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C’è un mondo che non conosciamo

L’intervista fatta ieri, per Epolis, a Khadim, il ragazzo senegalese di 34 anni e barese d’adozione che sabato scorso ha fermato un rapinatore armato di coltello (la vicenda è stata raccontata anche su Cosmopolismedia), mi consente di riaffrontare il problema dell’immigrazione. Sotto diversi punti di vista. Quello politico-istituzionale: nonostante la precarietà e la poca stabilità del nuovo Parlamento, già presentate 18 proposte per dare la cittadinanza ai figli dei cittadini stranieri nati in Italia. Quello politico collegato, purtroppo, alla cronaca nera, con vicende che destano angoscia ogni volta ma poi puntualmente non vengono affrontate come si deve. E’ l’ennesima storia di uno sbarco di migranti (qui) finito in tragedia (qui). Quello economico: è indubbio che con la crisi economica vigente, ovunque in Europa, facciano la parte dei leoni i “signori del profitto”. Giungono in Italia gli imprenditori russi con le loro varie attività commerciali. Quello sociale: la speranza di un (altro) ragazzo senegalese che grazie alla musica si sta costruendo un avvenire anche professionale.

I migranti e i cittadini di origine straniera non sono marziani. Sono, molti di loro, (già) italiani. E, non soltanto per questo, devono essere trattati per quel che sono: nostri fratelli con i quali costruire un presente e un futuro migliore. Un tempo nel quale la differenza culturale e sociale sia un valore che arricchisca tutti. Con il pregiudizio “straniero=criminale” estirpato per sempre dalla nostra dialettica e dalla nostra testa. Prima lo capiamo, meglio sarà. Per tutti. E per l’Italia. E per l’Europa.

Un eroe. Ho fatto una buona azione

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“Vogliamo l’interramento dei binari”

copertina palese

Nodo ferroviario, decentramento amministrativo, migranti del Cara che si prostituiscono nelle campagne desolate, assenza di una politica culturale mirata alla rigenerazione sociale. Sono questi i temi principali oggetto del reportage su Palese, che condivido integralmente, e per come pubblicati sull’edizione odierna di Epolis.

Le puntate precedenti: Loseto e Ceglie.

Taranto: chi pagherà per questa strage?

Eccesso di mortalità del 20% nel primo anno di vita rispetto al resto della Puglia per i bambini. Per le donne, tumori quadruplicati. Si ha: un incremento dei tumori al fegato (+75%), al corpo utero superiore (+80%), ai polmoni (+48%), allo stomaco (+100%), alla mammella (+24%). Negli uomini, rispetto al resto della provincia, l’aumento di tutti i tumori è del 30% (+50% per il tumore maligno del polmone), con un picco di più 100% per il mesotelioma e per i tumori maligni del rene e delle altre vie urinarie (esclusa la vescica). Moltissimi i casi di tumore alla pleura: 167% negli uomini e 103% nelle donne. Più alta della media anche la mortalità per malattie respiratorie: tra gli uomini +11%, tra le donne +5%, mentre l’incidenza per malattie respiratorie acute fa registrare un +37% nelle donne e +14% negli uomini.

I dati divulgati dal Ministro Balduzzi, con il dossier “Ambiente e Salute“, già anticipati dall’associazione ambientalista Peacelink, confermano la gravità della situazione sanitaria a Taranto. E’ un massacro sociale. Consumato, nei decenni e con picchi negli ultimi anni, con la contiguità di una politica trasversalmente immorale e indegna di rappresentare i cittadini. Il profitto dei privati è stato difeso a scapito della vita dei cittadini di oggi e di quelli di domani. Chi pagherà? Chi sono i responsabili di questo genocidio? Noi abbiamo il diritto e il dovere di pretendere la verità. Perché non succeda mai più.

P.s.: (ANSA) – TARANTO, 22 OTT – ”Lo stabilimento siderurgico, in particolare altoforno, cokeria e agglomerazione, è il maggior emettitore nell’area per oltre il 99% del totale ed è quindi il potenziale responsabile degli effetti sanitari correlati li’ al benzopirene”. E’ detto nel Rapporto Sentieri. ”La sensazione – ha detto Balduzzi – è che si debba fare qualcosa di più, e questo vale sia per il piano di monitoraggio sanitario sia per ciò che sta dentro l’Aia per l’Ilva così come per il piano di prevenzione”.

L’amianto ne ammazza altri 30 mila?

La stima, prudente e in difetto, è dell’Osservatorio Nazionale Amianto per cui sarebbero oltre 30 mila le persone (tra ragazzi, docenti, bidelli e personale amministrativo) che fruiscono degli spazi delle circa 2400 scuole italiane dove è presente l’amianto, a 20 anni di distanza dalla messa al bando. Ma il problema, oltre che per le scuole, si pone anche per tutte le non poche strutture militari disseminate nel Paese, dove ancora oggi tutti i militari o gli ufficiali sono sottoposti al rischio di ammalarsi di mesotelioma pleurico, male ad oggi incurabile che può manifestarsi in tutta la sua gravità anche dopo 30 e passa anni dall’esposizione alle fibre di amianto. E sempre a proposito di amianto, tema di cui mi interesso da tempo, e in attesa di leggere il libro-inchiesta di Giampiero Rossi edito da Melampo, credo valga la pena leggere questa intervista di Nando Dalla Chiesa alla straordinaria Romana Blasotti Pavesi, la ottantatreenne di Casale Monferrato che dopo aver perso cinque familiari nell’arco di trent’anni a causa proprio dell’amianto, con una dignità davvero esemplare è riuscita ad organizzare la protesta civilissima di tutti i familiari delle vittime che hanno avuto, dopo decenni, giustizia, nel noto processo contro i proprietari dell’Eternit. I quali sono stati pesantemente condannati per aver tenuto per molto tempo all’oscuro gli operai sui rischi dati da quella polverina letale con cui si sono realizzati, combinata con il cemento, coperture di siti industriali, scuole, caserme, porti, uffici pubblici. Non per niente, subito dopo questo primo storico processo, il pm Guariniello ha sostenuto l’urgenza e l’utilità di creare una Procura Nazionale Ambientale con l’intento di preservare l’integrità fisica dei lavoratori, la possibilità di lavorare in modo sicuro e contestualmente di non scempiare sempre di più quella grande risorsa che è il nostro paesaggio. Sperando che non restino parole al vento. Le puntate precedenti: qui e qui.

In Italia si viene investiti, altrove si investe in piste ciclabili

Per esaltare il diritto a sopravvivere in condizioni di sicurezza, oggi precaria, di chi per i propri spostamenti quotidiani, siano di lavoro o per relax, sceglie di impiegare la bici – il cui uso comporta benefici non solo ambientali o relativi alla salute individuale – è stata organizzata, sabato scorso a Roma, una primissima “bicifestazione nazionale” (presentata qui, qualche giorno fa), accogliendo un appello lanciato dalla rivista britannica The Times. Come evidenzia Linkiesta, ogni anno in Italia, perdono la vita mediamente 303 ciclisti, 14 mila rimangono feriti. Mentre a Londra, il Ministro dei Trasporti Norman Baker si è impegnato a portare alla Camera Bassa il progetto di assegnare ad ogni città britannica un commissario specializzato nella sicurezza e nelle politiche di sostegno ai ciclisti. In Danimarca, infine, per incrementare lo sviluppo di nuove piste ciclabili – che già oggi si snodano per oltre 350 km – sono stati previsti investimenti pari a 27 milioni di euro tra il 2006 e il 2010.

Per più di mezzo secolo l’Italia è stata sotto il dominio incontrastato dell’automobile. Un potere a lungo popolare, ma comunque totalizzante: tutti i concorrenti sono stati eliminati. Via tram e filobus. Niente metropolitane. Trasporto su ferro ridotto al lumicino. Autostrade del mare paralizzate. Strade cittadine fisicamente occupate da colonne di lamiera (lentamente) semovente. Oggi tutte le condizioni che hanno prodotto questo blocco stanno venendo meno. La presenza di una forte industria nazionale è sempre più incerta. Le leggi europee sono diventate più stringenti. L’Oms ha certificato una strage da polveri sottili (imputato numero uno l’auto) che ci costa oltre 8 mila morti l’anno solo nelle 13 principali città italiane. Lo stato di illegalità dell’aria è diventato imbarazzante. Si può dire che una mobilità avanzata è un buon indicatore di competitività.

L’ambiente urbano influenza i nostri comportamenti

In questo piccolo diario ho spesso parlato di Diritto alla Città. L’ultima volta il 12 aprile scorso nel commentare l’immobilismo della politica rispetto alla vicenda de L’Aquila a tre anni dal terremoto. Ma poi ne ho parlato pure qui e qui. Con l’intenzione di far capire che esiste, almeno per me, una forte relazione tra la qualità del costruito e la qualità della vita nella città. Un legame solido tra estetica urbana ed etica civica. A confortarmi in questa analisi o meglio nel perorare questa tesi è lo psichiatra Claudio Mencacci, il quale spiega che “se l’ambiente è brutto e degradato siamo tutti più portati a violare le regole”.

Quanto più un luogo è trascurato, brutto e fatiscente, tanto peggio è vissuto da chi ci abita: quartieri anonimi, male illuminati, senza una piazza per incontrarsi non incentivano buoni rapporti fra le persone, ma anzi influenzano negativamente carattere e comportamenti, diseducano al rispetto, compromettono le relazioni sociali. In una progressione verso il peggio che oltre al malessere mentale favorisce pure la microcriminalità. Per migliorare un luogo (e il benessere di chi ci abita) occorre percepirlo come nostro.

Berlino punta a diventare la capitale delle due ruote

Mentre in Italia si sta preparando, per il 28 aprile, a Roma, una grande mobilitazione indetta dagli amanti della bici e da coloro i quali hanno lanciato la campagna #salvaciclisti – iniziativa ancora più urgente ed importante dopo l’ultimo dolorosissimo decesso – che dovrebbe spingere tutti gli organi politici a dotarsi quanto prima di strumenti normativi e tecnici innovativi proprio per arginare le diverse criticità che incontrano quelli che vorrebbero continuare a spostarsi in bici in sicurezza, a Berlino si punta a redigere un “Piano Bici” sia per fronteggiare l’aumento del prezzo della benzina sia per incentivare l’uso di questo mezzo.

Finito l’ inverno, sciolta l’ ultima neve, Berlino si riscopre e si rilancia più che mai polo europeo della bicicletta. La vivace capitale tedesca vara un programma ambizioso: più piste ciclabili, che andranno dritte e saranno ben più visibili anche agli incroci, riparazioni in corsa alle piste rovinate dall’ usura o dal gelo, investimenti vari, corsi di uso della bici con l’ aiuto della polizia. E sempre più grandi mostre, l’equivalente per la bici dei saloni dell´auto: attirano il pubblico, ampliano ancora la curiosità. Una soluzione ideale in un inizio d’ anno dove il caro-benzina allarma e fa soffrire anche qui. “Fahhradfreundliches Berlin”, Berlino città amica della bici, è lo slogan.

Una campagna europea contro i CIE

Dei Cie mi sono sempre interessato ed è infatti da tempo che mi preoccupo della vicende dei migranti e dei cittadini stranieri che in questo Paese non sono riconosciuti come un possibile valore aggiunto, ma come un peso o peggio come un problema di ordine pubblico. In questo blog diversi post ho dedicato a questi temi. Qui l’ultimo. Aderisco, quindi, alla nuova iniziativa lanciata dai promotori della campagna “LasciateCIEntrare”. A causa della difficoltà per i giornalisti di poter accedere a queste strutture di detenzione nonostante le rassicurazioni del Ministro dell’Interno. In Italia la mobilitazione si svolgerà dal 23 al 27 aprile.

Centri di identificazione ed espulsione per stranieri: ancora difficile l’accesso ai giornalisti nonostante le rassicurazioni del ministero dell’Interno, denunciano i promotori della campagna “LasciateCIEntrare”. Al via un appello e una campagna di MOBILITAZIONE in Italia e in Europa contro le detenzioni amministrative. La campagna “LasciateCIEntrare” è nata a seguito del divieto di informazione nei CIE (Centri di identificazione e di espulsione) e nei C.A.R.A. (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) espresso nella circolare n.1305 del primo aprile 2011 firmata dall’allora Ministro dell’Interno Roberto Maroni che bloccava l’accesso della stampa nei centri. Il 25 luglio giornalisti, avvocati, sindacalisti, moltissime associazioni della società civile hanno accompagnato “dal di fuori” parlamentari di diverse forze politiche in visita nei centri per migranti. Una mobilitazione civile e politica per affermare il diritto di poter sapere, conoscere e informare sulle condizioni di migliaia di migranti, uomini donne e minori presenti nei centri. Da allora siamo andati avanti e a dicembre la decisione del nuovo Ministro Anna Maria Cancellieri di sospendere il divieto è stata accolta con soddisfazione perchè raccontare ciò che avviene in queste strutture è un diritto-dovere di chi fa informazione. Eppure, ancora oggi la sospensione del divieto non rappresenta de facto la garanzia della libertà di informazione. Capire e raccontare cosa accade in questi luoghi è estremamente difficile a causa della discrezionalità con la quale le richieste di accesso vengono gestite e trattate. Grazie all’attenzione di molti giornalisti, avvocati e attivisti sono venute fuori storie di persone rinchiuse ingiustamente, di errori giuridico amministrativi, di rivolte, di mancata assistenza, di trattamenti al limite del rispetto dei diritti umani e civili. Abbiamo visto giovani nati e cresciuti in Italia che sono stati chiusi in un CIE, poi liberati con una sentenza, perchè i loro genitori “stranieri” avevano perso insieme al lavoro anche il permesso di soggiorno. Abbiamo incontrato potenziali richiedenti asilo, donne vittime di abusi sessuali o dell’ignobile tratta delle schiave, lavoratrici e lavoratori residenti in Italia da anni la cui unica colpa è stata quella di aver perso il proprio posto di lavoro e di non averne trovato un altro in tempo utile. Abbiamo visto e sentito l’assurdità delle condizioni in cui lavora anche chi si occupa della loro vigilanza e assistenza. Ci chiediamo quanto questo sistema rappresenti un inutile costo per la pubblica amministrazione. Crediamo, al di là delle nostre differenti estrazioni e delle nostre posizioni politiche, che trattenere fino a 18 mesi rappresenti un’ulteriore aberrazione di questo sistema e di queste procedure. Crediamo che un uomo o una donna non possano essere privati di un diritto fondamentale ed inalienabile come quello della libertà personale, per una detenzione amministrativa. Siamo coscienti che non si tratta di una questione unicamente italiana ma che riguarda l’intera Europa, diviene perciò sempre più urgente aprire un dibattito che porti a rivedere le condizioni di movimento dei cittadini migranti. E’ tempo di trovare una soluzione alternativa alla detenzione amministrativa e crediamo convintamene che questo vada fatto ora. E questo chiediamo, inoltre alla politica, che si apra subito un confronto a livello nazionale e internazionale per rivedere nei termini e nella sostanza l’attuale normativa. Anche per questo la campagna LasciateCIEntrare aderisce a quella europea OPEN ACCESS NOW, rilanciando la mobilitazione nel mese di aprile, con organizzazioni di tutta Europa, parlamentari e operatori dell’informazione, che visiteranno i centri per riportare la pubblica attenzione su questo tema. Senza un’informazione libera di poter informare, alla società civile e a un paese intero vengono sottratti i fondamentali strumenti di democrazia. La firma di tutti noi a questo appello è per ricordare e ribadire insieme la volontà che la nostra democrazia non arretri di fronte a nessun muro. Nè quello dei diritti umani, nè tantomeno quello del silenzio e della censura.

 

Lasciamo l’auto a casa

Anche a Bari si lavora e ci si impegna per predisporre i Piani Urbani della Mobilità Sostenibile. Nelle settimane in cui è ancora forte l’appello del movimento spontaneo #salvaciclisti – giunto in Italia dall’Inghilterra per salvaguardare l’incolumità dei ciclisti – e nei giorni che precedono la manifestazione nazionale del prossimo 28 aprile a Roma.

(Puntata precedente: Il nuovo dossier “Bici in Città”)

I Piani urbani della mobilità sostenibile non siano un semplice adempimento formale ma un processo che deve governare il cambiamento nelle nostre città che devono mettere al centro dei loro piani le persone e la possibilità che, lasciando l’auto a casa, possano raggiungere i loro posto di lavoro con i mezzi pubblici o in bicicletta. Serve una rivoluzione copernicana per ribaltare la pianificazione finora tutta incentrata sull’auto come unica risposta al bisogno di mobilità.

“Bisogna istituire la Procura nazionale ambientale”

Ad affermarlo Raffaele Guariniello a Venezia, in occasione della recente Giornata internazionale di studi sull’amianto, che si è svolta nella laguna per iniziativa dell’Iaes (International Academy of Environmental Sciences). Il magistrato, protagonista nel recente “Processo Eternit” dove, in nome delle oltre seimila parti civili, ha fatto condannare i proprietari della multinazionale svizzera che avevano ingannato per decenni i lavoratori non diffondendo notizie note sui rischi alla salute che essi stavano correndo, aveva ripetuto gli stessi concetti mercoledi scorso a Sabina Guzzanti, nella sua trasmissione. Concludendo che una vera riforma del lavoro non potrà mai essere giudicata oggettivamente “buona” se non contempla necessariamente anche due altre emergenze sociali: il lavoro nero e la sicurezza da garantire sui luoghi di lavoro. E, infine, anche a Bari, da decenni, abbiamo un problema con l’amianto. Abbiamo la Fibronit e tantissimi siti inquinati o da bonificare. E siti che andrebbero comunque censiti per diagnosticarne l’eventuale pericolosità ma, per incuria o per ignoranza o per malafede, non si procede. Dopo la sentenza di Torino, ebbi modo di sentire Nicola Muciaccia, Presidente della Circoscrizione Madonnella, tra i primi a raccontare e a denunciare le condizioni dei lavoratori della Fibronit di Bari, all’inizio degli anni ’70.

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