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Renzo Piano nominato senatore a vita

Questa è una splendida notizia. Con nomina odierna del Presidente della Repubblica Napolitano, l’architetto italiano Renzo Piano, tra i più famosi al mondo, per alti meriti civili e sociali maturati, è diventato senatore a vita. Hanno ricevuto la stessa gravosa onorificenza anche il direttore d’orchestra Claudio Abbado, il fisico Carlo Rubbia e la ricercatrice scientifica Elena Cattaneo.

Sono molto contento, senza nulla togliere agli ultimi tre, per la scelta dell’architetto Piano. Non solo perché è stata riconosciuta l’importanza dell’architettura e dell’urbanistica “sostenibile” in un tempo nel quale queste scienze sono molto trascurate, oltre ad essere vicine alla mia sensibilità e cultura, ma anche perché i progetti del professionista genovese, che piacciano o meno (e ce ne sono alcuni che non mi hanno suscitato entusiasmo), non sono mai banali e da ciascuno è possibile trarre degli elementi di novità. L’architettura come maestra di vita e come arte che possa scatenare processi cognitivi fondati sulla curiosità e sulla voglia di magnificare la propria immaginazione per descrivere una realtà in continua evoluzione.

L’ultimo progetto italiano di Renzo Piano è a Trento: nuovo Museo delle Scienze e nuovo quartiere eco-sostenibile. Poi, non potendoli citare tutti, ricordo i più recenti che si sono distinti per il loro carattere ecologico, quale l’Auditorium realizzato all’Aquila colpita dal terremoto, il nuovo “grattacielo di Torino“, il Centro Culturale di Atene, il green roof of the California Academy of Science.

P.s. Mi sono limitato, volutamente, a queste considerazioni, evitando quelle che si avrebbero a seguito di commenti simili, semplicemente perché ritengo, in tale circostanza, evidenziare l’aspetto positivo di siffatte nomine.

P.s.1. Bellissima intervista a Renzo Piano e a Claudio Abbado, di Stefano Boeri.

P.s.2. L’amaca quotidiana di Michele Serra.

La politica teme il talento perché il talento ti regala la libertà e la forza per ribellarti.

Da Messina a Bari, con lo stesso amore per la politica?

Accorinti

Lo spero, sinceramente. A Messina è successo, alle ultime Amministrative, qualcosa di incredibile e di inatteso. E’ diventato Sindaco della città siciliana, contro ogni pronostico, con il 53% circa dei voti, Renato Accorinti. Bella questa sua descrizione fatta dal Sole 24 Ore. Sull’Espresso, in una delle sue prime interviste, sulla sua vittoria e sulla sua visione della politica, si è così espresso:

L’antipolitica è la brutta politica che viene portata avanti dai partiti, e la vera politica è questa, la nostra. Guarda, io credo che la politica sia l’attività più nobile e spirituale degli esseri umani, che si può riassumere in due parole: bene comune. La politica è fatta dagli esseri umani. E gli esseri umani sono esser speciali. I politici si vergognano di parlare di questo, ma è partendo da qua che tutto si può cambiare: una rivoluzione spirituale che diventi culturale e infine politica. La nonviolenza è un modo di vedere gli esseri umani: un modo spirituale, ma anche estremamente concreto, e quindi politico: significa insegnare alle persone che non debbono essere sudditi, ma cittadini. E in questo senso è l’essenza più profonda della politica. Si tratta di una visione del mondo in cui si combatte l’errore, non l’errante. E’ un salto di qualità, e quindi più che una rivoluzione la definirei un’evoluzione della politica. Niente rabbia, nessun nemico e la voglia di recuperare singolarmente alla politica ogni persona, perché ognuno ha una parte positiva che può mettere al servizio degli altri.

Sull’Huffington, invece, si è così pronunciato:

Puntiamo ad una evoluzione: la vera politica è il bene comune e non a caso abbiamo promesso un assessorato alla co-gestione dei beni comuni. Ma chiediamo ai cittadini la partecipazione vera, di passare dalla delega alla partecipazione. Lo sport come strumento di riscatto nelle periferie. L’investimento sulla cultura e sul piano educativo sono gli strumenti più potenti a disposizione dell’essere umano per cambiare veramente tutto. Gesualdo Bufalino, grande scrittore siciliano, quando gli chiedevano come si può sconfiggere la mafia diceva: con un esercito di maestri elementari. Il cambiamento parte dalla cultura, solo così si può trasformare questo enorme condominio che è la città di Messina, in una comunità. I no sono molto dignitosi nella vita, e spesso sono educativi anche quelli che danno i genitori, se sono motivati. Viva i “no” quindi? Per niente. Sono il primo a dirlo: la protesta fine a se stessa è sterile e inutile. A un “no” io antepongo mille “sì”. La mia è la vittoria di quelli che hanno preso calci in faccia per una vita, che hanno creduto in se stessi, nei valori, nell’utopia. Oggi che finalmente è stata vinta una battaglia culturale epocale, ne siamo contenti. Ma non abbiamo vinto contro qualcuno, abbiamo vinto per il cambiamento.

Alessandro Gilioli dice che assomiglia al Sindaco di Bogotà Mockus, per i suoi modi gentili e umili; ma anche per quella capacità di tenere assieme pragmatismo ed utopia.

Messina – città storicamente e culturalmente di destra e succube di un network criminale composto da massoneria, criminalità organizzata, forti ed influenti poteri economici, con una pluralità di emergenze sociali ed urbanistiche mai affrontate efficacemente – ricorda Bari.

Mi piacerebbe molto, pertanto, che un simile terremoto politico, in vista delle comunali del prossimo anno, possa abbattersi pure sulla nostra città. La vittoria della semplicità, dell’umiltà, della verità, della positività. Per tenere assieme sostenibilità e legalità. Per restituire il potere ai cittadini, attraverso nuovi processi emotivi e partecipativi, cosi da non subire più tsunami demagogici che spingono cittadini senza alcuna storia e competenza al potere.

“Finale di Partito”: la videointervista a Revelli

Venerdi scorso, presso l’Auditorium La Vallisa di Bari, il nodo locale di Alba ha organizzato un incontro con Marco Revelli per presentare il suo ultimo libro, per Einaudi, “Finale di Partito”. Lo ha moderato Teresa Masciopinto. E gli interventi introduttivi sono stati di Franco Chiarello e di Magda Terrevoli, a nome delle due associazioni che hanno collaborato nell’organizzazione dell’evento (rispettivamente “Centosassi” e “Un desiderio in comune”). Vi ho partecipato con grande curiosità ed attenzione.

Il partito era un involucro molto solido, con un corpo militante ampio e fidelizzato, con una capacità non solo di rappresentare politicamente ma anche di organizzare pezzi di società, il tempo libero dei proprio militanti, la formazione culturale che era partita con una forte vocazione pedagogica per molti versi. Quel modello di partito era congruente con il paradigma socio produttivo, corrispondeva ad un modello di organizzazione che si era originato fuori dalla politica e che aveva assunto un carattere universale. Questo modello novecentesco è finito esattamente come è finito il modello della fabbrica fordista. Il problema degli attuali partiti è il non aver compreso pienamente gli effetti della trasformazione in atto. Il non riconoscere che oramai sono diventati una cosa diversa da quella che continuano ad autorappresentare, essendoci flussi di consenso flessibili, volubili, incerti. Credo che il Parlamento dovrebbe rimanere il luogo nel quale il sociale trova la propria sponda politica. Dico sponda e non sintesi, come molto spesso si dice, come se il sociale fosse un conglomerato eterogeneo e instabile e all’istituzione spettasse fare la sintesi, e che senza questa sintesi il sociale si dissolverebbe. Non è più così, il sociale ha maturato una consistente capacità di autoorganizzazione e anche di autorappresentazione. C’è un sociale che ha elaborato una forte consapevolezza dei propri bisogni e delle proprie esigenze. Il nuovo modello di rapporto tra la rappresentanza politica e il sociale non può che essere un rapporto meno esclusivo e forte di un tempo, in cui la rappresentanza politica non può pretendere di monopolizzare tutte le forme di espressione pubblica come rischia di continuare a fare perché questo verrebbe interpretato come privilegio ingiustificato, intollerabile. Non può pretendere di continuare a svolgere quel ruolo pedagogico per cui non è più legittimata. Non ha nulla da insegnare questo ceto politico.

La memoria corta di Letta sull’Imu

L’intervista di Enrico Letta a La Stampa, dello scorso 4 febbraio (sono passati 3 mesi, anche se sembrano 3 secoli), sulla vicenda Imu, ri-letta oggi non fa sorridere. Fa incazzare. Di più. Perché ha un’unica lettura possibile: quella della presa in giro (per dirla, sobriamente, con un eufemismo), l’ennesima, nei confronti dei cittadini e degli elettori.

“Riteniamo che togliere completamente l’Imu, in questa fase, sia sbagliato. In una stagione nella quale si richiedono tanti sacrifici, riteniamo che chi ha una casa in via Montenapoleone debba pagare l’Imu e chi abita a Quarto Oggiaro no. E d’altra parte, Berlusconi dopo aver abolito l’Ici nel 2008, fu costretto a rialzare altre tasse”.

P.s. Imu, tra palco e realtà

Il Paese vuole il cambiamento. La politica lo rifiuta

Giorgio Napolitano è stato (ri)eletto Presidente della Repubblica. Per la prima volta nella Storia del nostro Paese. La conferma, giunta dopo una settimana di grandissime tensioni e divisioni, è arrivata con i voti di Pd, Pdl, Scelta Civica e Lega. E con Grillo che ha gridato al “golpe”. Ritrattando, parzialmente, poi le parole pronunciate a caldo, ieri sera. Nel mezzo, non solo si è consumata la fine ingloriosa del Partito Democratico, almeno per come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi, ma anche si è vissuto, forse, l’ultimo e definitivo strappo tra la nazione e la politica. I cittadini, in questi anni, non unicamente ma soprattutto quelli che si riconoscono “nell’area del centrosinistra”, con una pluralità di scelte e di testimonianze – vedi il successo dei quesiti referendari, vedi la partecipazione attiva delle donne di “Se non ora quando”, vedi la richiesta di coinvolgimento dei cittadini della Val di Susa nell’ambito della Tav Torino-Lione, vedi l’affermazione “anti-sistema” del M5S alle ultime elezioni (dopo i successi a Parma e in Sicilia) – hanno posto, con tenacia, una domanda di cambiamento.

La risposta è stata, invece, la peggiore che poteva essere data. Indifferenza totale. Sordità estrema davanti all’urlo di dolore di un Paese inferocito e sfiduciato. Come ho scritto stanotte su Fb, il voto del 25 febbraio ha bocciato Monti e le larghe intese che lo hanno sostenuto: ora riavremo un governo pressoché identico, ma con interpreti diversi. In queste settimane ci sono stati appelli e mobilitazioni per sostenere la candidatura al Quirinale di Stefano Rodotà, nome autorevolissimo su cui buona parte del Paese ha riposto la propria speranza per poterlo finalmente cambiare in meglio, con questa proposta sostenuta dal M5S, da una parte minoritaria del Pd e da Sel: ma la politica ha scelto Napolitano.

Addossare la responsabilità di questo disastro unicamente a Bersani sarebbe scorretto; ma è indubbio che, da segretario (dimissionario), abbia le responsabilità più grandi, non essendo riuscito a governare le mille correnti createsi venendo, pertanto, travolto da questo fiume carsico mosso spavaldamente soprattutto dalla bramosia di potere di taluni sedicenti “giovani”. Tutti devono prendersi la propria parte di responsabilità. La profonda lacerazione interna, all’interno di un sistema politico già in profonda crisi etica e culturale, sta seriamente facendo sprofondare il Paese in una dimensione di assoluta pericolosità, non potendo nessuno escludere che l’attuale instabilità possa degenerare, prossimamente, in tensioni sociali di una certa entità. Sul Sole 24Ore D’Alimonte illustra, con grande chiarezza, le ragioni dell’implosione del Pd, sostanzialmente mai affermatosi per la sua identità e per l’assenza di un progetto credibile di futuro, avviatasi con la sconfitta elettorale del 25 febbraio (elezioni a cui si è giunti senza aver cambiato la legge elettorale, a causa della quale i parlamentari non usciti dalle primarie di fine dicembre non rispondono che ai loro capibastone – e azzardo alla luce dei fatti – con il bastone usato da questi, per esempio, contro Prodi).

Le ceneri finora tiepide si sono surriscaldate di colpo e rischiano di ardere quel che resta di un soggetto politico nato morto, anche per la folle egolatria dei “padri nobili” il cui unico fine è sempre stato la conservazione del proprio status quo. E anche l’analisi di Alessandro, amarissima ma oggettiva, imporrebbe un dibattito autentico e franco. Teso a rifondare sulla base di una prospettiva collettiva e condivisa. Anche per questo, parlare oggi di scissione, è fin troppo facile. Ma non è questa la soluzione. Bisogna restare uniti, come dice Pippo. Mandando, però, urgentemente, a casa “quelli-di-sinistra-che-odiano-la-sinistra” perché quel che occorre “non è una rottamazione, ma una rivoluzione”.

E questa, per realizzarsi, e compiersi quella metamorfosi della politica, dice Barca all’Unità (ma lo dice anche Pippo, da tempo), deve prevedere un nuovo legame costitutivo tra i cittadini e nei territori sanando quella ferita ad oggi profondissima che risiede nella mancanza di fiducia degli elettori. Una palingenesi culturale, etica e sociale dei partiti nei quali si possa tornare a confrontarsi costruttivamente, non criminalizzando chi la vede diversamente, e valorizzando chi, portatore di saperi ed esperienze chiare e genuine, sappia proporre soluzioni condivise ai mali della propria comunità.

Silvio si riprende il Paese?

13 04 2013 silvio a bari

E’ possibile, se non probabile. Tocca essere oggettivi e provare a rispondere a questo quesito, che in qualsiasi altra parte del mondo non sarebbe manco ipotizzabile se associato al politico che ha governato il Paese per quasi 9 degli ultimi 12 anni e per la cui gestione fallimentare ed irresponsabile – senza considerare, in questa sede, i suoi vizi privati a causa dei quali siamo stati sputtanati nel mondo – ci siamo ritrovati l’esecutivo Monti (con la complicità del Presidente Napolitano che lo ha detronizzato pur in assenza di una sfiducia politica/parlamentare e con quel che è sembrato un abuso di potere legittimato da quello superiore dei “mercati europei”), con la giusta dose di onestà intellettuale.

Per quanto la risposta, per la medesima onestà, e senza alcuna ipocrisia, mi generi una certa inquietudine. Avendo a cuore la tenuta etica e sociale del nostro Paese. Oggi soffocato dalla più grave crisi economica e finanziaria di sempre, corroborata dalla più grave crisi morale ed etica di sempre, con entrambe che hanno ottenebrato, pericolosamente, il senso dello Stato di tutta la classe dirigente italiana, gerontocratica e autoreferenziale.

E considerata, inoltre, la complicità e la contiguità culturale dell’attuale establishment del centrosinistra (praticamente lo stesso da 30 anni o quasi) che rappresenta il principale alleato politico dello “statista di Arcore”, pronto a rianimarlo politicamente ad ogni occasione, non essendo capace di concepire e di progettare, senza di lui, il cambiamento ineludibile di cui questo Paese ha un tremendo bisogno, mettendosi autocriticamente in discussione per le sue “mirabili e continue vittorie”.

“Il comizio di domani – scrivevo ieri – è il primo della nuova campagna elettorale che potrebbe aprirsi a breve se i suoi approcci “inciucisti” verso il Pd dovessero fallire“.

E sostanzialmente ha confermato, oggi pomeriggio, la mia riflessione:

“Ci sono due possibilità: o governo politico di larghe intese o si vota a giugno”.

Il comizio, in una gremita Piazza Prefettura, e introdotto dal contestatissimo striscione apposto arbitrariamente e scorrettamente sul Municipio dal Sindaco Emiliano (che ha cercato furbescamente, con questa iniziativa fintamente garbata ed ironica, di farsi pubblicità a livello nazionale), è stato, peraltro, assai deludente. Lo “shock” annunciato non c’è stato. Nè è stato annunciato il nuovo partito. E’ stato, invece, e come peraltro già annunciato nel post di ieri, il copione di sempre, recitato quasi con “sobrietà” non volendo far naufragare definitivamente la scialuppa di salvataggio su cui vorrebbe far salire Bersani, per un governo di larghe intese finalizzato soprattutto ad amnistiarlo, con un Presidente della Repubblica “gradito”, ove condannato. Con il saluto finale, anche questo da grandissimo comunicatore qual è, percepito come l’ennesimo “arrivederci”:

“Voglio ringraziarvi di nuovo per essere venuti qui. Grazie di avermi ascoltato con tanta attenzione. Vi ho fatti partecipi dei nostri propositi, speranze e preoccupazioni. La notte è più buia prima dell’alba. Non riusciranno a toglierci la nostra positività e le proposte per cambiare in meglio il Paese che amiamo. Vi abbraccio tutti. Continuate a volervi bene. Viva l’Italia, viva Forza Italia, viva il pdl, viva la libertà, viva la nostra e la vostra libertà”.

 

Silvio a Bari: ecco perché

“Non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni. Chiudo il sipario sulla mia vita coniugale. Io e i miei figli siamo vittime e non complici di questa situazione. Dobbiamo subirla, e ci fa soffrire. Non posso più andare a braccetto con questo spettacolo. Qualcuno ha scritto che tutto questo è a sostegno del divertimento dell’imperatore. Condivido. Quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore. E tutto in nome del potere. Figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo e la notoretà; e per una strana alchimia, il paese tutto concede e tutto giustifica al suo imperatore. Ho cercato di aiutarlo: ho implorato le persone che gli stanno vicino di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene. E’ stato tutto inutile. Credevo avessero capito, mi sono sbagliata. Adesso dico basta”.

Con queste parole, pronunciate nell’aprile del 2009, Veronica Lario anticipa la decisione di voler divorziare dal coniuge Silvio Berlusconi, dopo la sua sorprendente ed inattesa partecipazione al 18° compleanno di Noemi Letizia, fino ad allora sconosciutissima  ragazza di Casoria, e le ancor più clamorose dichiarazioni rilasciate da costei alcuni giorno dopo. A distanza di anni, e nonostante una produzione industriale di articoli e di ricostruzioni sulla natura del rapporto, oltre che sull’origine della conoscenza (rimaste, in parte, avvolte nel mistero), tra l’ex premier e la giovane napoletana, sono rimaste solo le menzogne del politico più potente del Paese.

Di Noemi Letizia, peraltro, si è tornato a parlare in questi giorni. E il suo nome è stato associato a quello della marocchina Ruby, un’altra giovanissima ragazza frequentata da Berlusconi e tra le protagoniste dei suoi festini (da alcune di esse ribattezzate come “cene eleganti“), al centro di un processo per induzione alla prostituzione e concussione. Ma, per quanto scottanti (in tutti i sensi),  è dalla Procura di Bari che rischiano di giungere le peggiori conseguenze per l’ex premier, nell’ambito del “Caso Tarantini”, a causa del quale anche il Procuratore Capo Laudati sta vivendo una vera e propria “passione” che terminerà con il suo trasferimento in altro ufficio.

Certo, il Comune di Bari e la Regione Puglia sono attualmente governati da esponenti, ormai nazionali, del centrosinistra tanto avversato e contro la cui gestione probabilmente dirà qualcosa, seppur probabilmente con una certa pacatezza (per non logorare il suo tentativo di apparire, improvvisamente, moderato e conciliante per l’obiettivo delle larghe intese), ma il comizio di domani è il primo della nuova campagna elettorale che potrebbe aprirsi a breve se i suoi approcci “inciucisti” verso il Pd dovessero fallire. Con una novità importantissima che giustifica il dispiegamento di forze messe in campo per l’evento di domani, con tutto il Pdl locale e non solo mobilitato per il grande obiettivo: veder nascere la “nuova” Forza Italia che, con altro nome, dovrebbe diventare quel “partito popolare italiano” che Berlusconi sogna da tempo per poter tornare in Europa da grande protagonista.

E la scelta di far partire, quindi, questa ennesimo percorso politico da Bari – fermo restando il carattere assolutamente imprevedibile di Berlusconi che punta a creare “uno shock politico” (a partire dai suoi 8 punti) e che resta, per citare Montanelli, il più grande piazzista di sempre – si spiega, secondo me (ma posso benissimo sbagliare), dal suo rischioso tentativo di disinnescare, con il nuovo partito, l’ordigno giudiziario che potrebbe farlo esplodere predisposto dalla Procura di Bari, notoriamente sinistrorsa, secondo la vulgata del suo “popolo liberale”.

“I disonesti sono sempre gli altri”

Frammento finale di “Benvenuto Presidente”, il film in questi giorni in proiezione nelle sale cinematografiche, visto in anteprima qualche settimana fa al Bif&st, con Claudio Bisio che interpreta, benissimo, il ruolo del Presidente della Repubblica.

Non si deve dimettere più nessuno? O forse tu? Tu, che punti il dito e dici “i politici sono ladri” e poi magari evadi le tasse, parcheggi in doppia fila, paghi in nero convinto di risparmiare un pò; tu che non fai il politico ma ti piacerebbe farlo per poter piazzare i parenti, arraffare qualche cosa anche tu, tu che riesci a fare la tac in due giorni perché conosci il primario; tu che timbri il cartellino e poi ti imboschi; tu che magari sei anche onesto, ma se vedi qualche amico che fa qualche abuso non dici niente tanto sono inezie.

Tu non ti puoi dimettere perché non sei rappresentante di niente, ma dovresti dimettere la tua furbizia se no i prossimi saranno peggio di questi perché questi qua sono figli nostri, di un paese dove le regole non le rispetta più nessuno.

I disonesti sono sempre gli altri.

Ma gli altri chi? Gli altri chi? Gli altri chi?

La (poca) saggezza di chi ci governa

Basta con questi esasperanti politicismi, miseri e di parte, alimentati da oltranzisti irresponsabili che fanno finta di non vedere una cosa semplicissima: l’elastico della pazienza si è spezzato. Nel nostro Paese potrebbe esplodere, da un giorno all’altro, una guerriglia. E non lo dico per fare dell’allarmismo sociale; ma perché l’indifferenza verso “la questione sociale” non è più tollerabile. Da questa derivano quella politica ed economica. Non sono pochi, ormai, anche tra i politologi e gli opinionisti su tutto dei giornali e gli aspiranti omologhi sui loro blog virtuali, quelli che dichiarano che la vera partita politica è la nomina del prossimo Capo dello Stato.

Il ruolo del Presidente della Repubblica è fondamentale, delicato, strategico, mai come in questi ultimi anni nei quali il mondo è cambiato, anche se non tutti lo hanno capito. Questa elezione, però, in un Paese normale doveva diventare occasione di coesione, per unire, per il bene degli italiani, una terra lacerata da divisioni di ogni tipo, spesso pretestuose e per questo ancor più inaccettabili, da un punto di vista etico. In Italia, no. Come se non ci fosse una delle più gravi crisi di sempre. Come se l’ennesimo bollettino sulla disoccupazione, soprattutto giovanile (il 64% dei miei coetanei pronti a trasferirsi all’estero, avendo perso, forse, non soltanto la speranza), riguardasse i marziani, e non gli italiani.

Dal Presidente della Repubblica ancora in carica, perciò, forse, ci saremmo aspettati qualcosa di più. Alla luce, soprattutto, di un settennato non proprio indimenticabile. C’è stata la crisi, certo. C’è stato un decadimento sconcertante, soprattutto morale, della classe dirigente politica di questo Paese. Ma un Presidente, proprio in virtù di queste vicende che non possono diventare alibi, doveva cercare un confronto maggiore con i cittadini. Il loro ascolto. Per proteggerli meglio e maggiormente. Essendo rimasto, per tanti, legittimamente, l’unico punto di riferimento istituzionale. Per dare, pertanto, conforto e fiducia, nonostante tutto. Non lo ha fatto, per tante ragioni. Ora, non essendo un costituzionalista, non mi permetto di giudicare giuridicamente le sue ultime scelte; ma da cittadino, preoccupato, qualche considerazione, non volutamente polemica, vorrei farla.

Il Paese uscito dalle urne non è parente di quello che vi è entrato. Questa verità, non percepita dalla stragrande maggioranza dei componenti della gerontocratica classe dirigente di questo Paese, si è manifestata in modo violento: essenzialmente con il successo larghissimo di Grillo e del suo Movimento, ma anche con la spietata bocciatura dell’esecutivo di Monti (imposto da Napolitano, nonostante una non-sfiducia politica e parlamentare di Berlusconi, costretto col Pd, poi, a sostenere questo nuovo esecutivo benedetto dall’oligarchia bancaria europea). Il Paese esigeva ed esige un cambiamento reale e leale. Immediato. Non è avvenuto, ad oggi, niente di tutto questo. E non credo, a meno di clamorose rivoluzioni politiche ad oggi manco ipotizzabili, avverrà prossimamente.

Il Paese è spaccato in tre parti, quasi uguali. Ciascuna esprime anche una visione culturale. Ed è, per questo, che la vera crisi, come ripeto da tempo, è soprattutto di questo tipo: morale e culturale. La disperazione porta, purtroppo, da un lato al fanatismo e dall’altro alla cecità, quando entrambi gli atteggiamenti, singolarmente o insieme, nuociono poi a tutta la comunità nella quale queste fazioni cercano di imporre la propria egemonia.

Questo Parlamento, grazie al(l’elettorato del) Pd e al M5S (dati alla mano), come mai nella Storia del nostro Paese, è costituito da giovani e da donne (con le donne assenti, ingiustificatamente, nelle due commissioni di saggi predisposte da Napolitano) a dimostrazione dell’occasione irripetibile, che stiamo sprecando a causa di immorali veti incrociati e per la criminale idiosincrasia di Grillo per la Costituzione, di cambiare le cose in questo Paese, per riscriverne, forse, la Storia e consentire, a noi e a chi verrà dopo di noi, di frequentare il futuro con meno inquietudine e ansia.

All’elezione del nuovo Capo di Stato, si dice, sarà collegato il nuovo e forse ultimo tentativo di formare un governo, prima di tornare alle urne. Col rischio, concretissimo, di tornarci con questa legge elettorale e con tutte le criticità di questo Paese ancora irrisolte. Con la possibilità di ritrovarci tra 6 mesi esattamente nella stessa condizione. O, verosimilmente, peggio, se dovessimo andare incontro ad un default finanziario con ripercussioni per tutta l’euro-zona.

Nessuno conosce l’epilogo di questo film horror all’italiana. Manca il coraggio e la generosità, la volontà di sovvertire lo status quo (democraticamente e pacificamente) e una visione. Ed è questa, almeno per me, la cosa più preoccupante.

Il femminicidio su radiosoundcity.net

Ebbene si. Chi l’avrebbe mai detto: da venerdi scorso, 1 marzo, anche io “faccio” radio. Il privilegio e l’opportunità mi è stata data dall’amico giornalista Luigi Bramato, il quale mi ha voluto coinvolgere, nella web radio presso cui già operava, Radio Sound City Network, in un nuovo progetto editoriale: quello di creare un approfondimento giornalistico settimanale dedicato all’attualità sociale, politica e culturale del nostro territorio. Dopo averci pensato qualche giorno, per il mio solito imbarazzo e pudore a non apparire troppo, ho deciso di accettare non solo per mettermi in gioco in questa sfida avvincente, ma per provare a portare il mio contributo, umile e sincero, con l’intento – forse troppo ambizioso – di accrescere la consapevolezza civica mediante il confronto costruttivo tra quanti vorranno condividere con noi questo percorso. E’ nata, cosi, “Mayday – Per non annegare nell’Informazione”.

La seconda trasmissione, quella di domani venerdi 8 marzo, è dedicata al “femminicidio”. A questa bestiale violenza di genere che interroga tutti: istituzioni, media, cittadini. Soprattutto noi uomini, ad essere onesti, dobbiamo cambiare e stravolgere i paradigmi etici e culturali con cui abbiamo convissuto fino ad oggi. Occorre una rivoluzione culturale stra-ordinaria. E chi teme di poter diventare carnefice deve farsi curare, preventivamente, senza vergognarsene. Perché poi, quando avvengono le tragedie, è sempre facile il commento o l’analisi, spesso dettati da pregiudizio o ignoranza o malafede. E non possiamo più permetterci un Paese cosi, semplicemente.

La puntata di domani sarà particolarmente interessante, intervenendo in studio Elena Straziota, del Centro Antiviolenza di Bari.

L’appuntamento è, quindi, dalle 19 alle 20 circa, ogni venerdi, in diretta streaming su radiosoundcity.net

locandina seconda puntata

Ecco, infine, per la cronaca, la foto scattata al termine della prima puntata di venerdi scorso, con l’ospite Leo Palmisano, l’amico scrittore e sociologo che è intervenuto per analizzare l’esito elettorale delle Politiche 2013.

Foto prima puntata_politiche2013

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