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Per Lea e Denise

“A Milano la mafia non esiste”. Cosi disse, impunemente, qualche anno fa, l’allora prefetto del capoluogo lombardo. Parole durissime che facevano coppia con quelle pronunciate, anni addietro, dall’allora Ministro delle Infrastrutture Lunardi, per il quale con la mafia bisognava conviverci. Ovvio, quindi, che fece molto scalpore quando, con tempi e modalità diverse, prima l’attore teatrale Giulio Cavalli (oggi consigliere regionale finito sottoscorta, proprio per le sue denunce e la sua incapacità a rassegnarsi) e poi Roberto Saviano in televisione nella trasmissione “Vieni via con me”, ma anche esperti autorevolissimi della materia come Nando dalla Chiesa, denunciarono non solo che in Lombardia la ‘ndrangheta aveva messo radici profonde con una perentoria colonizzazione, ma anche che aveva raggiunto un tale livello di penetrazione nelle amministrazioni pubbliche e nel mondo degli appalti. Con tutto questo che richiamava tutti a porsi seriamente il problema, per affrontarlo davvero. In questo substrato di ignoranza, di malafede e di contiguità, o ancora peggio di convergenze, si inseriesce la tristissima storia di Lea Garofalo. Una donna che per amore di sua figlia abbandona il marito e la famiglia mafiosa, scappando via, alla ricerca di un futuro diverso. Lea è stata punita, nel modo più bestiale ed infamante possibile, per la sua scelta. Mi piace sottolineare, però, ma posso sbagliare e nel cui caso sarei immediatamente pronto a chiedere scusa, che da questa storia di dolore e di odio, di prevaricazione e di violenza, ancora più forte è esploso il coraggio della figlia di Lea, Denise, che ha denunciato il padre e la sua famiglia facendoli condannare all’ergastolo, e che a vincere è stata, almeno fino ad oggi, la dignità e la legalità. L’amore per la Giustizia. Questa pagina di storia, tuttavia, deve essere ricordata anche per un’altra ragione, e la racconta Nando: l’importanza della solidarietà e della compartecipazione alla vicenda di Denise da parte di molte ragazze. Giovanissime. Il dolore di Denise, il coraggio di Denise, la voglia di giustizia di Denise, è diventato il loro dolore, il loro coraggio, la loro voglia di giustizia. Ma deve essere anche il nostro dolore. Si chiama empatia. E fa rima con democrazia. La stessa che vorremmo riconoscere sempre, ogni giorno, nel nostro Paese devastato e violentato culturalmente e moralmente dall’odio e dalle illegalità.

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Giovanni Tizian

E’ un ragazzo di 29 anni. Fa il giornalista. E, a primissima vista, assomiglia a Roberto Saviano. Suo malgrado, da qualche settimana, con lo scrittore campano, ne condivide anche il destino: quello di essere finito sotto scorta. Protetto dalle forze dell’ordine, seguito in ogni momento della sua giornata e della sua vita. Parafrasando Dante, per la “dannosa colpa della mano”: ha scritto di ‘ndrangheta, di corruzione, di usura. Di origine calabrese, suo padre è stato ammazzato da qualche ‘ndrina. Trasferitosi in Emilia Romagna, a Modena, ha deciso di occuparsi di criminalità. Scoprendo quali e quanti legami sussistessero tra Reggio Emilia e Reggio Calabria. Come la ‘ndrangheta fosse ormai giunta a colonizzare la sua città e tutto il nord italia, con infiltrazioni sempre più evidenti ed invasive nella politica, negli appalti, nel mondo industriale ed affaristico. Ovunque. E ha denunciato. La sua freschezza e la sua naturalezza sono evidenti in questa intervista che il giovane giornalista rilascia al bravo Stefano Corradino, direttore di Articolo 21. Ma di Giovanni Tizian scrive, sul Fatto quotidiano, anche Beppe Giulietti, sollecitando ciascuno di noi a non abbassare la guardia su quei cronisti, oggi spesso precari, che per senso del dovere e per amore della libertà, non si piegano nè rinunciano a raccontare la realtà per quella che è. Come sia necessario accompagnare questi professionisti con la nostra lettura e la nostra ideale “scorta mediatica”.

Saviano: "I criminali se la caveranno a pagare è chi aspetta giustizia"

“Non si possono velocizzare i processi a discapito di chi sta attendendo giustizia. Adesso il messaggio è chiaro. Se in Italia qualcuno pensa di avere risposta dallo Stato, sa che spesso potrà non averla. E chi al contrario percorre strade trasversali alla legalità, quelle della criminalità organizzata e non solo, avrà la consapevolezza di potersela cavare. Che esistono le regole, ma che possono essere corrette”.

Roberto Saviano, che accadrà quando il processo breve diventerà legge col voto della Camera?
“Per capirlo bisogna ricorrere ad alcune immagini. Processo Spartacus, quello che nei giorni scorsi ha portato alla condanna all’ergastolo in Cassazione per 16 boss della vecchia guardia casalese: con questa legge il primo grado non sarebbe rientrato nei tempi. Sarebbe stato impossibile dimostrare che lo Stato persegue i reati, che è in grado, magari con lentezza, di condannare i colpevoli. Ancora, col processo breve giungeranno a prescrizione i maggiori processi in corso per incidenti sul lavoro. Processi che purtroppo necessitano di tempi lunghi per via delle perizie tecniche e a causa della lentezza della macchina giudiziaria. Per non parlare in ultimo della colpa medica. Tutte le persone che hanno subito interventi medici segnati da errori o terapie sbagliate vedranno cancellato il loro processo”.

I cittadini hanno diritto a tempi rapidi, è la tesi del governo.
“Ma perché i cittadini devono pagare due volte? Prima, attendendo tempi lunghissimi per il giudizio. Poi, durante il processo, vedendo cancellata la speranza di avere giustizia? Vero, bisogna velocizzare i processi. La lentezza della macchina giudiziaria italiana è scandalosa, ancor più per un paese che si definisce democratico. Prioritario e giusto velocizzarla. Ma rendendola più efficiente, mettendola in grado di funzionare. Non si può pensare di velocizzare a discapito di chi cerca giustizia”.

Obiezioni valide, se non si trattasse di una legge ad personam.
“Basterebbe poco per dimostrare che non si tratti di una norma che fa gli interessi di qualcuno. Dire: ecco, questa legge entrerà in vigore da domani, a partire dai nuovi processi, non ha valore retroattivo. Ma purtroppo così non è”.

Ritiene che tra i rischi vi sia quello della diffusione di un senso di impunità, una sorta di incentivo involontario alla criminalità organizzata?
“Il rischio c’è. La criminalità organizzata, e non solo, potrà pensare di cavarsela sempre. Che le regole ci sono ma modificabili”.

Il suo appello contro il processo breve, attraverso il nostro giornale e il sito, ha raccolto 500 mila firme. È stato tutto vano?
“Non è stato vano. Quelle centinaia di migliaia di persone sono lì a ricordare che quella non è una legge condivisa, che non va nella direzione della democrazia. Su questo, concordano molti elettori del centrodestra. Mi chiedo con che faccia, da domani, i rappresentanti del governo potranno guardare negli occhi chi chiede giustizia e non potrà più averne”.

Ormai la legge è in dirittura d’arrivo. In cosa spera?
“Spero ci sia ancora un margine perché rinsavisca chi crede ancora nello Stato. Se poi la legge sul processo breve verrà approvata anche dalla Camera, allora spero che venga rimandata in Parlamento”.

Da domani, lei inizierà un seminario alla Normale di Pisa. Sarà uno dei più giovani docenti.
“Il direttore della Normale, Salvatore Settis, mi ha offerto la possibilità di tenere un seminario e la cosa mi gratifica e mi entusiasma. Terrò un seminario su “metodo e analisi criminale”, applicata sia al genere letterario che ai metodi investigativi”.

Saviano in cattedra, per dire cosa?
“Nella prima lezione, cercherò di dimostrare come l’immigrazione nel Sud Italia stia diventando uno strumento di lotta alla mafia. Come, a partire dagli anni ’70, le grandi città meridionali si siano svuotate a causa dell’emigrazione e africani e immigrati abbiano coperto quei vuoti. Ma non riproducendo più il sistema criminale preesistente, anzi cercando di scardinarlo. Il caso Rosarno lo dimostra”.

E il suo obiettivo, al di là del messaggio?
“Fornire informazioni alle nuove generazioni. Sarà come servire ai ragazzi dei picconi, delle torce sui caschi. Spero così di costruire un metodo attraverso il quale aiutare a guardare con occhi diversi la realtà”.

Saviano: “I criminali se la caveranno a pagare è chi aspetta giustizia”, Intervista a Roberto Saviano sul “Processo Breve” di Carmelo Lopapa per Repubblica

Io, la mia scorta e il senso di solitudine

“Lo vedi, stanno iniziando ad abbandonarci. Lo sapevo”. Così il mio caposcorta mi ha salutato ieri mattina. Il dolore per la protezione che cercano di farmi pesare, di farci pesare, era inevitabile. La sensazione di solitudine dei sette uomini che da tre anni mi proteggono mi ha commosso. Dopo le dichiarazioni del capo della mobile di Napoli che gettano discredito sul loro sacrificio, che mettono in dubbio le indagini della Dda di Napoli e dei Carabinieri, la sensazione che nella lotta ai clan si sia prodotta una frattura è forte.

Non credo sia salutare spaccare in due o in più parti un fronte che dovrebbe mostrarsi, e soprattutto sentirsi, coeso. Società civile, forze dell’ordine, magistratura. Ognuno con i suoi ruoli e compiti. Ma uniti. Purtroppo riscontro che non è così. So bene che non è lo Stato nel suo complesso, né le figure istituzionali che stanno al suo vertice a voler far mancare tale impegno unitario. Sono grato a chi mi ha difeso in questi anni: all’arma dei Carabinieri che in questi giorni ha mantenuto il silenzio per rispetto istituzionale ma mi ha fatto sentire un calore enorme dicendomi “noi ci saremo sempre”.

Mi ha difeso l’Antimafia napoletana attraverso le dichiarazioni dei pm Federico Cafiero De Raho, Franco Roberti, Raffaele Cantone. Mi ha difeso il capo della Polizia Antonio Manganelli con le sue rassicurazioni e la netta smentita di ciò che era stato detto da un funzionario. Mi ha difeso il mio giornale. Mi hanno difeso i miei lettori.

Ma uno sgretolamento di questa compattezza è malgrado tutto avvenuto e un grande quotidiano se ne è fatto portavoce. Ciò che dico e scrivo è il risultato spesso di diversi soggetti, di cui le mie parole si fanno portavoce. Ma si cerca di rompere questa nostra alleanza, insinuando “tanti lavorano nell’ombra senza riconoscimento mentre tu invece…”. Chi fa questo discorso ha un unico scopo, cercare di isolare, di interrompere il rapporto che ha permesso in questi anni di portare alla ribalta nazionale e internazionale molte inchieste e realtà costrette solo alla cronaca locale.

Sento di essere antipatico ad una parte di Napoli e ad una parte del Paese, per ciò che dico per come lo dico per lo spazio mediatico che cerco di ottenere. Sono fiero di essere antipatico a questa parte di campani, a questa parte di italiani e a molta parte dei loro politici di riferimento. Sono fiero di star antipatico a chi in questi giorni ha chiamato le radio, ha scritto sui social forum “finalmente qualcuno che sputa su questo buffone”. Sono fiero di star antipatico a queste persone, sono fiero di sentire in loro bruciare lo stomaco quando mi vedono e ascoltano, quando si sentono messi in ombra. Non cercherò mai i loro favori, né la loro approvazione. Sono sempre stato fiero di essere antipatico a chi dice che la lotta alla criminalità è una storia che riguarda solo pochi gendarmi e qualche giudice, spesso lasciandoli soli.

Sono sempre stato fiero di essere antipatico a quella Napoli che si nasconde dietro i musei, i quadri, la musica in piazza, per far precipitare il decantato rinascimento napoletano in un medioevo napoletano saturo di monnezza e in mano alle imprenditorie criminali più spietate. Sono sempre stato antipatico a quella parte di Napoli che vota politici corrotti fingendo di credere che siano innocui simpaticoni che parlano in dialetto. Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi dice: “Si uccidono tra di loro”, perché contiamo troppe vittime innocenti per poter continuare a ripetere questa vuota cantilena.

Perché così permettiamo all’Italia e al resto del mondo di chiamarci razzisti e vigliacchi se non prestiamo soccorso a chi tragicamente intercetta proiettili non destinati a lui. Come è accaduto a Petru Birladeanu, il musicista ucciso il 26 maggio scorso nella stazione della metropolitana di Montesanto che non è stato soccorso non per vigliaccheria, ma per paura.
Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi mal sopporta che vada in televisione o sulle copertine dei giornali, perché ho l’ambizione di credere che le mie parole possano cambiare le cose se arrivano a molti.

E serve l’attenzione per aggregare persone. Sarò sempre fiero di avere questo genere di avversari. I più disparati, uniti però dal desiderio che nulla cambi, che chi alza la testa e la voce resti isolato e venga spazzato via com’è successo già troppe volte. Che chi “opera” sulle vicende legate alla criminalità organizzata e all’illegalità in generale, continui a farlo, ma in silenzio, concedendo giusto quell’attenzione momentanea che sappia sempre un po’ di folklore. E se percorriamo a ritroso gli ultimi trent’anni del nostro Paese, come non ricordare che Peppino Impastato, Giuseppe Fava e Giancarlo Siani – esposti molto più di me e che prima di me hanno detto verità ora alla portata di tutti – hanno pagato con la vita la loro solitudine. E la volontà di volerli ridurre, in vita, al silenzio.

Sono sempre stato fiero, invece, di essere stato vicino a un’altra parte di Napoli e del Sud. Quella che in questi anni ha approfittato della notorietà di qualcuno emerso dalle sue fila per dar voce al proprio malessere, al proprio impegno, alle proprie speranze. Molti di loro mi hanno accolto con diffidenza, una diffidenza che a volte ha lasciato il posto a stima, altre a critiche, ma leali e costruttive. Sono fiero che a starmi vicino siano stati i padri gesuiti che mi hanno accolto, le associazioni che operano sul territorio con cui abbiamo fatto fronte comune e tante, tantissime persone singole.

Sono fiero che a starmi vicino sia soprattutto chi, ferocemente deluso dal quindicennio bassoliniano, cerca risposte altrove, sapendo che dalla politica campana di entrambe le parti c’è poco da aspettarsi. Sono sempre stato fiero che vicino a me ci siano tutti quei campani che non ne possono più di morire di cancro e vedere che a governare siano arrivati politici che negli anni hanno sempre spartito i propri affari con le cosche. Facendo, loro sì, soldi e carriera con i rifiuti e col cemento, creando intorno a sé un consenso acquistato con biglietti da cento euro.

È stato doloroso vedere infrangersi un fronte unico, costruito in questi anni di costante impegno, che aveva permesso di mantenere alta l’attenzione sui fatti di camorra. È stato sconcertante vedere persone del tutto estranee alla mia vicenda esprimere giudizi sulla legittimità della mia scorta. La protezione si basa su notizie note e riservate che, deontologia vuole, non vengano rese pubbliche. Sono stato costretto a mostrare le ferite, a chiedere a chi ha indagato di poter rendere pubblico un documento in cui si parla esplicitamente di “condanna a morte”. Cose che a un uomo non dovrebbero mai essere chieste.

Ho dovuto esibire le prove dell’inferno in cui vivo. Ho esibito, come richiesto, la giusta causa delle minacce. Sento profondamente incattivito il territorio, incarognito. Gli uni con gli altri pronti a ringhiarsi dietro le spalle. Molti hanno iniziato a esprimere la propria opinione non conoscendo fatti, non sapendo nulla. Vomitando bile, opinioni qualcuno addirittura ha detto “c’è una sentenza del Tribunale che si è espressa contro la scorta”. I tribunali non decidono delle scorte, perché tante bugie, idiozie, falsità? Addirittura i sondaggi online che chiedevano se era giusto o meno darmi la scorta.

Quanto piacere hanno avuto i camorristi, il loro mondo, lì ad osservare questo sputare ognuno nel bicchiere dell’altro? Dal momento in cui mi è stata assegnata una protezione, della mia vita ha legittimamente e letteralmente deciso lo Stato Italiano. Non in mio nome, ma nel nome proprio: per difendere se stesso e i suoi principi fondamentali. Tutte le persone che lavorano con la parola e sono scortate in Italia, sono protette per difendere un principio costituzionale: la libertà di parola. Lo Stato impone la difesa a chi lotta quotidianamente in strada contro le organizzazioni criminali. Lo Stato impone la difesa a magistrati perché possano svolgere il loro lavoro sapendo che la loro incolumità fa una grande differenza.

Lo Stato impone la difesa a chi fa inchieste, a chi scrive, a chi racconta perché non può permettere che le organizzazioni criminali facciano censura. In questi anni, attaccarmi come diffamatore della mia terra, cercare di espormi sempre di più parlando della mia sicurezza, è un colpo inferto non a me, ma allo stato di salute della nostra democrazia e a tutte le persone che vivono la mia condizione. Sento questo odio silenzioso che monta intorno a me crea consenso in molte parti. Sta cercando il consenso di certa classe dirigente del Sud che con il solito cinismo bilioso considera qualunque tentativo di voler rendere se non migliore, almeno consapevole la propria terra, una strategia per fare soldi o carriera.

Ma mi viene chiesta anche l’adesione a un “codice deontologico”, come ha detto il capo della Mobile di Napoli, il rispetto delle regole. Quali regole? Io non sono un poliziotto, né un carabiniere, né un magistrato. Le mie parole raccontano, non vogliono arrestare, semmai sognano di trasformare. E non avrò mai “bon ton” nei confronti delle organizzazioni criminali, non accetterò mai la vecchia logica del gioco delle parti fra guardie e ladri. I camorristi sanno che alcuni di loro verranno arrestati, le forze dell’ordine sanno in che modo gestire gli arresti che devono fare.

Lo hanno sempre detto a me, ora sono io a ribadirlo: a ognuno il suo ruolo. La battaglia che porto avanti come scrittore è un’altra. È fondata sul cambiamento culturale della percezione del fenomeno, non nel rubricarlo in qualche casellario giudiziario o considerarlo principalmente un problema di ordine pubblico.

Continuare a vivere in una situazione così è difficile, ma diviene impossibile se iniziano a frapporsi persone che tentano di indebolire ciò che sino a ieri era un’alleanza importante, giusta e necessaria. So che è molto difficile vivere la realtà campana, ma c’è qualcuno che ci riesce con tranquillità. Io non ho mai avuto detenuti che mi salutassero dalle celle, né me ne sarei mai vantato, anzi, pur facendo lo scrittore, ho ricevuto solo insulti. Qualcuno dice a Napoli che è riuscito a fare il poliziotto riuscendo a passeggiare liberamente con moglie e figli senza conseguenze. Buon per lui che ci sia riuscito. Io non sono riuscito a fare lo scrittore riuscendo a passeggiare liberamente con la mia famiglia. Un giorno ci riuscirò lo giuro.

Io, la mia scorta e il senso di solitudine, Roberto Saviano, La Repubblica

Afghanistan. Per cosa sono morti?

Il dossier di Peacereporter sui sei soldati italiani uccisi a Kabul
e su una guerra assurda
:

Per cosa sono morti?

Per difendere la pace, la libertà, la democrazia in Afghanistan e la sicurezza internazionale come dicono i nostri politici?

Afghanistan, un milione e mezzo di euro al giorno

I costi umani ed economici di questa guerra, la ricostruzione che non c’è, il crescente coinvolgimento delle truppe italiane.

Strage. Massacro. Inferno. Reagire

Quali sono le parole che vengono iniettate negli occhi della platea di lettori, del pubblico.

Lettera a Saviano

Da un figlio del Sud a un altro figlio del Sud. Commento all’articolo di Repubblica “Quel sangue del Sud versato per il Paese”

Vittime da curare o da interrogare?

Mentre si piangono i morti italiani, un chirurgo di Emergency a Kabul racconta che fine fanno i feriti afgani

Afghanistan, le vittime civili

Le testimonianze dei civili afgani ricoverati nell’ospedale di Emergency a Lashkargah, Helmand

I costi della guerra e della pace

Video del dibattito fiorentino sull’Afghanistan organizzato da Peacereporter


Afghanistan. Per cosa sono morti?, Peacereporter

Il Giornale, 8 settembre 2009

Obiettivi del Giornale di oggi:

1). La Repubblica («False firme contro Berlusconi»).
2). Il Festival del cinema di Venezia («Patetico caso clinico di imbalsamazione collettiva»).
3. Michael Moore («Urla alla censura e licenzia chi non la pensa come lui»).
4. Gianfranco Fini («Ha taciuto sui killeraggi dei progressisti»).
5. I ricercatori universitari («Dottori in fannullonità»).
6. Giuseppe Dossetti («Padre dei cattocomunisti»).
7. Hugo Chavez («Tiranno pop e feroce caudillo»).
8. L’Avvenire («Tra i responsabili dell’imbarbarimento»).
9. Pieferdinando Casini («Geloso di Fini, prova a salire sul carro anti Cav»).
10. Famiglia Cristiana («Settimanale specializzato in prediche moralistiche contro il premier»)
11. Il Pci («Gestiva un’azienda con la Stasi»).
12. Alfonso Pecoraro Scanio («Il suo blog ha zero lettori»).
13.D’Alema («Un’intercettazione confermerebbe che è stato a cena con Tarantini»).
14. il Brasile («Tiene in galera un padre di famiglia ma non estrada Cesare Battisti»).
15. Lella Costa, Margaret Mazzantini, Umberto Galimberti, Erri De Luca e Roberto Calasso («Scrittori da evitare al Festival della letteratura di Mantova»).
16. Vittorio Zucconi («Attacca il governo in modo becero e fazioso»).
17. Anna Finocchiaro («Ha una bella faccia tosta a criticare Berlusconi»).
18. I giornalisti di Repubblica («Iene assetate di sangue»).
19 Adriano Sofri («Teorico dello sciacquamento in pubblico dei panni privati tranne i suoi»).
20. Gli intellettuali di sinistra («Utili idioti»).
21. Roberto Saviano («Scudo umano della democrazia»).
22. Michele Serra («E’ un asino»).
23. La Cgil («Ora difende le banche»).
24. Il catechismo («Ne ha fatti di guasti»).

Chiedo scusa se me n’è sfuggito qualcuno.

Il Giornale, 8 settembre 2009, Piovono Rane – Il Blog di Alessandro Gilioli

Io sto con Gioacchino Genchi

Ieri, Sabato 28 Marzo 2009, a Bari, come in moltissime altre città italiane, c’è stato un Sit – In di solidarietà a Gioacchino Genchi, ex vice questore di Polizia, sospeso lunedi scorso dalle sue funzioni dal Capo della Polizia, dott. Antonio Manganelli, dopo che l’ex consulente tecnico del dott. Luigi De Magistris, su Facebook, si era difeso, con la parola, dall’infamante accusa di essere un “bugiardo”, avanzata dal giornalista (?) di Panorama, Gianluigi Nuzzi.

In preparazione della manifestazione di ieri, avevo scritto la seguente nota che riporto integralmente e fedelmente su questo mio Blog, sperando che possa riscontrare l’interesse dei suoi pochi ma validissimi lettori.

Per Gioacchino Genchi e la Giustizia

La città di Bari, cosi come tantissime altre città italiane, domani, Sabato 28 Marzo, dalle ore 10:30, in Corso Vittorio Emanuele, in Piazza Prefettura, scende in Piazza.

Scende in Piazza perchè crede nella Giustizia, perchè crede nella Legalità, perchè crede nell’Italia.

E l’Italia di oggi è un Paese nel quale si fa fatica a vivere.

Un Paese che ha 18 condannati in via definitiva e una cinquantina di indagati e condannati in primo e secondo grado in Parlamento.

Un Paese che si permette un Sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino (lo stesso che ieri accompagnava il Premier nel Termovalorizzatore – Inceneritore di Acerra), giudicato più che contiguo ai Casalesi da diversi pentiti giudicati affidabili (come si può evincere dai dossier de L’Espresso).

Un Paese che si permette, dopo 17 anni, di non fare ancora chiarezza definitiva sui “mandanti occulti ed esterni” delle Stragi di Stato del ’92 sul cui sangue è nata la Seconda Repubblica con il Ministro degli Interni dell’epoca Nicola Mancino, oggi addirittura Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, che non sente l’esigenza oltre ad una precisa responsabilità morale di dover chairire pubblicamente i dettagli dell’ormai nota trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato.

Un Paese che permette che uno dei suoi “figli” Roberto Saviano abbia una non – vita da 3 anni per aver semplicemente condiviso quello che tutti sapevano e che nessuno aveva il coraggio di dire.

Un Paese che da 12 anni tiene deportato in una località falsamente protetta un Testimone di Giustizia, Pino Masciari, che con le sue denuncie ha fatto arrestare anche il Presidente del Tribunale di Vibo Valentia Patrizia Pasquin perchè “a busta paga” di una delle peggiori ‘ndrine calabresi (coadiuvate nella loro ascesa economica al Potere dalla massoneria e da Istituzioni deviate non soltanto calabresi) senza che la sua vicenda sia tutt’ora risolta.

Un Paese che obbliga la “migliore gioventù” ad emigrare perchè qui l’unica possibilità per emergere è quella di “prostituirsi davanti agli interessi” dettati da chi detiene il Potere.

Un Paese che ha un debito pubblico di oltre 1700 miliardi di euro (con Bettino – Bottino Craxi “padre putativo” di questo record mondiale), una evasione fiscale di 250 miliardi dei quali 50 (miliardi) causati dalla Corruzione e 98 (miliardi) dagli stessi Monopoli di Stato per gli oneri delle concessionarie non versati al Fisco.

Un Paese che non protegge i bambini e le più giovani generazioni che sin dalla scuola elementare conoscono la cocaina e le varie droghe sintetiche spacciate da baby pusher negli atri o ingressi delle scuole e consumate nei bagni degli istituti nel corso della giornata.

Un Paese nel quale non fa notizia nè tantomeno rumore il numero di “bambini scomparsi” dietro i quali si cela “l’industria degli organi”.

Un Paese nel quale ci saranno tra pochissimi anni una valanga di morti dovuti ai mesotelioma pleurici causati dall’amianto, o a quanti moriranno a causa delle nanoparticelle inalate a causa degli inceneritori – tumorifici spacciati per termovalorizzatori – produttori di energia pulita.

Un Paese nel quale violentare la Costituzione ritenuta “filosovietica” è diventato un atto di ordinaria prassi burocratica da parte di chi la Carta neanche la conosce.

Un Paese nel quale il direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, si permette di sollevare dall’incarico di raccontare la Verità un giornalista, Carlo Vulpio per essere reo di svolgere la sua professione con onestà e professionalità.

Un Paese che si permette di avere Presidente del Consiglio, per la terza volta, colui che con la tessera 1816 era un “muratore” della loggia massonica P2.

Un Paese che dopo aver massacrato e annientato degli “eroi”, li diffama perchè bisogna cancellarne anche la Memoria, come è accaduto prima con Peppino Impastato e poi con Don Peppe Diana.

Un Paese nel quale vengono sbattuti in prima pagina, ogni giorno, come demoni, come infernali criminali, gli extracomunitari, qualsiasi cosa facciano, perchè in Italia l’accoglienza e l’ospitalità cristiana sono sinonimi di tortura (leggasi caso di Abu Omar).

Un Paese nel quale la “più grande mistificazione” è rappresentata da un vice questore di polizia, sospeso dal suo incarico per essersi legittimamente difeso, con la parola, dall’infamante accusa di essere un “bugiardo” avanzata da un giornalista di Panorama, dopo che lo stesso corpo dei Ros di Palermo noti per non aver perquisito nel ’93 e nel ’95 i covi di Riina e d Provenzano (con il generale Mori indagato per questo), svuotano il suo ufficio – residenza perchè il “mostro”, il responsabile della “più grande emergenza democratica”, deve essere umanamente prima che professionalmente distrutto.

Un Paese dove chi tocca “i fili dell’alta tensione” muore.

Un Paese cosi, non è nè può essere un Paese nel quale gli Onesti ed i Giusti possono passivamente e supinamente accettare e sopportare di vivere.

Ma è anche un Paese che ha nei suoi Cittadini gli anticorpi per reagire, per alzare la testa, per gridare, oltre all’indignazione, tutta la nostra Speranza per vedere la Nazione che amiamo rigenerarsi, dalle ceneri, come una Araba Fenice.

Un Paese che non possiamo nè vogliamo continuare a vedere inviso in tutto il mondo per i suoi riconosciuti dis – valori dovuti ad una gestione scellerata del suo patrimonio storico, culturale, sociale, politico ed economico.

L’Italia ha il potenziale per superare tutto questo. Può farlo. DEVE farlo.

Nel pieno rispetto delle individualità di tutti e nella convinta consapevolezza che è necessaria, ora più che mai, una ferrea corresponsabilità e responsabilizzazione etica e sociale.

Non si può più tornare indietro o restare paralizzati.

Bisogna, come partigiani che odiano il moto statico degli indifferenti, andare avanti.

Sempre.

Con Coraggio. Con Rigore Morale.

Sembrerà retorica, ma l’Italia siamo Noi..

A Bari, dopo i morti di Mafia, l’ultimo 2 giorni fa, è arrivato il momento di scendere in Piazza…

E’ arrivato il momento di dimostrare nei fatti come e quanto siamo Italiani e di come amiamo questo nostro Paese.

Roberto Saviano all’Università Roma Tre

Proponendo il seguente video, integrale, relativo ad uno degli ultimi interventi di Roberto Saviano in pubblico, precisamente presso l’Università Roma Tre, invitato dall’Onda Studentesca, non voglio tenere ancora acceso quel calore e quell’affetto, profondo e sincero, che nutro per Roberto sapendo che il mio animo è anche quello di molti, ma per continuare a decodificare, attraverso le sue parole, sempre incisive e puntuali, come e quanto quella dignità sgretolata da corrotti e scandalosi amministratori pubblici sia faticosamente oggetto di discussione in una generazione che non vuole essere travolta da una crisi che non ha causato e della quale non vuole neanche, giustamente, pagarne le conseguenze, cercando piuttosto delle serie e concrete alternative, per mezzo delle quali riscattarsi, almeno nell’orgoglio e nella moralità perduta.

Grazie Roberto.

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Miriam Makeba, la voce della libertà


Cosa è il blues?, si chiede lo scrittore afroamericano Ralph Ellison. Il blues è quello che i neri hanno al posto della libertà. Dopo aver saputo della morte di Miriam Makeba, mi è subito venuta in mente questa frase. Mama Africa è stata ciò che per molti anni i sudafricani hanno avuto al posto della libertà: è stata la loro voce. Nel 1963 ha portato la propria testimonianza al comitato contro l’apartheid delle Nazioni Unite. Come risposta il governo sudafricano ha messo al bando i suoi dischi e ha condannato Miriam all’esilio. Trent’anni d’esilio.

Da quel momento la sua biografia si è fatta testimonianza di impegno politico e sociale, una vita itinerante, come la sua musica vietata.

Nelle perquisizioni ai militanti del partito di Nelson Mandela vengono sequestrati i suoi dischi, considerati “prova” della loro attività sovversiva. Bastava possedere la sua voce per essere fermati dalla polizia bianca sudafricana. Ma la potenza delle sue note le conferisce cittadinanza universale fa divenire il sudafrica terra di tutti. E soprattutto l’inferno dell’apartheid un inferno che riguarda tutti. Negli anni Sessanta, approdata negli Stati Uniti, Miriam Makeba si innamora di Stokley Carmichael, leader delle Pantere Nere e i discografici in America le cancellano i contratti, perché Mama Africa non combatte con i mezzi della militanza politica ma con la voce. E questo fa paura. Lei arriva alla gente attraverso la sua musica, attraverso successi mondiali come Pata Pata che tutti ballano, che piacciono a tutti, con una forza dirompente e vitale che il governo dell’apartheid come i razzisti di tutto il mondo non sanno come arginare o combattere.


Così, a 76 anni, è venuta a cantare persino in un posto che sembra dimenticato da dio, dove persone solerti hanno organizzato un concerto per portare un po’ di dignità a una terra in ginocchio. E l’altra sera mi hanno chiamato di notte. Checco che aveva seguito l’organizzazione del concerto, mi ha detto che Miriam Makeba non si sentiva bene, “ma la signora vuole cantare lo stesso, vuole il tuo libro nell’edizione americana nel camerino, Robbè, è tosta!”. Quando mi avevano detto che Miriam Makeba aveva accettato di cantare a Castel Volturno nel concerto in mia vicinanza che chiudeva gli “Stati generali della scuola del Sud”, al primo momento stentavo a crederci. Invece lei che per anni aveva lottato e aveva viaggiato cantando per tutta l’Africa e il resto del mondo, voleva venire anche in questo angolo sperduto dove quasi due mesi prima c’era stata una strage di sette africani. Ché per lei erano africani, non ghanesi, ivoriani o del Togo.

In questa idea panafricana che fu di Lumumba e che mai come oggi sembra per sempre purtroppo sepolta. Mama Africa si è esibita a pochi metri da dove hanno ammazzato l’imprenditore Domenico Noviello, un morto innocente, nativo di queste terre, che invece è morto solo, senza partecipazione collettiva, rivolta, fratellanza. La morte di Miriam Makeba, venuta a portarmi la sua solidarietà e testimoniarla alla comunità africana ed italiana che resiste al potere dei clan, è stato per me un enorme dolore. Enorme come lo stupore con cui ho accolto la dimostrazione di passione e forza di una terra lontana come quella sudafricana che già nei mesi passati mi aveva espresso la sua vicinanza attraverso l’arcivescovo Desmond Tutu. Invece, grazie alla loro storia, persone come Tutu o come Miriam Makeba sanno meglio di altri che è attraverso gli sguardi del mondo che è possibile risolvere le contraddizioni, attraverso l’attenzione e l’adesione, il sentirsi chiamati in causa anche per accadimenti molto lontani. E non con l’isolamento, con la noncuranza, con l’ignoranza reciproca.

Il Sudafrica vive una pressione dei cartelli criminali enorme, ma i suoi intellettuali e artisti continuano ad essere attenti, vitali e combattivi. Desmond Tutu stesso definì il Sudafrica “rainbow nation”, nazione arcobaleno, lanciando il sogno di una terra molto più varia e ricca e colorata di un semplice ribaltamento di potere fra il bianco e il nero. Miriam Makeba era e rimane la voce di quel sogno. Se c’è un conforto nella sua tragedia si può dire che non è morta lontano. Ma è morta vicina, vicina alla sua gente, tra gli africani della diaspora arrivati qui a migliaia e che hanno reso propri questi luoghi, lavorandoci, vivendoci, dormendo insieme, sopravvivendo nelle case abbandonate nel Villaggio Coppola, costruendoci dentro una loro realtà che viene chiamata Soweto d’Italia. È morta mentre cercava di abbattere un’altra township col mero suono potente della sua voce. Miriam Makeba è morta in Africa. Non l’Africa geografica ma quella trasportata qui dalla sua gente, che si è mescolata a questa terra a cui pochi mesi fa ha insegnato la rabbia della dignità. E, spero pure, la rabbia della fratellanza.

Omaggio di Saviano alla Makeba, ROBERTO SAVIANO, La Repubblica

"Ogni voce che resiste mi rende meno solo"

In questi giorni nei quali, stando agli allarmanti annunci di tutti i massimi esponenti del mondo dell’Economia, stiamo sprofondando in un preoccupante regime di Recessione, con effetti disastrosi un pò ovunque (come è stato peraltro documentato ieri con l’interessante articolo di Jeremy Rifkine), l’ultimo dei quali la “bancarotta” di migliaia di famiglie che hanno perso tutti i loro risparmi mentre certe facce da schiaffi come Gasparri e Cicchito, Franceschini e Bindi ospiti fissi delle “macellerie” dell’Informazione come Ballarò e Porta a Porta percepiscono, come parlamentari, gli stipendi più alti d’Europa, ecco che, uno dei peggiori Ministri di sempre della nostra sbandata Repubblica, il leghista Roberto Maroni (paradossale che chi è stato condannato in via definitiva per oltraggio a pubblico ufficiale faccia poi il Ministro dell’Interno..), affermi impunemente e senza che le sue indecenti dichiarazioni producessero un minimo di dibattito pubblico serio, che Roberto Saviano non può essere visto come “IL” simbolo della lotta alla criminalità organizzata, ma soltanto considerato per essere “UNO” dei tanti che agisce nel nome della Legalità, senza considerare quanti, come magistrati e forze dell’ordine, operano nel silenzio e senza la ricerca di clamori e consensi mediatici (lettura consigliata).

Roberto, fortunatamente, non è solo.

In questo Paese che si dimentica di avere circa 18 condannati in via definitiva in Parlamento, ministri e sottosegretari (come dimenticare, per esempio, quello all’Economia, il “postino” dei Casalesi, Cosentino – stando a quanto affermano i collaboratori di giustizia e a quanto si apprende da l’Espresso -) indagati e condannati in primo o secondo grado per una pluralità di reati che farebbero rabbrividire anche “quelli della Banda Bassotti”, un Presidente del Consiglio che colleziona prescrizioni e leggi ad personam, spacciate in assoluzioni e in provvedimenti condivisi ma ostracizzati da quei comunisti della sinistra, da parte di insetti velenosi che orbitano su Raiuno tutte le sere, una Magistratura che si configura come una nuova e più indolente Casta che si auto – protegge (e nella quale coloro che sbagliano non vengono mai puniti nonostante esiste la cosiddetta “Responsabilità Civile”) espellendo i “ribelli” o trasferendoli in sedi “più adeguate” a scontare la loro pena (quella di essere stati onesti davanti alla Legge come De Magistris..), una Informazione taroccata e drogata da questi narcotrafficanti di stupefacenti notizie alla Riotta e alla Fede per colpa dei quali vengono diffuse soltanto le cazzate che i Padroni vogliono che il Popolino ignorantello sappia e alle quali crede per continuare a vivere nell’illusione che tutto vada divinamente bene.

Non è solo nè lo sarà mai, come credo sappia anche Lui, nonostante il suo legittimo sgomento e dolore per un quotidiano, finora, pesantemente compromesso, non solo perchè in questo nostro assurdo e criminogeno Stato la parte “sana” c’è e pulsa Legalità da ogni poro, ma anche perchè, proprio grazie alla Rete e a tutti quelli intellettuali, scrittori, esponenti della società civile sensibili e onesti, si è e si sta costituendo una “scorta mediatica” senza precedenti per la coesione etica che racchiude in sé.

E il silenzio al quale faceva riferimento Maroni, quello che dovrebbe essere osservato per proteggere certi Testimoni?

Sbriciolato e smantellato quanto il suo onore e la sua credibilità.

E’ nel silenzio e nell’omertà che le Mafie vivono, è nel silenzio e nell’omertà che producono la loro ricchezza spregiudicata e il loro potere egemonico, è nel silenzio e nell’omertà che essi vogliono restare per non essere disturbati, è nel silenzio e nell’omertà che loro sancisono alleanze con politici corrotti dietro squallidi ricatti e compromessi.

Ringrazio il ministro Maroni per aver ricordato con quale strategia opera lui e il suo governo, e lo ringrazio per aver, ulteriormente, evidenziato la completa e totale inadeguatezza morale ed etica di un Esecutivo che con superbia, arroganza e viltà, vede il Paese che vuole vedere.

Ma l’Italia e gli Italiani sono altro.

E lo stanno dimostrando.

Sono quelli che su Reppublica stanno firmando per Roberto Saviano l’appello a lui dedicato, sono quelli che condividono le parole dei premi Nobel che per lui si stanno spendendo, sono quelli che stanno scendendo in strada e per piazza, in tutta la Nazione, per leggere passi di Gomorra, sono quelli che organizzano fiaccolate per la Legalità, sono quelli che si radunano su Facebook per organizzare un mega evento nazionale proprio a Casal di Principe nelle prossime settimane per esprimere una solidarietà non “politica” non fittizia ma vera sincera leale pulita, sono quelli che capiscono che il dolore di Roberto è il nostro dolore, sono quelli che ogni giorno si sporcano le mani per i sacrifici perchè sono stanchi di tenerle pulite con l’amuchina della corruzione, sono quelli che si espongono che lottano che combattono contro ogni sopruso e contro ogni violenza, sono quelli che hanno abiurato nella loro vita i ricatti i compromessi il silenzio.

I bastardi vogliono uccidere Roberto perchè ha parlato, perchè ha fatto conoscere quello che altri non hanno voluto far conoscere, perchè ha dischiuso un mondo che faceva della segretezza e dell’occultamento della verità le sue peculiarità.

I bastardi vogliono uccidere Roberto perchè a differenza loro ha usato l’unica arma che non uccide ma che se usata scientemente può ledere come poche: la parola.

Oggi quella parola è anche la nostra parola, la sua speranza è diventata la nostra e continuerà ad esserlo, per quanto mi riguarda, per moltissimo tempo, forse per sempre.

Roberto, fortunatamente, non è solo.

Lui è uno, ma di piccoli e grandi “Saviani” ne stanno germogliando tanti, con commozione e con una forza che nessuno si sarebbe atteso.

Nella replica di oggi, su Repubblica, Roberto ringrazia quanti si stanno prodigando per lui in tutto il mondo affermando con incredulità e gioia che “Ogni voce che resiste mi rende meno solo“.

Siamo noi che dovremmo ringraziare lui per essere un oceano di purezza nel quale dovremmo sentirci onorati di poter risplendere.

E allora, mai come in questi casi, si resti uniti e si partecipi alle iniziative che vengono promosse.

Se vince Roberto, vinciamo Tutti.

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