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Quello che non farà il Governo Letta-Letta

Ad oggi ancora non conosciamo i nomi dei 101 parlamentari del Pd che hanno, consapevolmente e premeditatamente, affossato la candidatura di Prodi per il Quirinale per allearsi con B. Ma basta leggere i nomi dei Ministri, dei Vice e dei neo-Sottosegretari per farsi un’idea. Ad oggi ancora non conosciamo gli elementi sulla base dei quali Letta e B. hanno stretto, con la benedizione e l’approvazione di Napolitano, la loro intesa politica. Ma basta sentir parlare i berlus-clones per farsi un’idea. I cittadini in questo Paese non contano niente. Gli elettori di centrosinistra hanno votato una coalizione per mandare B. a casa e si ritrovano B. come alleato. Meglio: B. è il vero azionista di maggioranza di questo Governo. Infatti vuole presiedere la “Nuova Bicamerale”.

Non verrà fatta una legge anti-corruzione (come richiede l’Europa dal 1999); non verrà fatta una legge sul conflitto di interessi; non verrà fatta una legge sul falso in bilancio; non verrà fatta una legge per velocizzare la consegna a cooperative sociali dei beni confiscati alle mafie, che non saranno minimamente toccate nei loro ingenti patrimoni riutilizzati in attività borderline (vedasi i compro-oro, le agenzie per le scommesse sportive, le sale giochi con i videopoker, forse i nuovi negozi dove acquistare sigarette elettroniche).

Non verrà fatta una legge per salvaguardare il paesaggio e dichiarare illegittimi tutti i condoni edilizi; non verrà fatta una legge per imporre ai privati la bonifica di tutti i siti contaminati, perché il diritto alla salute non può essere barattabile; non verrà fatta una legge per mettere in sicurezza tutte le strutture pubbliche a cominciare dalle scuole che si trovano in territori a rischio idrogeologico. Non verrà fatta una legge per favorire l’adozione di provvedimenti volti a migliorare l’efficienza energetica di tutto il nostro patrimonio edilizio esistente, manco censito.

Non verrà fatta una legge per confiscare i beni ai grandi evasori fiscali; non verrà fatta una legge per portare la banda larga in tutto il Paese con l’intento di favorire nuovi processi culturali; non verrà fatta una legge per stimolare l’innovazione tecnologica e scientifica; non verrà fatta una legge per garantire pieni e veri diritti civili e sociali a tutte le cosiddette “minoranze” di questo Paese; non verrà fatta una legge per ridurre drasticamente gli sprechi da armamenti, dovendo essere in teoria un Paese che ha “il diritto alla pace” nella Costituzione ignorata, ma esaltata all’occorrenza; non verrà fatta una legge per imporre ai partiti di tenersi fuori dalla Rai, da Finmeccanica, da Eni, da Enel, con i vertici nominati sulla base delle loro capacità; non verranno abolite le Provincie, non verranno accorpati i piccoli Comuni che potrebbero condividere funzioni e servizi, né verranno ridimensionati gli sprechi della Pubblica Amministrazione.

Non verrà, insomma, fatto un cazzo (eufemismo tecnico). Quel poco che sarà prodotto da questa sorda e cieca e irresponsabile e amorale classe dirigente sarà poi, peraltro, ampiamente enfatizzato da una mansueta ed addomesticata categoria di giornalisti che l’etica della responsabilità non sa neanche cosa sia. E tutto questo sarà possibile perché l’Italia è un Paese diviso su tutto, da tutti o quasi, con una cittadinanza imbarazzante e gretta e ignorante che non può disprezzare questa classe politica che la malgoverna da 20 anni perché la guarda con ammirazione, la idolatra, vorrebbe sostituirsi ad essa solo per poter disporre degli stessi privilegi che critica ingiuriosamente; né può, quindi, non avendone gli anticorpi, ribellarsi, essendo inconsapevole e accettando quel che gli è stato messo velenosamente nel piatto in questi anni senza mai interrogarsi scrupolosamente o farsi attraversare dal dubbio che si stava (e si sta) consumando sui propri diritti e principi costituzionali un massacro etico ed estetico.

Con il paradosso finale che chi, invece, si impegna senza alcun eroismo per ricercare una nuova ed urgente coesione emotiva e politica e sociale viene ostracizzato, per invidia e malafede e ignoranza, da chi, anche nell’alveo del centrosinistra, è complice o corresponsabile di questo disastro prolungato.

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La memoria corta di Letta sull’Imu

L’intervista di Enrico Letta a La Stampa, dello scorso 4 febbraio (sono passati 3 mesi, anche se sembrano 3 secoli), sulla vicenda Imu, ri-letta oggi non fa sorridere. Fa incazzare. Di più. Perché ha un’unica lettura possibile: quella della presa in giro (per dirla, sobriamente, con un eufemismo), l’ennesima, nei confronti dei cittadini e degli elettori.

“Riteniamo che togliere completamente l’Imu, in questa fase, sia sbagliato. In una stagione nella quale si richiedono tanti sacrifici, riteniamo che chi ha una casa in via Montenapoleone debba pagare l’Imu e chi abita a Quarto Oggiaro no. E d’altra parte, Berlusconi dopo aver abolito l’Ici nel 2008, fu costretto a rialzare altre tasse”.

P.s. Imu, tra palco e realtà

Il Paese vuole il cambiamento. La politica lo rifiuta

Giorgio Napolitano è stato (ri)eletto Presidente della Repubblica. Per la prima volta nella Storia del nostro Paese. La conferma, giunta dopo una settimana di grandissime tensioni e divisioni, è arrivata con i voti di Pd, Pdl, Scelta Civica e Lega. E con Grillo che ha gridato al “golpe”. Ritrattando, parzialmente, poi le parole pronunciate a caldo, ieri sera. Nel mezzo, non solo si è consumata la fine ingloriosa del Partito Democratico, almeno per come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi, ma anche si è vissuto, forse, l’ultimo e definitivo strappo tra la nazione e la politica. I cittadini, in questi anni, non unicamente ma soprattutto quelli che si riconoscono “nell’area del centrosinistra”, con una pluralità di scelte e di testimonianze – vedi il successo dei quesiti referendari, vedi la partecipazione attiva delle donne di “Se non ora quando”, vedi la richiesta di coinvolgimento dei cittadini della Val di Susa nell’ambito della Tav Torino-Lione, vedi l’affermazione “anti-sistema” del M5S alle ultime elezioni (dopo i successi a Parma e in Sicilia) – hanno posto, con tenacia, una domanda di cambiamento.

La risposta è stata, invece, la peggiore che poteva essere data. Indifferenza totale. Sordità estrema davanti all’urlo di dolore di un Paese inferocito e sfiduciato. Come ho scritto stanotte su Fb, il voto del 25 febbraio ha bocciato Monti e le larghe intese che lo hanno sostenuto: ora riavremo un governo pressoché identico, ma con interpreti diversi. In queste settimane ci sono stati appelli e mobilitazioni per sostenere la candidatura al Quirinale di Stefano Rodotà, nome autorevolissimo su cui buona parte del Paese ha riposto la propria speranza per poterlo finalmente cambiare in meglio, con questa proposta sostenuta dal M5S, da una parte minoritaria del Pd e da Sel: ma la politica ha scelto Napolitano.

Addossare la responsabilità di questo disastro unicamente a Bersani sarebbe scorretto; ma è indubbio che, da segretario (dimissionario), abbia le responsabilità più grandi, non essendo riuscito a governare le mille correnti createsi venendo, pertanto, travolto da questo fiume carsico mosso spavaldamente soprattutto dalla bramosia di potere di taluni sedicenti “giovani”. Tutti devono prendersi la propria parte di responsabilità. La profonda lacerazione interna, all’interno di un sistema politico già in profonda crisi etica e culturale, sta seriamente facendo sprofondare il Paese in una dimensione di assoluta pericolosità, non potendo nessuno escludere che l’attuale instabilità possa degenerare, prossimamente, in tensioni sociali di una certa entità. Sul Sole 24Ore D’Alimonte illustra, con grande chiarezza, le ragioni dell’implosione del Pd, sostanzialmente mai affermatosi per la sua identità e per l’assenza di un progetto credibile di futuro, avviatasi con la sconfitta elettorale del 25 febbraio (elezioni a cui si è giunti senza aver cambiato la legge elettorale, a causa della quale i parlamentari non usciti dalle primarie di fine dicembre non rispondono che ai loro capibastone – e azzardo alla luce dei fatti – con il bastone usato da questi, per esempio, contro Prodi).

Le ceneri finora tiepide si sono surriscaldate di colpo e rischiano di ardere quel che resta di un soggetto politico nato morto, anche per la folle egolatria dei “padri nobili” il cui unico fine è sempre stato la conservazione del proprio status quo. E anche l’analisi di Alessandro, amarissima ma oggettiva, imporrebbe un dibattito autentico e franco. Teso a rifondare sulla base di una prospettiva collettiva e condivisa. Anche per questo, parlare oggi di scissione, è fin troppo facile. Ma non è questa la soluzione. Bisogna restare uniti, come dice Pippo. Mandando, però, urgentemente, a casa “quelli-di-sinistra-che-odiano-la-sinistra” perché quel che occorre “non è una rottamazione, ma una rivoluzione”.

E questa, per realizzarsi, e compiersi quella metamorfosi della politica, dice Barca all’Unità (ma lo dice anche Pippo, da tempo), deve prevedere un nuovo legame costitutivo tra i cittadini e nei territori sanando quella ferita ad oggi profondissima che risiede nella mancanza di fiducia degli elettori. Una palingenesi culturale, etica e sociale dei partiti nei quali si possa tornare a confrontarsi costruttivamente, non criminalizzando chi la vede diversamente, e valorizzando chi, portatore di saperi ed esperienze chiare e genuine, sappia proporre soluzioni condivise ai mali della propria comunità.

Silvio si riprende il Paese?

13 04 2013 silvio a bari

E’ possibile, se non probabile. Tocca essere oggettivi e provare a rispondere a questo quesito, che in qualsiasi altra parte del mondo non sarebbe manco ipotizzabile se associato al politico che ha governato il Paese per quasi 9 degli ultimi 12 anni e per la cui gestione fallimentare ed irresponsabile – senza considerare, in questa sede, i suoi vizi privati a causa dei quali siamo stati sputtanati nel mondo – ci siamo ritrovati l’esecutivo Monti (con la complicità del Presidente Napolitano che lo ha detronizzato pur in assenza di una sfiducia politica/parlamentare e con quel che è sembrato un abuso di potere legittimato da quello superiore dei “mercati europei”), con la giusta dose di onestà intellettuale.

Per quanto la risposta, per la medesima onestà, e senza alcuna ipocrisia, mi generi una certa inquietudine. Avendo a cuore la tenuta etica e sociale del nostro Paese. Oggi soffocato dalla più grave crisi economica e finanziaria di sempre, corroborata dalla più grave crisi morale ed etica di sempre, con entrambe che hanno ottenebrato, pericolosamente, il senso dello Stato di tutta la classe dirigente italiana, gerontocratica e autoreferenziale.

E considerata, inoltre, la complicità e la contiguità culturale dell’attuale establishment del centrosinistra (praticamente lo stesso da 30 anni o quasi) che rappresenta il principale alleato politico dello “statista di Arcore”, pronto a rianimarlo politicamente ad ogni occasione, non essendo capace di concepire e di progettare, senza di lui, il cambiamento ineludibile di cui questo Paese ha un tremendo bisogno, mettendosi autocriticamente in discussione per le sue “mirabili e continue vittorie”.

“Il comizio di domani – scrivevo ieri – è il primo della nuova campagna elettorale che potrebbe aprirsi a breve se i suoi approcci “inciucisti” verso il Pd dovessero fallire“.

E sostanzialmente ha confermato, oggi pomeriggio, la mia riflessione:

“Ci sono due possibilità: o governo politico di larghe intese o si vota a giugno”.

Il comizio, in una gremita Piazza Prefettura, e introdotto dal contestatissimo striscione apposto arbitrariamente e scorrettamente sul Municipio dal Sindaco Emiliano (che ha cercato furbescamente, con questa iniziativa fintamente garbata ed ironica, di farsi pubblicità a livello nazionale), è stato, peraltro, assai deludente. Lo “shock” annunciato non c’è stato. Nè è stato annunciato il nuovo partito. E’ stato, invece, e come peraltro già annunciato nel post di ieri, il copione di sempre, recitato quasi con “sobrietà” non volendo far naufragare definitivamente la scialuppa di salvataggio su cui vorrebbe far salire Bersani, per un governo di larghe intese finalizzato soprattutto ad amnistiarlo, con un Presidente della Repubblica “gradito”, ove condannato. Con il saluto finale, anche questo da grandissimo comunicatore qual è, percepito come l’ennesimo “arrivederci”:

“Voglio ringraziarvi di nuovo per essere venuti qui. Grazie di avermi ascoltato con tanta attenzione. Vi ho fatti partecipi dei nostri propositi, speranze e preoccupazioni. La notte è più buia prima dell’alba. Non riusciranno a toglierci la nostra positività e le proposte per cambiare in meglio il Paese che amiamo. Vi abbraccio tutti. Continuate a volervi bene. Viva l’Italia, viva Forza Italia, viva il pdl, viva la libertà, viva la nostra e la vostra libertà”.

 

Silvio a Bari: ecco perché

“Non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni. Chiudo il sipario sulla mia vita coniugale. Io e i miei figli siamo vittime e non complici di questa situazione. Dobbiamo subirla, e ci fa soffrire. Non posso più andare a braccetto con questo spettacolo. Qualcuno ha scritto che tutto questo è a sostegno del divertimento dell’imperatore. Condivido. Quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore. E tutto in nome del potere. Figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo e la notoretà; e per una strana alchimia, il paese tutto concede e tutto giustifica al suo imperatore. Ho cercato di aiutarlo: ho implorato le persone che gli stanno vicino di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene. E’ stato tutto inutile. Credevo avessero capito, mi sono sbagliata. Adesso dico basta”.

Con queste parole, pronunciate nell’aprile del 2009, Veronica Lario anticipa la decisione di voler divorziare dal coniuge Silvio Berlusconi, dopo la sua sorprendente ed inattesa partecipazione al 18° compleanno di Noemi Letizia, fino ad allora sconosciutissima  ragazza di Casoria, e le ancor più clamorose dichiarazioni rilasciate da costei alcuni giorno dopo. A distanza di anni, e nonostante una produzione industriale di articoli e di ricostruzioni sulla natura del rapporto, oltre che sull’origine della conoscenza (rimaste, in parte, avvolte nel mistero), tra l’ex premier e la giovane napoletana, sono rimaste solo le menzogne del politico più potente del Paese.

Di Noemi Letizia, peraltro, si è tornato a parlare in questi giorni. E il suo nome è stato associato a quello della marocchina Ruby, un’altra giovanissima ragazza frequentata da Berlusconi e tra le protagoniste dei suoi festini (da alcune di esse ribattezzate come “cene eleganti“), al centro di un processo per induzione alla prostituzione e concussione. Ma, per quanto scottanti (in tutti i sensi),  è dalla Procura di Bari che rischiano di giungere le peggiori conseguenze per l’ex premier, nell’ambito del “Caso Tarantini”, a causa del quale anche il Procuratore Capo Laudati sta vivendo una vera e propria “passione” che terminerà con il suo trasferimento in altro ufficio.

Certo, il Comune di Bari e la Regione Puglia sono attualmente governati da esponenti, ormai nazionali, del centrosinistra tanto avversato e contro la cui gestione probabilmente dirà qualcosa, seppur probabilmente con una certa pacatezza (per non logorare il suo tentativo di apparire, improvvisamente, moderato e conciliante per l’obiettivo delle larghe intese), ma il comizio di domani è il primo della nuova campagna elettorale che potrebbe aprirsi a breve se i suoi approcci “inciucisti” verso il Pd dovessero fallire. Con una novità importantissima che giustifica il dispiegamento di forze messe in campo per l’evento di domani, con tutto il Pdl locale e non solo mobilitato per il grande obiettivo: veder nascere la “nuova” Forza Italia che, con altro nome, dovrebbe diventare quel “partito popolare italiano” che Berlusconi sogna da tempo per poter tornare in Europa da grande protagonista.

E la scelta di far partire, quindi, questa ennesimo percorso politico da Bari – fermo restando il carattere assolutamente imprevedibile di Berlusconi che punta a creare “uno shock politico” (a partire dai suoi 8 punti) e che resta, per citare Montanelli, il più grande piazzista di sempre – si spiega, secondo me (ma posso benissimo sbagliare), dal suo rischioso tentativo di disinnescare, con il nuovo partito, l’ordigno giudiziario che potrebbe farlo esplodere predisposto dalla Procura di Bari, notoriamente sinistrorsa, secondo la vulgata del suo “popolo liberale”.

La (poca) saggezza di chi ci governa

Basta con questi esasperanti politicismi, miseri e di parte, alimentati da oltranzisti irresponsabili che fanno finta di non vedere una cosa semplicissima: l’elastico della pazienza si è spezzato. Nel nostro Paese potrebbe esplodere, da un giorno all’altro, una guerriglia. E non lo dico per fare dell’allarmismo sociale; ma perché l’indifferenza verso “la questione sociale” non è più tollerabile. Da questa derivano quella politica ed economica. Non sono pochi, ormai, anche tra i politologi e gli opinionisti su tutto dei giornali e gli aspiranti omologhi sui loro blog virtuali, quelli che dichiarano che la vera partita politica è la nomina del prossimo Capo dello Stato.

Il ruolo del Presidente della Repubblica è fondamentale, delicato, strategico, mai come in questi ultimi anni nei quali il mondo è cambiato, anche se non tutti lo hanno capito. Questa elezione, però, in un Paese normale doveva diventare occasione di coesione, per unire, per il bene degli italiani, una terra lacerata da divisioni di ogni tipo, spesso pretestuose e per questo ancor più inaccettabili, da un punto di vista etico. In Italia, no. Come se non ci fosse una delle più gravi crisi di sempre. Come se l’ennesimo bollettino sulla disoccupazione, soprattutto giovanile (il 64% dei miei coetanei pronti a trasferirsi all’estero, avendo perso, forse, non soltanto la speranza), riguardasse i marziani, e non gli italiani.

Dal Presidente della Repubblica ancora in carica, perciò, forse, ci saremmo aspettati qualcosa di più. Alla luce, soprattutto, di un settennato non proprio indimenticabile. C’è stata la crisi, certo. C’è stato un decadimento sconcertante, soprattutto morale, della classe dirigente politica di questo Paese. Ma un Presidente, proprio in virtù di queste vicende che non possono diventare alibi, doveva cercare un confronto maggiore con i cittadini. Il loro ascolto. Per proteggerli meglio e maggiormente. Essendo rimasto, per tanti, legittimamente, l’unico punto di riferimento istituzionale. Per dare, pertanto, conforto e fiducia, nonostante tutto. Non lo ha fatto, per tante ragioni. Ora, non essendo un costituzionalista, non mi permetto di giudicare giuridicamente le sue ultime scelte; ma da cittadino, preoccupato, qualche considerazione, non volutamente polemica, vorrei farla.

Il Paese uscito dalle urne non è parente di quello che vi è entrato. Questa verità, non percepita dalla stragrande maggioranza dei componenti della gerontocratica classe dirigente di questo Paese, si è manifestata in modo violento: essenzialmente con il successo larghissimo di Grillo e del suo Movimento, ma anche con la spietata bocciatura dell’esecutivo di Monti (imposto da Napolitano, nonostante una non-sfiducia politica e parlamentare di Berlusconi, costretto col Pd, poi, a sostenere questo nuovo esecutivo benedetto dall’oligarchia bancaria europea). Il Paese esigeva ed esige un cambiamento reale e leale. Immediato. Non è avvenuto, ad oggi, niente di tutto questo. E non credo, a meno di clamorose rivoluzioni politiche ad oggi manco ipotizzabili, avverrà prossimamente.

Il Paese è spaccato in tre parti, quasi uguali. Ciascuna esprime anche una visione culturale. Ed è, per questo, che la vera crisi, come ripeto da tempo, è soprattutto di questo tipo: morale e culturale. La disperazione porta, purtroppo, da un lato al fanatismo e dall’altro alla cecità, quando entrambi gli atteggiamenti, singolarmente o insieme, nuociono poi a tutta la comunità nella quale queste fazioni cercano di imporre la propria egemonia.

Questo Parlamento, grazie al(l’elettorato del) Pd e al M5S (dati alla mano), come mai nella Storia del nostro Paese, è costituito da giovani e da donne (con le donne assenti, ingiustificatamente, nelle due commissioni di saggi predisposte da Napolitano) a dimostrazione dell’occasione irripetibile, che stiamo sprecando a causa di immorali veti incrociati e per la criminale idiosincrasia di Grillo per la Costituzione, di cambiare le cose in questo Paese, per riscriverne, forse, la Storia e consentire, a noi e a chi verrà dopo di noi, di frequentare il futuro con meno inquietudine e ansia.

All’elezione del nuovo Capo di Stato, si dice, sarà collegato il nuovo e forse ultimo tentativo di formare un governo, prima di tornare alle urne. Col rischio, concretissimo, di tornarci con questa legge elettorale e con tutte le criticità di questo Paese ancora irrisolte. Con la possibilità di ritrovarci tra 6 mesi esattamente nella stessa condizione. O, verosimilmente, peggio, se dovessimo andare incontro ad un default finanziario con ripercussioni per tutta l’euro-zona.

Nessuno conosce l’epilogo di questo film horror all’italiana. Manca il coraggio e la generosità, la volontà di sovvertire lo status quo (democraticamente e pacificamente) e una visione. Ed è questa, almeno per me, la cosa più preoccupante.

Un popolo che accetta il voto di scambio non ha dignità

“La sola cosa che l’Europa deve temere, oggi, è la paura che i tribunali elettorali suscitano nei governanti, nei partiti classici, in chiunque difenda lo status quo pensando che ogni sentiero che si biforca e tenta il nuovo sia una temibile devianza”. Così scrive, il nove maggio scorso, Barbara Spinelli, nel commentare il voto francese che ha consegnato il Paese ad Hollande e quello greco dove l’instabilità politica fortissima rischia di far tornare tra qualche settimana la nazione ellenica al voto, non essendo stato, ad oggi, ancora possibile formare un nuovo governo che regga con forza e determinazione questa lunga e difficile fase di transizione. Su questa linea, infatti, la Spinelli scrive che “le urne dicono questo: il bisogno di Europa, di una politica che salvi il continente dal naufragio della disperazione sociale e di una guerra di tutti contro tutti. Il continuo accenno alla Grecia come spauracchio – e capro espiatorio – agitato dai nostri governi a ogni piè sospinto, non è altro che ritorno al vecchio bellicoso equilibrio di potenze nazionali, tra Stati egemoni e Stati protettorati”. Ed è anche in questo clima di xenofobia, di antipolitica, di esasperata austerità, di mancanza di futuro, che può essere letto il voto italiano. Ci aiuta nell’analisi Massimo Gramellini, il quale rileva, in particolare, come il “boom” del Movimento 5 Stelle sia stato agevolato da una gerontocratica partitocrazia che non è stata capace di riformare se stessa e che, pertanto, i cittadini hanno espresso il cosiddetto voto di protesta non contro la politica, verso cui hanno dimostrato di avere interesse, soprattutto verso i temi connessi all’ambiente e all’uso virtuoso delle nuove tecnologie, ma contro questi partiti. Scrive: “non si può certo dire che non fosse stata avvertita. I cittadini stremati dalla crisi hanno chiesto per mesi alla partitocrazia di autoriformarsi. Si sarebbero accontentati di qualche gesto emblematico. Un taglio al finanziamento pubblico, la riduzione dei parlamentari, l’abolizione delle Province. Soprattutto la limitazione dei mandati, unico serio antidoto alla nascita di una Casta inamovibile e lontana dalla realtà”. Ma queste elezioni, inoltre, ci dicono altro. Sono state le prime, almeno formalmente, senza Berlusconi e segnate dalle strategie adottate da Monti in questi ultimi mesi. Da Nord a Sud passando per il Centro, il Pdl – il partito “personale” del sultano di Arcore – è quasi sparito. Come fa notare Ilvo Diamanti, in un’analisi piuttosto lucida, “ha dimezzato il suo peso elettorale: è passato dal 30% al 14% (media delle medie). Governava in 95 Comuni (maggiori), insieme alla Lega. Al primo turno ne ha perduti 45 (inclusi quelli in cui è escluso dal ballottaggio)”. Sono state le ultime, probabilmente, anche per Bossi e la “sua” Lega che, eccetto Verona e Cittadella, ha subito un forte ma non fortissimo calo. E che, nel 3% dei casi, ha consegnato suoi elettori proprio a Grillo, forte di un linguaggio altamente xenofobo basato sull’idea che non debbano prendere la cittadinanza italiana (ne ho già parlato diffusamente qui di questa grande stupidità) coloro che nascono in Italia o vi risiedono legalmente ed onestamente da molti anni. Tema che non crediamo sia convinto pienamente da tutte le “stelline” che si agitano nel firmamento delle comunità locali. Il Pd, che non riesce a capitalizzare il crollo del centrodestra, subisce, nelle “aree rosse”, il peso dell’astensione. Per mascherare la miseria della politica ci vorrebbe, pertanto, più politica. Anzi, più Politica. Più umanità, più dignità, più coraggio, più capacità di parlare a cuore aperto, più visione del futuro. Quella che molti definiscono come “rivoluzione culturale e morale”, però, a dire il vero, non è affatto aiutata dalle notizie che arrivano da molte località italiane dove si è votato. E dove il voto, pare, sia stato pesantemente inquinato. A Catanzaro, ai danni del bravo Salvatore Scalzo e a favore del quale il Pd chiede l’intervento urgente della Commissione Antimafia. Nella mia Puglia, a Gioia del Colle. Ma anche a Taranto dove la denuncia arriva dal leader dei Verdi, Angelo Bonelli. Con criticità consistenti che mi ero permesso già di evidenziare nella riflessione che avevo scritto per gli amici di Giù al Sud, qualche giorno fa. Una politica che non interviene con convinzione per arginare il fenomeno del clientelismo elettorale impregnato di cultura mafiosa, e del voto di scambio, non è politica. È propaganda. È antipolitica, nel vero senso della parola. Ed è questo il cancro che gli italiani devono curare e debellare. Mettendoci la faccia ed impegnandosi di persona, personalmente. Da subito. Perché cosi proprio non si può andare più avanti.

A 3 anni dal terremoto

Il terzo anniversario del terremoto che ha distrutto e cancellato L’Aquila – era il 6 aprile 2009 – ha consentito a una moltitudine di intellettuali, più presunti che veri, di lanciarsi in analisi essenzialmente sociologiche su cosa simboleggi oggi la città svuotata. Non essendo un sociologo né un intellettuale né uno che pensa di avere sempre il pensiero giusto sui fenomeni del nostro tempo, qualsiasi sia la loro natura, ma solo un cittadino che cerca di farsi un’ idea, nel bene o nel male, anche attraverso le cose che legge, penso che sull’Aquila ci sia moltissimo da raccontare: partendo dallo stupro alla democrazia che si è consumato finendo con la gravità dell’avidità di quella che poi abbiamo imparato a chiamare “cricca”, attraversando il dolore dei tanti cittadini vittime della sciagura che sono stati moralmente ingannati e poi abbandonati. Ora, però, vorrei evidenziare ciò che di interessante, per me, emerge da questo post sociologico-urbanistico.

I modelli di città che si delineano all’Aquila dopo il terremoto, sia il campo recintato e sorvegliato che “L’Aquila 2″, simboleggiano l’ideale della “città perfetta”: ordinata, disciplinata e controllata. Città in cui nulla si può muovere senza autorizzazione o senza essere visto, sorvegliato. Il ruolo della “città perfetta” è assegnato in particolar modo all’Aquila 2. La scelta del Governo e della Protezione Civile di svuotare e recintare il vecchio centro e di realizzare una “new town” in un luogo anonimo in periferia, non è affatto casuale, oppure dettata dalla mera “emergenza”. A distanza di 3 anni e alla luce delle inchieste giudiziarie nonché dei miliardi pubblici stanziati per la realizzazione di tutto ciò, tali scelte non appaiono affatto casuali. Quel terremoto sembra essere stato “sfruttato” per realizzare e sperimentare molto altro: ovvero nuovi modelli di socialità. Perché lo spazio in cui viviamo ci definisce e modella le nostre relazioni sociali. “La scelta della città che vogliamo non può essere separata da quella di un certo tipo di legami sociali, di rapporti con l’ambiente naturale, di stili di vita, di tecnologie e di valori estetici”, afferma David Harvey, rivendicando un inedito, quanto trascurato, “diritto alla città”. Significa che il diritto alla città “non si esaurisce nella libertà individuale di accedere alle risorse urbane, ma è il diritto di cambiare noi stessi cambiando la città”, perché costruendo la città costruiamo noi stessi.

Prescrizione non è assoluzione

Nel giorno in cui il Ministro della Giustizia, Paola Severino, partecipando all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario, fa intendere che tra le riforme normative a cui sta lavorando per efficientare un sistema quasi in coma, non rientra o non dovrebbe rientrare quella sulla prescrizione. Una volta si diceva che a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Da oggi a qualche settimana, infatti, il noto “processo Mills” in cui l’ex premier B. è imputato per corruzione dovrebbe giungere a sentenza di primo grado, come nei prossimi mesi anche altri procedimenti penali dovrebbero giungere all’epilogo, ma il suo “braccio armato” è già attivissimo da giorni a lanciare avvelenate indicazioni all’esecutivo. Se si tocca la prescrizione, l’esecutivo va a casa. Peter Gomez ha spiegato il suo punto di vista:

In realtà in Italia accade una cosa diversa: spesso i reati si prescrivono quando ormai gli imputati sono stati individuati. Ci sono processi che saltano in primo grado, in appello e addirittura in Cassazione. Tutto viene cancellato quando già polizia e magistrati hanno consumato molti soldi pubblici ed energie per identificare i presunti colpevoli: un’assurdità. All’estero questo non accade. In Germania, per esempio, una volta che c’è stata la prima sentenza, la prescrizione è definitivamente interrotta. Negli Stati Uniti muore addirittura il giorno del rinvio a giudizio. Certo, i problemi della giustizia penale italiana, non sono tutti qui. Ci sono troppe leggi, troppi reati, troppi tribunali, una procedura farraginosa, ci sono carenze di organico e di personale. Ma chiunque abbia seguito qualche dibattimento ed è in buona fede dovrebbe sapere che qualsiasi riforma è destinata a fallire se non si interviene sulla prescrizione, incentivando così i riti alternativi.

Una giornata da dimenticare

La giornata che ci siamo da pochissimo lasciati alle spalle, quella di giovedi 12 gennaio 2o12, sarà probabilmente ricordata a lungo dai cittadini che si interessano di politica.

Perchè oggi sono arrivati due responsi, su materie tra loro completamente diverse, che rischiano di incidere non poco sugli equilibri, già fragili, del nostro Paese.

A fare, nel primo caso, la parte dell’oracolo è stato il Plenum dei 15 magistrati della Consulta che, dopo un giorno e mezzo di camera di consiglio, hanno decretato che i due quesiti referendari – con i quali si puntava ad abolire il cosiddetto Porcellum, l’attuale legge elettorale che prevede la cooptazione e non l’elezione dei nostri parlamentari – sottoscritti in un tempo record da oltre un milione e duecento mila cittadini, non erano ammissibili. Questo il dispositivo pronunciato oggi. La sentenza sarà diffusa tra qualche settimana. Quello che oggi conta è che il Referendum non ci sarà. Immediate le repliche di tutti i protagonisti del Palazzo, i cui pronunciamenti sembrano essere dettati più dalla propaganda che dall’oggettività. Non significa questo che sia contento dell’esito, anzi.

Il commento più violento è giunto da Di Pietro che ha accusato i suoi ex colleghi magistrati di aver emesso un verdetto politico, con l’inammissibilità che sarebbe stata “suggerita” dal Presidente Napolitano. Trovo odiosissime e fastidiose le parole del leader dell’Idv, in pieno stile berlusconiano, perchè non si possono attaccare i magistrati o difenderli sulla base di quello che dicono e fanno, a giorni alterni in base alla convenienze. Si minano in questa maniera le Istituzioni, quelle che si dice di voler difendere con la propria azione politica. Ma le Istituzioni bisogna difenderle tutti i giorni, a prescindere da chi sono i protagonisti della Politica. Nè possono essere issate sull’altare della più squallida demagogia politica enfatizzata per miserabili ragioni elettorali.

Ma la notizia che ha generato, da quel che è stato possibile verificare monitorando i social network – ormai sempre più termomento dei cittadini che credono nel valore della partecipazione e dell’impegno attivo – un fortissimo malumore e disgusto verso la trasversale oligarchia che troneggia dal Parlamento, è quella relativa all’autorizzazione a procedere nei confronti del deputato campano Nicola Cosentino, indagato per concorso esterno in associazione camorristica. Nick ‘O Americano, infatti, con 309 voti a favore – decisivi i leghisti e i radicali – è stato “salvato” dal carcere. Quando in Commissione l’esito della votazione fu opposto. Senza entrare nel merito delle vicende per le quali il prossimo ex Coordinatore regionale del Pdl della Campania (ex perchè pare abbia annunciato le dimissioni da questo incarico) ha rischiato di raggiungere, idealmente, Totò Cuffaro – vicende che sono state ampiamente raccontate in questo blog nel tempo – le riflessioni politiche da fare sono diverse.

La prima: Bobo Maroni che puntava alla leadership della Lega, fortificato da un consenso territoriale sempre più ampio, ha scommesso molto sull’esito favorevole della votazione di oggi – sebbene la Lega fino a 2 mesi e mezzo fa era con il Pdl al governo del Paese – con l’intento di emanciparsi definitivamente dal ruolo di delfino di Bossi e di rilanciare elettoralmente il partito. Ma ha perso. Ha perso rovinosamente. Ne esce profondamente ridimensionato. Con la base leghista che potrebbe, conseguentemente, chiedere allo stesso Maroni di fare un passo indietro. Come rabbiosa è stata la reazione, soprattutto da parte dei potenziali elettori di centrosinistra, verso i Radicali, colpevoli anche loro di aver votato la “fiducia” a colui che è ritenuto dalla pubblica accusa il “referente nazionale dei casalesi”, contribuendo, pertanto, all’alienazione dell’idea che la legge debba essere uguale per tutti. A dire il vero, però, non sono pochi coloro che, già da tempo e a prescindere dalla giornata di oggi, ritengono che questa classe dirigente non faccia pienamente e fino in fondo il suo dovere, lavorare per il benessere collettivo, privilegiando esclusivamente se stessi.

Potrebbe essere, infine, per gli osservatori più distratti una grossa sorpresa, ma scopriremmo, invece, analizzando lucidamente le questioni, che il grande protagonista di oggi, colui che può cantar vittoria, è stato Berlusconi. Si, proprio Silvio. Di nuovo.

Lui, in fondo, non se ne è mai andato..

P.s.: Alessandro Gilioli proprio sull’eufemistico “pressing” di Silvio..

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