizio, lingotti d’oro che si spostano come pendolari e una generale sensazione da presa per i fondelli? Altro che scudo (che accompagnava guarda caso lo spadone leghista), qui ci vuole un’operazione politica. Si tratta di decine di miliardi di euro. Che potrebbero servire a fare tante cose, ma siccome a noi piacciono i contratti a progetto, li destineremmo al credito per le imprese e alla riduzione della pressione fiscale sui contribuenti onesti, dal momento che si tratta di banche e di evasione.

Perché i cittadini votano il M5S di Grillo

L’otto settembre del 2007, il giorno del primo Vday di Grillo – mediante il quale si chiedeva che nessun cittadino italiano poteva candidarsi in Parlamento se condannato in via definitiva, o in primo e secondo grado in attesa di giudizio finale; che nessun cittadino italiano poteva essere eletto in Parlamento per più di due legislature; che i candidati al Parlamento dovevano essere votati dai cittadini con la preferenza diretta – io c’ero. A Bari. In Piazza del Ferrarese. Con amici straordinari – Anna, Mariella, Mario, Ennio, Michele, i due Antonio, Vito, Salvatore, Annalisa, Paola Valeria, Angela, Nicola – e tantissimi altri cittadini (come si può vedere dal primo video). Senza i quali niente sarebbe stato possibile. Raccogliemmo – eravamo i responsabili del Meetup “I Grilli di Bari” – oltre 2200 firme, in una sola giornata. In una città che non aveva mai avuto una simile reazione alle nefandezze della politica, tradizionalmente intesa. Era il 2007. In Italia si raccolsero, in quella sola giornata, oltre 350 mila firme. Non erano semplici autografi. I cittadini dissero con forza e dignità che quella politica italiana, che poi è la stessa di oggi per i protagonisti che la popolano, faceva schifo. E che a loro non stava più bene. Delusi profondamente da chi aveva abusato del proprio potere per soddisfare i desiderata privati propri e delle contigue oligarchie invece che dei cittadini, in nome del quale si dice di amministrare la cosa pubblica. Cittadini, non sudditi, che non volevano rassegnarsi abbassando il capo davanti a quella crisi morale e culturale, prima che politica, che già si stava evidenziando, e che poi è esplosa. Fu messo in discussione l’istituto della delega. L’idea stessa della rappresentanza. Le Istituzioni questa richiesta di Politica, di politica “alta e altra”, non solo non l’hanno compresa – per ignoranza o malafede poco importa oggi – ma l’hanno discriminata e criminalizzata perché era simboleggiata da un personaggio criticabile e discutibile. Hanno visto lo specchio, ma non l’immagine riflessa.

Dopo il secondo Vday – quello contro “la casta dei giornalisti” celebrato il 25 aprile 2008 pure a Bari, in Via Sparano, in pieno centro – lasciai definitivamente il Meetup di Bari – ossia il gruppo di cittadinanza attiva nato spontaneamente sul territorio – perché le critiche che avevo immediatamente sollevato all’interno del movimento nazionale subito dopo il primo vday – tra i primissimi in Italia – sulla decisione di trasformare, senza alcun confronto con la “base” e in modo non del tutto trasparente, onesto e sincero, quei meetup in liste civiche, furono rispedite al mittente con violenza e aggressività. Facendo intuire – cosa di cui ebbi piena contezza alcuni mesi dopo – che tale progetto, quello di creare il Movimento 5 Stelle, era già stato ideato a tavolino nelle stanze della Casaleggio Associati, la società che gestisce il Blog di Grillo e che, risaputamente, non è costituita da “benefattori e da costruttori di pace”.

Tanto le 350 mila firme del primo vday quanto il milione e mezzo di sottoscrizioni del secondo vday, giacciono in qualche “scantinato del Potere”. I partiti e le istituzioni stanno testimoniando da tempo con inaudita protervia che non si vogliono autoriformare? I cittadini, attraverso Internet e gli strumenti ad esso connessi, si stanno organizzando, si stanno ridestando dal torpore decennale in cui erano sprofondati, perché costretti a farlo, per cambiare le cose. Si chiama dignità. Si chiama senso dello Stato. Si chiama etica pubblica ed etica della responsabilità. Tutte parole nobilissime che in questi anni sono state violentate e squalificate ontologicamente perché masticate da chi ha fatto della politica una professione. Da chi ha ritenuto le Istituzioni una proprietà privata. Si è continuato a parlare in questi anni, poco e male, di Grillo e delle sue uscite inopportune e spesso indecenti. Si sono censurati, totalmente e volutamente, i contenuti e le politiche che dal territorio sono entrate nelle “locali stanze del potere” con i primi amministratori pubblici “made in grillo”. Temi di buonsenso, spesso, che hanno ottenuto ancor maggior consenso perché tutto intorno è stata fatta, ovunque, terra bruciata. E più in Tv si ascoltavano da una Finocchiaro o da un Gasparri ipocrisie sempre più insostenibili, più dai cittadini veniva accettato anche il linguaggio duro e becero che giungeva dall’ex comico o da qualche suo sostenitore. Non si è analizzata e studiata la psicologia civica. Non si è compreso che si stava consolidando un Diritto alla Buona Politica. Se oggi il Movimento 5 Stelle è seriamente candidato a diventare il Terzo Polo del Paese, cari Bersani e Vendola (ma anche Di Pietro e Berlusconi), la colpa è anche e soprattutto la vostra. Il linguaggio e i modi saranno certamente a tratti inquietanti e socialmente pericolosi, come rileva Tommaso, ma se tutti gli inviti alla discussione, al confronto, alla comprensione politica – come ne sono venuti da Pippo ma non solo da lui, da e per tempo – non sono mai stati recepiti, in nome di una presunta superiorità culturale e morale, di cosa vi arrabbiate oggi? La vostra mancanza di umanità, di umiltà, di responsabilità e di una visione del Paese, in cui i più giovani vogliono continuare a credere con speranza ed entusiasmo, mossi dal proprio talento, nonostante tutto e tutti – perché pretendono di averne dignitosamente uno, di futuro – vi spazzerà via. Non Grillo con la sua dialettica da barbaro e i suoi modi da imperatore. Voi, sarete voi ad autoeliminarvi, alla fine. Ma i cittadini non vi permetteranno di distruggere, contestualmente, anche il Paese.

Qui ci vuole una rivoluzione, pacifica e politica

Alfano, Bersani e Casini, il triumvirato della vergogna, con la nuova riforma elettorale – l’ultima bozza discussa è assolutamente indecente – puntano a rinsaldare sé stessi e le loro oligarchie di potere consunte. I Cittadini hanno, ormai, un unico dovere morale: fare una rivoluzione pacifica e politica, di quelle che in Italia mai si sono viste. ABC vogliono continuare ad avvelenarci con il loro vocabolario novecentesco tramite il quale non comunicano più niente, non avendo alcuna visione sul futuro da poter trasferire? La rivoluzione che partendo da noi si dovrebbe configurare come una rivelazione, parta dal linguaggio. Da un nuovo glossario. Da parole semplici, ma chiare, nette, rigorose. E’ il momento di cambiare passo. Perché di tempo ne abbiamo perso tutti tantissimo. E cosi non si può più andare avanti.

Quello che non hanno capito i nostri sempiterni leader è che di fronte a quello che sta accadendo, ci vuole una rivoluzione. Sì, proprio una rivoluzione. Di fronte al crollo di questa Italia, non si può traccheggiare. Non ci si può abbandonare al politicismo. Non si può discutere come se il mondo si riducesse a tre palazzi romani e a due segreterie di partito. No, non si può. Non solo è sbagliato, è quasi immorale. Perché l’Italia può e deve essere meglio di così. E di fronte a quello che abbiamo visto negli ultimi vent’anni, bisogna esagerare. Dall’altra parte. Sognare qualcosa di nuovo, la notte, e, durante il giorno, saperlo spiegare con parole chiare. La rivoluzione, ci vuole. Una rivoluzione che riguardi prima di tutto noi stessi. E poi ci vuole una rivoluzione della politica. Che tolga argomenti alla famosa anti-politica (che si sono inventati i cattivi-politici), che si rivolga agli astensionisti sempre più numerosi. Due mandati possono bastare, si può rinunciare alla pensione, si può ridurre del 20-30% lo stipendio senza che accada nulla. Si può immaginare che chi spreca e sperpera, in un momento del genere soprattutto, torni a fare il proprio lavoro, se ce l’ha, o ne cerchi uno, se ha sempre vissuto di politica. Ho detto lavoro, non un consorzio o un ente pubblico. Tutto quello che è successo in questi ultimi vent’anni, è sbagliato. Abbiamo buttato via tempo e denaro. Abbiamo perso un miliardo di occasioni. Cambiare il sistema elettorale è uno strumento, cambiare la politica e la società sono i nostri obiettivi. (Pippo Civati)

La corruzione violenta l’urbanistica

La corruzione e la politica, oggi, dolorosamente, sembra siano sinonimi. A Nord come a Sud. Che siano una cosa sola. Che non esista politica, a prescindere dal partito, che sappia distinguersi per onestà e moralità, competenza e tecnica, capacità di rappresentare i sogni e le necessità di un popolo. Da questo paradigma alienante e perverso, Pippo Civati, da tempo, sta cercando di sottrarsi. E con gli amici di Prossima Italia, ormai sparsi su tutto il territorio, sta difendendo l’arte della Politica. Praticandola con valore, sebbene moltissimi ad essa diano un prezzo. Con l’intento di far passare il messaggio che solo chi costruisce una politica orizzontale e paritaria, nella salvaguardia del talento che ciascuno di noi possiede – a prescindere poi da quanto esso venga valorizzato –  può testimoniare di essere “alternativo”, descrivendo, pertanto, un orizzonte diverso sul quale affacciarsi. Quello della Prossima Italia, appunto. Dove, a cominciare dalle parole, bisogna restituire un senso e una misura alle cose. E dove le cose, dopo le premesse e gli annunci, vengano fatte. Per mantenere le promesse. La parola data a chi dovesse credere in quel progetto. Perchè la credibilità e l’autorevolezza si costruiscono lentamente, giorno per giorno, con metodo e scrupolo. Non ci si può improvvisare. Con questa idea di voler continuare a dare il proprio contributo, di voler trasferire con forza l’approccio per cui prima viene il progetto con obiettivi e metodologie e poi le alleanze, dopo “Qualcosa di nuovo” è stata organizzata, “dedicata” a Formigoni e all’ impressionante sistema di potere finanziario e religioso che lo sostiene, “#liberalasedia“. E si è parlato, appunto, anche di corruzione. Dei suoi effetti patologici non solo sull’economia, ma su tutto il sistema sociale che viene alterato perchè viene geneticamente modificata anche la percezione su quelle che dovrebbero essere le priorità di uno Stato di diritto. Ossia preservare, nel nome dell’etica pubblica e dell’etica della responsabilità, chi è onesto e chi assolve al suo dovere civico e professionale, con onore e disciplina, per dirla con la Costituzione. E alla corruzione, peraltro, era stata dedicata la Giornata di Canossa, a cui ho partecipato anche io. Gli spunti emersi poi sono stati ripresi anche da questo protocollo nazionale, valorizzandoli. Sotto il Pirellone, lo scorso fine settimana, quindi, è stato ripresentato il documento elaborato a Canossa, con il contributo di Rodotà e di tanti altri studiosi ed esperti della materia, nel quale è contenuta anche una ennesima proposta tratta dall’esperienza di Desio.

Con il prefetto di Monza e Brianza abbiamo predisposto un protocollo per creare un albo pubblico intercomunale degli appalti, che copra tutta la provincia. È importante che tutti i comuni riferiscano delle loro attività, appalti, subappalti, per poter individuare quali aziende lavorano su tutto il territorio, con quali amministrazioni.

E sulla stessa lunghezza d’onda, almeno fino a prova contraria, pare siano anche i Ministri Severino ed Ornaghi, i quali ritengono che la nuova legge contro la corruzione debba essere collegata alla nuova legge sull’urbanistica (del 1942 sebbene sia stata ampiamente rivisitata e modificata nel corso dei decenni) vista la pervicace cura che hanno avuto e hanno gli spregiudicati palazzinari ed imprenditori edili a devastare, per mero affarismo, quel bene preziosissimo che è il territorio.

I piani urbanistici, che dovrebbero essere garanzia di una corretta ed equa organizzazione del territorio, nonché ispirati innanzitutto dalle esigenze di fruizione degli spazi pubblici (come i parchi e le piazze serviti da una sistema di mobilità efficiente) da parte dei cittadini, diventano strumenti opachi e continuamente rivisti in peggio (le famigerate varianti) per permettere all’ente di far cassa attraverso i permessi di costruire o, in alcuni casi, per alimentare il malaffare. Una legge nazionale innovativa dovrà finalmente stabilire trasparenza e procedure di controllo dei cittadini sulle decisioni che riguardano il loro territorio, in primo luogo la stesura dei piani urbanistici. Infine, una legge innovativa dovrebbe porre un argine concreto al consumo di suolo, vera piaga del nostro paese. A tutto discapito dell’agricoltura (altra eccellenza nazionale) e della sicurezza dei cittadini, visto che più cemento equivale a più rischi. Le continue frane e alluvioni ce lo dimostrano anno dopo anno. Riqualificare le città, rivitalizzare gli spazi industriali dismessi a beneficio delle collettività, piuttosto che costruire il nuovo: questa dovrebbe essere la linea, che presuppone innanzitutto un cambio di cultura.

Dal Porcellum al Casinum

La nuova legge elettorale non c’è ancora, ma già fa discutere. Avevamo abbozzato un ragionamento dopo le Primarie di Palermo, sulla base dei tumulti politici che erano avvenuti durante tutta la campagna elettorale, con il sospetto principale che l’idea di un partito unico potesse migrare presto dal capoluogo siciliano a Roma. La Direzione Nazionale del Pd dei giorni scorsi non ha, onestamente, contribuito a far cambiare idea o ad avere un atteggiamento meno critico. Non c’è ancora un testo definitivo e naturalmente ciascun partito, più o meno demagogicamente, cerca di portare acqua al proprio mulino commentando la bozza preliminare predisposta dai tre leader della maggioranza che sostiene l’esecutivo Monti. Con polemiche molto forti sul web da parte di tanti cittadini, non solo quelli che hanno raccolto le firme per l’ultimo referendum, proprio su questa materia, cassato dalla Cassazione. Pippo commenta quel che sta avvenendo, citando Claudio Tito.

La paura di perdere le prossime elezioni. Sembra questo l’architrave su cui poggia l’accordo trovato dai tre partiti della maggioranza che sostiene il governo “tecnico”. Sull’idea che nessuna forza politica – a cominciare da Pdl, Pd e Udc – sia in grado di scommettere sul risultato delle prossime elezioni politiche. E lo dimostra l’idea di tornare a un sistema sostanzialmente proporzionale, cancellando il vincolo di coalizione e assegnando un premio che non determina la maggioranza.

Ma una congrua e valida riflessione su tutto quel che c’è e che non c’è, che ci sarebbe o che si potrebbe scatenare, la fa, ed io la condivido molto, su Prossima Italia, Paolo Cosseddu.

L’idea era quella di poter scegliere il candidato, non di passare da una lista bloccata lunga e una lista bloccata corta: il problema non è la lunghezza, ma il fatto che sia bloccata, evidentemente giova ripeterlo. Da liste bloccate, lunghe o corte, risulterà unParlamento di nominati, alcuni (molti) dei quali particolarmente indegni, né più né meno come quelli che sono stati protagonisti negativi di questa legislatura. Si è anche sentito ribattere che le preferenze sono un male, che generano clientele, ed è un’affermazione che ha purtroppo forti elementi di verità. Ma non si è detto in quale altro modo si dovrebbe restituire la famosa scelta ai famosi elettori. Scelta del candidato, del partito, della coalizione, e del candidato premier: sarebbero diritti democratici molto banali, e invece.

Il Pd tra riforma del lavoro e legge elettorale

Si è svolta a Roma, dopo diversi mesi dall’ultima convocazione, la Direzione Nazionale del Pd. Che sin dalle prime battute è stata molto scoppiettante perchè il segretario Bersani nella sua relazione, nonostante le forti preoccupazioni di tutti gli apparati sociali e politici vicini al Pd per la nuova riforma del lavoro, non ha puntato l’indice contro il governo Monti, invitato piuttosto a portare il provvedimento in Parlamento affinchè sia emendato positivamente e le “lacune” siano colmate. Si è parlato, inoltre, anche di legge elettorale e, conseguentemente, del ricambio generazionale. In particolare ha parlato dell’istituto delle primarie che sarebbe da riformare, senza però indicare con quali modalità e per ottenere quali fini, dopo che nei mesi scorsi aveva assunto altri impegni, volendo tutelare le primarie per scegliere i parlamentari. Poi, dopo il segretario, come ha commentato su twitter sarcasticamente Sandro Gozi, è iniziata una puntata speciale di “Ballarò”, essendo intervenuti in successione Bindi, Letta, Franceschini, D’Alema, Veltroni per ripetere le cose che ripetono da almeno quindici anni e che sono politicamente evanescenti perchè non rappresentano affatto un valore aggiunto nella discussione. Sulla riforma del lavoro (il Pd dovrebbe spingere sulla buona proposizione avanzata da Boeri e Garibaldi), tema sul quale si gioca la credibilità l’esecutivo Monti, anche perchè rappresenterebbe la potenziale chiave di volta per aprire nuovi scenari occupazionali, c’è molta confusione e ognuno – partiti, sindacati, tecnici, studiosi – punta a portare acqua al proprio mulino. Anche perchè le elezioni amministrative si avvicinano. Sul lavoro lo sforzo e la corresponsabilità, pertanto, dovrebbe essere massima e leale da parte di tutti, perchè è nella dignità del lavoro che si trova la dignità di un Paese. E’ il lavoro che crea benessere individuale e collettivo. E’ il lavoro giusto ed equamente retribuito che preserva la coesione sociale evitando tumulti e rivolte. Nel merito, invece, tutti quelli che parlano con superficialità e ignoranza di “modello tedesco” e di cogestione del lavoro dovrebbero leggere prima la riflessione di questo operaio italiano radicatosi in Germania per lavorare in Volkswagen, azienda che versa ai propri dipendenti un salario medio di 2600 euro che gli omologhi italiani si possono solo sognare. Come finirà, purtroppo, nessuno può dirlo ancora con certezza.

Per la salvaguardia e la cura dei nostri territori

Pippo Civati, in questo vecchio post, riporta la riflessione, che mi sento di condividere, di Arturo Lanzani, geografo e urbanista, Politecnico di Milano, scritta per Il Giornale dell’Architettura.

L’arresto del consumo di suolo e della frammentazione degli spazi aperti, che si realizza prevalentemente sulle terre di pianura più fertili, per molti agronomi, ecologi, biologi, geologi, idraulici è una mossa urgente per non penalizzare ulteriormente il settore agricolo, per non incrementare l’effetto serra, per mantenere l’elevato livello di biodiversità e per evitare quella impermeabilizzazione che assieme a una più attenta gestione del bosco di ritorno sulle terre agricole marginali e a un riordino degli insediamenti esistenti è la misura strutturale per ridurre il dissesto idrogeologico ed evitare i ricorrenti disastri ambientali. Parimenti, alcuni economisti hanno sottolineato come la competitività delle nostre urbanizzazioni passa per una loro ricapitalizzazione, per una loro reinfrastrutturazione e per un loro ridisegno qualitativo e non su una crescita estensiva dell’urbanizzato che porta invece a costi di gestione delle reti sempre più elevate e alla realizzazione d’infrastrutture banali. Alcuni urbanisti e geografi hanno sottolineato come le attuali dinamiche espansive dell’urbanizzazione non siano più legate a una consistente crescita demografica ed economica e a un epocale riassetto della geografia del popolamento e delle imprese. Una spirale alimentata, dal lato dell’offerta, da piani urbanistici che rispondono solo a valutazioni di bilancio e di consenso a brevissimo periodo e, dal lato della domanda, dal riversarsi nell’edilizia di capitali non più reinvestiti in attività industriali competitive, nonché da flussi consistenti di risorse provenienti dall’economia illegale. Per tutte le urbanizzazioni private, ma anche per le opere pubbliche che comportano consumo di suolo, va inoltre prevista una misura di compensazione ambientale sul modello della legislazione tedesca. Per ogni superficie urbanizzata va prevista la cessione o il convenzionamento di pari superfici valorizzate in senso ecologico-paesistico. Nei territori periurbani di pianura queste compensazioni dovrebbero riguardare aree attrezzate ex novo con prati e boschi fruibili, agricoltura urbana e greenways; nelle aree di collina e montagna dovrebbero riguardare un’azione straordinaria di cura e manutenzione dei sentieri, dei boschi e dei prati stabili. Tali compensazioni d’altra parte debbono essere la premessa finanziaria di una progettazione integrata di reti verdi e di reti di comunicazioni, secondo standard europei.

È la politica, Bellezza

Sabato a Milano, Qualcosa di nuovo. Il commento di Pepecchio.

Siccome poi sabato è il primo fine settimana di primavera e nella notte fa il suo ritorno l’ora legale forse è proprio il momento giusto per portare anche le lancette delle politica in avanti di un paio di decenni e fare in modo che una nuova generazione si candidi a guidare un partito ed un paese.

Un Paese a #corruzionezero

Sabato scorso ero a Canossa, in provincia di Reggio Emilia, dove si è svolta la prima Assise nazionale contro la Corruzione, convocata da Pippo Civati e dagli amici di Prossima Italia, e che è stata ispirata dal giurista Stefano Rodotà, presente all’iniziativa, che l’aveva proposta per la prima volta una ventina d’anni fa, prima di Tangentopoli. Un’iniziativa necessaria che dovrebbe essere ripetuta più spesso essendo la corruzione una patologia ormai endemica del nostro sistema politico – amministrativo che si è diffusa non solo per una preoccupante regressione dell’etica pubblica e dell’etica della responsabilità ma anche perché sono venuti meno gli anticorpi sociali e culturali che avrebbero dovuto contrastarla. Tanti gli interventi nel corso della giornata. Professori universitari, magistrati, politici, giornalisti, semplici cittadini si sono succeduti e innumerevoli sono state le proposte emerse da un dibattito conviviale e costruttivo, come mai se ne vedono nei talk show di approfondimento politico, per mitigare gli effetti catastrofici delle “tre C” che hanno devastato il nostro Paese: Corruzione, Clientelismo e Conflitto d’interessi.

  1. Ratificare la convenzione europea del ’99 che introduce i reati di autoriciclaggio, di corruzione tra privati, di interferenza illecita negli affari privati e la revisione del falso in bilancio;
  2. Riformare l’istituto della prescrizione: da un lato sospendendola una volta avviato il processo, dall’altro stabilendo un termine tale che non impedisca di portare a sentenza il processo;
  3. Riformare il sistema sanzionatorio: prevedendo non solo l’innalzamento della pena minima – perché è il carcere il primo deterrente – ma anche la possibilità che il condannato risarcisca fino a quattro volte il danno arrecato. Prevista, come per i mafiosi, anche l’ipotesi della confisca dei beni;
  4. Riformare la politica dei rimborsi e dei finanziamenti pubblici/privati ai partiti e alle fondazioni: con l’ausilio delle nuove tecnologie deve essere immediata e sempre possibile la verifica delle entrate e delle uscite, la conoscenza delle fonti e dei destinatari delle transazioni. Su un unico sito internet gestito da un ente terzo autonomo ed indipendente devono essere registrate tutte le operazioni e tutti i movimenti di cassa rispetto alla soglia dei 500 euro. Prevedere, inoltre, un tetto massimo di finanziamento che può essere erogato dai privati;
  5. Disciplinare le cause di ineleggibilità che inibiscano la candidatura e comportino l’automatica decadenza dalle funzioni di rappresentanza politica ad ogni livello dei condannati in via definitiva per i delitti contro la pubblica amministrazione;
  6. Eliminare i doppi incarichi e contrastare gli episodi di familismo a ogni livello. Istituire un’anagrafe, anche tributaria, degli eletti e dei principali dirigenti dell’amministrazione pubblica, a livello locale e nazionale;
  7. Sugli appalti si gioca la partita più delicata e sensibile, anche a causa delle costanti e note infiltrazioni mafiose, a tutti i livelli. Occorre assicurare, anche con l’aiuto di internet, la massima trasparenza ai processi di aggiudicazione delle gare. Pubblicando, sul sito internet dell’ente pubblico, le consulenze e le collaborazioni, per appalti e subappalti, per limitare i conflitti d’interesse nonché incentivare la nascita di stazioni uniche appaltanti dotate di adeguate strutture e professionalità. Promuovere, poi, la nascita di “white lists” di operatori economici dotati dei necessari requisiti di moralità professionale e condizionare l’aggiudicazione degli appalti – anche nel privato – al rispetto di requisiti quali la conoscenza della composizione della compagine societaria, con il casellario giudiziale dei titolari e dei soci, dei bilanci dell’ultimo anno di attività, e l’elenco di tutti i fornitori e subappaltatori;
  8. Dare ulteriori strumenti alla Corte dei Conti affinché espleti ancora meglio alle sue funzioni di controllo, prevedendo, infine, un Osservatorio sul rischio corruzione che miri ad un censimento dei casi emersi e ne analizzi le dinamiche e le peculiarità al fine di avere una banca dati nazionale che rappresenti uno strumento per la predisposizione di ancora più innovative riforme per il contrasto del fenomeno.

Oggi la corruzione, si dice, costa all’Italia circa 60 miliardi di euro. Una cifra spaventosa che aumenta vertiginosamente se considerassimo nelle stime anche l’evasione fiscale – stimata in 120 miliardi di euro – e il fatturato annuo della criminalità organizzata – valutato in 150 miliardi di euro. Con l’adozione delle misure sopra indicate la corruzione sarebbe sconfitta nel nostro Paese? Non lo sappiamo, ma certamente sarebbero e dovrebbero essere misure indispensabili per un Paese che vuole tornare a fare dell’uguaglianza e della legalità i suoi principali pilastri morali sui quali ricostruire il proprio “pantheon dei diritti”.

P.s.: La Carta di Pisa – il codice etico per promuovere la cultura della legalità e della trasparenza negli enti locali – proposta da Avviso Pubblico; la Proposta di Legge sulla Corruzione avanzata dal Fatto Quotidiano; il decalogo in dieci punti di Marco Travaglio.

Gli oneri di urbanizzazione

Gli oneri di urbanizzazione, sui nostri territori, hanno lo stesso effetto del boia: giustiziano il paesaggio. E’ dal 2004, ossia da quando è stata istituita la norma statale, che mediante tali oneri si sostiene la spesa corrente. Più oneri e più servizi per la collettività, praticamente. Ma più oneri vuol dire, pure, più densificazione edilizia. La possibilità che le nostre città siano sempre meno impermeabili e sempre più vittime del fenomeno dello sprawl. Il Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio è nato anche per questo motivo. Per invertire una tendenza, che è soprattutto culturale. Per dire con fermezza che bisogna puntare sulla riqualificazione del patrimonio edilizio ed urbanistico esistente. Ammettendo, dove possibile, la demolizione e ricostruzione di quegli organismi architettonici fatiscenti sulla base dei più efficienti paradigmi energetici. Evitare che le nostre città siano sempre più grigie a causa del cemento e il grigiore raggiunga gli animi di quanti vorrebbero vivere in contesti urbani dove, nel rispetto delle regole, siano garantite le esigenze della collettività. Dove si attui il Bene Comune.

Condivido, pertanto, il post di Pippo:

Il documento lo trovate qui.

L’utilizzo degli oneri di urbanizzazione per finanziare la spesa corrente è consentito solo fino all’esercizio 2012.

E quindi:

Con il riferimento alla costruzione dei bilanci pluriennali del 2013 e del 2014 non sarà possibile prevedere che una quota di oneri di urbanizzazione venga destinata a finanziare la parte corrente del bilancio.

Non male: la battaglia per ridurre il consumo di suolo prosegue. Speriamo solo che non intervenga, nel corso dell’anno, il solito decreto che cambia tutto. Nello stesso tempo, e va detto a caratteri cubitali, è chiaro che i Comuni devono poter disporre di maggiori risorse, perché sono allo stremo delle forze. Soprattutto quelli virtuosi. E il paradosso, in questo caso, fa molto male. Lasciare l’Imu ai Comuni (e non solo una sua parte, come accade ora) in prospettiva potrebbe essere una soluzione (a proposito di federalismo, oltretutto). Cambiare il patto di stabilità (una buona volta) sarebbe, invece, urgente. Chissà che Monti non ci stia già pensando.

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