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Saviano, lettera a Gomorra tra killer e omertà

I responsabili hanno dei nomi. Hanno dei volti. Hanno persino un’anima.

O forse no.

Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino, Pietro Vargas stanno portando avanti una strategia militare violentissima. Sono autorizzati dal boss latitante Michele Zagaria e si nascondono intorno a Lago Patria. Tra di loro si sentiranno combattenti solitari, guerrieri che cercano di farla pagare a tutti, ultimi vendicatori di una delle più sventurate e feroci terre d’Europa. Se la racconteranno così.

Ma Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino e Pietro Vargas sono vigliacchi, in realtà: assassini senza alcun tipo di abilità militare. Per ammazzare svuotano caricatori all’impazzata, per caricarsi si strafanno di cocaina e si gonfiano di Fernet Branca e vodka. Sparano a persone disarmate, colte all’improvviso o prese alle spalle.
Non si sono mai confrontati con altri uomini armati. Dinnanzi a questi tremerebbero, e invece si sentono forti e sicuri uccidendo inermi, spesso anziani o ragazzi giovani. Ingannandoli e prendendoli alle spalle.

E io mi chiedo: nella vostra terra, nella nostra terra sono ormai mesi e mesi che un manipolo di killer si aggira indisturbato massacrando soprattutto persone innocenti. Cinque, sei persone, sempre le stesse. Com’è possibile? Mi chiedo: ma questa terra come si vede, come si rappresenta a se stessa, come si immagina? Come ve la immaginate voi la vostra terra, il vostro paese? Come vi sentite quando andate al lavoro, passeggiate, fate l’amore?
Vi ponete il problema, o vi basta dire, “così è sempre stato e sempre sarà così”?
Davvero vi basta credere che nulla di ciò che accade dipende dal vostro impegno o dalla vostra indignazione?

Che in fondo tutti hanno di che campare e quindi tanto vale vivere la propria vita quotidiana e nient’altro. Vi bastano queste risposte per farvi andare avanti? Vi basta dire “non faccio niente di male, sono una persona onesta” per farvi sentire innocenti? Lasciarvi passare le notizie sulla pelle e sull’anima. Tanto è sempre stato così, o no?

O delegare ad associazioni, chiesa, militanti, giornalisti e altri il compito di denunciare vi rende tranquilli? Di una tranquillità che vi fa andare a letto magari non felici ma in pace? Vi basta veramente? Questo gruppo di fuoco ha ucciso soprattutto innocenti.

In qualsiasi altro paese la libertà d’azione di un simile branco di assassini avrebbe generato dibattiti, scontri politici, riflessioni. Invece qui si tratta solo di crimini connaturati a un territorio considerato una delle province del buco del culo d’Italia. E quindi gli inquirenti, i carabinieri e poliziotti, i quattro cronisti che seguono le vicende, restano soli.

Neanche chi nel resto del paese legge un giornale, sa che questi killer usano sempre la stessa strategia: si fingono poliziotti. Hanno lampeggiante e paletta, dicono di essere della Dia o di dover fare un controllo di documenti. Ricorrono a un trucco da due soldi per ammazzare con più facilità. E vivono come bestie: tra masserie di bufale, case di periferia, garage.

Hanno ucciso sedici persone. La mattanza comincia il 2 maggio verso le sei del mattino in una masseria di bufale a Cancello Arnone. Ammazzano il padre del pentito Domenico Bidognetti, cugino ed ex fedelissimo di Cicciotto e’ mezzanotte.

Umberto Bidognetti aveva 69 anni e in genere era accompagnato pure dal figlio di Mimì, che giusto quella mattina non era riuscito a tirarsi su dal letto per aiutare il nonno. Il 15 maggio uccidono a Baia Verde, frazione di Castel Volturno, il sessantacinquenne

Domenico Noviello, titolare di una scuola guida. Domenico Noviello si era opposto al racket otto anni prima. Era stato sotto scorta, ma poi il ciclo di protezione era finito. Non sapeva di essere nel mirino, non se l’aspettava. Gli scaricano addosso 20 colpi mentre con la sua Panda sta andando a fare una sosta al bar prima di aprire l’autoscuola. La sua esecuzione era anche un messaggio alla Polizia che stava per celebrare la sua festa proprio a Casal di Principe, tre giorni dopo, e ancor più una chiara dichiarazione: può passare quasi un decennio ma i Casalesi non dimenticano.

Prima ancora, il 13 maggio, distruggono con un incendio la fabbrica di materassi di Pietro Russo a Santa Maria Capua Vetere. È l’unico dei loro bersagli ad avere una scorta. Perché è stato l’unico che, con Tano Grasso, tentò di organizzare un fronte contro il racket in terra casalese.

Poi, il 30 maggio, a Villaricca colpiscono alla pancia Francesca Carrino, una ragazza, venticinque anni, nipote di Anna Carrino, la ex compagna di Francesco Bidognetti, pentita. Era in casa con la madre e con la nonna, ma era stata lei ad aprire la porta ai killer che si spacciavano per agenti della Dia.

Non passa nemmeno un giorno che a Casal di Principe, mentre dopo pranzo sta per andare al “Roxy bar”, uccidono Michele Orsi, imprenditore dei rifiuti vicino al clan che, arrestato l’anno prima, aveva cominciato a collaborare con la magistratura svelando gli intrighi rifiuti-politica-camorra. È un omicidio eccellente che fa clamore, solleva polemiche, fa alzare la voce ai rappresentanti dello Stato. Ma non fa fermare i killer.

L’11 luglio uccidono al Lido “La Fiorente” di Varcaturo Raffaele Granata, 70 anni, gestore dello stabilimento balneare e padre del sindaco di Calvizzano. Anche lui paga per non avere anni prima ceduto alle volontà del clan.

Il 4 agosto massacrano a Castel Volturno Ziber Dani e Arthur Kazani che stavano seduti ai tavoli all’aperto del “Bar Kubana” e, probabilmente, il 21 agosto Ramis Doda, venticinque anni, davanti al “Bar Freedom” di San Marcellino. Le vittime sono albanesi che arrotondavano con lo spaccio, ma avevano il permesso di soggiorno e lavoravano nei cantieri come muratori e imbianchini.

Poi il 18 agosto aprono un fuoco indiscriminato contro la villetta di Teddy Egonwman, presidente dei nigeriani in Campania, che si batte da anni contro la prostituzione delle sue connazionali, ferendo gravemente lui, sua moglie Alice e altri tre amici.

Tornano a San Marcellino il 12 settembre per uccidere Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi, massacrati mentre stavano facendo manutenzione ai camion della ditta di trasporti di cui il primo era titolare. Anche lui non aveva obbedito, e chi gli era accanto è stato ucciso perché testimone.

Infine, il 18 settembre, trivellano prima Antonio Celiento, titolare di una sala giochi a Baia Verde, e un quarto d’ora dopo aprono un fuoco di 130 proiettili di pistole e kalashnikov contro gli africani riuniti dentro e davanti la sartoria “Ob Ob Exotic Fashion” di Castel Volturno. Muoiono Samuel Kwaku, 26 anni, e Alaj Ababa, del Togo; Cristopher Adams e Alex Geemes, 28 anni, liberiani; Kwame Yulius Francis, 31 anni, e Eric Yeboah, 25, ghanesi, mentre viene ricoverato con ferite gravi Joseph Ayimbora, 34 anni, anche lui del Ghana. Solo uno o due di loro avevano forse a che fare con la droga, gli altri erano lì per caso, lavoravano duro nei cantieri o dove capitava, e pure nella sartoria.

Sedici vittime in meno di sei mesi.

Qualsiasi paese democratico con una situazione del genere avrebbe vacillato.
Qui da noi, nonostante tutto, neanche se n’è parlato.

Neanche si era a conoscenza da Roma in su di questa scia di sangue e di questo terrorismo, che non parla arabo, che non ha stelle a cinque punte, ma comanda e domina senza contrasto.

Ammazzano chiunque si opponga.

Ammazzano chiunque capiti sotto tiro, senza riguardi per nessuno. La lista dei morti potrebbe essere più lunga, molto più lunga. E per tutti questi mesi nessuno ha informato l’opinione pubblica che girava questa “paranza di fuoco”. Paranza, come le barche che escono a pescare insieme in alto mare. Nessuno ne ha rivelato i nomi sino a quando non hanno fatto strage a Castel Volturno. Ma sono sempre gli stessi, usano sempre le stesse armi, anche se cercano di modificarle per trarre in inganno la scientifica, segno che ne hanno a disposizione poche.

Non entrano in contatto con le famiglie, stanno rigorosamente fra di loro. Ogni tanto qualcuno li intravede nei bar di qualche paesone, dove si fermano per riempirsi d’alcol. E da sei mesi nessuno riesce ad acciuffarli. Castel Volturno, territorio dove è avvenuta la maggior parte dei delitti, non è un luogo qualsiasi. Non è un quartiere degradato, un ghetto per reietti e sfruttati come se ne possono trovare anche altrove, anche se ormai certe sue zone somigliano più alle hometown dell’Africa che al luogo di turismo balneare per il quale erano state costruite le sue villette. Castel Volturno è il luogo dove i Coppola edificarono la più grande cittadella abusiva del mondo, il celebre Villaggio Coppola.

Ottocentosessantatremila metri quadrati occupati col cemento. Che abusivamente presero il posto di una delle più grandi pinete marittime del Mediterraneo. Abusivo l’ospedale, abusiva la caserma dei carabinieri, abusive le poste. Tutto abusivo. Ci andarono ad abitare le famiglie dei soldati della Nato. Quando se ne andarono, il territorio cadde nell’abbandono più totale e divenne tutto feudo di Francesco Bidognetti e al tempo stesso territorio della mafia nigeriana.

I nigeriani hanno una mafia potente con la quale ai Casalesi conveniva allearsi, il loro paese è diventato uno snodo nel traffico internazionale di cocaina e le organizzazioni nigeriane sono potentissime, capaci di investire soprattutto nei money transfer, i punti attraverso i quali tutti gli immigrati del mondo inviano i soldi a casa. Attraverso questi, i nigeriani controllano soldi e persone. Da Castel Volturno transita la coca africana diretta soprattutto in Inghilterra.

Le tasse sul traffico che quindi il clan impone non sono soltanto il pizzo sullo spaccio al minuto, ma accordi di una sorta di joint venture. Ora però i nigeriani sono potenti, potentissimi. Così come lo è la mafia albanese, con la quale i Casalesi sono in affari.

E il clan si sta slabbrando, teme di non essere più riconosciuto come chi comanda per primo e per ultimo sul territorio. Ed ecco che nei vuoti si insinuano gli uomini della paranza. Uccidono dei pesci piccoli albanesi come azione dimostrativa, fanno strage di africani – e fra questi nessuno viene dalla Nigeria – colpiscono gli ultimi anelli della catena di gerarchie etniche e criminali. Muoiono ragazzi onesti, ma come sempre, in questa terra, per morire non dev’esserci una ragione. E basta poco per essere diffamati.

I ragazzi africani uccisi erano immediatamente tutti “trafficanti” come furono “camorristi” Giuseppe Rovescio e Vincenzo Natale, ammazzati a Villa Literno il 23 settembre 2003 perché erano fermi a prendere una birra vicino a Francesco Galoppo, affiliato del clan Bidognetti. Anche loro furono subito battezzati come criminali. Non è la prima volta che si compie da quelle parti una mattanza di immigrati.

Nel 1990 Augusto La Torre, boss di Mondragone, partì con i suoi fedelissimi alla volta di un bar che, pur gestito da italiani, era diventato un punto di incontro per lo spaccio degli africani. Tutto avveniva sempre lungo la statale Domitiana, a Pescopagano, pochi chilometri a nord di Castel Volturno, però già in territorio mondragonese. Uccisero sei persone, fra cui il gestore, e ne ferirono molte altre. Anche quello era stato il culmine di una serie di azioni contro gli stranieri, ma i Casalesi che pure approvavano le intimidazioni non gradirono la strage. La Torre dovette incassare critiche pesanti da parte di Francesco “Sandokan” Schiavone.

Ma ora i tempi sono cambiati e permettono di lasciar esercitare una violenza indiscriminata a un gruppo di cocainomani armati. Chiedo di nuovo alla mia terra che immagine abbia di sé. Lo chiedo anche a tutte quelle associazioni di donne e uomini che in grande silenzio qui lavorano e si impegnano. A quei pochi politici che riescono a rimanere credibili, che resistono alle tentazioni della collusione o della rinuncia a combattere il potere dei clan. A tutti coloro che fanno bene il loro lavoro, a tutti coloro che cercano di vivere onestamente, come in qualsiasi altra parte del mondo. A tutte queste persone. Che sono sempre di più, ma sono sempre più sole.

Come vi immaginate questa terra? Se è vero, come disse Danilo Dolci, che ciascuno cresce solo se è sognato, voi come ve li sognate questi luoghi? Non c’è stata mai così tanta attenzione rivolta alle vostre terre e quel che vi è avvenuto e vi avviene. Eppure non sembra cambiato molto. I due boss che comandano continuano a comandare e ad essere liberi.
Antonio Iovine e Michele Zagaria.

Dodici anni di latitanza.
Anche di loro si sa dove sono.

Il primo è a San Cipriano d’Aversa, il secondo a Casapesenna. In un territorio grande come un fazzoletto di terra, possibile che non si riesca a scovarli? È storia antica quella dei latitanti ricercati in tutto il mondo e poi trovati proprio a casa loro. Ma è storia nuova che ormai ne abbiano parlato più e più volte giornali e tv, che politici di ogni colore abbiano promesso che li faranno arrestare. Ma intanto il tempo passa e nulla accade. E sono lì. Passeggiano, parlano, incontrano persone.

Ho visto che nella mia terra sono comparse scritte contro di me. Saviano merda. Saviano verme. E un’enorme bara con il mio nome. E poi insulti, continue denigrazioni a partire dalla più ricorrente e banale: “Quello s’è fatto i soldi”. Col mio lavoro di scrittore adesso riesco a vivere e, per fortuna, pagarmi gli avvocati.

E loro? Loro che comandano imperi economici e si fanno costruire ville faraoniche in paesi dove non ci sono nemmeno le strade asfaltate? Loro che per lo smaltimento di rifiuti tossici sono riusciti in una sola operazione a incassare sino a 500 milioni di euro e hanno imbottito la nostra terra di veleni al punto tale di far lievitare fino al 24% certi tumori, e le malformazioni congenite fino all’84% per cento? Soldi veri che generano, secondo l’Osservatorio epidemiologico campano, una media di 7.172,5 morti per tumore all’anno in Campania.

E ad arricchirsi sulle disgrazie di questa terra sarei io con le mie parole, o i carabinieri e i magistrati, i cronisti e tutti gli altri che con libri o film o in ogni altro modo continuano a denunciare? Com’è possibile che si crei un tale capovolgimento di prospettive? Com’è possibile che anche persone oneste si uniscano a questo coro?

Pur conoscendo la mia terra, di fronte a tutto questo io rimango incredulo e sgomento e anche ferito al punto che fatico a trovare la mia voce. Perché il dolore porta ad ammutolire, perché l’ostilità porta a non sapere a chi parlare. E allora a chi devo rivolgermi, che cosa dico? Come faccio a dire alla mia terra di smettere di essere schiacciata tra l’arroganza dei forti e la codardia dei deboli?

Oggi qui in questa stanza dove sono, ospite di chi mi protegge, è il mio compleanno. Penso a tutti i compleanni passati così, da quando ho la scorta, un po’ nervoso, un po’ triste e soprattutto solo.

Penso che non potrò mai più passarne uno normale nella mia terra, che non potrò mai più metterci piede. Rimpiango come un malato senza speranze tutti i compleanni trascurati, snobbati perché è solo una data qualsiasi, e un altro anno ce ne sarà uno uguale. Ormai si è aperta una voragine nel tempo e nello spazio, una ferita che non potrà mai rimarginarsi.

E penso pure e soprattutto a chi vive la mia stessa condizione e non ha come me il privilegio di scriverne e parlare a molti. Penso ad altri amici sotto scorta, Raffaele, Rosaria, Lirio, Tano, penso a Carmelina, la maestra di Mondragone che aveva denunciato il killer di un camorrista e che da allora vive sotto protezione, lontana, sola. Lasciata dal fidanzato che doveva sposare, giudicata dagli amici che si sentono schiacciati dal suo coraggio e dalla loro mediocrità. Perché non c’era stata solidarietà per il suo gesto, anzi, ci sono state critiche e abbandono. Lei ha solo seguito un richiamo della sua coscienza e ha dovuto barcamenarsi con il magro stipendio che le dà lo stato.

Cos’ha fatto Carmelina, cos’hanno fatto altri come lei per avere la vita distrutta e sradicata, mentre i boss latitanti continuano a poter vivere protetti e rispettati nelle loro terre? E chiedo alla mia terra: che cosa ci rimane? Ditemelo. Galleggiare? Far finta di niente? Calpestare scale di ospedali lavate da cooperative di pulizie loro, ricevere nei serbatoi la benzina spillata da pompe di benzina loro? Vivere in case costruite da loro, bere il caffè della marca imposta da loro (ogni marca di caffè per essere venduta nei bar deve avere l’autorizzazione dei clan), cucinare nelle loro pentole (il clan Tavoletta gestiva produzione e vendita delle marche più prestigiose di pentole)?

Mangiare il loro pane, la loro mozzarella, i loro ortaggi? Votare i loro politici che riescono, come dichiarano i pentiti, ad arrivare alle più alte cariche nazionali? Lavorare nei loro centri commerciali, costruiti per creare posti di lavoro e sudditanza dovuta al posto di lavoro, ma intanto non c’è perdita, perché gran parte dei negozi sono loro?

Siete fieri di vivere nel territorio con i più grandi centri commerciali del mondo e insieme uno dei più alti tassi di povertà? Passare il tempo nei locali gestiti o autorizzati da loro? Sedervi al bar vicino ai loro figli, i figli dei loro avvocati, dei loro colletti bianchi? E trovarli simpatici e innocenti, tutto sommato persone gradevoli, perché loro in fondo sono solo ragazzi, che colpa hanno dei loro padri.

E infatti non si tratta di stabilire colpe, ma di smettere di accettare e di subire sempre, smettere di pensare che almeno c’è ordine, che almeno c’è lavoro, e che basta non grattare, non alzare il velo, continuare ad andare avanti per la propria strada.

Che basta fare questo e nella nostra terra si è già nel migliore dei mondi possibili, o magari no, ma nell’unico mondo possibile sicuramente. Quanto ancora dobbiamo aspettare? Quanto ancora dobbiamo vedere i migliori emigrare e i rassegnati rimanere?

Siete davvero sicuri che vada bene così? Che le serate che passate a corteggiarvi, a ridere, a litigare, a maledire il puzzo dei rifiuti bruciati, a scambiarvi quattro chiacchiere, possano bastare? Voi volete una vita semplice, normale, fatta di piccole cose, mentre intorno a voi c’è una guerra vera, mentre chi non subisce e denuncia e parla perde ogni cosa. Come abbiamo fatto a divenire così ciechi? Così asserviti e rassegnati, così piegati? Come è possibile che solo gli ultimi degli ultimi, gli africani di Castel Volturno che subiscono lo sfruttamento e la violenza dei clan italiani e di altri africani, abbiano saputo una volta tirare fuori più rabbia che paura e rassegnazione?

Non posso credere che un sud così ricco di talenti e forze possa davvero accontentarsi solo di questo. La Calabria ha il Pil più basso d’Italia ma “Cosa Nuova”, ossia la ‘ndrangheta, fattura quanto e più di una intera manovra finanziaria italiana. Alitalia sarà in crisi, ma a Grazzanise, in un territorio marcio di camorra, si sta per costruire il più grande aeroporto italiano, il più vasto del Mediterraneo.

Una terra condannata a far circolare enormi capitali senza avere uno straccio di sviluppo vero, e invece ha danaro, profitto, cemento che ha il sapore del saccheggio, non della crescita. Non posso credere che riescano a resistere soltanto pochi individui eccezionali. Che la denuncia sia ormai solo il compito dei pochi singoli, preti, maestri, medici, i pochi politici onesti e gruppi che interpretano il ruolo della società civile. E il resto? Gli altri se ne stanno buoni e zitti, tramortiti dalla paura? La paura. L’alibi maggiore. Fa sentire tutti a posto perché è in suo nome che si tutelano la famiglia, gli affetti, la propria vita innocente, il proprio sacrosanto diritto a viverla e costruirla.

Ma non avere più paura non sarebbe difficile. Basterebbe agire, ma non da soli.

La paura va a braccetto con l’isolamento. Ogni volta che qualcuno si tira indietro crea altra paura, che crea ancora altra paura, in un crescendo esponenziale che immobilizza, erode, lentamente manda in rovina. “Si può edificare la felicità del mondo sulle spalle di un unico bambino maltrattato?”, domanda Ivan Karamazov a suo fratello Aljosha.

Ma voi non volete un mondo perfetto, volete solo una vita tranquilla e semplice, una quotidianità accettabile, il calore di una famiglia. Accontentarvi di questo pensate che vi metta al riparo da ansie e dolori. E forse ci riuscite, riuscite a trovare una dimensione in cui trovate serenità. Ma a che prezzo? Se i vostri figli dovessero nascere malati o ammalarsi, se un’altra volta dovreste rivolgervi a un politico che in cambio di un voto vi darà un lavoro senza il quale anche i vostri piccoli sogni e progetti finirebbero nel vuoto, quando faticherete ad ottenere un mutuo per la vostra casa mentre i direttori delle stesse banche saranno sempre disponibili con chi comanda, quando vedrete tutto questo forse vi renderete conto che non c’è riparo, che non esiste nessun ambito protetto, e che l’atteggiamento che pensavate realistico e saggiamente disincantato vi ha appestato l’anima di un risentimento e rancore che toglie ogni gusto alla vostra vita.

Perché se tutto ciò è triste la cosa ancora più triste è l’abitudine. Abituarsi che non ci sia null’altro da fare che rassegnarsi, arrangiarsi o andare via. Chiedo alla mia terra se riesce ancora ad immaginare di poter scegliere. Le chiedo se è in grado di compiere almeno quel primo gesto di libertà che sta nel riuscire a pensarsi diversa, pensarsi libera. Non rassegnarsi ad accettare come un destino naturale quel che è invece opera degli uomini. Quegli uomini possono strapparti alla tua terra e al tuo passato, portarti via la serenità, impedirti di trovare una casa, scriverti insulti sulle pareti del tuo paese, possono fare il deserto intorno a te.

Ma non possono estirpare quel che resta una certezza e, per questo, rimane pure una speranza. Che non è giusto, non è per niente naturale, far sottostare un territorio al dominio della violenza e dello sfruttamento senza limiti. E che non deve andare avanti così perché così è sempre stato. Anche perché non è vero che tutto è sempre uguale, ma è sempre peggio. Perché la devastazione cresce proporzionalmente con i loro affari, perché è irreversibile come la terra una volta per tutte appestata, perché non conosce limiti.

Perché là fuori si aggirano sei killer abbrutiti e strafatti, con licenza di uccidere e non mandato, che non si fermano di fronte a nessuno. Perché sono loro l’immagine e somiglianza di ciò che regna oggi su queste terre e di quel che le attende domani, dopodomani, nel futuro.

Bisogna trovare la forza di cambiare.

Ora, o mai più.

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Camorrista è chi diffama..

Ieri, prendendo spunto dalla partecipazione di Roberto Saviano al Festival della Letteratura di Mantova, ho espresso la mia personale stima e riconoscenza a questo giovane scrittore campano che, probabilmente senza immaginare a cosa sarebbe andato incontro nel momento in cui ha scritto il libro, ha accettato il suo destino con coraggio e senza alcun vittimismo consapevole di quanto la lettura sia “un’arma potenzialmente di distruzione di massa (di quella criminale)”, se solo tutti sapessero e volessero informarsi e documentarsi.

Nel corso del suo contributo, i cui video sono stati pubblicati oggi da Micromega, ha denunciato apertamente i diversi quotidiani locali che hanno rinunciato al loro ruolo di pubblici informatori per interpretare il ruolo di bacheche sulle quali i criminali potevano affiggere i loro messaggi affinchè tutti avessero ben chiaro quale fosse la loro potenza e la loro egemonia.

Come, quindi, i giornalisti abbiano venduto la loro etica e moralità al diavolo diventando essi stessi degli squallidi camorristi la cui unica professionalità è stata, e talvolta lo è ancora, quella della diffamazione e della calunnia.

Dopo essere stato ucciso il 19 marzo del 1994 dalla camorra mentre si accingeva a celebrare messa nella Chiesa di San Nicola di Bari, Don Peppe Diana, anche da morto, fu vittima di ignobili tentativi di calunnia, enfatizzati da alcuni titoloni presenti su alcune testate locali, perchè l’intento era chiaro: dopo averlo eliminato fisicamente bisognava cancellare anche la sua memoria e il suo ricordo con tutta la cittadinanza che doveva essere convinta della sua malafede.

Don Peppe Diana ha lasciato ai posteri, non solo campani, un documento, “Per amore del mio popolo”, dall’eccezionale intensità e forza espressiva, che rappresenta il suo spirituale testamento.

Ed è quello che oggi vi propongo, sperando che da tutti possa essere letto con la giusta attenzione e sensibilità, affinchè ciascuno di noi, sia nel suo piccolo, ogni giorno, un pò come Don Peppe Diana.

“PER AMORE DEL MIO POPOLO”


Siamo preoccupati
.

Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”. Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.

La Camorra.

La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato. Precise responsabilità politiche E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio. Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.

Impegno dei cristiani.

Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno. Dio ci chiama ad essere profeti. – Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);

– Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);
– Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);
– Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5)
Coscienti che “il nostro aiuto é nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che é la fonte della nostra Speranza.

NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIO

Appello

Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe”.
Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa; alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26). Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere…
La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.

Roberto, grazie!!

Roberto Saviano è una di quelle persone che l’Italia di oggi non si merita.

Una di quelle che paga, con un esilio forzato da quasi 2 anni, per il suo genuino talento di scrittore che avvalorandosi dell’unica arma che conosce, quello della parola, ha messo in ginocchio chi si è fatto una “reputazione” con altre armi, quelle che portano violenza, illegalità e odio.

Ma è anche una di quelle persone che paga per l’assoluta incapacità della stragrande maggioranza degli italianucci mediocri che ci circondano, che non sanno e forse non vogliono reagire con sapienza e con coraggio, neanche di fronte all’evidenza, a tutto quello che lui ha denunciato.

Perchè chi ha letto Gomorra e ha visto il film di Garrone dall’omonimo titolo, e lo ha interpretato correttamente, non può non desumere che Roberto non ha denunciato solo alcuni dei più terribili clan campani, residenti nella zona di Casal di Principe, la cui influenza e consistenza criminale raggiunge gran parti del nostro Paese, con strategie notevoli applicate per l’instaurazione di un potere difficile a smantellarsi basato su una fitta rete di collaborazioni tra affiliati, ma ha messo a nudo, con la sua abilità e la sua eleganza, una intera società che, a tutti i livelli, è collusa nei suoi poteri deviati con gran parte della criminalità organizzata che trae la sua ricchezza e il consolidamento di questa egemonia proprio da certi legami.

E’ questo quello che fa paura alle cosche.

Non il parlarne, visto che si è sempre parlato di mafia nel nostro paese, non sempre peraltro nella giusta maniera, ma il diffondere quelli che sono i punti di forza del loro regime: l’economia criminale basata non solo sui rifiuti ma su tutte quelle attività che portano ricchezza come l’edilizia e il turismo, il connubio con i politici locali e nazionali corrotti che dietro scambi di voti si assicurano “protezione” elargendo appalti truccati per tenere in vita certi rapporti clientelari di convenienza.

Quello che fa paura, inoltre, è che ciò che è alla base di questi Sistemi non venga a conoscenza dei più giovani, i quali rappresentano anche per loro il futuro e il presente sul quale fare affidamento, per assicurare un futuro alle loro famiglie e al loro potere, perchè se tutti i giovanissimi, quelli più sottoposti al “fascino” dei boss (vedi il film Il Padrino..) negassero il consenso a tutte queste espressioni di illegalità, come ricordava peraltro anche Paolo Borsellino, anche l’onnipotente e misteriosa mafia rischierebbe di crollare e di naufragare dietro gli argini della Giustizia.

Roberto Saviano è sotto scorta anche per questo.

Per essere riuscito con il suo libro a diffondere e a far conoscere quelli che sono i presupposti della cultura criminale e moltissimo di quello che tutti immaginavano e che nessuno ha avuto mai il coraggio di denunciare, scoperchiando un pentolone dal contenuto ignobile e indecente.

Roberto alcuni giorni fa ha partecipato a Mantova alla giornata conclusiva del Festival della Letteratura e durante il suo contributo, dedicato al tema dell’Informazione, non si è risparmiato, come sempre, di lanciare delle vere e proprie saette a tutti quei quotidiani locali e nazionali che sono loro stessi emblema di un sistema mafioso perchè con la loro scellerata condotta e una deontologia inesistente simboleggiano come e quanto le loro testate siano servili e funzionali al potere criminale che se ne adopera per creare consenso e legittimazione denigrando pesantemente chi invece sceglie di sposare le cause della Giustizia.

Qualche esempio.

“Corriere di Caserta”, titolone in prima pagina: “Don Peppe Diana era camorrista”. Il parroco di San Nicola fu ucciso nel 1994 perché aveva sfidato la camorra, «e subito dopo è partita la campagna diffamatoria», osserva Saviano. «È il loro metodo quello di tentare di screditare le persone che gli si oppongono». Altro clic di Saviano al pc ed altro titolo, sempre dal “Corriere di Caserta”: “Boss playboy, de Falco re degli sciupafemmine”. La tensione in sala si stempera in una timida risata. «C’è la mitizzazione dei boss, i ragazzi ne hanno una tale stima e timore che non pronunciano mai il loro nome, sarebbe come nominare Dio invano». E ancora: “Cicciariello arrestato con l’amante”. Il boss si era fatto beccare mentre faceva la spesa, una maniera ignobile secondo i codici camorristici. «Molti titoli non si possono capire – sottolinea Saviano – se non si conoscono i soprannomi dei boss, e le varie faide». “Sandokan controlla quarantamila voti” – sottotitolo – “in quattro Comuni il super boss ha deciso sindaco e assessori.” Sembra davvero una comunicazione di servizio. “La Gazzetta di Caserta” arriva a pubblicare una lettera del boss Schiavone detto Sandokan, con tanto di manoscritto a fronte per dimostrarne l’autenticità, e la risposta del direttore: “Signor Schiavone, la ringrazio per la stima”. Ma le lettere dei boss arrivano anche nelle aule dei tribunali. Il 14 marzo di quest’anno, nell’aula bunker di Poggioreale durante il processo “Spartacus”, è stata data lettura di una missiva di Francesco Bidognetti (all’ergastolo) e Antonio Iovine (latitante), con la quale i due boss chiedevano di spostare la sede del processo inquinato dallo “pseudogiornalista” Roberto Saviano, dalla giornalista del “Mattino” Rosaria Capacchione e dall’allora pm anticamorra Raffaele Cantone. Colpo di scena: «E mi fa piacere che gli avvocati di questi signori mi seguano in tutti gli incontri pubblici, dato che sono presenti in sala. I vostri assistiti, fatemeli venire direttamente, o pensate che io abbia paura?
Ma per niente. Io e i miei ragazzi (la scorta ndr) lo diciamo sempre: noi non facciamo paura perché non abbiamo paura»

Sono queste le cose per le quali dovremmo intervenire noi ragazzi di tutta italia, davanti alle quali dovremmo re-agire, perchè non è un problema solo delle regioni del sud ma è un problema nazionale, perchè le infiltrazioni, ormai è accertato, hanno raggiunto i grandi gruppi industriali e imprenditoriali del nord che riciclano il denaro sporco che viene prodotto, in miliardi di euro, al sud. E’ una emergenza sociale e democratica che rischia di far soccombere ancor più velocemente e tragicamente ciò che resta di questo sbriciolato Paese.

Perchè non basta, per quanto siano reazioni apprezzabili e legittime, che l’Ordine dei Giornalisti (che abolirei in quanto oggi l’Informazione oggi possono farla tutti) congiuntamente alla Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), esprima solidarietà e appoggio a Roberto Saviano per le sue dichiarazioni, non ci si può accontentare degli slogan che alcuni politici rivolgono dopo occasioni come queste, leggasi Orlando dell’Italia dei Valori (lo stesso che quando era Sindaco di Palermo si permise di contestare addirittura l’operato di Carlo Alberto dalla Chiesa, poi morto per mafia), ma sarebbe auspicabile che tutti riconoscano in certi messaggi dei cazzotti potenti e ben assestati che dovrebbero farci male, che dovrebbero indignarci per come siano pochissimi coloro i quali, secondo le loro competenze e professionalità, fanno il loro dovere, che non si nascondono, che non hanno paura, che non temono di camminare a testa alta dopo aver spezzato i gioghi dell’omertà testimoniando e denunciando tutto quello che è necessario riferire e denunciare.

E sono persone come Roberto che mi fanno sentire fiero di essere italiano, sono messaggeri di pace vera come lui quelli che riescono a commuovere l’animo e il cuore di chi non si rassegna ad accettare che a causa di quello che potrebbe sembrare un incubo, lui vive come un recluso, come se il criminale fosse lui, come se dovesse pagare per quello che ha fatto, mentre gli “eroi” (per dirla alla Dell’Utri) sono naturalmente in libertà a consumare cocaina e a fottere squillo e pseudo veline nelle loro faraoniche ville che i nostri Amministratori locali sono ben lungi dal confiscare.

A ragazzi come lui tutto il mio sincero affetto e la mia stima.

Se vince Roberto, vinciamo tutti. Grazie, davvero, di cuore..!

Frammenti di Giustizia

In questi ultimi giorni nei quali parlare di Giustizia nel nostro paese è come bestemmiare contro la Chiesa, rischiando di essere etichettati sgradevolmente in nome di una filosofia ideologica e politica che si vorrebbe far passare per dominante, le sentenze di ieri, nell’ambito del processo “Spartacus”, che prevedono 16 ergastoli per tutti i principali boss del Clan dei Casalesi e pene che vanno dai 2 ai 30 anni di reclusione per tutti gli altri secondari imputati, sono state salutate da un fresco e raggiante entusiasmo da parte dei più autorevoli organi di informazione europei (francesi, spagnoli, inglesi) arrivati nel napoletano per assistere in diretta al pronunciamento delle sentenze da parte dei magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia.

Entusiasmo che purtroppo non è stato contagioso per gli omologhi italiani che si sono distinti, anche in questo caso, in sconfortanti e patetiche dichiarazioni di facciata che però non hanno smorzato la gioia di coloro i quali nella Legalità ci credono e per la quale si battono tutti i giorni, silenziosamente, con fatica e dedizione, non dimenticandosi di tutti i civili che in questi anni sono morti pur di non abbassare la testa alla camorra e alle mafie tutte.
Il loro sangue, cosi intriso di Giustizia e di senso dello Stato, continua a scorrere nei nostri cuori e nei nostri corpi, i loro sacrifici non saranno mai stati inutili, la loro onestà continuerà a risplendere in tutti quei ragazzi che hanno assunto certi eroi a modelli esemplari a cui ispirarsi.

E’ facile ed è giusto oggi elogiare Roberto Saviano, invidiarlo per il coraggio e per la scelta di vita che ha adottato, per la dignità con cui affronta, ormai da diversi anni, la sua “reclusione” neanche fosse stato lui condannato all’ergastolo pur dovendo essere un cittadino “libero”, ma non posso e non voglio dimenticare Don Peppino Diana, sacerdote di quella Casal di Principe onesta che non volle sottostare a nessuna economia criminale e a nessuna logica mafiosa, che fu assassinato nella Chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, proprio per il suo instancabile apostolato civile tra la gente nei valori della pace, dell’antimafia, dello Stato.

E se è giusto dedicare questa giornata a Don Peppino Diana è altrettanto doverosamente giusto rivolgere un pensiero anche a tutti quei cittadini, che nel loro anonimato, nella loro condizione di semplici cittadini, ma pur sempre eroica, come il Testimone di Giustizia Domenico Noviello, sono caduti sotto la sporca insegna e la fetida bandiera della camorra.

Una organizzazione criminale che non dimentica, che ha dimostrato più volte che sa punire, ferocemente e crudelmente, chi la tradisce, che non fa sconti a nessuno, che ha chiaro quelle che sono le sue finalità e i suoi obiettivi, che riconosce nelle logiche economiche ed eversive le Sue leggi e le sue logiche, atte a costruire e a dare vigore al loro Sistema.

Le sentenze pronunciate ieri sono state da tutti, anche da Saviano, trasmesse e presentate come una vittoria dello Stato sull’Antistato, come l’affermazione della Giustizia sull’Ingiustizia.

Bene cosi. Bene che per una volta il nostro Paese non esca con “le ossa rotte” dal confronto con chi per anni l’ha sconfitto dando, ancor più amaramente, la sensazione (e di conseguenza la percezione a tutti i cittadini italiani) che Loro, in qualsiasi momento, avrebbero potuto colpire e imporre il “loro stato“, la loro legge.

Non per fare ora obbligatoriamente le veci di Catone il Censore, ma mi sento di aggiungere una ulteriore riflessione, che va in controtendenza rispetto a quello che hanno affermato tutti, anche Saviano.

Quando si conclude un processo che ha visto complessivamente in questo e negli altri procedimenti paralleli 1.300 indagati, 626 udienze complessive, 508 testimoni sentiti, più di 24 collaboratori di giustizia, di cui 6 imputati, 90 faldoni acquisiti con l’esito che conosciamo, più che di vittoria dello Stato sui Casalesi, io parlerei di vittoria della Giustizia, della Magistratura, di una prima, dopo tanto tempo, riaffermazione del Diritto e della Legalità.

Una leggera ma sostanziale differenza perchè – ricordando Montesquieu e la sua teoria sulla separazione dei poteri dello Stato – la Magistratura nasce per adempiere al potere giudiziario – indipendente ed autonomo dagli altri (legislativo affidato al Parlamento ed esecutivo al Governo) – con l’intento di garantire una Legge uguale per tutti, amministrata ed esercitata in nome del Popolo Italiano che si rimette al Suo volere, come anche espressamente riferito nella Costituzione che oggi alcuni imbelli vorrebbero stravolgere.

E prendendo quanto detto come assioma e come punto di partenza, ecco come ora diventa più facile condividere le parole di Roberto Saviano quando dice che «Siamo solo all’inizio.. l’inizio di una battaglia..» che lo Stato nella sua completezza deve necessariamente vincere.

Ma uno Stato che permette ad alcuni Suoi angeli come appunto sono Saviano, Lirio Abbate, i Testimoni di Giustizia, e tutti quelli di cui ci dimentichiamo i nomi, di vivere da anni sotto scorta, come priogionieri, come ergastolani soltanto per aver fatto il loro dovere, rei di essere persone pulite e trasparenti, per me non è veramente uno Stato.

E non è Stato neanche quello che permette ad alcuni Suoi politici di imbavagliare uno o più degli altri indipendenti Poteri citati, che ne viola i fondamenti e i principi, che abusa e violenta gli altri due come se tutto fosse possibile, che mercifica la democrazia svilendo la dignità dei cittadini, che deturpa gli organi di controllo, come l’Informazione, atti sempre a reggere gli equilibri evitando che si creino pericolose destabilizzazioni che detronizzano il popolo sovrano non più legittimitato ad essere a conoscenza di quello che accade nel loro interesse e drogato da appositi stupefacenti come le televisioni per mezzo delle quali i diavoli vengono issati ad angeli.

E continua a non essere Stato quel Paese nel quale chi è chiamato ad esercitare una convinta, coerente, responsabile Opposizione non fa altro che essere una poco sobria costola politica dello schieramento dominante di governo meritando di essere accusata di “vilipendio alle Istituzioni e alla Democrazia”.

E in questa lenta agonia, nell’attesa del colpo di grazia, a noi, ragazzi e cittadini onesti, non ci resta che presidiare e custodire gelosamente questi frammenti di Giustizia con la consapevolezza che la stessa cura deve essere riposta nel proteggere, anche attraverso la Memoria, quei paladini che ce li hanno donati.

Gomorra. Il Film

Ieri sera sono andato a vedere il film “Gomorra” tratto dall’omonimo best – seller di Roberto Saviano.

Mi rincresce dover ammettere che sono andato a vedere questo film senza aver completato la lettura del romanzo – inchiesta non solo perchè ritengo sempre interessante leggere prima il libro di una “storia” che poi diventa una trama cinematografica, ma anche perchè non sempre succede che lo stesso straordinario effetto che sortisce una lettura, con il peso delle parole, poi si conserva con la potenza delle immagini.

Il Film narra 5 diverse storie.

La storia del tredicenne Totò, degli amici Marco e Ciro, del sarto Pasquale, del “porta – soldi” Don Ciro e di Maria, dell’imprenditore “tossico” Franco con Roberto.
Vicende tutte potenzialmente diverse da loro, ma in atto tutte collegate da quel sottilissimo filo rosso che cuce nell’anima di ciascuno dei protagonisti lo stemma della camorra e della criminalità organizzata.

Il piccolo Totò che cresce con il mito dei grandi boss, di quelli che ostentano la loro forza su auto di lusso bagnandosi la vita con “fontane” di soldi sporchi; Marco e Ciro, che ragazzini non lo sono più, prima dei boss sfidano la loro vita, il volersi dimostrare temerari, coraggiosi, impavidi, capaci di uccidere e con la convinzione di poter diventare i nuovi boss di Scampia dopo aver fatto qualche “casino” nella zona di pertinenza di altri e riconosciuti super boss; Don Ciro che ogni giorno, per conto di altri clan, sempre in imperitura guerra tra di loro per il predominio militare dei vicoli e per l’egemonia nei mercati, smista soldi a tutti i residenti del quartiere pensando di potersi meritare, agli occhi del boss, un qualche privilegio e una qualche considerazione con il suo lavoro servile che lo porta ad annullare la sua umanità non essendo, poi, lui come altri, nient’altro che una tessera di un mosaico in mancanza della quale se ne sarebbe trovata una altra.

Pasquale, eccelso sarto da sempre sfruttato e da sempre sottoposto a lavorare in vecchi capannoni industriali nelle periferie più anguste, per la produzione di abiti di altissima moda, che accetta, dietro laute ricompense, di insegnare la sua arte e di mettere a disposizione le sue capacità professionali ai cinesi che in rapida ascesa puntano a colonizzare tutto ciò che è colonizzabile, restando affascinato da un mondo e una cultura a lui ignote che svela l’assoluta potenza industriale e tecnologica di cui sono capaci i cinesi con la loro manifattura.

Infine, l’imprenditore di rifiuti tossici Franco, con il suo collaboratore Roberto, che girano per l’Italia alla ricerca e alla conquista di grandissimi carichi di rifiuti tossici, di ogni sorta, da smistare e da sotterrare, dietro ingenti capitali, nelle già contaminatissime terre campane senza alcuna sofferenza per chi vive dei prodotti di quelle terre portatrici di cancri e patologie incurabili.
E dopo l’ennesima visita “di cortesia” dietro la quale si cela tutto quel clientelarìsmo su cui si poggia una buona parte dell’economia criminale, ecco che il sempre fedele scudiero Roberto si rifiuta di proseguire quell’esistenza cosi pesantemente drammatica, cosi barbaramente avida delle emozioni sincere della vita, cosi lontana da quella vita che forse desiderava.


Ora, più che le trame cosi sinteticamente espresse, mi preme evidenziare una riflessione che in se e per se mi accompagna da quando ho deciso di cominciare ad indagare, per quanto potessi farlo io con tutte le mie incapacità e limitazioni, nel “mondo della mafia e di quel cosiddetto mondo sommerso” che mi ha portato a vivere, per esempio la Giornata della Memoria e dell’Impegno, dello scorso 15 Marzo di Bari, promossa da Libera, in ricordo di tutte le vittime di Mafia, con un sapore e con una cognizione diversa.

Perchè è bene dirlo subito, le Mafie facendo perno anche sulla disperazione e la paura della gente (vedi l’ambito delle estorsioni, dei ricatti o più semplicemente delle intimidazioni) si insinuano come un virus che devasta e annichilisce l’anima e la persona, che non va via, che non permette il suo debellamento, che sfibra e sfinisce l’individuo pur quando da esso ci ha ricavato tutto l’essenziale.

Perchè le Mafie che per moltissimi rappresentano l’Anti – Stato per molti altri rappresentano invece lo Stato, uno Stato che con i suoi diritti e le sue leggi garantisce protezione, sicurezza, benessere, prestigio, privilegi, lavoro.
Uno Stato che per le sue collusioni, paure, viltà a volte si fonde e di confonde con l’Anti – Stato perchè da esso ne ricava il suo apparente “potere”, quello che consente a taluni di fare i divi da copertina, di sfidare le Leggi e le Istituzioni in quanto si considerano onnipotenti e meritevoli del posto che ricoprono. Uno Stato che si ricorda dei suoi figli quando questi vengono dilaniati dal dolore e dall’accanimento criminale che tutto spazza senza pietà e senza indugi perchè ossessionati dal profitto e dalla fama, dalla gloria e dal prestigio di essere i Boss che sanno spaventare l’Italia..
Uno Stato di cui ci si deve vergognare reo dopo 34 anni di non aver ancora risolto giudiziariamente quello che fu l’attentato terroristico di Piazza della Loggia di Brescia del 1974 (per il quale è stato lo scorso 15 maggio rinviato a giudizio, come possibile soggetto coinvolto, anche il suocero del neo Sindaco di Roma Gianni Alemanno, Pino Rauti, noto fascista), di non aver ancora risolto del tutto, dopo 16 anni, i misteri per le morti di Falcone e Borsellino (l’agenda rossa di Paolo non è stata più ritrovata proprio perchè in essa non si esclude che fossero contenuti i nomi dei possibili mandanti del suo omicidio), che costringe degli eroi, seppure per denunce dalla diversa portata ed importanza, come Roberto Saviano e Pino Masciari, a vivere da anni in un regime di ferrea scorta con una vita segnata per sempre per non aver fatto altro che il loro dovere di cittadini italiani esemplari per integrità e onestà.

Un Anti – Stato che nel silenzio di cui l’omaggia lo Stato, da anni, esercita indisturbatamente il suo potere e la sua egemonia nel mercato internazionale di ogni singola attività che le consente di essere la prima impresa italiana “fatturando” quasi 98 miliardi di euro all’anno.
Abiti di altissima moda, Droga, Prostituzione, Armi, Rifiuti, Appalti per costruzioni edilizie, Appalti per strade, ferrovie, aereoporti.
E’ ovunque.

Un Anti – Stato che in regime di guerra, come si può vedere nel film, non guarda in faccia a nessuno: non esistono amici, familiari, bambini.
O si è con loro o si è contro di loro.
E se si è con loro sei annullato nella tua libertà di pensiero e di azione in quanto devi solo ubbidire agli ordini, se sei contro di loro, devi fronteggiare il rischio di poter morire da un momento all’altro in questa infinita faida tra clan.

Nessuno che protegge i Totò, nessuno che aiuta i Ciro e i Marco a capire che non è idolatrando falsi miti come i boss o come i gangster a cui si ispirano visti in qualche film “sold out” come Scarface o comeIl Padrino che si diventa uomini migliori e rispettati, nessuno che si ribella ad una Storia già descritta da altri le cui pagine sono macchiate dall’inchiostro del sangue e dell’odio, della violenza e dell’illegalità.

E nella finale camminata del solo Roberto, andando anche un attimo oltre la comprensibile assonanza a Roberto Saviano, è possibile vedere – ritengo – tutta la nostra generazione: una dinastia di ragazzi abbandonati a se stessi dallo Stato e dalle Istituzioni che da soli devono imparare con coraggio e con coscienza a fronteggiare ogni giorno le illegalità confezionate dal Sistema nel quale viviamo e dal quale ci dobbiamo sottrarre prima che sia troppo tardi evitando che quel silenzio penetrante e roboante nel quale si ritrovano e si fondono esperienze di una umanità dimenticata, diventi anche il nostro linguaggio e il nostro modo di pensare subendo passivamente le scelte dettate per noi da altri.

Grazie Roberto.

Per sempre con te e con chi è come te.

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